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sabato 23 settembre 2023

Roma, riapre al pubblico la Domus Tiberiana, chiusa da 50 anni

Chiusa al pubblico dagli anni '70, la Domus Tiberiana avrebbe dovuto riaprire al pubblico nel 2021, restituendo un nuovo, importante tassello al percorso del "museo diffuso" che il Parco Archeologico del Colosseo sta ampliando da ormai diversi anni.
Ora l'imponente residenza legata al nome di Tiberio (sebbene non si debba a lui l'avvio della costruzione), primo palazzo imperiale edificato sul Palatino, con un'estensione che supera i 4 ettari, torna a mostrarsi nel suo aspetto migliore. Valorizzata, peraltro, dall'illuminazione artistica curata da Acea, con un progetto di light architecture realizzato da Areti, in luce dinamica con tecnologia a LED di ultima generazione (imponente il lavoro di impiantistica, con l'installazione di 28 proiettori a incasso al livello del via Nova, 12 proiettori lineari dedicati agli imbotti degli archi e 51 apparecchi a proiezione per l'illuminazione della facciata)
Edificata sul lato occidentale del colle - riconoscibile per le grandi arcate che affacciano sul Foro Romano - la Domus, racconta Svetonio, fu ricondotta al nome di Tiberio solo perché in corrispondenza dell'area sorgeva la sua casa natale. Ma le indagini archeologiche hanno confermato che la realizzazione del palazzo imperiale iniziò solo con Nerone, a seguito del celebre incendio del 64 d.C. e in concomitanza con la costruzione della Domus Aurea. Furono poi Domiziano e Adriano (le sale a cui si accede oggi sono di epoca adrianea) a ristrutturarla e decorarla con sfarzo di marmi e affreschi, secondo il principio che faceva passare attraverso decor e splendor l'insorgere dello stupor (la meraviglia) in chiunque si trovasse al cospetto della residenza imperiale.
Ancora tra II e III secolo, i Severi ampliarono il palazzo, che restò agibili fino all'VIII secolo, quando lo stesso pontefice Giovanni VII (al quale si deve la decorazione della vicina Santa Maria Antiqua) scelse di abitare alcuni ambienti della Domus.
La storia che segue, dopo un lungo periodo di abbandono, vede la realizzazione degli Horti Farnesiani, che alla metà del '500 inglobano quel che resta del complesso. Mentre il processo di scavo per riportare alla luce la Domus Tiberiana in epoca moderna si lega soprattutto al nome di Pietro Rosa, l'archeologo che tra gli anni '60 e '70 dell'Ottocento permise l'apertura alla fruizione del pubblico del cosiddetto Clivo della Vittoria, sovrastato da grandiose arcate alte 15 metri.
Il percorso di visita è inserito nelle sostruzioni cave del fronte nord e si articola in sette sale espositive. Quattro di queste sale sono comunicanti tra loro e offrono una vista privilegiata sul Foro Romano, mentre altre due sale multimediali, sul fronte opposto, proiettano un documentario e una ricostruzione olografica del monumento. Un percorso tattile accompagna l'esplorazione.
Le sale espositive mostrano le straordinarie architetture recentemente restaurate, i servizi che includevano le terme imperiali e le infrastrutture, nonché le superfici decorate a stucco che adornano il cosiddetto ponte di Caligola. Sullo sfondo, pitture ritraggono scene di vita a corte. L'allestimento museale presenta una visione tematica degli ambienti risalenti all'epoca di Adriano, destinati a ospitare servizi, botteghe e, presumibilmente, anche attività amministrative.
La vita quotidiana nella reggia è documentata da una vasta selezione di reperti, tra i quali ceramiche, oggetti in metallo e vetro, statuaria e decorazioni fittili, tutti recuperati durante gli scavi degli ultimi trent'anni. Questi reperti offrono preziose informazioni sui beni e i consumi dell'epoca, sulle transazioni economiche attraverso numerose monete ritrovate e sugli sfarzosi arredi degli spazi occupati dalla corte.

