domenica 31 maggio 2015

Antica civiltà cinese e sacrifici umani

Una delle sepolture Qijia (Foto: history.cultural-china.com)
Gli archeologi cinesi della Northwest University stanno indagando sull'antica cultura Qijia ed hanno appena scoperto le prove di sacrifici umani in alcune sepolture del nordovest della Cina.
L'antico cimitero è composto da tombe risalenti, secondo i ricercatori, a 4000 anni fa. Si trova sul sito del moderno villaggio di Mogou, in una zona un tempo abitata dalla cultura Qijia, che dominava tutto il percorso del Fiume Giallo ed è sopravvissuta fino a tempi storici. Alcuni manufatti di questa civiltà sono datati al più tardi al I secolo d.C.
Ascia di bronzo e coltello di rame della cultura Qijia
(Foto: Wikimedia Commons)
Testimonianze di questa cultura furono scoperte nel 1920 dal geologo svedese Johann Gunnar Anderson nel villaggio di Qijiaping. Ulteriori scoperte sono state effettuate dagli archeologi cinesi Pei Wenzhogn e Xia Nai tra il 1940 e il 1950 nella vicina Yangwawan e Cuijiazhuang. La cultura Qijia prosperò durante il periodo di transizione dal Neolitico all'Età del Bronzo, tra il 2250 a.C. e il 1900 a.C., occupando il corso superiore del fiume Taohen, Daxia, Wihe nel Gansu e il bacino di Huangshui nel corso superiore del Fiume Giallo.
La maggior parte degli strumenti utilizzati da questa civiltà erano in pietra, anche se sono stati rinvenuti manufatti in rame ed uno specchio in fusione di bronzo. Il cimitero di Mogou è situata su una terrazza sopra la sponda sudovest del fiume Tao ed occupa una superficie di oltre 30 ettari. Nel cimitero sono state contate, finora, 351 sepolture, la maggior parte delle quali orientata verso nordovest, principalmente strutturate a pozzo, alcune delle quali hanno anche delle camere laterali che contengono frammenti di ceramica, oltre ai corpi dei defunti.
Alcune tombe sono sepolture congiunte di famiglie i cui membri sono stati sepolti tutti insieme. Tra i Qijia sembra che i sacrifici umani siano stati frequenti. La maggior parte delle vittime era di sesso femminile. Sono state rinvenute anche ossa animali, in particolare di suini che, a detta dei ricercatori, potrebbero essere stati utilizzati in qualche sorta di oracolo.

La stele di Bodicacia e lo scheletro misterioso

La misteriosa lapide di Bodicacia (Foto: Cotswold Archaeology)
Si infittisce il mistero su una lapide romana trovata nell'Inghilterra occidentale. Una nuova ricerca ha rivelato che non vi è alcuna connessione tra la lapide e lo scheletro trovato sepolto al di sotto di essa. La lapide è stata trovata durante i lavori di costruzione di un parcheggio di Cirencester. E' realizzata in calcare di Cotswold.
Quando la lapide è stata girata, la pietra color del miele ha rivelato fini decorazioni e cinque linee di un'iscrizione latina che recita: "D.M. Bodicacia coniunx vixit anno S XXVII". La scoperta è stata salutata come ritrovamento dell'unica lapide proveniente dalla Britannia romana trovata al di sopra di una sepoltura. Ma mentre la lapide fa cenno ad un personaggio di sesso femminile, lo scheletro trovato al di sotto è, invece, di sesso maschile.
Lapide e scheletro, hanno scoperto i ricercatori, sono stati posti in questo luogo in momenti diversi. La lapide risale sicuramente al primo periodo dell'occupazione romana, mentre la sepoltura risale al IV secolo d.C.. Probabilmente per quest'ultima è stata riutilizzata l'antica lapide romana. Martin Henig e Roger Tomlin, esperti nella scultura e nelle iscrizioni romane dell'Università di Oxford, hanno notato che la parte posteriore della lapide è lavorata molto grossolanamente, quasi sia rimasta incompiuta, in confronto alla parte frontale finemente scolpita. Probabilmente questa lapide doveva essere stata collocata sulle pareti di un mausoleo. A chi appartenga la sepoltura, è e rimane un mistero.
La sepoltura della sconosciuta Bodicacia è un unicum: ha il frontone triangolare decorato con l'immagine del dio Oceano, una personificazione divina del mare. Il dio è raffigurato con baffi e capelli lunghi e chele di granchio sulla testa. La figura appare essere stata deliberatamente danneggiata, forse nell'ambito dell'iconoclastia che caratterizzò i primi secoli di vita del cristianesimo.

La fortezza di Durostorum/Silistra

Ricostruzione della fortezza di Drastar sul Danubio dal IX al XIV secolo
(Ricostruzione: Museo Regionale di Storia di Silistra)
Archeologi bulgari che stanno conducendo degli scavi di salvataggio nella città danubiana di Silistra, la Durostorum (o Dorosorum) tracia e romana e la Drastar (o Drustur) medioevale, hanno scoperto un muro pertinente una fortezza tardoantica sconosciuta.
Il muro appena scoperta ha una larghezza di 2-2,15 metri ed è conservato fino ad un'altezza di 1,5 metri. Il Professor Georgi Atanasov, archeologo del Museo Regionale di Storia di Silistra ha ipotizzato che, all'inizio del IV secolo d.C., l'intera città di Durostorum sia stata munita di mura fortificate che finora non erano mai state attestate e conosciute. Durostorum fu il quartier generale della Legio XI Claudia per tutto il periodo tardoantico. Aveva torri rettangolari e venne costruita con malta rossa estremamente resistente.
Il muro recentemente scoperto si trova vicino alle rovine di strutture costruite in diversi periodi: una basilica patriarcale della Bulgaria medioevale e il luogo dove - si ritiene - sorgeva il Palazzo imperiale sul Danubio del Khan (o Kanas) bulgaro Omurtag, sovrano del primo impero bulgaro dall'814 all'831 d.C..
Il fatto che Durostorum fosse una vera e propria fortezza significa, asseriscono gli archeologi, che la città doveva rivestire una certa importanza per Roma. Dal momento che, inoltre, qui risiedette permanentemente l'XI Legio Claudia potrebbe significare che la città doveva essere la capitale della provincia romana della Mesia inferiore (successivamente suddivisa in Moesia Secunda e Scythia Minor), ruolo che finora era stato attribuito a Tomis, città rumena sul Mar Nero. Nessuna legione romana, infatti, era di stanza a Tomis.
Parte delle rovine dell'antica Durostorum/Drastar
(Foto: Comune di Silistra)
In passato negli scavi di Durostorum, condotti dall'archeologo Peti Donevski, sono state trovate tre iscrizioni romane con i nomi dei governatori della provincia della Mesia inferiore. Il Professor Atanasov, poi, aggiunge che Dorostorum/Drastar (odierna Silistra) sia stata capitale regionale almeno per cinque volte, nell'antichità, e che nel X-XI secolo d.C. doveva essere la città più grande dell'impero medioevale bulgaro.
Oltre al muro di cinta della fortezza tardoantica, in un antico edificio pubblico romano del II secolo d.C., gli archeologi bulgari hanno trovato, per la prima volta a Durostorum, degli affreschi, in cui prevale una particolare sfumatura di rosso conosciuto come "rosso pompeiano", che prende nome dai ricchi edifici dipinti di questo colore che si trovano a Pompei. Sono presenti anche tracce di giallo, verde e blu.
Finora la Durostorum/Drastar romana e medioevale ha restituito un totale di venti strutture, durante gli scavi di salvataggio, inclusi edifici pubblici del IX-X secolo d.C. (primo impero bulgaro), un insediamento medioevale situato alla periferia della città, parte delle fortificazioni turco-ottomane, costruite dopo l'invasione ottomana del secondo impero bulgaro, alla fine del XIV secolo d.C.
Gli scavi sono stati condotti dagli archeologi del Museo Regionale di Storia di Silistra e dall'Istituto Nazionale e Museo di Archeologia dell'Accademia Bulgara delle Scienze.
Tombe dipinte di Silistra  - IV secolo d.C. (Foto: T. Tanchev)
Durostorum venne originariamente fondata come insediamento degli antichi Traci sul basso Danubio. Nel 29 d.C. i Romani vi costruirono una fortezza, mantenendo al sito il nome tracio di Durostorum. Dopo le campagne militari contro i Daci a nord del Danubio, l'imperatore Traiano fece stanziare l'XI Legio Claudia nella città, che divenne sede permanente delle truppe romane fino al crollo dell'impero. Nel 169 d.C., durante l'impero di Marco Aurelio, Durostorum divenne municipium. Tra il II e il IV secolo d.C. era un importante centro militare e urbano della provincia romana della Mesia inferiore e roccaforte romana contro le invasioni barbariche.
I primi dodici santi cristiani dell'odierna Bulgaria erano soldati romani uccisi a Durostorum durante la grande persecuzione dell'imperatore Diocleziano tra il 303 e il 313 d.C.. Tra costoro vi erano San Dasius e San Giulio il Vecchio. Nel 388 d.C. l'attuale Silistra divenne sede di una diocesi cristiana. Qui nacque il generale romano Flavius Aetius (391-454 d.C.), conosciuto come "l'ultimo dei Romani" dopo la vittoria riportata sull'esercito unno nella battaglia dei Campi Catalaunici del 451 d.C.. Durante le invasioni barbariche di Sarmati, Goti, Unni, Avari, Slavi e Bulgari la città di Durostorum venne saccheggiata diverse volte. Venne, in seguito, ricostruita sotto l'imperatore bizantino Giustiniano I il Grande (527-565 d.C.).
Gli Slavi si stabilirono a Durostorum intorno al 590 d.C. e la ribattezzarono Drastar (o Drustur). La città divenne parte del primo impero bulgaro (632/680-1018), intorno al 680 d.C.. Il Khan bulgaro Omurtag è noto per aver costruito a Drastar un grande Palazzo Imperiale, dove, in seguito, lo zar bulgaro Simeone I il Grande (893-927) pose la sua residenza.
Durante gli anni più tardi del primo impero bulgaro, la regione dell'odierna Silistra era nota per i suoi monasteri sulla roccia. Nel 927 d.C. Drastar divenne la sede del primo Patriarca della Chiesa Ortodossa internazionalmente riconosciuto, Damyan. Nel 971 la città venne conquistata dai bizantini di Giovanni I Zimisce nella battaglia di Dorostolon e venne ribattezzata Theodoropolis dal santo militare Teodoro Stratelates. Nel 976 lo tzar bulgaro Samuil riconquistò nuovamente la città e la mantenne fiono al 1001, quando Drastar venne riconquistata dai bizantini.
Nel 1279, sotto lo zar Ivailo, Drastar subì un assedio di tre mesi da parte dei Mongoli. Venne conquistata dagli invasori Turchi Ottomani nel 1388 (nel 1400, secondo alcune fonti) e trasformata in una grande fortezza ottomana.

