giovedì 9 febbraio 2017

Sardegna, riemergono i resti della necropoli della cartaginese Bithia

(Foto: Mibact Sardegna)
Chia, ancora una volta il mare porta alla luce tesori sepolti dalla sabbia e dal tempo. Dopo le violente mareggiate che recentemente si sono abbattute sulla bellissima spiaggia di Sa Colonia, nel comune di Domus De Maria, si scoprono resti dell'antica civiltà punica.
Si tratta di una porzione della necropoli pertinente alla città di Bithia, importante centro abitato almeno dall'VIII secolo a.C. al VI secolo d.C. La necropoli era già stata oggetto di scavi da parte della Soprintendenza per i beni archeologici, che aveva indagato oltre 300 tombe. Per recuperare le nuove sepolture emerse, la Soprintendenza ha effettuato, all'indomani della mareggiata, un intervento urgente che ha consentito il recupero di sepolture a cassone, sepolture a incinerazione, sepolture a "enchitrismòs" pertinenti ai diversi ambiti cronologici rappresentati nella necropoli.
Le ultime indagini archeologiche hanno riguardato la topografia della città, in particolare il santuario-tofet, le fortificazioni fenicio-puniche, oltre alla vasta necropoli litoranea.
Le prospezioni del 1964 della missione congiunta dell'Università di Roma e della Soprintendenza Archeologica di Cagliari hanno consentito l'identificazione del tofet di Bithia nell'isolotto di Su Cardulinu, ad est dell'acropoli. La piccola isola presenta un muro di cinta sul lato nord, in relazione all'istmo sabbioso che talora collega la terraferma. All'interno dell'isolotto sono stati posti in luce tre altari di grandi dimensioni legati all'offerta di bambini alla divinità, mediante il loro olocausto. Le deposizioni entro urne fittili accompagnate dalle oil bottles arcaiche e l'assenza di stele (introdotte nei tofet di Cartagine) connotano l'uso dell'area santuariale-funeraria limitatamente ai secoli VII e VI a.C. che segnarono la fase di fioritura di Bithia.
Le tombe scavate nel 1974 presentano una notevole varietà: si hanno semplici fosse aperte nella sabbia, tombe a cassone, urne fittili entro ciste litiche. Tale varietà è in sintonia con le principali necropoli fenicie della Sardegna (Nora, Monte Sirai, Pani Loriga, Tharros, S. Giovanni di Sinis, Othoca) e del resto della colonizzazione semitica occidentale.
Nei corredi delle tombe alle classiche ceramiche rituali fenice (brocche con orlo a fungo e a orlo trilobato, piatti ombelicati, oil bottles, lucerne a conchiglia) si affianca il vasellame di importazione etrusca (buccheri ceretani, oinochòe e kylix a ventaglietti, anforette a doppia spirale, olpe e alàbastra etrusco-corinzi, coppette su piede) del 630-540 a.C.; corinzia (aryballos piriforme, alàbastron); attica (coppa a figure rosse del Pittore di Winchester); ionica.
Si hanno pure gioielli d'argento, raramente aurei, armi in ferro, bronzi della metà del VII secolo a.C., uova di struzzo, amuleti. I dati della necropoli, integrati dai rinvenimenti superficiali nell'area della necropoli di Torre di Chia, documentano un centro fenicio sorto intorno alla fine dell'VIII secolo a.C. per le esigenze del mercato fenicio e decaduto per l'avvento di nuovi equilibri economici e politici imposti da Cartagine verso gli ultimi anni del VI secolo a.C.
La Bithia punica rivela una ridotta ripresa in epoca ellenistica, alla quale si deve la ristrutturazione della cinta muraria e la costituzione del Santuario di Bes, con una stipe votiva caratterizzata da figurine tornite di devoti sofferenti. Le ricerche sul periodo romano sono state estremamente limitate: ci si è limitati ad un titulus funerario medio-imperiale di Valerius Genialis, alla pubblicazione di un corredo tombale del II secolo d.C. e di un'anfora iberica.
Fonte:
castedduonline.it
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