domenica 14 agosto 2016

I tesori sommersi della baia di Napoli

Uno dei tunnel scoperti nell'area sottomarina di Castel dell'Ovo
(Foto: Espresso)
Un team di ricercatori ha scoperto, nelle acque antistanti Castel dell'Ovo, a Napoli, dei reperti che possono gettare nuova luce sulla topografia del litorale campano in epoca antica. Ai primi colonizzatori greci che approdarono su questi lidi il paesaggio doveva, sicuramente, apparire diverso da come si presenta oggi.
L'archeologo Filippo Avilia è il direttore scientifico dell'operazione rilievo sottomarino, nell'ambito del progetto di mappatura geo-archeologica della costa napoletana, avviato da Marenostrum Archeoclub d'Italia in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali e la Soprintendenza Archeologica della Campania.
Lo scorso maggio è stata effettuata un'immersione lungo il fianco occidentale di Castel dell'Ovo, l'unica finora condotta in quel braccio di mare. Una delle prime osservazioni è che l'antica linea di costa era più bassa dell'attuale di circa 8 metri. Inoltre l'isolotto di Megaride, sul quale sorge il Castello, era unito alla terraferma a formare una penisola e proprio su questa lingua di terra si stabilì il primo nucleo di coloni greci (Pizzofalcone) e qui nacque l'antica Parthenope o Paleopolis, prima della fondazione di Neapolis.
(Foto: Espresso)
Queste deduzioni sono state confermate dalle gallerie, oggi sommerse, scavate dall'uomo e scoperte ad una profondità tra i 5 ed i 7 metri, gallerie che salgono dal basso verso l'alto, lunghe circa 5 metri ciascuna. Un tempo queste gallerie erano a cielo aperto e venivano utilizzate per estrarre materiali edili da caricare su apposite imbarcazioni. Gli archeologi ritengono che il loro primo utilizzo risalga all'epoca greca. Questa sorta di cave rimasero in uso anche in età romana, quando qui veniva estratta la pozzolana, sabbia di origine vulcanica usata per ottenere la malta.
Non lontano da questo sito è stato individuato, sempre tramite esplorazioni subacquee, un rocchio di colonna incassato nel tufo, dell'altezza stimata di un metro. Forse era utilizzato come punto di ormeggio quando il livello del mare era più basso. Una delle ultime immersioni ha messo in luce tratti di mura in opus reticulatum, già individuati negli anni '80 del secolo scorso ma mai documentati: si pensa possano appartenere a delle peschiere.
Filippo Avila ritiene che queste peschiere appartengano alla Villa di Lucullo, mai individuata finora, che le fonti antiche descrivono come provvista di allevamenti di murene e giardini di pesche persiane, collocandola proprio sull'isolotto di Megaride, dove, secondo la leggenda, si sarebbe arenato il corpo della sirena Parthenope. A tutt'oggi la scoperta è inedita e gli studiosi lamentano la cronica mancanza di fondi necessari a completare la ricerca.
Megaride è uno dei luoghi di culto più sacri dell'antichità campana, legato alla vicenda tragica della sirena Parthenope, morta di dolore per il rifiuto di Ulisse e seppellita proprio su quest'isolotto. L'isolotto oggi è un basamento di tufo e piperno che trae origine geologica dal monte Echia, una propaggine che legava l'attuale piazza Municipio, i quartieri Chiaia e San Ferdinando con il mare di Mergellina.
La Villa di Lucio Licinio Lucullo, detta Castrum Lucullanum, ospitava una delle più ricche e selezionate biblioteche private dell'antichità, allevamenti di murene, frutteti di pesco e ciliegie, queste ultime provenienti dalla Persia e da Cerasunta, città dell'Anatolia (odierna Turchia), da cui proviene il nome napoletano del frutto, "cerasa".
Sull'isolotto di Megaride, nel 476 d.C., in un edificio fortificato ricavato proprio dalla Villa di Lucullo, morì l'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, deposto poco prima dal generale barbaro Odoacre, re degli Eruli. In seguito a Megaride si insediarono i monaci basiliani finché, nel X secolo d.C., il loro monastero venne raso al suolo dai duchi di Napoli che temevano che potesse diventare una fortezza saracena. Si ha notizia di una fortezza militare solo con Ruggero il Normanno (XII secolo), fortezza che venne ampliata con altre tre torri da Federico II di Svevia (1222).

Fonti:
Archeo
giuseppemerlino.wordpress.com
Posta un commento

I misteri di Bryn Celli Ddu, Galles

Bryn Celli Ddu, la tomba neolitica sull'isola di Anglesey (Foto: Alamy Stock) Gli archeologi hanno scoperto, sull' isola di Ang...