domenica 28 dicembre 2025

Verona, i tesori nascosti della chiesa di San Martino in Aquaro

Verona Castelvecchio, la chiesa di San Martino in Aquaro

Gli archeologi dell'Università di Verona, grazie al progetto promosso dai Musei Civici di Verona - Museo di Castelvecchio, che vede la collaborazione dell'Ateneo veronese, del Polo territoriale di Mantova, del Politecnico di Milano e della Soprintendenza veronese, stanno riportando alla luce i resti della chiesa di San Martino Aquaro, edificio oggi scomparso ma per secoli punto di riferimento per un'area cittadina in riva all'Adige. Un contesto stratificato che attraversa l'età romana, l'alto medioevo e le trasformazioni urbane e che custodiva anche una memoria di grande suggestione: quella della reliquia della spada di San Martino, qui venerata secondo fonti tarde.
Le indagini archeologiche, coordinate dal Professor Saggioro (dell'Univerona) e da Luca Fabbri (Curatore delle collezioni d'arte medioevale e moderna del museo) hanno rivelato una complessa sequenza stratigrafica. Le fasi più antiche sono costituite resti di edifici residenziali di età romana, molto probabilmente riferibili ad un'aera suburbana gravitante attorno all'antica via Postumia. Di queste strutture restano tracce di murature, pavimenti rasati e materiali di demolizione, su cui si imposta una fase successiva di riporti e sepolture tardoantiche e altomedioevali.
La fondazione della chiesa è attestata tra il IX ed il X secolo, con successive trasformazioni che portano alla costruzione, tra pieno e tardo medioevo, di un edificio romanico a tre navate. Di quest'ultimo restano visibili alcuni elementi architettonici, tra cui un pilastro polilobato in laterizi, che divideva navata maggiore e minore e due fasi pavimentali: una in ciottoli legati con malta, l'altra in mattoni e lastre.
La chiesa sorgeva al di fuori della cinta muraria tardoantica di Verona, in un'area periferica, diventata progressivamente parte integrante dell'espansione urbana. In età comunale, infatti, le nuove mura inglobano la zona, rendendola strategica per l'accesso alla città. La vicinanza con due porte urbiche documentate e con l'Adige conferisce al sito un'importanza anche logistica.
La costruzione del Castelvecchio nel Trecento segna un cambiamento radicale. La chiesa viene progressivamente demolita o inglobata nella nuova fortezza voluta da Cangrande II della Scala, un castello che nel periodo è conosciuto proprio con il nome di San Martino Aquaro. Gli Scaligeri probabilmente scelsero l'area per il suo posizionamento liminare, tra città e campagna, ideale per stare fuori dal cuore dei tumulti cittadini e per controllare i collegamenti esterni.
Lo scavo ha messo in luce anche sepolture in diverse fasi, alcune anteriori, altre posteriori alle varie trasformazioni edilizie. Alcune tombe intaccano strati più antichi o precedenti pavimentazioni, altre sono in cassa laterizia e lastra di pietra. E' proprio lo studio della sovrapposizione delle sepolture aiuta a identificare la successione delle fasi di occupazioni e con queste l'evoluzione della comunità che gravitava attorno a questo luogo di culto.
Il reimpiego di materiali romani è abbondante: si trovano mattoni, elementi lapidei scolpiti, soglie e persino una base elegantemente decorata a rosette, probabilmente appartenente alla base di una colonna. Alcuni materiali potrebbero provenire da strutture produttive poste lungo il vicino canale artificiale, attivo già in età romana, visto elementi che richiamano macine e simili.
Un elemento particolarmente evocativo è la tradizione scaligera, riportata da fonti del Cinquecento, secondo cui la spada di San Martino - reliquia unica in Europa - fosse conservata proprio in questa chiesa. Secondo il racconto, la spada sarebbe stata donata da Cangrande II della Scala a un membro della famiglia Bevilacqua, importanti sostenitori della costruzione del castello. La reliquia è oggi dispersa.

