domenica 18 novembre 2012

Il misterioso vaso di Dueno

Il vaso di Dueno
Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti "oggetti parlanti" ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un'iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l'altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.
Il vaso venne ritrovato in un deposito votivo sul Quirinale, nel 1880. In merito al suo utilizzo gli studiosi dell'epoca non erano concordi. Nel 1958 Peruzzi attribuì al reperto un uso in ambito sacrale. Peruzzi era un ottimo conoscitore del latino arcaico e diede anche una sua traduzione della scritta che compariva sul vaso: "chi mi rovescia scongiura gli dei affinché fanciulla non ti conceda i suoi favori se non vuoi essere soddisfatto per opera di Tuteria". Nel 1959 un'altra traduzione venne fatta da E. Gjerstad: "che la tua ragazza possa essere amabile con te, non starti vicina se tu non la conquisterai servendoti della assistenza".
Sviluppo della scritta sul vaso di Dueno
Negli anni '60 e '70 Dumezil, grande cultore della religione romana, esaminò attentamente il vaso e, cercando di contestualizzarlo, fornì una nuova traduzione della scritta: "colui che mi manda giura gli dei che se succede che la ragazza non abbia nei tuoi confronti un buon carattere facili rapporti ce ne venga l'obbligo a noi di far sì che l'accordo si stabilisca per voi".
Filippo Coarelli, verso la fine degli anni '80 rifiutò completamente le traduzioni fino a quel momento proposte e "salvò" solo l'ipotesi che il vaso potesse costituire un'offerta sacra, identificando Tuteria, nome che compariva nella frase del vaso, come una delle tante personificazioni della dea Fortuna, questa volta con caratteristiche ctonie ed erotiche. Quest'ipotesi era ulteriormente confortata dal fatto che il vaso era stato ritrovato nel luogo in cui, anticamente, sorgeva un santuario che, forse, era dedicato alla Tike Euelpis. Coarelli propose che il misterioso reperto poteva essere stato dedicato alla dea Tutela, un aspetto della Fortuna. Il santuario dedicato ad una degli aspetti della Fortuna, la Tike Euelpis, è conosciuto solo attraverso le fonti letterarie, le quali ne attribuiscono la costruzione a Servio Tullio. Del resto proprio il culto in genere della dea Fortuna si collega a Servio Tullio, soprattutto per quanto riguarda la celebrazione dei Matralia, festività annuale che si celebrava nel foro Boario, nel santuario dedicato ad un altro aspetto della Fortuna, santuario che la tradizione vuole essere stato fondato dallo stesso re. Il santuario della Fortuna venerata nei Matrialia aveva il nome di Fortuna Vergine e si trovava accanto al santuario di Mater Matuta. Durante la celebrazione di questa festività, le madri romane raccomandavano a Matuta i figli delle proprie sorelle e, forse, anche i figli dei propri fratelli, celebrando un rito di appartenenza della famiglia ad una particolare gens.
In rosso l'area del foro Boario
Proprio per questo si pensa che il vaso del Quirinale fosse stato dedicato in ambito cultuale, in un rito connesso a quello matrimoniale poiché attinente al sistema di relazioni che si instaurava con il matrimonio tra la gens del padre e la gens del marito della donna.
Gli anni '90 portarono una nuova proposta di traduzione, da parte del Pennisi: "giura per gli dei chi mi acquista e dice a se stesso: se verso di te ridente non sia la vergine, ma tu con doni nuziali come marito vuoi pattuirla. Dueno mi fece per un degno, e da Dueno indegno non mi terrà". Quest'ultima parte di questa nuova traduzione venne, in seguito, sviluppata in un'altra proposta di interpretazione: "non sia fatto del male a me (è il vaso che "parla") e a ciò che è consacrato". Gli studiosi ricordano un passo di Terenzio in cui si narrava di un giovane sposato per imposizione paterna, che si vedeva riconosciuto il diritto di ripudiare la sposa nel caso in cui ella si fosse comportata male e il matrimonio non fosse stato consumato. Qui siamo in ambito giuridico, più che religioso oppure oltre che religioso, essendo il diritto arcaico fortemente influenzato dalla sfera religiosa, alla quale chiedeva, per esempio, in prestito le formule di giuramento.
I colli di Roma e la loro dislocazione
Il testo del vaso di Dueno viene sempre più inquadrandosi come un giuramento arcaico, una formula cristallizzatasi nel corso dei decenni che, probabilmente, non potrà mai essere tradotta con precisione. Il vaso resta, comunque, la più bella dimostrazione di come, già nel VII secolo a.C., i nostri antenati avevano una tradizione cultuale ben articolata, con i suoi riti sacri, i sacerdoti, le formule da mandare a memoria, i codici.
Osvaldo Sacchi ha proposto, differentemente dal Coarelli, l'ipotesi che il misterioso vaso potesse essere collocato nell'area in cui un tempo sorgeva il tempio del dio Fidius, fondato da Tito Tazio. Questo tempio si trovava, secondo la tradizione, anch'esso sul Quirinale. Fidius era la divinità che presiedeva ai giuramenti e che in alcuni calendari, stilati nel periodo precedente ai tempi di Cesare, si celebrava il 9 di giugno. In questo caso il dio Fidius e la dea Fides non erano tanto due divinità distinte, quanto espressione dello stesso culto in epoche differenti. Fidius starebbe per filius e Dius Fidius sarebbe da ricollegarsi ad un arcaico Diovis filius (parallelo al greco Dios kouros). Il figlio al quale le fonti antiche si riferivano era Ercole, omologo del sabino Sancus. Ovidio fornisce il nome completo del Dius Fidius, che è: Semo Sancus Dius Fidius. Il suo tempio, appunto, era sul Quirinale ed era considerato antichissimo.
Anticamente, nell'area laziale, prima della diffusione delle tavole matrimoniali, le parti si scambiavano dei pegni sui quali dichiaravano, in forma di promessa, di consentire lo sposalizio individuando anche dei garanti che testimoniassero della promessa fatta. I vasi, oggetti di uso comune, dunque, potevano essere utilizzati con funzione documentale, specialmente in età arcaica.
Se, quindi, non è ancora concorde l'opinione degli studiosi sulla traduzione della scritta sul vaso di Duenos, è però certa la sua attribuzione ad un uso sacrale nell'ambito di un matrimonio tra persone di alto lignaggio e potrebbe essere stato deposto alla fine di un rito matrimoniale in qualità di documento probatorio dell'impegno del padre della sposa. E', in sostanza, una forma di promessa o obbligazione unilaterale.
Il testo dell'iscrizione è il seguente:
IOVESATDEIVOSQOIMEDMITATNEITEDENDOCOSMISVIRCOSIED
ASTEDNOISIOPETOITESIAIPAKARIVOIS
DUENOSMEDFEKEDENMANOMEINOMDUENOINEMEDMAOSTATOD
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