Fonti:
archeomedia.net
artemagazine.it

venerdì 9 luglio 2021

Roma, una passeggiata nella casa delle Vestali

Roma, la casa delle Vestali (Foto: arte.it)

Tra gli appartamenti residenziali delle Vestali si è aperto, il 6 luglio scorso, un museo diffuso, un nuovo percorso di visita accessibile al pubblico. Siamo nel cuore della Roma antica.
Le sacerdotesse di Vesta costituivano l'unico sacerdozio femminile dell'antica Roma ed avevano il compito di sorvegliare il fuoco sacro affinché non si spegnesse. Le Vestali, in numero di sei ed appartenenti alle famiglie patrizie di Roma, prestavano servizio per trent'anni, impegnandosi - pena la morte - a conservare la verginità. Le appartenenti a questo sacerdozio godevano di alcuni privilegi: si potevano spostare in carro all'interno della città ed avevano posti riservati durante gli spettacoli.
Se venivano meno al voto di castità o nel caso in cui il sacro fuoco di Vesta si spegneva, le Vestali, vestite di abiti funebri, erano condotte, all'interno di una lettiga chiusa, al Campus Sceleratus e venivano lasciate in un sepolcro chiuso e la loro memoria veniva cancellata per sempre.
Il recupero conservativo dello spazio riservato, un tempo, alle vestali è stato avviato nel 2013 da Patrizia Fortini e Maria Maddalena Scoccianti, proseguito da Irma Della Giovampaola. All'interno di questo museo diffuso sono ricollocate nella posizione originaria le sculture rinvenute nel corso degli scavi condotti nel Foro Romano alla fine del XIX secolo. Nello spazio è collocata anche la statua che alcuni studiosi pensano sia di Numa Pompilio, il secondo re di Roma che, secondo la tradizione, istituì il culto del fuoco sacro. Completa il percorso una statua di Vestale esposta di recente in una mostra a Tivoli, dove si conserva l'unica sepoltura nota di Vestale nel mondo romano.
E' possibile, nel contesto della casa, visitare anche la stanza della macina di pietra lavica, dove, secondo una tradizione ancora tutta da verificare, le Vestali confezionavano la mola salsa, una focaccia sacra offerta a Vesta in occasione delle festività. Pezzetti di questa focaccia erano distribuiti ai credenti come atto di purificazione oppure la mola salsa era utilizzata per cospargere animali destinati al sacrificio.
La casa delle Vestali o Atrium Vestae, venne scoperta nel 1882 da Rodolfo Lanciani. Gli ambienti che oggi sono visitabili emersero dopo la rimozione del grande muro di recinzione degli Orti Farnesiani. Il tempio di Vesta venne più volte ricostruito a causa dei numerosi incendi ed infine venne restaurato dall'imperatrice Giulia Domna verso la fine del II secolo d.C.
La peculiare forma circolare del tempio rimandava alla forma delle capanne arcaiche, con un foro nel centro del tetto conico per far uscire il fumo. All'interno del tempio di Vesta era conservato il Palladio, un piccolo simulacro di Atena portato a Roma, secondo la leggenda, da Enea.

Fonte:
arte.it

sabato 2 luglio 2016

Ritorno dei "Binari della Cultura in Sicilia"

(Foto: Giornale di Sicilia)
Parte la nuova stagione dei "Binari della Cultura in Sicilia": treni storici che percorrono vecchie tratte ferroviarie. L'iniziativa è promossa dall'assessorato regionale al Turismo, in collaborazione con la Fondazione Ferrovie dello Stato e Trenitalia. Il programma prevede diciotto treni d'epoca speciali su tre importanti direttrici culturali dell'isola: Valle dei Templi, Barocco del Val di Noto e Taormina.
Domenica 3 luglio è organizzato il primo viaggio: "Il Treno dei Templi" da Agrigento a Porto Empedocle. A bordo delle automotrici del 1970 ALn668.1600 i turisti potranno godere di un viaggio volutamente lento per apprezzare i suggestivi paesaggi attraversati, visitare il Parco Archeologico della Valle dei Templi Patrimonio Unesco, gratuitamente in concomitanza con la prima domenica del mese, il Giardino della Kolymbetra, con un biglietto di ingresso speciale riservato ai viaggiatori del treno storico.
Chi invece preferirà il mare all'area archeologica, potrà raggiungere Porto Empedocle e quindi la Scala dei Turchi. L'iniziativa sarà ripetuta tutte le prime domeniche dei mesi di agosto e settembre, e ogni sabato di luglio e agosto.
Sui tre treni storici "Il Treno del Barocco", "Il Treno dei Templi" e "Il Treno del Mito" i turisti avranno la possibilità di percorrere, itinerari suggestivi dell'isola, da Siracusa e Donnafugata, Comiso, Scicli e Ragusa, Noto e Modica. E ancora da Agrigento a Porto Empedocle e da Catania a Taormina, dove i treni resteranno attivi fino all'una di notte, in concomitanza con l'iniziativa "Anfiteatro Sicilia", promossa sempre dall'assessorato al Turismo.