Fonte:
archaeoreporter

Verona, la vita dell'Arena oltre gli antichi spettacoli

Verona, scavi archeologici dei cunei dell'Arena
(Foto: ArchaeoReporter)

L'Arena di Verona è tra i monumenti romani più riconoscibili d'Italia. Lo scavo archeologico condotto sotto i livelli visibili ai visitatori ne restituisce un volto radicalmente diverso: quello di un luogo di produzione, trasformazione e lavoro, in cui la monumentalità antica è stata riadattata per usi pratici, artigianali e quotidiani.
Oggi, grazie ad una serie di campagne archeologiche avviate con metodologie stratigrafiche puntuali e strumentali di rilevamento avanzati, l'Arena rivela le sue fasi meno visibili, quelle che sono essenziali per ricostruire il rapporto tra monumento e città nel lungo periodo. I protagonisti sono soprattutto gli arcovoli, ossia la denominazione tutta veronese di quelli che vengono generalmente chiamati cunei, gli spazi vuoti sotto le strutture per gli spettatori.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall'ultimo scavo è la documentazione di attività legate alla produzione del vetro. La presenza di fornaci, scarti di lavorazione, residui di crogioli e frammenti riconducibili a fasi operative del ciclo vetrario suggerisce un riuso tecnico degli spazi interni del monumento. In questa fase della storia dell'edificio, le esigenze produttive mostrano di aver sostituito quelle legate alla sua originaria funzione spettacolare, salvando in fondo il monumento dalla sua spoliazione più o meno totale.

Fonte:
archaeoreporter.com
 


Pompei, lo strano uso di una situla egizia

Pompei, il recipiente egizio rinvenuto in un thermopolium
(Foto: Parco Archeologico di Pompei)

Nella piccola cucina di un thermopolium, una sorta di chiosco per cibo da strada, dell'antica Pompei è stato trovato un lussuoso recipiente proveniente dall'Egitto. Si tratta di una situla egizia in pasta vitrea decorata con scene di caccia in stile nilotiche che, curiosamente, veniva utilizzata come semplice utensile da cucina nel retro del thermopolium.
L'antica situla è un vaso in pasta vitrea di colore giallo-verdastro, decorato con figure umane, animali e vegetali. E' stato fabbricato ad Alessandria d'Egitto, uno dei centri artistici e commerciali più sofisticati del mondo greco-romano. Nel suo contesto tradizionale ed abituale, un pezzo come questo avrebbe adornato giardini aristocratici o sale da ricevimento delle domus più ricche.
Quello che rende speciale questo ritrovamento non è solo il fatto che si tratti di un oggetto proveniente dall'Egitto, ma anche la sua insolita collocazione, poiché il lussuoso vaso è stato trovato nel cuore di una cucina di uso comune, circondato da mortai, anfore per il vino, mestoli in bronzo ed utensili di uso quotidiano.
Il luogo del ritrovamento fa parte del cosiddetto thermopolium del Gallo, nell'insula III della Regio V di Pompei. Si tratta di uno degli oltre 80 thermopolia identificati nella città. In questi locali si vendevano sia bevande che cibo ai passanti, agli operai ed ai cittadini che non cucinavano a casa. Gli scavi più recenti hanno rivelato che questo thermopolium non solo aveva un bancone decorato con affreschi colorati, ma anche locali di servizio che includevano una cucina attrezzata, un piccolo bagno ed un appartamento al piano superiore dove, probabilmente, vivevano i proprietari dell'attività. Qui gli archeologi hanno trovato mobili, scrigni con profumi in vetro ed oggetti personali, come forcine in osso, in uno spazio piuttosto ridotto. Il pavimento, in malta cementizia, presentava inserti marmorei e una porzione rubricata in giallo. Le pareti conservano resti di decorazioni in IV stile, rimaste incompiute.
Al piano terra un ambiente fungeva da cucina e laboratorio di preparazione: sono stati trovati mortai, tegami, boccali ancora in posizione d'uso e una decina di anfore vinarie di diversa provenienza mediterranea. Accanto al piano cottura, una latrina in muratura e, poco distante, un piccolo altare domestico con terrecotte votive, una base in marmo ed una pigna in pasta vitrea blu.
Al momento dell'eruzione del 79 d.C. il complesso era ancora abitato, ma in condizioni fragili. Il Genio edilizio locale aveva rinforzato il solaio con pali orizzontali ed un rocchio di colonna; gli accessi erano stati modificati dopo i terremoti degli anni 60 d.C. e la pavimentazione mostrava segni di riparazione d'urgenza.
Sebbene non sia ancora stato determinato con certezza quale funzione avesse la situla in cucina, i componenti del team di conservazione hanno avviato analisi dei residui per scoprire cosa contenesse. Potrebbe essere stata utilizzata per conservare liquidi, spezie, oli o persino alimenti trasformati.

