domenica 5 agosto 2012

Un popolo religiosissimo

La suddivisione della volta celeste
secondo la Etrusca Disciplina
Quel poco che degli Etruschi ci hanno tramandato i Romani, ci parla di un popolo profondamente religioso ed esperto in tutto ciò che riguardava la divinazione. La conoscenza delle "cose religiose" era talmente importante da venir tramandata da padre a figlio, nelle famiglie aristocratiche, e prendeva il nome di Etrusca Disciplina.
La Disciplina era trasmessa attraverso raccolte di scritti che conservavano la dottrina di generazioni di aruspici (dal latino haruspex, chi osserva le viscere). La nascita della Etrusca Disciplina viene, dalle fonti e dalle leggende, attribuita al fondatore stesso della civiltà etrusca, Tarconte, il quale, mentre stava arando un campo, fu sorpreso dall'apparire, da un solco, di un genio bambino "con le sembianze di un vecchio" (Cicerone). Il nome di questa strana creatura era Tagete e cominciò ad insegnare a Tarconte i fondamenti dell'aruspicina ed i riti di fondazione delle città.
Le parole di Tagete vennero accuratamente trascritte e divennero il nucleo principale dei Libri Rituali che, a detta di Festo, avevano una risposta a quasi ogni cosa: quali dovevano essere i riti se si voleva fondare una città, consacrare un tempio, per l'inviolabilità delle mura; in che modo doveva essere divisa la popolazione, come si doveva organizzare l'esercito e via elencando. Una particolare sezione dei Libri Rituali erano i Libri Fatali, nei quali si davano indicazioni sul computo del tempo e sulla durata stabilita per la vita di uomini, città e popoli.
Il fegato in bronzo di Piacenza
Ai Libri Rituali si aggiungevano i Libri Aruspicini, dedicati all'interpretazione del responso tratto dalle viscere degli animali sacrificati, e i Libri Fulgurali, per l'interpretazione dei fulmini. Fu proprio questa complessa sistemazione della materia divinatoria a spingere i Romani a rivolgersi agli Etruschi per trarre auspici dagli eventi ordinari e straordinari della vita. L'abitudine era già presente ai tempi dei re e, del resto, Romolo fondò la città di Roma seguendo proprio il "rito etrusco", tracciandone il contorno con un aratro trainato da un toro ed una giovenca entrambi di colore bianco.
Alla fine del III secolo a.C., quando oramai l'Etruria era stata inglobata nei possedimenti romani e la sua popolazione assimilata a quella di Roma, il Senato romano volle selezionare alcuni bambini tra le famiglia etrusche affinché fossero istruiti nell'aruspicina. Nel I secolo a.C., inoltre, un Ordine dei 60 Aruspici raccoglieva il fior fiore degli indovini accreditati per le consultazioni ufficiali che erano tutti di famiglie di accertata origine etrusca.
Statuetta di
aruspice
Della estrema religiosità degli Etruschi il primo ad occuparsi fu lo storico Tito Livio, che descrive gli Etruschi come un popolo estremamente religioso, al punto che anche la politica stessa, presso gli Etruschi, era influenzata dalla religione. Dopo di lui anche Seneca parla degli Etruschi negli stessi termini. Da notare che all'epoca di Seneca, precettore dell'imperatore Nerone, l'Etruria non esisteva più e solamente alcune selezionate famiglie continuavano a tramandarsi, di generazione in generazione, la scienza aruspicina. Proprio il predecessore di Nerone, l'imperatore Claudio, aveva disposto di ripristinare l'Ordine dei 60 Aruspici, conferendogli rinnovata importanza nel mondo romano.
Aruspici pubblici e privati erano regolarmente interrogati e consultati dagli imperatori e dagli uomini politici romani. Anche Giulio Cesare si serviva dei servigi degli aruspici. Verso la prima metà del III secolo d.C., la tolleranza mostrata dai Severi verso i cristiani preoccupò non poco gli aruspici, che divennero paladini della tradizione pagana al punto che alcune delle persecuzioni più feroci contro il cristianesimo - come quelle di Decio e di Valeriano - furono probabilmente istigate proprio dagli aruspici. La chiesa, in seguito, chiamò l'Etruria "madre e origine di tutte le superstizioni" (Arnobio, 255-327 d.C.).