sabato 30 maggio 2015

Frammenti dell'Arco di Tito rinvenuti nel Circo Massimo

Frammenti dell'Arco di Tito rinvenuti al Circo Massimo
(Foto: AdnKronos)
(Fonte: AdnKronos) - L'arco realizzato in onore dell'imperatore Tito al Circo Massimo torna alla luce. Gli archeologi della Sovrintendenza capitolina, infatti, durante i lavori di scavo, restauro e valorizzazione dell'emiciclo del Circo hanno ritrovato alcuni grandi frammenti architettonici in marmo lunense pertinenti alla zona dell'attico e alla trabeazione dell'Arco.
Le indagini, ancora in corso, sono risultate molto complesse poiché lo scavo è realizzato al di sotto della falda di acqua che ricopre gran parte delle strutture archeologiche. E' stato riscoperto il pavimento antico in lastre di travertino e sono stati messi in luce tre plinti frontali e parte del plinto della quarta colonna. Il potente strato di riporto che copriva parte delle strutture antiche ha permesso anche la conservazione di alcune strutture murarie tardoantiche o altomedioevali di particolare importanza, attualmente in fase di studio.
In attesa delle nuove risorse necessarie per l'eliminazione delle infiltrazioni d'acqua, per la ricostruzione con la tecnica dell'anastilosi dell'arco, nonché per evitare rischi di danneggiamento, tra pochi giorni l'area del ritrovamento sarà reinterrata. L'ampiezza dell'arco è stata calcolata in circa 17 metri, per una profondità di circa 15, mentre le colonne dovevano sviluppare un'altezza di oltre 10 metri. Un monumento che, nel complesso più piccolo di quello di Settimio Severo (sulla Sacra via), doveva impressionare non poco per magnificenza e ricchezza di decorazioni, i visitatori che entravano in Roma dalla Via Appia attraverso la vicina Porta Capena.
Il monumento era a tre fornici intercomunicanti, con una platea ed una scalinata sulla fronte verso il circo, mentre si collegava con due gradini con il piano di calpestio esterno all'edificio. La fronte era caratterizzata da quattro colonne libere e quattro lesene retrostanti aderenti ai piloni. Era sormontato, sull'attico, da una grandiosa quadriga bronzea. L'arco assumeva un ruolo particolarmente importante nel corso delle processioni trionfali che celebravano le vittorie dei generali o degli imperatori. Il lungo corteo trionfale, dopo aver sfilato lungo il Circo Massimo e aver raccolto l'ovazione della folla, passava al di sotto dell'arco e proseguiva il suo cammino diretto al tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio.
Si conservano alcune raffigurazioni antiche di questo monumento, noto soprattutto nella pianta raffigurata sulla Forma Urbis oltre che su varie rappresentazioni datate dal II al IV secolo d.C.. Alla fine dell'VIII secolo d.C. l'arco doveva essere ancora in piedi, poiché l'Anonimo di Einsiedeln trascrisse l'iscrizione posta sull'attico. Successivamente, nel corso del XII secolo, il fornice centrale venne occupato, a un livello più alto, dal canale dell'Acqua Mariana, un acquedotto medioevale fatto costruire da Callisto II nel 1122, e poco oltre si costruisce la torre cosiddetta "della Moletta".
Il canale della Mariana (o "Marrana") è ancora chiaramente visibile al centro dell'area dell'arco, con il suo fondo costruito con scaglie di basalto e di marmi antichi. Gli scavi eseguiti nel 1930 demolirono le strutture e i caseggiati che nel tempo si erano sovrapposti a quanto rimaneva della parte centrale dell'emiciclo, riportando alla luce numerosi elementi architettonici riutilizzati anche in epoca medioevale.

Sarcofago ellenistico scoperto in Turchia

Gli scavi nella regione di Bursa Gemlik che hanno permesso il ritrovamento del sarcofago ellenistico
(Foto: BGNNews)
Un sarcofago di più di duemila anni, contenente ancora le ossa del defunto, una corona d'oro e lacrimatoi, è stato portato alla luce nel nordovest della provincia turca di Bursa Gemlik, durante dei lavori di costruzione di un edificio.
Altri tre sarcofagi simili erano stati scoperti, nella provincia di Bursa Gemlik, nel 2010.

Interessanti scoperte in Bahrain

La tavoletta d'oro trovata in Bahrain
(Foto: Gulf Daily News)
Nella parte sudoccidentale del Bahrain, durante uno scavo archeologico, è stata scoperta una tavoletta d'argilla recante un'antica scrittura cuneiforme databile al 500 a.C.. Con la tavoletta è emersa anche una tavoletta d'oro con incisa la figura di una donna, risalente al I secolo d.C.
Gli archeologi della missione archeologica francese che stanno scavando in Bahrain hanno affermato che la tavoletta d'argilla serviva per documentare i contratti. Le parole incise sono in lingua accadica, la lingua usata per i commercio in Medio Oriente intorno al 500 a.C.. L'iscrizione riporta che il contratto è stato stipulato nel diciannovesimo anno del re Dario, che ascese al trono achemenide nel 522 a.C.. E' la prima tavoletta cuneiforme del 500 a.C. rinvenuta in Bahrain ed attesta che, all'epoca, la regione era sottoposta al dominio babilonese.
Gli archeologi sono riusciti persino a identificare la firma sul contratto, dal momento che la parte posteriore della tavoletta è stata graffiata. Vi è inciso anche il nome della città dove il contratto è stato concluso. Gli antichi commercianti erano soliti concludere i contratti graffiando la parte posteriore della tavoletta che conteneva i termini degli stessi.
I ricercatori non sono, però, riusciti a interpretare il motivo che si trova dietro la figura della donna incisa sul piatto d'oro del I secolo trovato contemporaneamente alla tavoletta d'argilla.

Trovato un tratto dell'acquedotto di Gerusalemme

L'antico acquedotto di Gerusalemme
(Foto: Israel Antiquities Authority)
Una sezione dell'acquedotto inferiore di Gerusalemme che, più di duemila anni fa, forniva acqua alla città, è stato portato alla luce vicino ad Har Homa, durante la costruzione di una linea fognaria. Questa linea è solo parte di un più vasto progetto per installare un sistema fognario moderno.
La Israel Antiquities Authority ha condotto, in questo luogo, uno scavo archeologico in seguito al ritrovamento di parte dell'antico acquedotto. Si tratterebbe, secondo il Dottor Ya'akov Billing, direttore degli scavi, dell'acquedotto inferiore di Gerusalemme, costruito dagli Asmonei, che restò in funzione, con qualche interruzione, fino a un centinaio di anni fa. L'acqua veniva trasportata in un canale aperto e 500 anni fa, durante il periodo ottomano, un tubo di terracotta venne installato all'interno del canale per proteggere l'acqua.