Fonti:
storicang.it
archaeoreporter.com


Vulci, la ieratica Kore ritrovata

Vulci, la testa della Kore (Foto: Ministero della Cultura)

Nell'antica città di Vulci è stato rinvenuto un importante reperto archeologico: si tratta di una testa in marmo greco di una giovane donna, una Kore, che costituisce un raro esempio di scultura greca rinvenuto in territorio etrusco. Il ritrovamento offre significativi spunti per comprendere l'intensità dei rapporti culturali tra la Grecia e l'Italia preromana.
Il ritrovamento è avvenuto nell'area del nuovo grande tempio scoperto nel 2021, che contribuisce ad ampliare il quadro finora noto degli edifici di culto realizzati nel centro urbano. La scultura raffigura il volto di una giovane donna con un'acconciatura ricercata ed elaborata, attribuibile ad un atelier attico degli inizi del V secolo a.C. Attualmente il reperto si trova presso l'Istituto Centrale per il Restauro (ICR) di Roma, dove è sottoposto ad un accurato intervento di restauro e ad indagini scientifiche finalizzate ad approfondire la policromia originaria, i materiali impiegati e la tecnica di lavorazione.
La testa è stata ritrovata nel settore sudovest, è scolpita in marmo e conserva tracce di policromia originaria. Presenta il caratteristico sorriso arcaico, gli occhi sono in terracotta e le ciglia in metallo: un dettaglio che rappresenta quasi un unicum per la scultura arcaica in marmo. La fronte è incorniciata da ciocche sottili che terminano in piccole spirali o nodi, mentre sulle tempie sono riprodotte due ciocche larghe ed arcuate. La testa è ornata da un alto diadema mentre le orecchi recano orecchini a disco. Il corpo è andato perduto.
Gli archeologi ritengono che la statua sia stata realizzata ad Atene, nei primi anni del V secolo a.C., e da lì abbia raggiunto la città-stato di Vulci, che intratteneva rapporti commerciali molto stretti con la polis greca.
Con ogni probabilità da Vulci raggiunse Velzna (Orvieto) un'altra rara statua in marmo presente in Etruria, la Venere di Cannicella, realizzata qualche decennio prima, tra il 530 ed il 520 a.C., e scolpita non ad Atene ma più ad oriente, in area greco-orientale.
La Kore di Vulci appartiene ad una tipologia tipica della scultura greco arcaica (VII-V secolo a.C.): statue di giovani donne in piedi, con una larga tunica (chitone) e in posizione frontale, con fiori, frutti o vasi nelle mani e un inconfondibile sorriso, fisso e ieratico. Di solito scolpite in marmo, a volte le Kore erano dipinte con colori vivaci. La loro funzione era legata alla sfera del sacro: erano oggetti di devozione religiosa, offerte votive per i santuari, monumenti funebri.

Fonti:
finestresullarte.info
ilgiornaledellarte.com
arte.it


La Scuola di Medicina di San Casciano ai Bagni. Non solo un santuario

Toscana, l'area scavata di San Casciano ai Bagni
(Foto: Comune di San Casciano ai Bagni)

