lunedì 6 agosto 2012

Gli antichi giochi di Olimpia - 2

L'auriga di Delfi
I giochi quadriennali che si svolgevano ad Olimpia erano aperti dalla corsa delle quadrighe e chiusi dall'oplitodromia, la corsa con l'armatura da oplita. Dal 396 a.C. in poi, le gare atletiche furono precedute da gare tra trombettieri e araldi: vinceva chi aveva la voce più potente. Emulo del famoso Stentore fu Erodoro, che vinse per ben dieci volte consecutive la gara, dal 328 a.C. al 292 a.C.
Ma chi poteva gareggiare alle Olimpiadi? Solamente gli uomini liberi di stirpe greca che giurassero di essersi allenati per dieci mesi consecutivi, dei quali uno nella palestra di Olimpia. Costoro non dovevano commettere scorrettezze durante le gare. Le donne non erano ammesse nemmeno come spettatrici e se si ritrovano i loro nomi negli elenchi dei vincitori di gare olimpiche, è solo perchè le gare ippiche vedevano l'assegnazione dei premi ai proprietari dei cavalli e non all'auriga o al fantino.
I carri utilizzati per la corsa erano a due ruote, molto leggeri ed aperti dietro. Erano a due o quattro cavalli. L'auriga indossava la xystis, una veste lunga e bianca, e guidava stando, solitamente, in piedi. La corsa più spettacolare era quella delle quadrighe. Venivano aggiogati solo i due cavalli centrali, mentre i due esterni erano liberi, uniti agli altri due solo da una correggia. L'ateniese Cleta inventò una barriera di partenza a forma di prua rovesciata di nave, con un box per ciascun carro, che doveva servire a mettere i concorrenti nelle stesse condizioni di partenza. Ad essere incoronato vincitore non era tanto l'auriga che aveva portato la quadriga alla vittoria, quanto il proprietario del carro, che veniva incoronato con foglie d'oro di olivo intrecciate dall'ellanodico. Un araldo gridava il suo nome, quello del padre e quello della sua città. Nel 376 a.C., alla centesima Olimpiade, vinse per la prima volta una donna, Cinisca, sorella del re di Sparta Agesilao che si aggiudicò anche l'edizione successiva. Erodoto afferma che una famiglia è benestante se possiede un tetrippotrophon, vale a dire se è in grado di mantenere quattro cavalli per la corsa ad Olimpia.
Particolare del Pugilatore a riposo con i
caratteristici imantes o cesti
Le regole valide per le corse dei carri si applicavano anche alle corse a cavallo. I cavalli non erano ferrati e i cavalieri non facevano uso di selle. Non esistevano nemmeno le staffe, per cui i fantini ricorrevano sovente ai palafrenieri. Le staffe comparvero nel I secolo d.C. Morso e briglie, invece, si dice siano stati inventati dai Corinzi. La corsa dei cavalli si svolgeva su un percorso di 1150 metri circa. Era vincitore il cavallo che tagliava per primo il traguardo, non importava se con o senza fantino.
Il pentathlon venne inserito ufficialmente nelle Olimpiadi nel 708 a.C.. Consisteva in cinque gare un tempo disputate separtamente. Bisognava vincerne almeno tre per aggiudicarsi la vittoria. Il lancio del disco: gara antichissima, che i Greci praticavano dai tempi di Omero. Il disco poteva essere in pietra o metallo ed il suo diametro era solitamente di 22 centimetri, mentre il peso variava dai 1250 ai 5000 grammi (questi dischi erano utilizzati, però, a scopo votivo). Il discobolo effettuava cinque lanci e le distanze raggiunte variavano, ovviamente, a seconda del peso del disco. Il lancio del giavellotto: l'arma era una lancia diritta e leggera di sambuco o di bronzo, la cui estremità era protetta da un involucro di metallo. Proprio quest'ultimo assicurava alla lancia una traiettoria più stabile. Anticamente il giavellotto era accompagnato da una correggia di cuoio, l'amento, che era fissata all'asta o arrotolata a spirale con le due estremità libere. Il lanciatore doveva effettuare due lanci. Il salto: risale ai tempi successivi ad Omero e divenne, in seguito, la gara più importante del pentathlon. All'inizio era un salto triplo, ma anche multiplo (fino a cinque salti consecutivi) poi, nel corso della 18ma Olimpiade, vennero introdotti gli halteres, dei manubri in pietra o piombo, del peso di circa due chilogrammi ciascuno, che il saltatore utilizzava come contrappeso. Venivano impugnati uno per mano e l'atleta partiva con le braccia all'indietro. La corsa era quella che si correva normalmente nello stadio. La lotta: era disputata anch'essa nello stadio. Non era necessario far toccare all'avversario, come accade oggi, il terreno con entrambe le spalle. Era sufficiente gettarlo tre volte a terra o indurlo a dichiararsi sconfitto. Il trionfatore era chiamato anefredo, mentre il titolo più ambito era quello di aconita (senza polvere), assegnato a chi vinceva per rinuncia dell'avversario.
