| Sinai, la scena litica risalenti all'occupazione egiziana (Foto: M. Nour El-Din/ridisegno: E. Kiesel) |
Cinquemila anni fa, in un remoto letto di un fiume asciutto noto come Wadi Khamila, un artista scolpì una scena impressionante su una parete di arenaria.
La scena rappresenta un uomo imponente, in piedi, con le braccia alzate in un gesto di trionfo. Davanti a lui, inginocchiata, una figura più piccola, con le braccia legate dietro la schiena ed una freccia conficcata nel petto. E' un'istantanea di una delle prime conquiste coloniali della storia umana.
Per millenni questa scena è rimasta nascosta nel calore e nella polvere del Sinai sudoccidentale, a circa 35 km ad est del Golfo di Suez. Ora una nuova indagine condotta dall'archeologo Mustafa Nour El-Din e dall'egittologo Ludwig Morenz lo ha portato alla luce, offrendo uno sguardo raro e agghiacciante sulle origini violente dello stato faraonico.
La scoperta è iniziata con un sopralluogo all'inizio del 2025 condotto da Mustafa Nour El-Din del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano. Wadi Khamila era già nota per le iscrizioni nabatee, risalenti ad un'epoca più tarda. El-Din ha individuato, invece, qualcosa di molto più antico. Si tratta di una scena che rappresenta, in modo terrificate, come gli egiziani colonizzarono il Sinai e ne soggiogarono gli abitanti.
L'uomo che avanza trionfante indossa un semplice perizoma e non porta alcun copricapo. La figura inginocchiata dinanzi a lui rappresenta la popolazione locale del Sinai: gruppi di nomadi che, all'epoca, non disponevano né di un governo centralizzato né di sistemi di scrittura del loro potente vicino occidentale.
Questa specifica iconografia di sottomissione ha radici profonde nell'ideologia statale egiziana. E' parallela a celebri scene dinastiche antiche come quelle di Gebel Sheikh Suleiman, dove il potere faraonico era brutalmente imposto ai nubiani del sud.
Gli archeologi sono concordi che questa raffigurazione nel deserto del Sinai rappresenti una delle prime rappresentazioni di dominio su un altro territorio. Questo suggerisce che l'unificazione dell'Egitto non avvenne solo lungo il Nilo, ma venne realizzata attraverso la violenta predazione delle risorse alla periferia del Paese.
Gli Egizi si spinsero nelle ardenti sabbie del Sinai alla ricerca di risorse minerarie, in particolare rame e turchese. L'iscrizione presente accanto alle immagini rinvenute di recente fornisce una "giustificazione religiosa" per l'estrazione di risorse. I geroglifici sembrano identificare il patrono di questa spedizione. Il testo recita: "Dio Min, sovrano del minerale di rame / della regione mineraria".
Nel periodo protodinastico il dio Min non era solo la divinità della fertilità, della riproduzione e della potenza sessuale maschile, ma era anche il "protettore divino degli Egizi nelle aree oltre la valle del Nilo". Era il dio della frontiera pericolosa, il patrono dei cercatori d'oro e dei conquistatori. Incidendo il nome e il titolo di Min nella roccia, gli Egizi stavano sacralizzando il paesaggio, rivendicando la terra ricca di rame del Sinai come proprietà dei loro dèi e del loro re. Nel contesto coloniale Min rappresentava la potenza cruda e maschile del faraone.
Con l'instaurarsi dello stato egizio dell'Antico Regno, la sua amministrazione divenne più specializzata. Non avevano bisogno solo di un dio del "potere", avevano bisogno di un dio dei confini. Ed ecco Sopdu. Il nome Sopdu si può tradurre con "L'Aguzzo" oppure "Denti Aguzzi". Sopdu era specificamente il "Signore dell'Oriente" (Neb Iabet).
Dietro la figura trionfante incisa nella roccia si staglia la sagoma di una barca. Nell'antica iconografia egizia, la barca era un potente simbolo del sovrano: rappresentava la capacità dello Stato di proiettare il suo potere e trasportare risorse pesanti su grandi distanze. L'identità del faraone che ordinò la conquista di questo territorio rimane un mistero. Una presunta iscrizione con un nome, al di sopra della raffigurazione della barca, è stata deliberatamente cancellata.