Sono stati presentati i risultati della campagna di scavo 2025 del Santuario del Bagno Grande. Il sito si conferma come uno dei complessi archeologici più rilevanti dell'intero Mediterraneo antico. Le scoperte dell'ultima stagione di ricerche aprono prospettive inedite sulla storia del santuario, retrodatandone le origini di almeno due secoli ed offrendo dati di straordinaria importanza per lo studio della religione e della medicina antica.
La scoperta più rilevante riguarda la cronologia delle fasi più antiche del santuario. I reperti rinvenuti nel corso dello scavo 2025 si datano alla fine del V secolo a.C. e non più al III secolo a.C. come ipotizzato in precedenza. Questa retrodatazione suggerisce la presenza di un grande santuario di età alto-arcaica in prossimità della sorgente o nelle sue immediate vicinanze. A conferma di questa ipotesi vi è il ritrovamento di un frammento di candelabro in bronzo, materiale che emerge come centrale nelle pratiche sacre del santuario in tutte le sue fasi di utilizzo.
Alla fase conclusiva del sito appartengono nuovi reperti, tra i quali un fulmine ed un ramo in bronzo, riferibili al momento della chiusura del santuario nel V secolo d.C., in seguito agli editti di Teodosio. In questa fase di profonda trasformazione, diversi altari furono spezzati e riutilizzati per creare una piattaforma collocata davanti all'ingresso del tempio, in una posizione intermedia tra la sorgente principale, oggetto di indagine negli ultimi anni, e una seconda sorgente situata più a sud, probabilmente fulcro di un ulteriore spazio sacro.
Dal punto di vista architettonico la campagna di scavo del 2025 ha confermato l'esistenza di un grande recinto di età etrusca, attivo almeno a partire dal III secolo a.C. ma con ogni probabilità di origine più antica, caratterizzato da dimensioni paragonabili a quelle del tempio di età romano-imperiale. In vari punti del recinto sono state individuate tracce di riti di abbandono, riconoscibili nella dispersione volontaria di elementi di terracotta architettonica.
All'esterno del recinto più antico, nell'area sudoccidentale, è stato avviato lo scavo di quella che appare essere una favissa, vale a dire un deposito votivo sacro. I materiali emersi comprendono parti anatomiche in terracotta, come piedi, gambe, mani, teste e raffigurazioni di neonati in fasce, oltre a frammenti di statue ed a elementi decorativi architettonici, tra i quali antefisse.
Di particolare interesse è la fase tardo-antica del santuario. Nel IV secolo d.C., in seguito ad una serie di crolli del tempio di età imperiale, venne realizzato un imponente muro di contenimento che comportò lo scavo profondo delle stratificazioni più antiche. In tale occasione parte dei depositi etruschi fu intercettata e rovesciata all'esterno del tempio, secondo un rituale che prevedeva l'accensione di focolari, l'aspersione di materiali organici come pinoli ed astragali e l'impiego di oggetti dipinti e dotati di valenza magica. All'interno di questi livelli sono stati rinvenuti oggetti votivi di notevole qualità, tra i quali teste, figure infantili integre e, soprattutto, un modello poliviscerale in terracotta che rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, la più dettagliata raffigurazione dei visceri umani mai rinvenuta.
Questa scoperta rafforza l'ipotesi dell'esistenza, presso il Bagno Grande, di una vera scuola medica di età etrusca, attiva almeno dal III secolo a.C. Il santuario appare, pertanto, non solo come luogo di cura legato alle acque termali, ma come un centro di cura complesso, assimilabile ad un antico ospedale, in cui la conoscenza del corpo umano si traduce in rappresentazioni anatomiche di altissima precisione. Tale sapere sembra condiviso anche dagli artigiani, capaci di trasformarlo in oggetti sacri in bronzo e terracotta.
Lo scavo della favissa è ancora nelle fasi iniziali e si prospetta, già dalla prossima campagna, come una fonte di informazioni di straordinaria importanza non solo per la conoscenza dell'artigianato artistico etrusco e romano, ma anche per lo studio delle pratiche religiose e mediche dell'antichità.

Fonte:
finestresullarte.info


venerdì 26 dicembre 2025

Scoperte interessanti negli alloggi della Villa di Civita Giuliana a Pompei

Pompei, gli ambienti servili della Villa
di Civita Giuliana
(Foto: archeomedia.net)

