sabato 15 novembre 2014

Megale Hellas, i Greci d'Italia (6)

Pitecusa, in greco, vuol dire "isola delle scimmie". Il nome le viene dato molto probabilmente per sottolineare il suo carattere marginale, selvaggio, simile, all'epoca, ai luoghi abitati dalle scimmie. Secondo le nozioni geografiche dei Greci dell'VIII secolo, quelli che colonizzano le coste dell'Italia ed anche Ischia, infatti, la Campania è situata al confine occidentale del mondo. Oltre vi è l'Oceano, che per i Greci antichi è un fiume che circonda la terra e la divide dall'Ade.
Gli storici antichi non considerano Pitecusa una vera e propria colonia ma, piuttosto, una città aperta, che vive di artigianato e di scambi commerciali. Da sempre la città attrae genti diverse: Fenici, Etruschi, Italici che provengono dal Lazio, dalla Campania e dalla Puglia. Le fonti antiche ricordano Pitecusa come specializzata nella produzione di vasi e nell'oreficeria. Vi è anche, però, un altro motivo per cui l'isola è ricordata: le eruzioni vulcaniche e i terremoti. Sono proprio questi due eventi naturali che portano alla fine del primo insediamento greco, già indebolito da lotte intestine. Gli archeologi hanno datato questo evento al VII secolo a.C.
Elementi di corredo funebre dal Museo di Lacco Ameno
Alla crisi di Pitecusa non è estranea la fondazione di Cuma, nella cui orbita l'isola mediterranea rimane fino all'inizio del V secolo a.C.. Nel 474 a.C., dopo la battaglia navale che vede le flotte alleate di Cuma e Siracusa sconfiggere quella degli Etruschi, per pochi anni sono i Siracusani a presidiare l'isola. Una nuova eruzione li costringe, però, ad abbandonare l'isola. Pitecusa, a questo punto, viene aggregata al territorio di Napoli, conservando la sua vocazione artigianale che si esplica nella produzione di ceramica, valorizzata dalla presenza di ottime cave di argilla.
L'insediamento di VIII secolo a.C. è essenzialmente composto da una serie di villaggi che si specializzano nella produzione di prodotti agricoli di prima necessità  e di prodotti più pregiati - il vino e l'olio, per esempio - destinati al commercio. Il centro principale, in questo periodo, è stato individuato nei pressi dell'attuale Lacco Ameno, anch'esso organizzato in più unità distinte. L'unità abitativa più importante è ubicata sull'acropoli di Monte Vico, su un promontorio che domina, ad est, un approdo naturale e ad ovest una necropoli (Valle di San Montano). A Monte Vico la documentazione archeologica copre, praticamente, tutto l'arco di vita della colonia di Pitecusa.
Anfore visibili nel percorso sotterraneo di Santa Restituta
(Foto: Roberto Salmi)
In età arcaica, sulla collina, viene lavorato il ferro, raffinando materiali grezzi che provengono dall'isola d'Elba. Nell'VIII secolo a.C. qui i Greci convivono con i Fenici, che hanno lasciato piatti iscritti nella loro lingua. Probabilmente questa convivenza è posta sotto la protezione e la garanzia di una divinità: è stato trovato, negli scavi, il modellino di un tempio risalente all'VIII secolo a.C., che rimanda all'esistenza di un qualche santuario. Terrecotte architettoniche per il rivestimento dei tetti accennano all'esistenza di edifici sacri.
Il quartiere portuale si sviluppa ai piedi del Monte Vico, sottoposto alla protezione di un santuario che si trovava nell'attuale Località Pastola. Qui è stata scoperta la Stipe dei Cavalli, attualmente esposta al Museo Archeologico di Villa Arbusto a Lacco Ameno. Il santuario è, forse, dedicato ad Hera, divinità molto venerata dagli Euboici, protettrice - tra l'altro - della navigazione e dei naviganti, oltre che dei matrimoni e della procreazione. Nel quartiere del porto operano i vasai, dal momento che le cave di argilla non sono molto lontane. Fornaci per la produzione di ceramiche, di età ellenistica e romana, si possono, oggi, visitare sotto la chiesa di Santa Restituta.