I danzatori di Beit Hoemek

Il frammento trovato a Beit Haemek negli anni '70 del secolo scorso
(Foto: Nimrod Getzov, Israel Antiquities Authority)
Un'immagine impressa su un sigillo trovato mezzo secolo fa nella Galilea occidentale, reca la traccia più antica che sia conosciuta in Israele riguardante la musica, secondo una recente interpretazione. Gli archeologi ritengono che la scena rappresentata sul frammento sia la parte musicale di un rituale di 5000 anni fa: il matrimonio sacro tra un sovrano mesopotamico ed una dea, rappresentata da una sacerdotessa.
Il sigillo è stato rinvenuto tra le rovine di Beit Haemek, centro abitato dell'Età del Bronzo. La scena è stata ottenuta rotolando un cilindro sul quale era stata scolpita. Mostra due donne in piedi ed una seduta che suona uno strumento musicale, forse una lira. L'identificazione è avvenuta tramite comparazione con quanto ritrovato in Mesopotamia.
La cerimonia raffigurata comprendeva un banchetto allietato da musica e danza, al termine del quale il re e la dea si sarebbero incontrati per consumare la loro unione. Si tratta della prima volta, secondo quanto dichiarato dalla Israel Antiquities Authority, che viene individuata, in Israele, su un sigillo del III millennio a.C., una scena musicale. Molti sigilli della prima Età del Bronzo raffigurano il rito del matrimonio sacro (ierogamia), ma quello appena ritrovato a Beit Hamaek è l'unico che non ricorra a figurazioni geometriche.

domenica 24 maggio 2015

Altri ritrovamenti a Blanda

Tomba medio imperiale di Blanda (Foto: miocumune.it)
Ritrovamento eccezionale in Calabria, nei pressi del piccolo centro di Tortora, in provincia di Cosenza. Durante i lavori per l'installazione delle reti a banda larga, sono emersi i resti di antiche mura che, secondo gli archeologi, sono quelle di una antichissima necropoli lucana. Tortora sorge al confine con la Basilicata e, nei secoli, ha conosciuto diverse culture tra le quali anche quella dei Lucani, degli Enotri, dei Greci e dei Romani.
Gli archeologi basano la loro ipotesi sulle fonti storiche che parlano di un insediamento lucano alle falde del colle di Palécastro, là dove sarebbe sorta la città di Blanda, legata ai Lucani che le dettero il nome, ma di origine enotria. I resti trovati a Tortora potrebbero essere più antiche ancora di Blanda e se così fosse, sarebbero i più antichi resti lucani della zona.
I resti di Blanda, i cui reperti popolano le vetrine del locale museo, entreranno nel Parco Archeologico che presto sarà aperto al pubblico. Le antiche fonti storiche (Plinio il Vecchio, Tito Livio, Tolomeo, la Tabula Peutingeriana, l'Itinerario Antonino) citano in modo piuttosto confuso la città di Blanda tanto che il suo sito venne definitivamente identificato solo nel 1891 dallo storico Michele Lacava, che la collocò nei pressi del piccolo centro di Tortora. E' stato lo stesso Laclava a scavare per primo il sito ed in seguito è intervenuta la Soprintendenza calabrese, che ha condotto qui degli scavi con Gioacchino Francesco La Torre. Scavi che hanno confermato la localizzazione della città sul colle Palécastro.
Area archeologica di Blanda  (Foto: museodeibrettiiedelmare.it)
Le origini di Blanda risalgono al VI secolo a.C., quando gli Enotri che provenivano dal Vallo di Diano iniziarono a colonizzare la costa. Sono state ritrovate molte tombe con i tipici corredi funerari lucani. A metà del VI secolo a.C. l'insediamento venne abbandonato a causa di un terremoto. Nel IV secolo a.C. i Lucani lo ricostruirono, lo fortificarono e lo chiamarono Banda. Nel III secolo a.C., in seguito alla guerra annibalica, Blanda tornò a spopolarsi finquando venne espugnata da Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C. e tramutata in colonia romana nel I secolo a.C.
I Romani costruirono il Foro con una basilica, tre templi dedicati alla Triade Capitolina e dotarono Blanda di una rete di strade ortogonali che sono state recentemente trovate. Con Augusto Blanda divenne municipium con il nome di Blanda Julia e fu un importante centro amministrativo e giudiziario. La città continuò a vivere fino al V secolo d.C., quando la zona circostante venne saccheggiata e distrutta dai barbari e Blanda venne abbandonata per l'ennesima volta e costruita sulla dorsale della valle della Fiumarella di Tortora.
Il bollo di Marco Arrio Clymeno (Foto: miocomune.it)
La nuova Blanda ospitava una chiesa piuttosto importante e divenne sede vescovile. Nel VI e VII secolo d.C. venne devastata dalle incursioni dei Longobardi che si impadronirono della città nell'VIII secolo d.C.. La popolazione abbandonò nuovamente Blanda nel X secolo per radunarsi attorno alla roccaforte longobarda delle Tortore, insediamento che diede il nome all'attuale centro di Tortora.
L'area di scavo ha restituito 120 tombe enotrie e lucane, con vasi di fattura italica di varie dimensioni e pezzi di importazione magnogreca. I reperti sono custoditi nel Museo di Blanda, che si trova nel centro storico di Tortora. Sul colle di Palécastro gli archeologi hanno messo in luce una cinta muraria ed un centro abitato romano che risale ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C.. Sono emersi i resti di tre piccoli templi, di un piedistallo di un monumento commemorativo del I secolo d.C. con dedica al duumviro M. Arrio Clymeno e varie insulae con abitazioni civili. Ai piedi del colle sono stati intercettati e scoperti i resti di un mausoleo monumentale.
Nel 2011 è emersa una tomba a cappuccina con inumazione supina risalente ad età medio imperiale. Lo scheletro che vi è stato trovato era in perfetta connessione anatomica. Si tratta di un maschio adulto, privo di corredo funebre. Le tegole utilizzate per la sepoltura hanno tutte il bollo e il cartiglio rettangolare con la scritta M. Arri, che si riferisce a Marco Arrio Clymeno, magistrato supremo di Blanda nel II secolo d.C.

sabato 23 maggio 2015

Scoprire Egnazia

L'area archeologica di Egnazia (Foto: Wikipedia)
Egnazia, che gli antichi chiamavano Egnathia o Gnathia, era una città di origine messapica che si trovava nei pressi dell'attuale Fasano (Brindisi). Di questa città oggi resta un'importante testimonianza che è inserita in un parco archeologico con annesso Museo Nazioinale.
Quinto Orazio Flacco arrivò qui percorrendo la via Appia nel 37 a.C., accompagnato dagli amici Mecenate, Virgilio, Plozio Tucca e Vario Rufo. Il viaggio viene descritto nella V Satira del I libro dei Sermones. Egnazia fu un attivo centro di traffici e di commerci anche grazie alla sua posizione geografica e al passaggio della via Traiana.
Ora Egnazia si presenta ai visitatori aprendo aree finora riservate solo agli studiosi: le Terme del Foro e l'Acropoli, per esempio, poco lontana dal mare, l'unico luogo che conserva integralmente la stratigrafia dell'intera storia della città, dall'Età del Bronzo al Medioevo.
I visitatori potranno servirsi, per conoscere Egnazia, di nuovi pannelli illustrativi bilingui e di strumenti digitali, tablet che, con l'ausilio del Gps, permettono di ottenere le informazioni fondamentali sulla città e sui suoi resti. Le ricostruzioni in 3D, inoltre, coinvolgono i visitatori nella vita quotidiana dell'antica città.
Mosaico delle Tre Grazie proveniente dalla Basilica Civile Romana
(III-IV secolo d.C., Museo Nazionale di Egnazia) (Foto: Val Reid)
Le mura messapiche sono certamente una delle "attrazioni" del percorso, dal momento che sono state recentemente donate allo Stato dalla famiglia Melpignano. Si potranno, inoltre, vedere i grandi forni per la produzione della calce, risalenti al V-VI secolo d.C. e le due basiliche paleocristiane.
Gli scavi hanno permesso di accertare che il primo insediamento - formato per lo più da capanne - risale al XVI secolo a.C. (Età del Bronzo). Durante l'Età del Ferro (XI secolo a.C.) approdarono qui genti provenienti dai Balcani, gli Iapigi, nell'VIII secolo a.C. arrivarono i Messapi di probabile origine illirica. L'occupazione romana data al III secolo a.C., Del periodo messapico rimangono le mura di difesa, alte 7 metri e lunghe 2 chilometri, e le necropoli con tombe a fossa e a semicamera con affreschi. Ma è sicuramente il periodo romano quello che ha lasciato più testimonianze: ampi resti della via Traiana, il Foro, la Basilica Civile con l'Aula delle Tre Grazie, il Sacello delle Divinità Orientali, l'Anfiteatro, il Criptoportico. Le due basiliche paleocristiane risalgono all'epoca altomedioevale ed un tempo erano decorate con pavimenti musivi.
Altrettanto importante dell'area emersa è l'area sommersa di Egnazia. La città, infatti, fu funestata da diverse calamità, tra le quali un maremoto che provocò l'abbassamento del livello di costa e la scomparsa, sotto il livello del mare, di parte della necropoli.
Molto probabilmente la fine di Egnazia fu una conseguenza del saccheggio dei Goti di Totila, nel corso della guerra greco-gotica (545 d.C. circa). In epoca paleocristiana, Poi, la malaria e le frequenti incursioni saracene spinsero i pochi abitanti rimasti a rifugiarsi nell'entroterra e a dar vita a quello che, in seguito, saranno Fasano, Monopoli ed altri piccoli centri.
L'area archeologica di Egnazia vista dall'Acropoli (Foto: Wikipedia)