Nuove scoperte nella villa di Civita Giuliana nei pressi degli Scavi di Pompei. In questa dimora i lavoratori schiavizzati che i Romani consideravano “strumenti parlanti” (instrumentum vocale), in alcuni casi godevano di una nutrizione migliore dei loro prossimi “liberi”. Tale quadro, suggerito dalle fonti scritte, sembra ora trovare riscontro negli scavi della villa di Civita Giuliana vicino a Pompe.
In uno degli ambienti al primo piano del quartiere servile della grande villa sono stati trovati anfore con fave, di cui una semivuota, nonché un grande cesto con frutta (pere, mele o sorbe). Si tratta di integratori preziosi per uomini, donne e bambini ridotti in schiavitù, che abitavano in piccole celle di 16 mq. Ciascuna cella conteneva fino a tre letti. In quanto “strumenti di produzione”, il cui valore poteva arrivare a diverse migliaia di sesterzi, il padrone evidentemente aveva pensato bene di integrare la dieta dei lavoratori agricoli, basata sul grano, con alimenti ricchi di vitamine, come le pere o le mele, e proteine, come le fave.
La conservazione al primo piano, in una zona dove le indagini stratigrafiche continueranno nei prossimi mesi, verosimilmente aveva una doppia finalità: in primo luogo, gli alimenti erano più protetti da parassiti come i roditori. Sin dal 2023, sono stati trovati resti di diversi esemplari di topi e ratti negli alloggi servili del pianterreno, che non disponevano di un vero e proprio pavimento ma solo di un battuto di terra. Inoltre, è probabile che comunque fosse previsto un razionamento e dunque un controllo di quanto ciascuno poteva prendere giornalmente dalla dispensa, anche in base alle mansioni, all’età e al sesso. Tale controllo potrebbe essere risultato più facile conservando i viveri al primo piano, dove potrebbero aver alloggiato i servi più fidati del padrone di casa, che esercitavano un controllo sugli altri.
Si stima che per un numero di cinquanta lavoratori, che corrisponde alla capienza del quartiere servile di Civita Giuliana, uno dei più grandi noti dal territorio dell’antica Pompei, servissero circa 18.500 chilogrammi di grano all’anno. Per la produzione di una tale quantità era necessaria una superficie di circa 25 ettari. Tuttavia, per evitare il diffondersi di malattie legate alla malnutrizione, era essenziale aggiungere altri alimenti alla dieta; solo così si poteva garantire la piena efficacia degli “strumenti parlanti”. Poteva così verificarsi che gli schiavi delle ville intorno a Pompei fossero meglio nutriti di molti cittadini formalmente liberi, alle cui famiglie mancava il minimo per vivere e che erano pertanto costretti a chiedere elemosine ai personaggi eminenti della città.
Le indagini archeologiche si sono concentrate nel settore nord del quartiere servile nello spazio occupato dall’attuale strada di Via Giuliana, al di sotto della quale si sono messe in luce le strutture murarie riferibili ai piani superiori della villa, ed in particolar modo a quattro ambienti delimitati da tramezzi in opus craticium.
Gli ambienti indagati al piano terra hanno restituito il calco dell’anta di una porta, composta da due pannelli rettangolari e con ancora le borchie in ferro, probabilmente una delle ante della porta a doppio battente che dal portico conduceva al corridoio che terminava all’ingresso del sacrario. Un secondo calco sembra rientrare nella sfera degli attrezzi agricoli, forse un aratro a spalla o una stegola, ovvero l’elemento che serve a guidare un aratro trainato da animali.
Un altro calco di notevoli dimensioni potrebbe essere interpretato come un’anta di un portone che, a giudicare dagli incassi e dagli alloggi presenti sul lato lungo superiore, doveva essere a doppio battente. La sua posizione leggermente inclinata verso la parete a cui si appoggia e la vicinanza alla stanza cosiddetta del carpentiere lascia ipotizzare che potesse essere qualcosa in attesa o in fase di riparazione.
La villa di Civita è stata oggetto di una campagna di scavo avviata a partire dal 2017 grazie alla collaborazione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che nel 2019 è stata sancita dalla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa, rinnovato più volte, finalizzato ad arrestare il saccheggio sistematico che per anni aveva interessato la villa. Le indagini del 2023-24 si sono concentrate lungo il tratto urbano di strada, investigando per la prima volta un’area interposta tra i due settori già noti, quello residenziale a nord e il quartiere servile a sud, allo scopo di verificare l’attendibilità delle informazioni recuperate dalle indagini giudiziarie condotte dalla Procura.
Attualmente è in corso il progetto “Demolizione, scavo e valorizzazione in località Civita Giuliana” finanziato con i fondi ordinari del Parco, che prevede la demolizione di due costruzioni che insistono sul quartiere servile ed il successivo ampliamento delle attività di scavo archeologico di questo quartiere di cui, allo stato attuale, conosciamo solo una parte. Lo scavo permetterà di ricostruire un quadro più completo e articolato dell’organizzazione planimetrica della villa e della sua estensione nel quartiere servile, elemento di fondamentale importanza per mettere a punto nuove strategie di conservazione e valorizzazione di tutta l’area in questione.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC


Sicilia, ricchezze e misteri della Villa romana di Durrueli

Agrigento, villa romana di Durrueli
(Foto: archeomedia.net)

