sabato 13 ottobre 2012

L'area sacra di Largo Argentina

L'area sacra di Largo Argentina con i templi
indicati con le lettere in rosso
La Torre Argentina, dalla quale mutua il nome la celebre piazza di Roma, fu chiamata in questo modo da Johannes Burckardt che, dal 1483, fu maestro di cerimonie di cinque papi (Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI Borgia, Pio III e Giulio II). Burckardt aveva comperato un terreno nel quale si trovavano i resti del Teatro di Pompeo e diverse preesistenze medioevali e qui vi aveva fatto erigere il suo palazzo, la Casa del Burcardo.
Dopo il 1732 la proprietà venne utilizzata per costruirvi il Teatro Argentina, voluto dal duca Giuseppe Cesarini Sforza per rimediare ai dissesti finanziari causati dalla sua famiglia, mentre la celebre Torre, mozzata nell'Ottocento e incorporata in una sopraelevazione, è diventata quasi irriconoscibile. Fu incaricato del progetto del Teatro Argentina l'architetto Girolamo Theodoli. La facciata attualmente visibile, però, è posteriore di un secolo al progetto, e fu ideata da Pietro Holl e realizzata dall'architetto Giovanni Ersoch. La torre che si può vedere nella piazza è la torre del Papito, alta 17,50 metri e facente parte, un tempo, di un complesso più ampio poggiato sui templi dell'area. Il nome sembra esserle stato attribuito in riferimento o alla famiglia Papareschi, detta anche de Papa, o dal ricordo dell'antipapa Anacleto II Pierleoni (1132-1138), avversario di Innocenzo II Papareschi.
Tempio della Fortuna Huiusce Dei
I lavori per ricongiungere via Arenula con Corso Vittorio Emanuele II, previsti dal Piano Regolatore del 1909, furono confermati nel 1919, pur sapendo che si sarebbe andati a distruggere un'importante area archeologica (si erano già individuati, infatti, i resti di un tempio rotondo e di un altro rettangolare). Tutta l'area sacra oggi visibile, pertanto, rischiò di andare distrutta per la costruzione di grossi palazzi a cura dell'Istituto Romano dei Beni Stabili, che aveva la proprietà del terreno e che aveva firmato una convenzione con il Comune di Roma. Le demolizioni iniziarono nel 1927: venne abbattuta la chiesa di S. Nicola de' Cesarini e questo portò alla scoperta degli edifici sacri sottostanti ed alla sospensione dei lavori. Nel 1926 Mussolini, visitato il luogo ed ascoltati i pareri dei fautori della conservazione e di coloro che, al contrario, sostenevano l'edificazione, si pronunciò per la salvezza dell'area, la cui sistemazione venne affidata ad Antonio Munoz, ispettore superiore per l'Archeologia e le Belle Arti, uno degli ideatori della distruzione nonché molto poco rispettoso della presenza di resti archeologici anche in altre zone dell'Urbe. Il Foro Argentina, come venne allora chiamato, fu inaugurato da Mussolini il 21 aprile 1929.
I resti della grande statua della Fortuna
Due dei quattro templi che formano l'area sacra, erano già noti, mentre la scoperta degli altri due fu casuale ed avvenne durante gli scavi edilizi iniziati nel 1926 e proseguiti fino al 1928. La zona in cui i quattro templi sono inseriti, chiamata Campo Marzio, era delimitata a nord dall'Hecatostylum (il portico dalle cento colonne) e dalle Terme di Agrippa; a sud dagli edifici pertinenti il Circo Flaminio; ad ovest dai portici e dal Teatro di Pompeo e ad est dalla grande piazza porticata chiamata Porticus Minucia Frumentaria.
La zona è stata identificata proprio grazie alla presenza della Porticus Minucia, edificata nel 106 a.C. da Marco Minucio Rufo. L'edificio presenta dei colonnati (lato nord ed est della piazza). Il pavimento è in tufo ed è posteriore ai templi A, C e D, ma anteriore al tempio B.
I resti dei templi sono stati contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto che vanno dalla A alla D, procedendo da quello più a nord fino all'ultimo a sud. Questa classificazione piuttosto elementare è stata necessaria poiché non si conoscono con certezza le divinità alle quali erano stati dedicati questi edifici.
Il c.d. Tempio di Giuturna