Novità sulla ragazza di Egtved

I capelli della ragazza di Egtved (Foto: Museo
Nazionale di Danimarca)
La ragazza di Egtved, in Danimarca, vissuta durante l'Età del Bronzo, era originaria di un altro paese. L'hanno rivelato le analisi degli isotopi di stronzio effettuate sui denti della ragazza. La stessa analisi, ripetuta sui capelli e sulle unghie, ha permesso di appurare che la giovane aveva viaggiato molto, nel corso degli ultimi due anni della sua vita.
Anche i vestiti e il corredo che accompagnavano la ragazza nel suo ultimo viaggio provengono da una zona al di fuori della Danimarca. Le indagini incrociate hanno individuato, come luogo d'origine, la Foresta Nera tedesca. Lo stesso risultato è stato ottenuto facendo le analisi sui resti cremati di un bambino di sei anni sepolto con la ragazza. I resti di quest'ultima risalgono al 1370 a.C.
Lo stronzio è un elemento che si trova nella crosta terrestre, la sua concentrazione è soggetta alle variazioni geologiche. Gli esseri umani e le piante assorbono lo stronzio attraverso l'acqua e il cibo. Misurando gli isotopi di stronzio nei resti archeologici, i ricercatori posso stabilire dove vivevano gli esseri umani e dove crescevano le piante.
La ragazza di Egtved rimase a lungo, due anni prima della morte, in un luogo molto simile a quello d'origine. Poi si trasferì in un'area che potrebbe essere lo Jutland. Le analisi degli isotopi di stronzio nei capelli e nelle unghie indicano che in seguito non fece più ritorno in quelle terre.
I ricercatori pensano che la giovane provenisse dal sudovest della Germania, dalla Foresta Nera, anche se i risultati possono suggerire, in alternativa, come luogo di provenienza, la Svezia o la Norvegia occidentale. Sicuramente la lana con cui è stato forgiato l'abito della giovane non è di origine danese. Il sud della Germania e la Danimarca, durante l'Età del Bronzo, era centri di potere molto simili. Probabilmente la giovane di Egtved proveniva dalla Germania meridionale e venne data in moglie ad un uomo originario dello Jutland per saldare l'alleanza di due famiglie potenti.

venerdì 22 maggio 2015

I georgiani e il vino

Gli scavi ad Imiri (Foto: Agende News)
Gli scavi archeologici attualmente in corso in Georgia potrebbero rivelare che questo Paese è stato il luogo di nascita della coltivazione della vite. Gli scavi interessano il sito il villaggio di Imiri, nella regione di Kvemo Karli.
Gli archeologi pensano che la civiltà che viveva in questo luogo coltivava ed utilizzava l'uva selvatica e la vite sia per motivi medici che religiosi. Sin dall'antichità, infatti, in Georgia vite e vino erano strettamente collegati al culto e ai riti religiosi. Ancora oggi l'uva, il succo d'uva e i suoi prodotti occupano un posto importante nella dieta del popolo georgiano.
Nel 2014 il National Museum e l'agenzia nazionale del vino hanno posto in essere un progetto internazionale di ricerca sulla storia del vino georgiano, che è sfociata in uno scavo archeologico. Tra i risultati raggiunti vi sono il ritrovamento delle bucce e dei semi dell'uva all'interno di vecchi vasi e vasellame risalenti al VI millennio a.C.. Secondo studi archeologici, le prime tracce di viticoltura e di vino sono state trovate in antichi insediamenti neolitici in prossimità del villaggio di Imiri.
E' stato confermato che durante i primi anni del Neolitico, gli abitanti della Georgia orientale e occidentale avevano familiarità con la coltivazione della vite e con il vino e che questa attività ha avuto un ruolo importante nella vita economica della popolazione.
Oltre ai vinaccioli e alle bucce, gli archeologi hanno rinvenuto i resti della coltivazione del grano e dei legumi, attrezzi agricoli e ceramiche. Sui vasi, inoltre, sono stati trovati resti di acido tartarico e resina.

Neanderthaliani...greci

Veduta aerea di Stelida (Foto: D. Depnering)
Secondo una nuova ricerca a Stelida, sull'isola di Naxos, i neanderthaliani hanno popolato, un tempo, l'isola. Il Canadian Institute, in collaborazione con il ministero per le Antichità di Eforato nelle Cicladi ha condotto uno scavo nella zona, che ha portato alla luce una serie di oggetti che attestano l'esistenza dei primi esseri umani nella zona fino a 260.000 anni fa.
La maggior parte dei reperti sono stati ricavati dalla pietra. Rare sono le ceramiche. Fino a poco tempo fa, gli archeologi hanno pensato che l'attività umana sulle isole fosse iniziata circa nel V millennio a.C. mentre nel 1981, la scoperta di Stelida ha spostato i termini molto prima di tale datazione.

Antico villaggio neolitico trovato in Bulgaria

Gli scavi nel villaggio di Mursalevo  (Foto: Sofia Globe)
Gli archeologi bulgari hanno trovato 60 case appartenenti ad un insediamento neolitico. Si pensa che le abitazioni risalgano ad 8000 anni fa. Le case avevano circa setto-otto metri di altezza ed erano separate da strade. Il ritrovamento è stato fatto nei pressi del villaggio di Mursalevo, a circa 67 chilometri da Sofia, nella Bulgaria sudoccidentale.
Gli archeologi ritengono che le persone che hanno costruito e abitato il villaggio avevano un alto livello di cultura, dal momento che un insediamento del genere ha sicuramente richiesto la presenza di una forte organizzazione sociale. Si pensa che questa gente provenisse dall'Anatolia. Le case sono a due piani, con cornici in legno e argilla. All'interno delle case i ricercatori hanno trovato forni, pietre per macinare la farina e vasi di argilla dipinti.
Gli archeologi hanno anche trovato delle conchiglie, probabilmente facenti parte di una collana. Si tratta di uno dei pochi oggetti trovati che possono aiutare a determinare una situazione di prestigio all'interno della comunità.

martedì 19 maggio 2015

Trovato un tempio nelle cave di arenaria di Gebel el Silsilah

Le perline trovate a Gebel el Silsila (Foto: Gebel el Silsilah
Survey Project)
I resti di un tempio di 3300 anni fa, probabilmente costruito durante la XVIII Dinastia dal faraone Thutmosis II, sono stati trovati nel sito di Gebel el Silsilah, la più grande cava di arenaria d'Egitto, situata a nord di Assuan.
Precedentemente il tempio era stato descritto come un "distrutto tempio ramesside". E' stato scoperto durante i lavori di scavo da archeologi dell'Università svedese di Lund, guidati dalla Dottoressa Maria Nilsson e dal Dottor John Ward. "Siamo riusciti a localizzare il tempio basandoci sulla mappa rudimentale pubblicata da Borchardt e sulla base di un disegno inedito di Lacovara", ha dichiarato la Dottoressa Nilsson.
I resti del tempio hanno rivelato testimonianze archeologiche di almeno quattro periodi storici dell'Antico Egitto: l'epoca di Thutmosis e di Hatshepsut, l'epoca di Amenhotep II, quella di Ramses II e il periodo romano.
Gebel el Silsila è una gola rocciosa che si trova tra i villaggi di Kom Ombo e di Edfu, dove il fiume Nilo si restringe ed attraversa alte scogliere di arenaria. Diversi santuari sono stati edificati nella zona durante il regno dei faraoni Thutmosis I, Hatshepsut, Thutmosis III ed Horemheb.
"L'importanza del ritrovamento è che cambia la storia del sito e stabilisce definitivamente che Gebel el Silsila, nota come cava di arenaria, era anche un luogo sacro. Gli archeologi attualmente stanno studiando il materiale e stanno lavorando sulla ricostruzione del sito in 3D", ha dichiarato il Dottor Ward.
Tra i reperti recuperati nella zona del tempio, vi sono parecchie perline della XVIII Dinastia, intonaco colorato, cocci di ceramica, resti di vasi e uno scarabeo di colore blu. Quanto rimane del tempio misura circa 35,2 per 18,4 metri e comprende basi di colonne e pareti interne ed esterne. La fase più antica della costruzione era in calcare.