A Realmonte, presso Agrigento, sulla costa meridionale della Sicilia, un ritrovamento sorprendente ha riacceso l'attenzione degli archeologi: un secondo impianto termale, finora sconosciuto, è riemerso all'interno del complesso della Villa romana di Durrueli. La scoperta allude ad un potente aristocratico proprietario della villa.
La Villa romana di Durrueli si affaccia sul mare e sorge a poca distanza da una spiaggia ampia e luminosa con un approdo naturale. Si trattava non solo di una residenza estiva, ma di una villa marittima connessa alle attività economiche e marittime dell'epoca. Gli spazi, i materiali e le tecnologie impiegate rivelano una cura maniacale del dettaglio, un'economia domestica capace di sostenere impianti complessi e personale specializzato.
Il nuovo impianto termale, riportato alla luce dal team del Parco Archeologico della Valle dei Templi, in collaborazione con l'Università di Catania e il CNR, aggiunge un tassello fondamentale al mosaico. Fino ad oggi era noto un solo settore termale, ora se ne scopre un secondo, più sofisticato ed articolato.
La nuova area comprende l'ipocausto, il sistema di riscaldamento a pavimento con pilae (colonnine in laterizio), il tepidarium, dove il calore era più mite, il calidarium, con temperatura elevata e vapore intenso ed un ambiente laterale più appartato, forse invernale o riservato a ospiti illustri.
Tutti gli ambienti sono dotati di tubuli in ceramica per la circolazione del calore e nei vani sono stati ritrovati residui di essenze vegetali come mirto e ginepro, usati per rendere l'esperienza termale più aromatica e sensoriale.
La presenza di due balnea nella stessa villa è un caso raro nell'architettura romana e testimonia un livello di benessere fuori dal comune, aprendo interrogativi sull'identità di chi poteva permettersi un tale lusso. Le evidenze storiche ed archeologiche suggeriscono un'attribuzione alla gens Annea, potente famiglia aristocratica romana presente in Sicilia tra il II ed il IV secolo d.C. Il nome Villa di Publio Annio è una convenzione, non confermata da iscrizioni dirette, ma fondata sul contesto storico e sui documenti epigrafici che parlano di proprietà della famiglia nella regione.
La gens Annia, di origine italica, possedeva vasti latifondi in Sicilia e residenze di prestigio. Alcuni membri ricoprivano ruoli pubblici importanti, con responsabilità amministrative nelle città dell'isola. La villa non era solo un luogo di svago, ma anche un centro produttivo e strategico. I reperti precedenti, come mosaici policromi, stucchi, tegole timbrate, lucerne e strumenti agricoli confermano l'esistenza di un'attività agricola strutturata. Non mancavano animali da allevamento né prodotti da trasformare e commerciare.
Le tracce vegetali rinvenute nei vani termali parlano di un'attenzione alla cura del corpo oggi quasi sorprendente. Gli ambienti sembrano progettati esclusivamente per il benessere, al fine di offrire un'esperienza di piacere. La presenza di calcare compatto nei canali di scolo attesta l'uso costante di acqua ricca di minerali, elemento che potenziava i benefici delle terme e richiedeva manutenzione continua.

Fonte:
siciliafan.it


Scozia, trovate misteriose sepolture dell'Età del Bronzo

Scozia, le urne contenenti resti umani
(Foto: bbc.com)

Recenti ricerche archeologiche hanno rivelato una misteriosa sepoltura comune nel sud della Scozia risalente a circa 3300 anni fa.
Gli scavi condotti in anni recenti hanno rivelato un tumulo dell'Età del Bronzo contenente le ossa cremate appartenenti a diverse persone, custodite in cinque urne. I resti appartenevano ad almeno otto individui, tutti posti lì in una sepoltura di massa risalente ad un periodo compreso tra il 1439 ed il 1287 a.C.
Le analisi hanno rivelato che i resti furono cremati e poi sepolti quasi immediatamente. Di solito le tradizioni dell'Età del Bronzo volevano che si lasciassero i corpi esposti per un certo periodo, com'è testimoniato in un altro scavo a Broughton, nelle Borders. Quella appena scoperta è una sepoltura riutilizzata da una comunità per un lungo periodo di tempo. Gli archeologi pensano che sia riconducibile ad un periodo di carestia che funestò la regione.