Fonte:
Giornale di Sicilia

venerdì 22 marzo 2013

Iuvanum, città di transito

Il foro dell'antica Iuvanum
Iuvanum è il nome latino di una piccola città montana che si trovava in località Santa Maria di Palazzo, nell'Abruzzo meridionale. Il nome è stato ritrovato su tegole e iscrizioni e la cittadina sembra essere stata legata a percorsi di transumanza già da epoche remote.
Nel Liber Coloniarum venne chiamata Jobanos. Plinio afferma che Juvanenses è una derivazione di Lanuenses.
Nel tempo Iuvanum è diventata una stazione di sosta e un mercato, a ridosso del quale nacque persino un santuario, nel III secolo a.C., con un recinto in opera poligonale e due templi di tipo italico. Alla fine del II secolo a.C., poi, fu costruito anche il teatro, con la cavea addossata al pendio meridionale della collina, della quale si conservano le prime sette file di gradini.
Degli dèi adorati a Iuvanum non si conoscono i nomi. Probabilmente,trattandosi di una cittadina legata ai pascoli, alla transumanza, ai commerci, qui trovava posto il culto di Ercole, di cui sono stati ritrovati alcuni bronzetti.
La basilica di Iuvanum
In epoca romana la cittadina divenne municipium, iscritta nella tribù Arnensis e vi furono costruiti diversi edifici pubblici. Il municipium venne amministrato da quattuomviri.
La città si estende, al di sotto dell'acropoli, su un'area di oltre 6.000 metri quadrati, orientata in direzione nord-sud. Tra gli edifici pubblici spicca la basilica, costruita alla fine del I secolo a.C. con rifacimenti in epoche successive, qui si trovava il tribunal, nel quale si amministrava la giustizia, e l'augusteum absidato. Il foro era sede di fiere e mercati ed era lambito dalle vie principali della città, tra le quali la via Orientale e la strada lastricata che dal teatro portava all'acropoli. La piazza era circondata da portici colonnati e pavimentata con lastre di pietra calcarea. Ad adornarla vi erano statue, iscrizioni e piccoli monumenti onorari. La città possedeva anche delle terme, poste fuori dall'area che gravitava attorno al foro.
Iuvanum, il teatro
La via Orientale era l'asse principale di viabilità di Iuvanum. Gli archeologi ne hanno riportato alla luce un tratto di circa 90 metri. Probabilmente, in zona extraurbana, la via era fiancheggiata da cippi funerari ed aree deputate alla sepoltura. Su un tratto di viabilità più antica fu realizzata la via del Foro, che collegava il teatro al santuario sull'acropoli.
Gli scavi a Iuvianum sono iniziati nel 1980 ed hanno permesso di ritrovare un'officina vetraria, un thermopolium ed un'altra officina con un'abitazione accanto. Dagli scavi successivi (1998, 1999 e 2000), sono emersi un'officina con dei forni per la fusione del metallo, un edificio pubblico con una grande fontana a doppia vasca, la cui vasca inferiore recava, ai quattro angoli, quattro colonne. Non sono state ritrovate condutture, nella casa.
Abitazioni dell'antica Iuvanum
Sotto il livello della pavimentazione delle tabernae ritrovate nelle vicinanze del foro, sono emerse delle strutture murarie pertinenti ad edifici deliberatamente rasati e predisposti per costruirvi sopra la città. Gli ambienti erano molto grandi e costruiti con accuratezza, probabilmente intorno alla metà o alla fine del I secolo a.C., Non solo: quanto è stato ritrovato denota il tenore di vita medio-alto di coloro che vi abitavano: ceramica a vernice nera, terra sigillata aretina, vetri, lucerne, balsamari, oggetti in bronzo. I ricercatori ritengono che gli ambienti furono distrutti per consentire un allargamento del piccolo centro montano, che si era, nel frattempo, arricchito con i proventi del commercio di prodotti caseari e agricoli. Iuvanum fiorì, infatti, proprio in età augustea e la sua vita durò per tutto il tempo che rimase in piedi l'impero romano. In seguito tornò ad essere un punto di incontro per scambi e, poi, un ricovero per viandanti, di cui rimangono i resti dei fuochi accesi con mezzi di fortuna e una tomba infantile con un corredo datato al VI-VII secolo d.C.
L'area archeologica vista dall'alto
Nella città sono tornati alla luce monete d'argento e di bronzo ma anche utensili in bronzo e ferro quali specilli, spatoline, bilancini, maniglie, cucchiai, mestoli, coltelli. Oltre a questi la città ha restituito vasellame fittile e metallico da cucina e da tavola.
Iuvanum, le sue rovine, erano note sin dal XIX secolo, poiché eruditi locali e viaggiatori le descrivevano piuttosto dettagliatamente. I reperti ritrovati all'epoca andarono a finire nei magazzini delle allora competenti Soprintendenze alle Antichità di Napoli prima e delle Marche. Tra i reperti vi era anche una testa marmorea.
Nel 1940 e negli anni seguenti Giovanni Annibaldi e Valerio Cianfarani effettuarono i primi scavi e fu riportato alla luce il teatro, uno dei due templi sulla collina e il foro. Nei primi anni '60 il teatro e le tabernae del foro furono restaurati.