Trovate le prove di terribili rituali in Bolivia

Segni di tagli orizzontali all'esterno dell'orbita sinistra di uno dei
teschi Wata Wata che portano a pensare ad un'asportazione
dei globi oculari (Foto: Sara K. Becker)
Non lontano dalle sponde del lago Titicaca, nella regione di Kallawaya, in Bolivia, gli archeologi hanno scavato il sito di Wata Wata, risalente ad un periodo compreso tra il 200 e l'800 d.C.. Qui hanno scoperto tre teschi appartenenti a persone percosse, decapitate e smembrate.
Nelle Ande centrali era diffusa, dal punto di vista artistico, la rappresentazione di teste mozzate: sculture in pietra che servivano da tazze cerimoniali raffigurano divinità recanti un'ascia in una mano e una testa appena staccata dal corpo nell'altra. Finora, però, gli archeologi hanno sempre pensato che si trattasse più di arte figurativa che di una realtà vera e propria, dal momento che nessuna prova fisica di simili violenze era stata mai trovata.
Pare che, ora, vi sia la prova che simili cruenti rituali non erano mere rappresentazioni figurative. La bioarcheologa Sara Becker, dell'Università della California, e l'archeologa Sonia Alconini, dell'Università di San Antonio in Texas hanno annunciato di aver scoperto un luogo in cui sono state poste teste umane macellate. L'analisi osteologica ha provato che si trattava di un cranio maschile e di due femminili, tutti con una lieve deformazione della volta cranica, provocata attraverso l'applicazione di strette fasce fin dall'infanzia.
I tre individui hanno subito percosse e violenze nell'immediatezza o al momento stesso della morte, comprese raschiature di carne dalle ossa e bruciature. Segni di taglio sulle vertebre del collo e del cranio di una delle due donne, è la prova che è stata scotennata e decapitata. Alcuni tagli nei pressi degli zigomi fanno pensare che le siano stati cavati anche gli occhi.
Il capitano Inca Topa Amaro Ynga raffigurato
mentre cava gli occhi a un ribelle
(1613, cronaca di Guaman Poma de Ayala)
Il teschio maschile, appartenente ad un adulto, mostra i segni di una rottura del setto nasale che si è saldata prima della sua morte, una frattura del cranio perimorte provocata da massicci colpi inferti al lato della testa. Anche questo teschio mostra segni che fanno pensare ad un'estrazione dei globi oculari.
L'altro teschio, appartenente ad una femmina adulta, presenta anch'esso tracce di un forte colpo alla testa che è stato causa di morte. La donna è stata poi decapitata, la mascella asportata e gli occhi cavati.
A causa dell'antichità dei teschi, le Dottoresse Becker e Alconini non possono essere certe al cento per cento della violenta catena di eventi che portarono alla morte dei tre individui. Sicuramente lo smembramento è avvenuto successivamente ai traumi cranici e almeno uno dei due defunti è stato scarnificato. L'evidenza bioarcheologica dei tagli attorno alle orbite di prigionieri dei Moche e le prove storiche di pratiche di sevizie Inca, fanno pensare che la rimozione dei globi oculari fosse una comune forma di tortura.
I crani di Wata Wata non erano teste trofeo, secondo le Dottoresse Becker e Alconini. Si trattava di resti umani utilizzati per essere portati in trionfo, dal momento che ci sono prove che i teschi venivano appesi a delle funi o conficcati su pali di una certa altezza. I ricercatori pensano che questi tre individui siano stati trattati in questo modo per privarli del loro potere. L'estrazione fisica degli occhi dalle teste Wata Wata potrebbe rappresentare la privazione del potere "accecante" che questi individui possedevano in vita.

domenica 17 maggio 2015

Lo scheletro del diluvio in esposizione a Philadelphia

La parte superiore dello scheletro scoperto
da Wolley ad Ur ed ora in esposizione
al Museo Penn (Foto: Kyle Cassidy)
E' esposto dallo scorso anno al pubblico, nel Museo Penn di Philadelphia, uno scheletro risalente a 6500 anni fa, trovato in un magazzino di antropologia fisica, in gran parte intatto e proveniente dagli scavi in Iraq.
Lo scheletro, rinvenuto nel 1929-1930 nello scavo di Sir Leonard Woolley presso il sito di Ur, nell'attuale Iraq meridionale, è di almeno duemila anni più antico dei reperti e dei materiali rinvenuti nelle famose Tombe Reali della Mesopotamia. Woolley, dopo aver scoperto il cimitero reale, volle scavare ulteriormente ad un livello di profondità maggiore, dove raggiunse uno strato di limo e trovò delle sepolture che vi erano state inserite ed un altro strato ancora contenente segni di civiltà. Il limo venne ribattezzato come "strato dell'inondazione".
Woolley determinò che il sito originario di Ur era, in realtà, una piccola isola circondata da una palude. Una grande inondazione finì per coprire tutta la terra. Nonostante questo, in seguito, la gente continuò a vivere e prosperare ad Ur, mentre l'alluvione determinò la nascita di diverse leggende, la prima delle quali deriva da Sumer e si ritiene sia alla base del racconto biblico del diluvio universale, scritto millenni più tardi.
L'uomo sepolto nell'antico limo di Ur è stato rinvenuto con dieci vasi in ceramica e i ricercatori hanno stabilito che visse in un periodo successivo alla grande inondazione. Gli archeologi lo hanno battezzato Noè, anche se molti ritengono che fosse più adatto il nome di Utnapishtim, l'uomo che, all'epoca di Gilgamesh, era sopravvissuto al diluvio universale.
Secondo la Dottoressa Janet Monge, curatrice della sezione di antropologia fisica del Museo Penn, lo scheletro appartiene ad un uomo piuttosto robusto, che, al momento della morte aveva circa 50 anni. Fu seppellito completamente disteso, con le braccia lungo i fianchi e le mani poggiate sull'addome. Gli scheletri del periodo in cui visse il defunto, chiamato Periodo di Ubaid (circa 5500-4000 a.C.) sono estremamente rari, ancor più raro è trovare degli scheletri completi. Wolley scavò 48 tombe del Periodo Ubaid, nei pressi di Ur. Dei resti umani rinvenuti, solo quelli ora esposti al Museo Penn vennero giudicati in condizione di essere recuperati.

Scoperta una ricchissima tomba in Cina

I braccialetti d'oro e pietre di Mei, di 7 cm di diametro
con zaffiri, rubini e un turchese
 (Foto: Livescience.com)
A Nanchino, in Cina, è stata scoperta una sepoltura della dinastia Ming che ha restituito un vero e proprio tesoro in oro. La sepoltura conteneva anche due scritte sulla pietra che riassumono la storia della persona sepolta, Mei, una donna che da concubina divenne consigliera di stato del figlio duca.
Mei, recitano gli epitaffi, a ventun'anni era una giovane piuttosto sporca e trasandata. Più tardi divenne madre del duca che governava la provincia cinese sudoccidentale. Questo le conferì molto potere e le consentì di consigliare il figlio sulle migliori strategie per rappacificare le tribù ribelli e l'intera regione.
I tesori contenuti nella sepoltura hanno più di 500 anni, vi sono braccialetti d'oro, una scatola per profumi ugualmente d'oro e forcine per capelli dello stesso metallo. Tutti i reperti del tesoro sono intarsiati con pietre preziose, tra le quali zaffiri, rubini e turchese. La tomba è stata scavata dagli archeologi del Museo Municipale di Nanijing nel 2008 ed è stata trovata danneggiata dall'acqua. Malgrado questo i resti mortali di Mei sono stati trovati quasi intatti.
Una scatola per profumi trovata nella tomba di Mei. Reca
sette caratteri in sanscrito. La ornano quattro zaffiri,
cinque rubini e un turchese
(Foto: Livescience.com)
I ricercatori affermano che Mei era una delle tre mogli di Bin Mu, duca di Qian, che governò lo Yunnan, una provincia alla frontiera cinese. Aveva circa 15 anni quando sposò il duca, che era di trent'anni più anziano. Il trisavolo di Mei, Cheng, pare fosse un valente generale, al quale era stato anche concesso un feudo.
La vita di Mei cambiò quando diede alla luce Mu Zong, figlio di Bin Mu. Il bimbo aveva solo dieci mesi quando il duca morì e Mei, di appena 21 anni di età, trascurò notevolmente il suo aspetto, fino ad apparire piuttosto trasandata e si definì "la sopravvissuta". Comunque si prese l'onere dell'educazione del figlio per allevarlo al suo compito di duca. Gestì la famiglia con forte disciplina e curò gli affari del defunto marito in modo esemplare. Mei insegnò a suo figlio la fedeltà e la devozione figliale e lo istruì all'esercizio del dovere.
Quando Mu Zong ebbe l'età per assumere direttamente la funzione per la quale era stato educato, lui e sua madre partirono per incontrare l'imperatore, il quale gli conferì ufficialmente l'incarico di controllare lo Yunnan, la provincia governata precedentemente dal padre. Gli epitaffi in pietra trovati nella sepoltura di Mei dicono che l'imperatore investì la donna del titolo di Duchessa Vedova.
Mu Zong tenne sempre in grande considerazione i consigli materni e Mei ebbe sempre saggi consigli per suo figlio. Ella morì all'età di 45 anni, nel 1474, per una malattia e venne sepolta a Nanchino. Alla sua morte tutto il popolo della provincia di Yunnan fu addolorato e l'imperatore ordinò per lei un funerale di stato ed una ricca sepoltura.
Una forcina d'oro a forma di crisantemo, con rubino al centro e zaffiri e rubini sui petali (Foto: Livescience.com)

venerdì 15 maggio 2015

Scoperta la sepoltura di un bambino a Hereford

La sepoltura del bambino trovata a Hereford (Foto: BBC)
I resti di un bambino sassone sono stati trovati sepolti accanto alla cattedrale di Hereford, sul luogo dove, un tempo, secondo gli archeologi, sorgeva un palazzo sassone. Si pensa che il bambino avesse un'età compresa tra i 10 ed i 12 anni, al momento della morte. La scoperta è avvenuta durante uno scavo archeologico.
Pare che il bambino sia stato seppellito con molta dignità, malgrado appaia di origine umile. Gli scavi hanno rivelato anche l'esistenza di un palazzo sassone costruito proprio vicino la cattedrale di Hereford tra l'850 e il 950 d.C.. La cattedrale venne saccheggiata e distrutta da un incendio nel 1055 e ricostruita in seguito. La terra vicina venne utilizzata come cimitero tra l'XI e il XII secolo.
Gli scavi hanno portato alla luce ben 700 sepolture ben conservate che dovranno essere studiate nel dettaglio, tra le quali quella di un cavaliere normanno che, secondo le ricerche dell'Università di Durham, ha subito ferite alle gambe coerenti con un incidente procuratosi durante una giostra. Molti dei resti umani trovati, secondo gli archeologi, sono di uomini e donne di origine normanna.