La raffigurazione nel deserto del Sinai presenta multiple sovrascritture, tra le quali scritte nabatee molto più tarde e graffiti arabi.
La scena rappresenta un uomo imponente, in piedi, con le braccia alzate in un gesto di trionfo. Davanti a lui, inginocchiata, una figura più piccola, con le braccia legate dietro la schiena ed una freccia conficcata nel petto. E' un'istantanea di una delle prime conquiste coloniali della storia umana.
Per millenni questa scena è rimasta nascosta nel calore e nella polvere del Sinai sudoccidentale, a circa 35 km ad est del Golfo di Suez. Ora una nuova indagine condotta dall'archeologo Mustafa Nour El-Din e dall'egittologo Ludwig Morenz lo ha portato alla luce, offrendo uno sguardo raro e agghiacciante sulle origini violente dello stato faraonico.
La scoperta è iniziata con un sopralluogo all'inizio del 2025 condotto da Mustafa Nour El-Din del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano. Wadi Khamila era già nota per le iscrizioni nabatee, risalenti ad un'epoca più tarda. El-Din ha individuato, invece, qualcosa di molto più antico. Si tratta di una scena che rappresenta, in modo terrificate, come gli egiziani colonizzarono il Sinai e ne soggiogarono gli abitanti.
L'uomo che avanza trionfante indossa un semplice perizoma e non porta alcun copricapo. La figura inginocchiata dinanzi a lui rappresenta la popolazione locale del Sinai: gruppi di nomadi che, all'epoca, non disponevano né di un governo centralizzato né di sistemi di scrittura del loro potente vicino occidentale.
Questa specifica iconografia di sottomissione ha radici profonde nell'ideologia statale egiziana. E' parallela a celebri scene dinastiche antiche come quelle di Gebel Sheikh Suleiman, dove il potere faraonico era brutalmente imposto ai nubiani del sud.
Gli archeologi sono concordi che questa raffigurazione nel deserto del Sinai rappresenti una delle prime rappresentazioni di dominio su un altro territorio. Questo suggerisce che l'unificazione dell'Egitto non avvenne solo lungo il Nilo, ma venne realizzata attraverso la violenta predazione delle risorse alla periferia del Paese.
Gli Egizi si spinsero nelle ardenti sabbie del Sinai alla ricerca di risorse minerarie, in particolare rame e turchese. L'iscrizione presente accanto alle immagini rinvenute di recente fornisce una "giustificazione religiosa" per l'estrazione di risorse. I geroglifici sembrano identificare il patrono di questa spedizione. Il testo recita: "Dio Min, sovrano del minerale di rame / della regione mineraria".
Nel periodo protodinastico il dio Min non era solo la divinità della fertilità, della riproduzione e della potenza sessuale maschile, ma era anche il "protettore divino degli Egizi nelle aree oltre la valle del Nilo". Era il dio della frontiera pericolosa, il patrono dei cercatori d'oro e dei conquistatori. Incidendo il nome e il titolo di Min nella roccia, gli Egizi stavano sacralizzando il paesaggio, rivendicando la terra ricca di rame del Sinai come proprietà dei loro dèi e del loro re. Nel contesto coloniale Min rappresentava la potenza cruda e maschile del faraone.
Con l'instaurarsi dello stato egizio dell'Antico Regno, la sua amministrazione divenne più specializzata. Non avevano bisogno solo di un dio del "potere", avevano bisogno di un dio dei confini. Ed ecco Sopdu. Il nome Sopdu si può tradurre con "L'Aguzzo" oppure "Denti Aguzzi". Sopdu era specificamente il "Signore dell'Oriente" (Neb Iabet).
Dietro la figura trionfante incisa nella roccia si staglia la sagoma di una barca. Nell'antica iconografia egizia, la barca era un potente simbolo del sovrano: rappresentava la capacità dello Stato di proiettare il suo potere e trasportare risorse pesanti su grandi distanze. L'identità del faraone che ordinò la conquista di questo territorio rimane un mistero. Una presunta iscrizione con un nome, al di sopra della raffigurazione della barca, è stata deliberatamente cancellata.
La raffigurazione nel deserto del Sinai presenta multiple sovrascritture, tra le quali scritte nabatee molto più tarde e graffiti arabi.
Fonte:
zmescience.com
zmescience.com