Halteres per il salto in lungo
Lo stadio, disciplina compresa anche nel pentathlon, era la più antica specialità di corsa. Le corse si distinguevano a seconda della lunghezza del percorso: gare di velocità erano quelle che prevedevano la copertura di una lunghezza di 192 metri. Nella 14ma olimpiade fu introdotto il diaulo, della lunghezza di due stadi. Il dolico aveva una lunghezza sulla quale gli studiosi divergono: si va di chi sostiene che il percorso da compiere fosse di 1300 metri a chi, invece, sostiene che i metri fossero 4500. Le gare di corsa prevedevano delle batterie, i cui concorrenti erano sorteggiati ed eliminati se perdenti. Gli atleti, che gareggiavano nudi, proteggevano le ginocchia con delle ginocchiere.
Il pugilato, all'inizio, veniva effettuato a mani nude. Poi si pensò di fornire agli atleti una sorta di "guantoni", costituiti da cinghie di pelle di bue intrecciate in modo tale da lasciar libero il pollice. Queste cinghie coprivano il polso e spesso anche l'avambraccio. I Greci li chiamavano imantes ed i Romani cesti. Non esisteva una suddivisione per categorie di peso o per età.
Anfora attica con raffigurazione di
oplitodromia
Il pancrazio (che significa "tutta forza") era un misto di lotta e pugilato senza guantoni. I concorrenti potevano colpire l'avversario anche con i calci, mentre era proibito accecarlo. Il combattimento si concludeva quando uno dei due concorrenti si arrendeva.
L'oplitodromia era, all'inizio, un'attività esercitata in prevalenza dai militari che si apprestavano a combattere. Fu ammessa alle Olimpiadi nel 520 a.C.. L'atleta correva nudo, con l'elmo, lo scudo e gli schinieri. Nel tempo vennero eliminati gli schinieri. Ad Olimpia erano custoditi 25 scudi di bronzo identici, che venivano dati ai corridori affinché non vi fosse differenza di peso nelle armi di ciascuno. Si correva su una lunghezza di 2-4 stadi.
I premi assegnati ai vincitori erano puramente simbolici: corone di ulivo selvatico, di alloro, rami di palma o bende di lana per la fronte, le braccia e le cosce. Ma ben altri doni ricevevano gli atleti dalle proprie città di origine. Si erigevano loro statue (basti pensare alle opere di artisti come Mirone, Prassitele o Policleto), si dedicavano loro canti ed poesie e venivano raffigurati sulle monete. Tra i benefici di cui godevano gli atleti vittoriosi vi era il conferimento della cittadinanza onoraria, il diritto di posti privilegiati a teatro, al circo, nelle manifestazioni sacre (proedria) ed anche il diritto di mangiare a vita nel Pritaneo a spese dello stato.
Sparta fu, certamente, tra le città più generose di vincitori olimpici. Tra il 720 e il 576 a.C. da essa vennero 56 su 71 vincitori olimpici di cui si conosce il nome. Nella corsa sulla distanza di uno stadio si hanno ben 21 vincitori spartani su 36 conosciuti.
Due pancrazisti
La gloria e la rinomanza dei giochi attraversò ben quattro secoli, dall'VIII al V secolo a.C., poi i giochi divennero strumentali alle lotte tra le città greche. In epoca romana furono tre gli imperatori vincitori di gare olimpiche: Tiberio, che vinse la corsa con la quadriga nel 4 d.C.; Nerone che vinse sei gare, anche se gli Elei rifiutarono di iscriverlo nelle liste dei vincitori ufficiali e Germanico che vinse nella corsa della quadriga nella 199ma Olimpiade.
Il declino dei giochi continuò fin al 261 d.C., data che costituisce l'ultima alla quale risalgono notizie della celebrazione dei giochi. Teodosio abolì le Olimpiadi ne 393 d.C., a seguito di una lettera di Sant'Ambrogio, ordinando, nel contempo, che tutti i culti e i centri pagani venissero chiusi. Nel 395 Olimpia fu saccheggiata dai Goti. Nel 426, con un editto, Teodosio II ordinò l'abbattimento dei templi pagani. La statua crisoelefantina di Zeus, opera di Fidia, doveva essere trasportata a Costantinopoli, ma fu distrutta da un incendio durante il viaggio.
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