Il lebbroso di Great Chesterford

Lo scheletro del lebbroso di Great Chesterford (Foto: Pasthorizonspr.com)
Un team internazionale di archeologi che comprende gli studiosi dell'Università di Southampton, ha trovato delle prove che portano a credere che la lebbra si sia diffusa in Gran Bretagna "importata" dalla Scandinavia.
Gli archeologi hanno esaminato lo scheletro di un uomo morto 1500 anni fa, trovate, negli anni '50 del secolo scorso, a Great Chesterford, in Essex. L'uomo è morto all'età di circa venti anni e le sue ossa mostrano i cambiamenti dovuti alla lebbra. Le moderne tecniche scientifiche hanno confermato che l'uomo, in vita, soffriva della terribile malattia e che probabilmente era originario della Scandinavia meridionale.
L'archeologa Dottoressa Sonia Zakrzewski, dell'Università di Southampton, ha affermato che una parte decisiva nella ricerca lo ha avuto l'analisi del Dna, che ha potuto fornire la chiara diagnosi della malattia di cui soffriva il defunto. "Non tutti i casi di lebbra possono essere identificati dalle modifiche sullo scheletro. - Ha dichiarato la Dottoressa Zakrzewski. - Alcuni possono non lasciare traccia alcuna sulle ossa; altri interessano le ossa in modo simile ad altre malattie. In questi casi, l'unico modo per essere sicuri che si tratti di lebbra è quello di utilizzare il Dna o altri marcatori chimici del bacillo della lebbra".
La lebbra di cui soffriva l'uomo le cui ossa sono state analizzate apparteneva allo stesso ceppo rilevato precedentemente nelle sepolture medioevali della Scandinavia e in quelle della Britannia meridionale, con la differenza che l'uomo è vissuto nel V o VI secolo d.C.

Il muro di Shahr-i Sokhta, la città bruciata

Vista degli scavi nella Città Bruciata (Foto: Press TV)
Gli archeologi hanno portato alla luce il muro più alto del sudest iraniano, nella città di Shahr-i Sokhta, nella provincia del Sistan-Baluchistan. Il muro di mattoni è stato scoperto a Taleb Khan Mound e risale al quarto periodo della città, il cui nome significa "città bruciata". Gli scavi hanno restituito anche un frammento di argilla di circa quattro centimetri di lunghezza, con la rappresentazione di una gamba di mucca, risalente a 4500 anni fa.
Nello scavo sono stati trovati anche piatti intatti in argilla, figurine di animali e mattoni con antiche impronte umane. Shahr-i Sokhta è uno dei siti più grandi e più ricchi dell'Età del Bronzo in Iran e Medio Oriente ed è stata inserita nella lista dei siti patrimonio mondiale dell'Umanità nel 2014.
Si pensa che la città sia stata la capitale di un'antica civiltà che fiorì sulle rive del fiume Helmand quasi 5200 anni fa. Al massimo dello splendore arrivò ad estendersi su 300.000 ettari di superficie. La città aveva molti contatti commerciali, politici e sociali con le altre città della regione. Venne bruciata tre volte e dopo l'ultimo incendio non fu mai più ricostruita.
Shahr-i Sokhta venne scavata inizialmente dagli archeologi italiani dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO), guidati da Maurizio Tosi (1967) e venne studiata dall'archeobotanico italiano Lorenzo Costantini nel 2005. Gli studi dei ricercatori italiani hanno dimostrato che i residenti della città erano molto abili nei lavori di tessitura e nella creazione di oggetti decorativi come sculture in pietra e ceramica dipinta.

mercoledì 13 maggio 2015

Chi è sepolto nella tomba di Filippo II di Macedonia?

Cofanetto proveniente dalla tomba di Vergina. Qui vi erano le ossa combuste
di quello che si pensa sia Filippo II di Macedonia (Foto: AP Photo -
Petros Giannakouris)
Diplomatico ma anche un ottimo guerriero, questo è il profilo sintetico di Filippo II di Macedonia, che regnò dal 359 al 336 a.C. e che venne assassinato nella capitale del suo regno, Vergina, da membri della sua guardia del corpo.
Quando venne rinvenuta una spettacolare sepoltura piena di artefatti, seppellita sotto un cumulo di immondizia a Vergina - siamo nel 1970 - gli archeologi hanno intensificato gli sforzi per identificare chi l'occupava. Nel 1980 Jonathan Musgrave, John Prag e Richard Naeve hanno ipotizzato che il proprietario della tomba fosse Filippo II. La loro teoria si basava su una ferita visibile sull'orbita destra dello scheletro maschile trovato nella tomba. Filippo II, in effetti, aveva un tipo di ferita analogo. Nel 2000, però, Antonis Bartsiokas ha confutato questa teoria, asserendo che la ferita all'orbita destra dello scheletro era stata provocata dopo la morte.
I ricercatori Theodore Antikas e Laura Wynn-Antikas, in un articolo pubblicato in questi giorni sulla Rivista internazionale di osteoarcheologia, hanno cercato di risolvere l'annoso problema dell'identità dell'occupante la ricca tomba di Vergina. La loro analisi si è avvalsa della tomografia assiale computerizzata e di tecniche di fluorescenza, nonché di raggi X. Secondo i due ricercatori gli occupanti della sepoltura sono Filippo II ed una principessa scita.
Un affresco della facciata della tomba che si crede essere di Filippo II
di Macedonia (Foto: AP Photo - P. Giannakouris)
Lo scheletro maschile appartiene ad un individuo la cui età, al momento della morte, si aggirava intorno ai 40-50 anni. Numerose sono le prove, sulle ossa, di lesioni subite in vita dall'uomo. Innanzitutto è stato accertato che l'uomo era abituato a montare a cavallo, poi i due ricercatori hanno trovato tracce, nei seni facciali, di una vecchia ferita al volto (Filippo II aveva un tipo di ferita del genere). Cambiamenti nelle ossa e nelle innervature, inoltre, suggeriscono che l'uomo aveva una malattia polmonare.
Demostene riferisce che Filippo II ebbe, durante la sua vita, lesioni ad un occhio, ad una mano, alla clavicola e ad una gamba. La lesione alla mano è stata perfettamente documentata sullo scheletro della tomba di Vergina.
Lo scheletro femminile, sepolto nella medesima tomba, appartiene ad una donna morta all'incirca all'età di 30 anni, che ha sofferto, in vita, di ernia del disco dovuta alla prolungata abitudine a cavalcare. La donna aveva anche una frattura della gamba che, al momento della morte, si era ricomposta ma che aveva accorciato l'arto interessato. L'età e la propensione ad un uso frequente del cavallo hanno suggerito agli archeologi che lo scheletro possa appartenere alla settima moglie di Filippo II, la figlia di Atheas, re di Scizia.
Naturalmente le conclusioni di Theodore Antikas e Laura Wynn-Antikas non sono definitive per l'attribuzione di un'identità certa ai due scheletri trovati nella tomba di Vergina. I due ricercatori, però, hanno richiamato l'attenzione su alcune ossa mai analizzato prima, trovate anch'esse nella sepoltura. Si tratterebbe di sette individui, tra i quali un feto e quattro neonati di circa 8-10 mesi di vita. Ancora non si è riusciti a capire quali fossero i legami tra questi altri sette scheletri e l'uomo e la donna che sono i principali "proprietari" della tomba.

martedì 12 maggio 2015

Trovato in Bulgaria il giocattolo più antico d'Europa?