La religiosità degli Etruschi venne sempre più ridicolizzata dagli autori cristiani, tra i quali Sant'Agostino, che facevano derivare il nome dei Tusci dal verbo greco thysiazein, sacrificare, e il termine "cerimonie" dalla città di Cere. Con la promozione del cristianesimo a religione di stato, vennero proibiti i sacrifici a scopo di consultazione. Le leggi anti-pagane impedirono ai sacerdoti dell'antica tradizione di esercitare la loro professione sia in pubblico che in privato, sotto minaccia della pena di morte.
Statuetta raffigurante Tinia
Il vero divieto a sacrificare venne emesso nel IV secolo d.C., per mezzo di due editti, uno del 381 ed uno del 385. Nel 392 questi due editti vennero ulteriormente rafforzati dalla condanna di Teodosio di ogni forma di sacrificio e, in modo particolare, della consultazione delle viscere con particolare riguardo al fegato. Ma questo non impedì che alcuni personaggi seguissero ancora l'antica disciplina etrusca. Il dotto poeta Marziano Capella poté, ad esempio, prender visione dei sacri testi etruschi che descrivevano l'ordinamento del cosmo. L'erudito bizantino Giovanni Lido tradusse in greco il calendario brontoscopico dell'aruspice Nigidio Figulo, una completa raccolta dei significati del fulmine nel cielo in base al giorno dell'anno.
Gli Etruschi credevano che le divinità condizionassero sia il mondo che le azioni umane. Era necessario, perciò, tradurre la volontà degli dei dai segni per mezzo dei quali si manifestava. Questo richiedeva un codice ed un prontuario preciso di norme. Per quanto riguarda l'interpretazione dei fulmini, aveva una grande importanza il luogo e il giorno in cui essi apparivano. A questo si aggiungevano il colore e gli effetti che provocavano. Le varie divinità potevano lanciare un solo fulmine alla volta, solo Tinia ne aveva a disposizione tre. Ogni volta che un fulmine cadeva a terra, gli Etruschi costruivano per lui una tomba. Si trattava di un piccolo pozzo ricoperto da un tumuletto di terra in cui dovevano essere sepolte tutte le cose che erano state colpite dal fulmine, anche i cadaveri delle persone che fossero rimaste uccise dalla sua caduta. La "tomba" del fulmine era considerata sacra e inviolabile e si riteneva essere di cattivo auspicio calpestarla, per questo veniva circondata da una sorta di recinto.
Le viscere che gli Etruschi utilizzavano per trarre auspici erano di diversa natura: polmoni, milza, cuore ma sopratutto fegato. Le viscere venivano estratte ancora palpitanti dall'animale destinato esclusivamente alla consultazione divinatoria. Gli animali a cui si faceva maggiormente ricorso erano buoi, cavalli ma soprattutto pecore. Le viscere venivano analizzate a seconda della forma, delle dimensioni, del colore e degli eventuali difetti. Il fegato, in particolare, era oggetto di un esame minuzioso perché veniva riconosciuto come il "tempio terrestre" che faceva da contraltare al "tempio celeste". Gli antichi ritenevano che nel fegato risiedessero gli affetti, il coraggio, l'ira, l'intelligenza.
Gli Etruschi erano abili interpreti anche dei prodigi. Questi ultimi si distinguevano in ostentum, che prediceva il futuro; prodigio, che dava indicazioni sul da fare; miracolo, che manifestava qualcosa di straordinario; mostro, che dava un avvertimento. I prodigi considerati più frequenti erano la pioggia di sangue, la pioggia di pietre e quella di latte, gli animali che parlavano, la grandine, le comete, le statue che sudavano. C'erano anche alberi e animali "felici" perché portatori di buon auspicio, e "infelici" che, al contrario, rappresentavano un auspicio negativo.
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