lunedì 14 novembre 2011

Veleia e Baebia Basilla

Baebia Basilla
La città romana di Veleia si sviluppa alle spalle della colonia di Piacenza, a 460 metri sul livello del mare, nella valle del Chero, subaffluente del Po. Il luogo fu abitato già in epoca protostorica, come testimonia un sepolcreto a cremazione dell'Età del Ferro.
Attorno alla metà del I secolo a.C. Veleia divenne municipium, capoluogo di un distretto montano confinante con i territori di Parma, Piacenza, Libarna e Lucca. Il nome le viene da quello di una tribù ligure, i Veleiates o Eleates anche se, già dal I secolo d.C. e per buona parte del medioevo, viene chiamata Augusta nella parlata corrente.
L'abitato è disposto su una serie di terrazze e se ne distinguono diverse fasi costruttive. Il foro, di età augustea-giulio claudia, è stato costruito su un ripiano artificiale ottenuto tramite un sostanzioso sbancamento. Del foro è tuttora conservato il lastricato. Tutt'intorno corre, su tre lati, un portico, reso più ampio in antico da pitture murali. Sul portico si aprono botteghe e ambienti a destinazione pubblica tutti dotati di un sistema di riscaldamento.
Completa il foro la parte più bassa delle terrazze, ottenuta dall'accumolo di materiali provenienti dallo sbancamento soprastante e raccordata alla terrazza superiore da un ingresso a duplice prospetto, tetrastilo, inserito nel colonnato del foro. Questa terrazza era, forse, destinata alle funzioni religiose. La basilica chiude a sud l'ascensione all'acropoli. Si tratta di un edificio a navata unica, con esedre rettangolari alle testate. Qui aveva sede il culto dell'imperatore e si potevano ammirare le dodici grandi statue in marmo lunense che raffiguravano alcuni membri della gens giulio-claudia.
Scavi recenti, ad ovest del foro, hanno riportato alla luce costruzioni anteriori al foro stesso e tracce dell'ingresso originario, sostituito, dopo la metà del I secolo d.C. da quello monumentale collocato sul lato nord. La terrazza su cui è stata costruita, nel medioevo, una pieve dedicata a S. Antonio ospitava, probabilmente, già dall'antichità un edificio di culto. Più in alto è visibile una costruzione identificata con un serbatoio d'acqua.
L'esplorazione di Veleia fu iniziata, nel 1760 da Filippo di Borbone, duca di Parma, in seguito al ritrovamento fortuito della Tabula Alimentaria Traianea, la più grande iscrizione su bronzo nota in tutto il mondo romano. Dei monumenti che un tempo abbellivano la città, restano marmi e bronzi iscritti e figurati. Tra tutti un ritratto in bronzo di giovane donna, forse Baebia Basilla, un bronzo dorato raffigurante l'imperatore Antonino Pio, una piccola Vittoria in volo sempre in bronzo, conservati tutti presso il Museo Archeologico Nazionale di Parma.
In particolare il ritratto di Baebia Basilla fu ritrovato il 28 aprile 1760, vicino alla scala dell'ingresso occidentale della Basilica, non lontano dal luogo dove era stata ritrovata la Tabula Alimentaria. Il ritratto raffigura una giovane donna con la testa leggermente inclinata sulla destra. Gli occhi hanno i bulbi in calcedonio, dei quali solo uno si è conservato. I capelli sono corti, pettinati all'indietro e fermati sulla fronte da una fascetta. A questa era applicata un'altra acconciatura, lo si deduce dai forellini presenti sulla sommità del capo. Il particolare dei capelli corti ha fatto pensare ad un ruolo religioso ricoperto dalla fanciulla. Il ritratto bronzeo è una produzione della fine del I secolo a.C. di officine locale e presenta un certo verismo nella resa del volto della ragazza. E' stato attribuito alla figura di Baebia Bassilla, citata in un'iscrizione su una grande lastra marmorea spezzata in quattro parti, ritrovata nel 1760 nell'area del foro di Veleia. L'iscrizione ricorda l'atto di evergetismo privato di una donna della gens Baebia, gens citata nella Tabula Alimentaria, nota e documentata nella regio VIII anche a Parma. Baebia Basilla era una donna nobile e facoltosa che volle ristrutturare un edificio pubblico: il calchidicum, ambiente porticato della basilica.
L'evergetismo consisteva nella pratica di donare beni privati alla collettività, sia per il sostentamento degli indigenti che per la realizzazione o ristrutturazione di edifici pubblici quali strade e teatri. Era molto diffusa nel mondo romano. Con il tempo l'evergetismo acquisì quasi la natura di un obbligo a carico dei cittadini romani benestanti. Un obbligo di natura sociale e morale dal quale derivavano a costoro prestigi e onori.
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