La cicogna scoperta a Zlatograd, in Bulgaria
(Foto: ancient-origins.net)
E' stato scoperto a Zlatograd, in Bulgaria, un antico artefatto in bronzo che gli archeologi ritengono essere il più antico giocattolo per bambini mai ritrovato in Europa. Si tratta di una testa di cicogna mobile, con gli occhi in pietre dure, posta su una sorta di treppiede. Il giocattolo risalirebbe al 1500-1200 a.C., quando i Traci, una popolazione indoeuropea, abitavano la penisola balcanica. Il manufatto è stato trovato con altri reperti archeologici dalla gente del luogo. A Zlatograd, in precedenza, erano state individuate tracce di santuari e tombe scavate nella roccia.
Si pensa che la costruzione di giocattoli per bambini risalga al Pleistocene. Alcuni archeologi suggeriscono che anche gli ominidi smussavano le pietre per renderli giocattoli due milioni di anni fa. Uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of Archaeology di Oxford ha fornito la prova che i bambini neanderthaliani giocavano con sassi giocattolo.
La prova più valida della costruzione di un giocattolo è stata trovata in Egitto e risale al 3000 a.C. circa. I bambini egiziani giocavano con bambole dotate di parrucche che avevano volti e membra mobili. Avevano anche animali scolpiti in avorio, osso, legno, ceramica o pietra che avevano anch'essi membra mobili. Più tardi i bambini greci si divertivano a giocare con i primi, rudimentali, puzzle.
Non tutti sono convinti che la cicogna trovata a Zlatograd sia il giocattolo più antico d'Europa. L'archeologo Nikolay Ovcharov è del parere che la cicogna in bronzo potrebbe, piuttosto, essere un'icona religiosa.

La fabbrica egizia delle "reliquie" animali

Contenitore e mummia di gatto vista ai raggi X (Foto: Discovery.com)
Quella della mummificazione degli animali era un'industria piuttosto prospera, nell'antico Egitto, anche se, come hanno scoperto i ricercatori del Museo e dell'Università di Manchester, un terzo delle 800 mummie di animali analizzate ai raggi X sono, in realtà, involucri vuoti. Praticamente si tratterebbe di una sorta di truffa ante litteram.
Gli involucri "incriminati" non contengono, infatti, le ossa degli animali imbalsamati, ma piuttosto parte del materiale organico che è servito agli imbalsamatori per preparare il loro lavoro. Questo è quanto è stato rivelato dalla Dottoressa Lidija McKnight alla BBC. I ricercatori ritengono che siano stati letteralmente macellati circa 70 milioni di animali dagli antichi egizi per alimentare l'industria della mummificazione rituale.
Vi erano quattro tipi di mummie animali: quelle degli animali domestici morti per cause naturali e sepolte con i loro padroni; le mummie di animali sacri, adorati e coccolati in vita e sepolte in tombe riservate una volta defunti; le mummie di animali che servivano da alimento per i defunti nell'aldilà e le mummie degli animali utilizzate come offerte religiose, che erano la maggioranza. Gli animali destinati a quest'ultimo scopo avevano una vita breve, visto che dovevano diventare mummie votive.
La pratica della mummificazione degli animali iniziò in Egitto già nel 3000 a.C. e raggiunse l'apice tra il 650 a.C. e il 200 d.C., quando milioni di animali - soprattutto cani e gatti - venivano allevati dai sacerdoti nei templi al solo scopo di essere uccisi e mummificati. Secondo i ricercatori la domanda di questo genere di mummie superava l'offerta, il che ha probabilmente indotto i sacerdoti a "truffare" i fedeli con involucri vuoti rivenduti come mummie feline o canine.
La Dottoressa McKnight sostiene che questa singolare procedura poteva non essere vista come una vera e propria truffa, poiché - probabilmente - i pellegrini che acquistavano queste mummie sapevano che stavano acquistando ed offrendo una mummia non proprio "canonica". Del resto agli antichi Egizi era sufficiente un piccolo frammento di osso o materiale connesso agli animali in questione per rendere l'offerta gradita agli dèi.

Scoperto un cerchio di pietre a Dartmoor

Alcune delle pietre del Sittaford Stone Circle (Foto: Autorità del
Parco Nazionale di Dartmoor)
E' appena terminata la prima fase di esplorazione archeologica a Dartmoor, nell'Inghilterra sudoccidentale, che ha compreso un'indagine geofisica su un grande cerchio di pietre recentemente scoperto nei pressi di Sittaford Tor.
Il cerchio è stato scoperto dopo che la vegetazione è stata rimossa per mezzo di un incendio controllato. Si trova a 525 metri sul livello del mare, il che lo rende il cerchio di pietre più alto dell'Inghilterra del sud ed ha 34 metri di diametro. Il cerchio è costituito da 30 pietre reclinate, più una che giace fuori dal cerchio stesso, incorporata attualmente in un muro di recinzione non completato. Le pietre provengono, con tutta probabilità, da Sittaford Tor e sono di dimensioni abbastanza uniformi, il che suggerisce che siano state scelte con cura.
Quando venne eretto, questo cerchio doveva apparire molto imponente e doveva dominare il paesaggio circostante. Si tratta di un cerchio che somiglia ad altri situati lungo il perimetro nordorientale di Dartmoor, forse tutti ugualmente pianificati, che servivano da collegamento tra le comunità locali dell'Età del Bronzo e del tardo Neolitico. Le datazioni al carbonio finora effettuate hanno restituito una datazione risalente al III millennio a.C.
Le indagini preliminari hanno anche individuato un ampio fossato appena fuori dal lato orientale del cerchio. Le indagini saranno completate entro quest'estate.

Ciondoli e denti d'orso dall'Alaska

Gli scavi in Alaksa (Foto: Ben Potter)
Nell'interno dell'Alaska, in una foresta di abeti rossi, gli archeologi dell'Università di Fairbanks hanno portato alla luce un pendente in osso che potrebbe essere il primo esempio di manufatto artistico trovato nel nord America.
Gli archeologi hanno anche scoperto le tracce di quella che doveva essere una tenda, all'interno del suo perimetro uno studente ha scoperto il ciondolo in osso. Inizialmente i ricercatori hanno pensato che poteva trattarsi di una sorta di bottone, poi, dal momento che altri reperti del genere rinvenuti in Alaska hanno forge differenti, gli archeologi hanno pensato che possa trattarsi di una sorta di segno di distinzione di un gruppo umano dall'altro. Solitamente questi ciondoli erano portati dalle donne.
Nello stesso sito è stato trovato anche la mandibola di un orso bruno alla quale erano stati asportati i canini, forse per utilizzarli proprio come ornamenti e come amuleti per garantirsi forza e abilità nella caccia.

sabato 9 maggio 2015

Le eccezionali sepolture di Bodzia, in Polonia

Una delle sepolture di Bodzia, in Polonia (Foto: Pianetablu.wordpress.com)
Il villaggio polacco di Bodzia conserva una delle poche testimonianze cimiteriali databili agli inizi del X secolo d.C., quando la dinastia dei Piast aveva iniziato a creare la prima rudimentale comunità nazionale, convertendosi al cristianesimo e inducendo anche la popolazione a farlo.
A Bodzia sono state portate alla luce 50 sepolture di un'élite di popoli e culture diverse provenienti dalla cosiddetta "zona baltica". Il fenomeno migratorio che sottende alla presenza di queste genti in Polonia non è stato mai sufficientemente indagato. Il cimitero di Bodzia è stato rinvenuto per caso dal Gruppo di ricerca preventiva dell'Istituto di Archeologia e Etnologia dell'Accademia Polacca delle Scienze, durante le opere di realizzazione dell'Autostrada che collega la Polonia da nord a sud.
I corredi delle sepolture sono apparsi subito estremamente ricchi e contengono diverse monete. La maggior parte delle tombe è disposta su quattro file e sono stati identificati, finora, 52 individui, tra i quali 14 sono uomini e 21 donne. In 17 casi (14 bambini e 3 adulti) non è stato possibile stabilire il sesso. Si trattava della necropoli di una piccola comunità la cui aspettativa di vita non superava i trent'anni.
Gli uomini avevano un'altezza media di 168 centimetri, le donne 152 centimetri. I morti, probabilmente, erano legati tra loro da relazioni familiari ed etniche. La maggior parte delle tombe è orientata nord-sud, come tra i Franchi dell'età merovingia e nell'Europa scandinava. Molte fosse sepolcrali hanno diversità di forme, alcune avevano le pareti foderate in legno o coperture dello stesso materiale. Altre bare avevano la cassa in legno con rifiniture in ferro.
Tre delle sepolture contenevano il morto in posizione fetale, un'usanza radicata nei riti funebri delle regioni orientali e settentrionali d'Europa. Alcune sepolture conservano tracce di panni di lino. Eccezionali sono stati ritenuti i corredi e, soprattutto, la presenza delle monete: 67 pezzi integri e vari frammenti. In una tomba, in cui sono sepolti una donna e un giovane guerriero, sono state trovate sedici monete provenienti dall'Europa occidentale, dalla Scandinavia, dall'Europa meridionale e dalla stessa Polonia, tra cui un frammento di dirham arabo. Le monete sono state datate al 980-1030.
Le sepolture femminili di Bodzia contengono ornamenti tipici degli Slavi, quali, ad esempio, delle perle d'argento decorate con la tecnica della granulazione.
Alcuni degli inumati appartenevano alla classe dominante locale, lo si è dedotto dal ricco corredo con il quale sono stati sepolti: cinture con lussuose applicazioni, spade cerimoniali, mazze di quercia con applicazioni in bronzo, un lungo coltello vichingo, asce.

