domenica 26 febbraio 2017

Prima dell'alfabeto, appuntamento a Venezia fino al 25 aprile 2017

(Foto: beniculturali.it) 
Gli strani segni incisi su tavolette d'argilla possono sembrare, a prima vista, impronte lasciate da uccelli. Il cuneiforme, insieme al geroglifico egiziano, è il più antico sistema di scrittura al mondo, ideato ben oltre 5000 anni fa in Mesopotamia e da lì diffusosi fino all'Iran.
Proprio a questo particolare sistema di scrittura è dedicata la rassegna "Segni prima dell'alfabeto", ospitata a Venezia presso l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti a Palazzo Loredan, fino al 25 aprile 2017. Si tratta di un viaggio suggestivo alle origini della scrittura, ma anche alle origini dell'Occidente. In mostra 200 pezzi, tra vasi, statuine, placche votive, gioielli ma, soprattutto, tavolette iscritte e sigilli che evocano il mito del Diluvio e le storie di dèi ed eroi. I reperti provengono dalla straordinaria collezione del veneziano Giancarlo Ligabue, grande imprenditore nel ramo del catering nonché appassionato paleontologo e archeologo, scomparso nel 2015. Ai pezzi di questa collezione si aggiungono alcuni importanti prestiti dal Museo di Antichità di Torino e dall'Archeologico di Venezia. Curatore della mostra è il Professor Frederick Mario Fales, dell'Università degli Studi di Udine.
(Foto: nationalgeographic.it)
Fu la decifrazione dell'antico persiano, una delle lingue che confluirono nel cuneiforme, ad aprire la porta degli idiomi mesopotamici agli studiosi. In primo luogo all'accadico, parlato con qualche variante dai Babilonesi a sud e dagli Assiri a nord; una lingua semitica che poteva essere confrontata con altre appartenenti allo stesso ceppo linguistico.
Fu una specie di gara, alla quale parteciparono, nel 1857, il diplomatico inglese Henry C. Rawlinson, il pastore irlandese Edward Hincks, l'archeologo tedesco-francese Jules Oppert e l'inglese William Henry Fox Talbot, pioniere della fotografia. Ognuno degli sfidanti doveva mandare, in busta sigillata, alla Royal Asiatic Society di Londra la propria traslitterazione e traduzione di un'iscrizione del re assiro Tiglat-Pileser I (1113-1074 a.C.). Quando le buste furono aperte, si constatò che le quattro versioni differivano di poco: l'assiro-babilonese poteva considerarsi decifrato, era nata l'assiriologia.
Sigillo cilindrico montato su anello in metallo
(Foto: nationalgeographic.it)
Resisteva il segreto del sumerico, la lingua della civiltà mesopotamica più antica, che intorno al 3200 a.C., in contemporanea con quanto avveniva in Egitto, aveva inventato la scrittura, mettendo a punto un sistema di segni che, con l'andar del tempo, sarebbe rimasto in uso fino ai primi anni dell'era volgare (l'ultima tavoletta in cuneiforme è del 100 d.C.). Il sumerico era una lingua di origine ignota, e fu ancora Oppert a porre le basi per la sua comprensione, poi sviluppata a cavallo tra '800 e '900 grazie anche alla scoperta di numerose tavolette di "dizionari" sumero-accadici.
La scrittura era un'arte detenuta in esclusiva da una categoria di specialisti, gli scribi, da cui dipendevano in tutto i funzionari e gli stessi sovrani. Poche le eccezioni come Shulgi, nel 2000 a.C., o Assurbanipal, nel VII secolo a.C., che si vantava di avere imparato a scrivere, ma commetteva molti errori.
Placchetta circolare con il dio Assur (Foto: nationalgeographic.it)
Sono all'incirca un milione le tavolette riportate alla luce nell'ultimo secolo e mezzo, che forniscono una visione diretta e dettagliata dell'universo materiale e spirituale di quelle antiche e lontane civiltà. Ci sono testi giuridici, contratti di compravendita, liste di persone cose e animali, lettere, liste lessicali (vocabolari monolingui e bilingui), liste astrologiche, serie di sintomatologia medica, testi letterari quali l'epopea di Gilgamesh in 13 tavolette. Tra quelle in mostra una delle più complesse riporta una minuziosa serie di prescrizioni mediche per una partoriente afflitta da coliche, a cui seguono formule magiche per favorire la nascita: "Non odono più le sue orecchie, non è più alto il suo petto, i suoi ricci sono sparsi, non porta più il velo, non ha più vergogna. O misericordioso Marduk, sii presente! [...] Che egli esca, che veda la luce!".
Cono in argilla con iscrizione in cuneiforme sumerico
(Foto: nationalgeographic.it)
La lingua dei Sumeri era monosillabica e agglutinante: le parole sono composte da una radice alla quale vengono "incollati" suffissi e prefissi per esprimere il genere, il numero, il caso o il tempo. Si tratta di una sorta di rebus. Ad  esempio nel nome di persona Enlilti ("il dio Enlil fa vivere") il concetto di vita ("ti") è difficilmente rappresentabile. Per questo si ricorre al segno quasi omofono che rappresenta la freccia ("til"). Dal 2300 in avanti il cuneiforme viene adattato all'accadico, lingua polisillabica e flessiva (che, al pari dell'italiano, declina le desinenze in modo che uno stesso morfema possa esprimere una pluralità di relazioni grammaticali) e quindi a numerose altre parlate locali come quelle dell'Elam, di Ebla, della Siria, perfino a quella indoeuropea degli Hittiti in Anatolia.
I segni, inizialmente pittografici, vanno incontro ad un processo di stilizzazione in conseguenza, tra l'altro, dell'uso dello stilo di canna a sezione triangolare, con il quale venivano impressi nell'argilla fresca. Hanno, tuttavia, valori fonetici differenti, pur nel permanere del significato. Un esempio suggestivo è quello del logogramma della parola acqua, che si legge "a" in sumerico, "mu" in accadico e (straordinaria ma assolutamente casuale assonanza con l'inglese) "wa-a-tar" presso gli Hittiti.
Vaso di clorite a destinazione funeraria (Foto: nationalgeographic.it)
A differenza della Mesopotamia, in territori come la Siria e la Paletina l'argilla scarseggia, per cui come supporto della scrittura si ricorre alla pergamena, al papiro, al coccio, materiali inadatti ad essere incisi, scorrendo sui quali il pennellino degli scribi tracciava segni che non potevano più essere cunei spigolosi. E quando per le accresciute esigenze di società più articolate, l'arte della scrittura non fu più riservata a pochi, si dovette constatare che imparare una trentina di segni è molto più facile che apprenderne 600, ognuno con una pluralità di valori. Tramontava il cuneiforme, dopo 3300 anni, e si affermava l'alfabeto.
In mostra tavolette, placchette, intarsi in osso o in conchiglia oppure in oro o avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e di uso comune ma, soprattutto, importanti sigilli. Questi erano creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule, sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi. I sigilli, con l'avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione e la legalità della stessa.
I sigilli erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: lapislazzuli, importati dal lontano Badakhshan, nell'odierno Afghanistan nordorientale; l'ematite, la cornalina, il calcedonio ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca. Con il tempo questi sigilli furono riutilizzati sotto forma di amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi, talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni.
In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l'equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l'introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità.

Fonti:
adattato da "La Stampa" e da beniculturali.it
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