giovedì 3 dicembre 2009

La Venaria in mostra


Un'importante mostra, alla reggia di Venaria, celebra, fino all'11 aprile 2010, i "Cavalieri. Dai Templari a Napoleone. Storie di crociati, soldati e cortigiani". Una carrellata architettonica ed artistica tra il XVII ed il XVIII secolo.
La mostra racconta la storia di come gli ordini dei cavalieri medioevali, che radunavano attorno a sé coloro che desideravano combattere in nome della cristianità, abbiano consegnato il testimone agli ordini cavallereschi monarchici del Rinascimento e dell'Antico Regime.
Sono esposte 120 opere tra statue, dipinti, armature, gioielli, insegne e manoscritti raccolti da collezioni e musei italiani e stranieri, dall'epoca delle Crociate e dei Templari fino agli ordini militari ed al periodo napoleonico.
Tra le attrazioni presenti in mostra, sicuramente notevole è la misteriosa "testa di Templecombe", una tavola medioevale che il Carbonio14 ha permesso di datare al 1280 circa, poco prima che un controverso processo segnasse la definitiva chiusura dell'Ordine dei Cavalieri Templari.
Per tutte le informazioni sulla mostra, consultare questo sito.

sabato 25 luglio 2009

Istanbul, Nea Roma


Capitale dell'Impero Romano dal 330 al 395 d.C., capitale dell'Impero Romano d'Oriente (Impero Bizantino) dal 395 al 1204 e dal 1261 al 1453, capitale dell'Impero latino dal 1204 al 1261 e dell'Impero Ottomano dal 1453 al 1922, si può ben dire che Istanbul sia una delle città più antiche che ha conservato il suo ruolo nei secoli.
Il nome attuale della città, secondo un aneddoto deriva da una curiosa circostanza: quando i turchi, che volevano conquistare l'Anatolia, chiedevano ai greci dove fosse "la città", ricevevano una risposta che non riuscivano a comprendere, "isten polis", che in greco vuol dire "quella è la città". La risposta venne presto confusa con il nome di Costantinopoli. Il nome Istanbul lo ricevette attorno al 1930, ma la sua storia, fatta anche di molti nomi, risale a ben prima di questa data.
La città fu fondata nel 667 a.C. dai greci di Megara ed originariamente chiamata Byzàntion, in onore del loro re Byzantas. Il nome greco Kostantinòupolis, da cui trae origine il nostro Costantinopoli, le fu dato in onore dell'imperatore Costantino, quando la città divenne la capitale dell'impero romano, l'11 maggio 330 d.C.. Costantino la ribattezzò, in realtà, Nea Roma, ma questo nome non venne quasi mai utilizzato, anche se oggi la denominazione ufficiale secondo la chiesa ortodossa ed il Patriarcato Ecumenico sia "Costantinopoli Nuova Roma".
Oltre a Nea Roma, Istanbul venne chiamata, nel corso dei secoli, Polis ("La Città"), Rumiyya al-Kubra ("La Maggior Roma", in arabo), Qostantiniyye (Costantinopoli, in arabo), Islambol ("Centro dell'Islam") perchè fu sede del Califfato islamico dal 1527 al 1924, Pay-i taht ("Il piede del trono", in persiano), Mikligardur ("Città grande" dei mercenari Vareghi o Vichinghi), Car(i)grad ("Città degli Imperatori", nelle lingue slave), Gostandnubolis (in armeno).
Fu la posizione strategica di Istanbul a determinare le sue vicende di alternanza di dominazioni nel corso dei secoli. E fu soprattutto per la sua posizione che la città venne eletta da Costantino a Nea Roma. L'imperatore romano costruì un numero impressionante di palazzi, chiese, luoghi di divertimento, come il circo, e la città continuò a crescere anche dopo la morte di Costantino.
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, la posizione strategica di Costantinopoli continuò ad essere fondamentale nel passaggio tra Europa ed Asia.
A Costantinopoli nacque il fondamento del diritto romano, il Corpus Iuris Civilis voluto da Giustiniano tra il 528 ed il 565. Durante il medioevo fu la città più grande e ricca d'Europa, con il suo milione di abitante. La sua maggior basilica, Hagia Sophia, monumento di sublime architettura dedicato alla Divina Sapienza, divenne il centro dei cristiani ortodossi.
Grazie alle sue fortificazioni, la città rimase imprendibile fino al 1204, quando venne saccheggiata dagli eserciti della quarta crociata. Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cadde in mano ai Turchi ottomani guidati da Maometto II il Conquistatore (Fatih) che ne fece la capitale dell'impero ottomano.
I sultani ottomani portarono nuovo splendore alla città, che divenne sede del califfato nel 1517. Hagia Sophia venne trasformata in moschea, ma la sede del Patriarcato Greco-Ortodosso rimase comunque in città. Il XVI secolo segnò l'apice dell'impero ottomano, fu in questo secolo che si costruirono le moschee più importanti della città: Beyazit, Suleymaniye (la più grande moschea di Istanbul), Sultan Ahmet e Fatih. L'impero ottomano uscì sconfitto dalla prima guerra mondiale e finì ufficialmente il 1° novembre 1922. Nel 1923 vennefondata la Repubblica di Turchia e la capitale venne spostata ad Ankara.