Il tempio C risale al IV-III secolo a.C., il tempio A al III secolo a.C. (rifatto nel I secolo a.C.), il tempio D data all'inizio del II secolo a.C. e fu rifatto anch'esso nel I secolo a.C., il tempio B è della fine del II - inizio del I secolo a.C.. I templi A e C furono edificati sul piano di campagna ed erano distanziati per uno spazio piuttosto ampio. Una delle prime trasformazioni che subirono fu la sopraelevazione del piano di calpestio di circa 1,40 metri, dovuta, forse, alla ricostruzione dopo un incendio. Venne creato un pavimento unico di tufo per tre dei quattro templi. L'altare posto davanti al tempio C, coperto in tufo, riporta un'iscrizione nella quale si menziona Aulo Postumio Albino, nipote del console Aulo Postumio Albino Lusco, che aveva rifatto il pavimento. Aulo Postumio Albino Lusco fu console nel 180 a.C.
Dallo studio dei tre templi si è potuta ricostruire l'evoluzione dell'architettura romana da forme più arcaiche nella pianta (templi C, D e parte del tempio A) a impianti ellenizzati con forti ispirazioni tratte dal mondo etrusco-italico del IV-III secolo a.C..
Tempio A
Il tempio C è il più antico dei quattro. E' un tempio periptero sine posticum, vale a dire senza colonne sulla parte posteriore. I muri della cella, in mattoni, ed il mosaico pavimentale appartengono ad un restauro domizianeo, intervenuto dopo che un incendio dell'80 d.C. aveva distrutto quasi del tutto il Campo Marzio. Probabilmente era dedicato a Feronia, dea italica della fertilità, protettrice dei boschi e delle messi (collegata, pertanto, alla Porticus poco distante). Il tempio poggia su un podio altissimo. Le pareti della cella sono in mattoni e conserva ancora basi di un colonnato.
Il tempio A è il secondo tempio più antico, dopo il tempio C. In origine era un piccolo tempio con una coppia di colonne davanti alla cella o forse un prostilo tuscanico. Aveva un podio alto e con severe cornici, la platea era in tufo e aveva un altare in peperino conservatosi solo in parte. Sulla prima platea ne venne edificata una seconda, in tufo, con un altare in opus cementicium, che corrisponde al pavimento della Porticus Minucia. Il tempio A venne rifatto in un periodo successivo, forse sotto Silla: venne aggiunto un colonnato tutto intorno all'edificio, con basi e capitelli in travertino e fusti in tufo ricoperti di stucco. Le colonne attualmente visibili sono dell'epoca di Domiziano. Alcuni studiosi identificano il tempio A con quello dedicato a Giuturna, ninfa delle fonti, oppure a Iuno Curitis. Si sa che il tempio di Giuturna era stato costruito "in campo Marzio" dopo la vittoria dei Romani contro Falerii nel 241 a.C.. Il tempio di Iuno Curitis, invece venne costruito da Quinto Lutazio Cercone. Su questo tempio venne, poi, ad installarsi la chiesa di San Nicola dei Cesarini, della quale sono visibili alcuni resti (absidi e altare). Iuno Curritis era una dea sabina venerata dai Falisci ed anche dagli Etruschi. Era la divinità principale di Falerii ed è stata identificata o con l'etrusca Menrfa (Minerva) o con la greca Athena. Era una divinità della guerra, con lancia e scudo e con un mantello ricavato dalla pelle di una capra
Il recupero della testa pertinente la statua della
Fortuna in una foto dell'epoca
Il tempio D è il più grande dei quattro templi e il terzo in ordine cronologico. Si pensa fosse dedicato ai Lari Permarini, fu votato nel 190 a.C. da Lucio Emilio Regillo, e dedicato nel 179 a.C. dal censore Marco Emilio Lepido. E' stata scoperta solo una parte di questo tempio, dal momento che la maggior parte dell'edificio si trova sotto il piano stradale. La parte più antica è in opera cementizia, rifatta in travertino nel I secolo a.C.
Il tempio B è quello più recente tra i quattro dell'area sacra ed è l'unico a pianta circolare. Probabilmente corrisponde alla Aedes Fortunae Huiusce Dei, la Fortuna del Giorno Presente, fatto costruito dal console Quinto Lutazio Catulo, collega di Gaio Mario, per celebrare la vittoria contro i Cimbri del 101 a.C. a Vercelli. Del tempio rimangono il basamento e sei colonne. Al tempo di Domiziano si abbatterono le pareti della cella e se ne costruirono altre, esili tramezzi in tufo, tra colonna e colonna, si allargò il podio e si chiuse la facciata esterna. Accanto a questo tempio furono ritrovati i resti di una gigantesca statua che, attualmente, si trovano presso la Centrale Montemartini. Di questa statua la testa, da sola, è alta 1,46 metri. L'acrolito aveva le braccia e le gambe, in marmo. Le altre parti del corpo, coperte da una veste di bronzo, sono andate perdute.

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