Gemme e misteri del castello di Attimis

Rovine del castello di Attimis
Scavi recenti nel castello di Attimis, in provincia di Udine, condotti dalla Società Friulana di Archeologia, hanno portato alla scoperta di una grossa gemma romana, una corniola piatta. Sulla gemma è raffigurato un giovane seduto su una roccia. Di fronte a lui un'aquila, uno degli animali in cui era solito trasformarsi Zeus. Il giovane è il bellissimo Ganimede, che diventerà coppiere degli dèi.
La gemma presenta delle scalfitture, che fa supporre che sia stata estratta da una cornice. Non lontano dalla gemma è stato trovano un denaro coniato a Friesach, in Carinzia, detto frisacense, emesso tra il 1147 e il 1164.
La gemma è probabilmente finita tra i rifiuti per un'intenzionale distruzione di quanto apparteneva agli anni precedenti. Il castello, che in origine si chiamava Perthenstein, che vuol dire "rocca splendida", apparteneva alla potente famiglia austriaca dei Moosburg e venne donato, nel 1106, a Matilde, figlia del marchese d'Istria, quando questa andò in sposa a Konrad, conte di Lurn, che in seguito prese il nome di Attems e fu il fondatore del casato degli Attimis.
La presenza di un sigillo d'oro dell'imperatore bizantino Alessio Comneno (1081-1118) fa pensare che Konrad abbia partecipato alla prima crociata. Un altro reperto, il frammento di un oggetto intenzionalmente spezzato, è stato trovato nel castello: si tratta di quanto rimane di una custodia di specchio in osso fabbricata in Germania.
Nel 1170 Vodolrico di Moosburg, già marchese di Toscana, donò il castello al patriarca Vodolrico II di Treffen che, nel 1172, lo concesse in feudo ad Everardo di Cuccagna. Federico II fece, poi, abbattere il castello nel 1239. Il materiale distrutto del castello servì per costruire una casa incastellata nel XV secolo che venne a sua volta distrutta.

Restaurato un importante affresco bizantino in Sicilia

La Dormitio Virginis del monastero di Santa Maria del Rogato (Foto: AMN notizie)
Un lavoro lungo nove mesi, quasi un parto, si potrebbe ben dire. Si tratta di un certosino lavoro di restauro che, ad Alcara Li Fusi, in provincia di Messina, ha permesso di far risplendere l'affresco centrale del XIII secolo custodito nel monastero di Santa Maria del Rogato e raffigurante la Dormitio Virginis.
Il restauro è stato effettuato da Davide Rigaglia ed ha permesso di azzardare nuove letture storiche sulla pittura bizantina. Durante l'intervento di recupero sono stati scoperti e restaurati anche altri frammenti e figure pittoriche.
La leggenda vuole che Alcara Li Fusi sia stata fondata da un greco della città di Turio, al seguito di Enea. In realtà non vi è alcuna evidenza storica a supporto di questa leggenda. L'abitato attuale ebbe origine in seguito alla distruzione, avvenuta nell'855 ad opera dei Saraceni, di Crasto e Dèmena, che portò gli abitanti a trasferirsi in una zona più a valle.
L'insediamento prese nome dal termine arabo Akaret, che significa "fortezza". Il primo riferimento storicamente accertato si trova in un documento del 1096, un diploma del conte Ruggero redatto in lingua greca, che individua Alcara come possedimento del vescovo di Messina.

Salvata dal degrado la Stonehenge bulgara

Il cromlech di Staro Shelezare all'indomani della sua scoperta nel 2001
(Foto: Georgi Kitov)
Un ONG bulgara è riuscita a raccogliere una considerevole somma di denaro per un fondo destinato agli scavi di salvataggio della cosiddetta Stonehenge bulgara, un cerchio di pietre (cromlech) che un tempo sorgeva nell'antica Tracia, nella Bulgaria meridionale, presso l'attuale città di Staro Zhelezare.
La struttura litica, risalente al VI secolo a.C., era un osservatorio e venne scoperto nel 2001 dall'archeologo bulgaro Georgi Kitov. A 15 anni dalla sua scoperta, tuttavia, la Stonehenge bulgara risulta completamente abbandonata alla mercé dei cacciatori di tesori e le sue condizioni sono ora veramente critiche.
Parte dei fondi raccolti dall'ONG sono stati utilizzati nell'autunno 2014 per un'esplorazione preliminare del tumulo chiamato Cholakova Mogila, che si trova nei pressi del cromlech. Il tumulo, a 12 anni dalla sua scoperta, non era stato mai pulito e nelle vicinanze era stata creata persino una discarica. Nel 2014 il Ministero della Cultura bulgaro ha proposto di seppellire il sito, dal momento che non c'erano fondi per la sua conservazione, ma ora, grazie all'impegno degli attivisti locali, sia la Stonehenge bulgara che il tumulo di Cholakova Mogila potranno essere salvati e diventare un polo di attrazione turistica importante.
Cromlech megalitici simili a quello di Staro Zhelezare sono stati trovati nella estrema parte meridionale della Bulgaria, nei monti Rodopi orientali, ma il cerchio di pietre della Stonehenge bulgara è sicuramente il più antico di tutti.

Lo splendido bracciale dei Denisoviani

Il braccialetto ritrovato in Siberia e appartenente
alla cultura Denisoviana (Foto: A. Derenyanko e
M. Shunkov)
Si tratta di un oggetto piuttosto complesso, ricavato da una pietra verde poi levigata e doveva adornare le braccia di una donna di rango elevato o di un bambino e solo in occasioni speciali. Si tratta del bracciale in pietra più antico del mondo, risalente a 40.000 anni fa.
Il bracciale è stato trovato nella regione degli Altai, in Siberia, nel 2008. Gli archeologi e i ricercatori russi lo hanno accuratamente esaminato prima di affermare la sua straordinaria antichità. Lo splendido bracciale venne forgiato dai Denisoviani con tecniche avanzatissime per l'epoca. Alla luce del sole, l'oggetto ne riflette i raggi.
Gli scienziati pensano che sia altamente improbabile che il bracciale sia stato indossato tutti i giorni. La sua bellezza e la sua fragilità lo rendevano adatto solo per le occasioni speciali. L'oggetto è stato ritrovato all'interno di una grotta nei monti Altai, rinomata per i reperti archeologici di età Denisoviana, lasciati dall'Homo Altaiensis, una specie umana distinta geneticamente dall'Homo Neanderthalensis.
Il braccialetto è in clorite e giaceva nello stesso strato in cui sono state trovati i resti ossei di alcuni umani e si è pensato che appartenesse a qualcuno di costoro. La tecnologia costruttiva dell'oggetto è comune a culture più tarde, come quella neolitica. Non è ancora chiaro come i Denisoviani abbiano forgiato questo stupefacente oggetto, la cui tecnica costruttiva è veramente avanzata.
Ricostruzione di come doveva essere il
bracciale (Foto: A. Derevyanko e M.
Shunkov - ricostruzione A. Abdulmanova)
Resti di clorite sono stati trovati nei pressi della stessa grotta che ha restituito il braccialetto. La pietra proviene da un giacimento distante ben 200 chilometri dal luogo del ritrovamento. I ricercatori russi ritengono che manchino, al bracciale, degli ornamenti che lo abbellivano. Sulla superficie esterna dell'oggetto vi è un foro, accanto al quale vi sono resti di materiale organico, forse una cinghia di cuoio. I ricercatori sono riusciti a stabilire che il braccialetto era stato indossato al braccio destro.
La grotta di Denisova, situata accanto al fiume Anuy, a 150 chilometri a sud di Barnaul, è un'attrazione turistica piuttosto importante proprio per i suoi ritrovamenti paleontologici. Qui sono stati trovati, nel corso degli anni, una serie di resti appartenenti ad animali estinti quali il mammut lanoso. In totale sono stati raccolti i resti di 66 tipi diversi di mammiferi. Ma la scoperta più emozionante è stata senz'altro quella dei resti dei primi esseri umani, vissuti già 600.000 anni fa.
Nel 2000 è stato trovato un dente di un giovane adulto e nel 2008 è tornato alla luce il braccialetto. Proprio quest'ultimo ha portato gli scienziati ad affermare che i Denisoviani erano più avanzati degli Homo Sapiens e dei Neanderthaliani. Altri gioielli trovati nella grotta, come un anello, sono al momento allo studio dei ricercatori. Il braccialetto si trova nel Museo di Storia e Cultura dei popoli della Siberia e dell'Estremo Oriente a Novosibirsk.

Continuano le scoperte ad Aquileia

Gli scavi di via delle Vigne Vecchie ad Aquileia (Foto: messaggeroveneto.it) In via delle Vigne Vecchie , ad Aquileia , lo scavo archeo...