lunedì 20 luglio 2009

Tesori ritrovati


Fino al 30 settembre 2009 sarà possibile ammirare, a Palazzo Reale a Napoli, una serie di reperti archeologici trafugati e recuperati dal Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
Tra le opere recuperate vi è la "Triade Capitolina", che ora si trova al Museo Archeologico di Palestrina, il "Volto d'Avorio", conservato al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.
Tra i reperti che meritano attenzione per la loro importanza, chi visiterà la mostrà potrà vedere il busto di bronzo della dea Minerva, rubato nel 1975 nell'area archeologica di Ercolano ed il volto in bronzo di un bambino, trafugato dalla Casa dei Vettii a Pompei nel 1978 e recuperato due anni dopo. Ma non è certo finita qui! Si potranno anche vedere quattro delle monete d'oro che, assieme ad altre migliaia, vennero rapinate con mitra e pistole dal medagliere del Museo Archeologico di Napoli del 1975 e l'affresco con "Figura Femminile", del I secolo d.C., letteralmente strappato dalla parete della casa di Fabio Rufo a Pompei.
I reperti sono stati recuperati tra Europa ed America dai Carabinieri e sono esposti al pubblico in occasione del quarantesimo anno dall'istituzione di questo speciale corpo dell'Arma.
Dal 10 settembre 2009 al 30 gennaio 2010, inoltre, la mostra verrà ospitata a Castel S. Angelo a Roma, arricchendosi di opere storico-artistiche tra cui "Cristo di Pietà tra la Madonna e San Giovanni Evangelista", di Andrea della Robbia.
Il biglietto, per chi volesse visitare la mostra a Napoli, è di € 6,00 (€ 3,00 con la riduzione). Non è necessario prenotare.

domenica 19 luglio 2009

La caserma dei vigili del fuoco più antica del mondo

Piantina dell'excubitorium della VII coorte dei vigili in Trastevere.