Sotterranei di Santa Restituta
Sulla collina di Mezzania, ai bordi del lato sud del quartiere portuale, ospita un terzo insediamento, del quale gli archeologi hanno lasciato scoperto e visibile un settore. Quest'insediamento viene distrutto da una frana nel VII secolo a.C.. In questo nucleo abitativo si stabiliscono gli artigiani che lavorano i metalli. Si sono conservate fino ad oggi le scorie della lavorazione del ferro, ornamenti in bronzo e metalli preziosi. Alla lavorazione di questi ultimi rimanda la scoperta di un piccolo peso di piombo di 8,79 grammi, che corrisponde all'unità di misura chiamata statere, propria dell'ambiente di provenienza dei coloni euboici.
La necropoli di Monte Vico, che rimane in uso per la durata dell'insediamento greco sull'isola, presenta distinti rituali funebri. Gli adulti sono incinerati e deposti sotto piccoli tumuli formati da ciottoli; i bambini e gli individui di rango subalterno sono inumati in tombe a fossa. Dai corredi funebri ritrovati si può dedurre la grande ricchezza della comunità e la sua eterogenea composizione. Si sono trovate ceramiche importate dalla Grecia: servizi da mensa, vasi per profumi, grandi contenitori per l'olio e il vino; ma anche ornamenti spesso in metallo prezioso, sigilli, amuleti provenienti dalla Fenicia, dalla Siria e dall'Egitto. Tra questi vi è la coppa importata da Rodi e risalente al 730 a.C., su cui è stata incisa una delle più antiche iscrizioni greche conservate. Un altro pezzo sicuramente di notevole pregio è un vaso da simposio in cui viene mescolato il vino all'acqua. Questo pezzo è stato fabbricato a Pitecusa ed è datato allo stesso periodo della coppa. Sulle pareti esterne reca raffigurata la scena di un naufragio.
Resti di abitazione a Forio d'Ischia
Nel comune di Forio d'Ischia gli archeologi hanno esplorato uno degli insediamenti agricoli che punteggiavano, un tempo, l'isola. Qui sono emersi dal terreno i resti di case della seconda metà dell'VIII secolo a.C., a pianta ovale o absidata, con muri in scaglie di pietra e ciottoli e il tetto in materiali vegetali. Quando furono abbandonate, le case vennero completamente ricoperte dalla cenere di un'eruzione vulcanica che è stata datata al VII secolo a.C., forse la stessa eruzione che costringe gli artigiani della zona del porto ad abbandonare il luogo in cui hanno insediato le loro attività. Questo insediamento, abbandonato nel VII secolo a.C., viene rioccupato nel VI secolo a.C., ma per un periodo brevissimo, dal momento che un'alluvione di fango lo travolge definitivamente nella metà dello stesso secolo.
Sono state trovate, negli scavi, tre case che risalgono al periodo pre-alluvione. Una di queste, di forma ovale, è stata interamente scavata ed ha restituito un ricchissimo arredo sigillato dal fango al momento in cui la casa viene travolta dall'alluvione. L'edificio abitativo, di dimesioni di 7 metri x 4, è diviso da un tramezzo in due ambienti: una cucina con il focolare ed una dispensa. Forse aveva anche un secondo piano su una piattaforma di legno. In quella che era, un tempo, una cucina, gli archeologi hanno trovato tracce di un telaio, alcune armi utilizzate sia per la caccia che per la difesa, strumenti per la lavorazione della terra e del legno. Grandi vasi per contenere derrate alimentari sono stati individuati nella dispensa, unitamente ad anfore di importazione etrusca e greca, tra i quali un grande cratere per simposio. Nella dispensa è stato trovato anche un gruzzoletto di grumi di bronzo, utilizzato come metallo pesato in un momento in cui la moneta non è ancora diffusa come strumento di scambio.
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