L'excubitorium era la sede distaccata della VII coorte dei Vigili, incaricati di sorvegliare, soprattutto in funzione antincendio, la zona di Trastevere.
Il termine deriva dal latino ex cubare, dormire fuori, vegliare, fare la guardia. La scoperta di questa caserma avvenne negli anni 1865-1866, durante gli scavi intrapresi per recuperare delle opere d'arte in riferimento ad un muro che si trovava in una casa di fronte a piazza S. Crisogono.
L'edificio venne progressivamente abbandonato, dopo lo scavo, e questo provocò danni alle opere murarie ed all'apparato decorativo, composto da uno splendido mosaico pavimentale in tessere bianche e nere e ad affreschi che ornavano i muri della sala principale e dell'edicola del dio protettore della caserma. Una sistemazione, per quanto insufficiente, fu data solo nel 1966, quando si coprì l'edificio, finallora rimasto praticamente esposto alle intemperie, con una copertura di cemento.
Originariamente, nel luogo dove oggi è possibile ammirare l'excubitorium della VII coorte, vi era un insula di II secolo a.C., che fu poi riadattata, sotto Augusto, a caserma, nell'ambito della risistemazione dei quartieri di Roma, racchiusi in Regiones. Dapprincipio, probabilmente, la caserma principale dei vigiles della VII coorte, che sorvegliavano la Regio XIV Trans Tiberim e la Regio IX Circus Flaminius doveva trovarsi in Campo Marzio.
Le Militia Vigilum Regime, divenute in seguito Cohortes Vigilum, furono istituite nel 6 d.C. da Augusto che pose a loro capo un prefetto. Esse comprendevano ben 7000 uomini che assicuravano la vigilanza notturna delle strade, svolgendo compiti di pubblica sicurezza oltre che di prevenzione dei numerosi incendi che, spesso, flagellavano la Città. Il motto di questi vigiles era "Ubi dolor ibi vigiles". Essi erano arruolati tra i liberti che, dopo sei anni di servizio, ridotti poi a tre, potevano ottenere la cittadinanza romana. I vigiles si dividevano in VII coorti, ciascuna di 1000-1200 uomini, suddivise in sette centurie di 100-160 unità. Ogni coorte era comandata da un tribanus, così come a capo delle centurie vi era un centurione affiancato da adiutores centurionis. In ciascuno reparto, poi, vi erano soldati specializzati per le varie mansioni del corpo: acquarii, addetti alle pompe ed alle prese d'acqua, balneari, incaricati della vigilanza nei bagni pubblici, horreari, sorveglianti nei magazzini, carcerarii, carcerieri e quaestionarii, impiegati nell'interrogatorio dei prigionieri.
I Vigiles erano dotati di pertiche, scale e corde (funes), nonchè di centones, grandi coperte con le quali, una volta bagnate, si cercava di isolare e soffocare le fiamme. Per l'adduzione dell'acqua si utilizzavano pompe a sifone (siphones) che attingevano dalle tubature. Altre volte si ricorreva al passaggio di recipienti (hamae) o secchi di giunchi (vasa spartea) di mano in mano. Da questo l'epiteto dispregiativo di sparteoli che il popolo aveva affibiato ai vigili.
L'excubitorium della VII coorte dei Vigili si trova a ben otto metri di profondità rispetto all'attuale piano di calpestìo. E' composto da una grande aula pavimentata, in origine da un mosaico con tessere in bianco e nero. Al centro vi è quel che rimane di un bacino di fontana esagonale, a lati concavi, a sud del quale si apre un'esedra rettangolare, con ingresso ad arco. All'interno si conservano ancora parti degli affreschi originari. La funzione di questo vano è quello di larario, cappella del Genio tutelare dei vigiles, il Genio Excubitori. Del larario sopravvive solo il timpano corredato da cornici. Intorno si aprono altri ambienti, alcuni di incerta destinazione. Altri, invece, sono stati correttamente interpretati come un bagno ed un magazzino (con un dolio interrato). La stanza alla quale è stata attribuita la funzione di bagno è dotata di un chiusino proprio al centro e da pavimentazione ad opus spicatum, solitamente utilizzato per gli ambienti di servizio a cielo aperto, proprio per la resistenza e l'impermeabilità.
Tra i graffiti molti erano saluti agli imperatori e ringraziamenti agli dei, altri indicano il nome ed il numero della coorte, i nomi ed i gradi dei vigili. Ricorre spesso il nome di sebaciaria e di milites sebaciarii, collegata al termine sebum, cioè sego, grasso solido di bue o di montone utilizzato per alimentare le torce per le ronde notturne. I graffiti risalgono tutti ad un arco temporale compreso tra il 215 ed il 245 d.C. e sono stati lasciati dai vigiles durante i momenti di riposo.
Durante lo scavo sono stati recuperati anche diversi ex voto fittili raffiguranti tutti il busto di una donna con il capo velato e con la mitra. Si è recuperato anche un busto attribuito ad Alessandro Severo, ora in Vaticano, mentre nei pressi della caserma il Comune di Roma ha individuato ed acquistato una grande fiaccola in bronzo scomponibile in quattro parti, chiusa, in alto, da un contenitore per l'olio a forma di fiamma.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...