Fonte:
bbc.com 


Egitto, scavato da una missione italiana il tempio a valle nel complesso solare del faraone Nyuserra

Egitto, uno dei reperti recuperati dalla missione archeologica
italiana ad Abu Ghurab (Foto: Università di Torino)

Una missione archeologica dell'Università di Torino, in collaborazione con l'Università di Napoli L'Orientale, ha portato alla luce un notevole ritrovamento nei pressi de Il Cairo. Gli scavi nel sito di Abu Ghurab hanno permesso di individuare un tempio a valle all'interno del complesso solare del faraone Nyuserra, sovrano della V Dinastia (III millennio a.C.).
Il tempio a valle rappresenta un elemento chiave nell'architettura dell'antico Egitto, poiché collegava il santuario superiore situato su una collina desertica alla valle del Nilo, attraverso cui giungevano offerte e personale. Il complesso di Nyuserra, noto come il primo esempio di tempio dedicato esplicitamente al dio sole Ra, era già stato individuato alla fine dell'Ottocento dall'archeologo Ludwig Borchardt, ma non era stato scavato a causa dell'alto livello della falda freatica. Il mutamento del corso del Nilo e la costruzione della diga di Assuan hanno abbassato il livello delle acque sotterranee, rendendo possibile l'indagine archeologica.
Le campagne del 2024 e 2025, guidate da Massimiliano Nuzzolo per l'Università di Torino, e da Rosanna Pirelli per l'Università di Napoli, si sono concentrate sull'area che fungeva da accesso al santuario. Il Ministero Egiziano delle Antichità e del Turismo ha confermato ufficialmente i risultati, che documentano uno dei rarissimi templi a valle legati ad un complesso solare dell'Antico Regno.
Le strutture emergenti indicano un edificio monumentale, esteso su oltre 1.000 metri quadrati, pari a metà dell'intero santuario. La costruzione superava i 5,5 metri di altezza ed era realizzata con materiali pregiati quali il granito rosa, il calcare bianco fine e la quarzite rossa. Numerosi blocchi recano iscrizioni con il nome di Nyuserra e riferimenti a festività religiose, probabilmente parte di un calendario rituale esposto all'esterno. L'indagine ha, inoltre, evidenziato che il santuario, utilizzato per circa un secolo, venne successivamente abbandonato e rioccupato dalle comunità locali per oltre trecento anni.

Fonte:
finestresullarte.info

Oplontisi, emergono nuove meraviglie nella Villa di Poppea

Oplontis, salone della Maschera e del Pavone
(Foto: finestresullarte.info)

E' attualmente in corso, a Oplontis-Torre Annunziata, un cantiere di scavo e restauro della Villa di Poppea che sta coinvolgendo, in modo particolare, il celebre salone della Maschera e del Pavone, uno degli ambienti più raffinati della residenza, decorato in II stile. Dalle indagini archeologiche stanno emergendo nuovi suggestivi lacerti di affreschi di grande raffinatezza, tra i quali spiccano figure vivaci di pavoni e maschere.
Lo scavo consentirà di stabilire una connessione diretta con il vicino Spolettificio Borbonico, dove, nei prossimi anni, sorgeranno spazi espositivi museali, depositi e servizi aggiuntivi.
Tra le scoperte di maggiore rilievo figura una pavonessa raffigurata integralmente, simmetrica rispetto al pavone maschio individuato sulla porzione meridionale della stessa parete, insieme a frammenti affrescati con l'immagine di una maschera scenica riconducibile ad un personaggio della Commedia Atellana. Diversamente da altre maschere presenti nell'ambiente, riferibili alla Tragedia, questa è identificabile con Pappus, il vecchio sciocco che tenta invano di atteggiarsi a giovane e viene regolarmente deriso. Di particolare interesse è anche il rinvenimento di frammenti di affresco raffiguranti un tripode dorato inserito in un cerchio, analogo per impostazione a quello rappresentato su un'altra parete, dove compare, invece, un tripode di bronzo.
Attraverso l'impiego della tecnica dei calchi, lo scavo ha inoltre restituito le impronte degli alberi che decoravano il giardino, conservate nella loro posizione originaria e disposte secondo un preciso schema ornamentale. Questo assetto raddoppiava idealmente il colonnato del porticato meridionale, richiamando soluzioni note sia nelle domus di Pompei che nella stessa Oplontis.
Sono stati anche individuati quattro nuovi ambienti che si aggiungono ai 99 già conosciuti, tra i quali un vano absidato, verosimilmente appartenente al settore termale. Di particolare interesse è il rilevamento di un paleoalveo, ovvero un antico tratto di alveo di un torrente stagionale che scorreva in corrispondenza dell'attuale via dei Sepolcri. Questo alveo si sarebbe formato probabilmente dopo l'eruzione del 1631, che ha eroso parte dei depositi lasciati dall'eruzione del 79 d.C., offrendo nuovi elementi per comprendere l'evoluzione del paesaggio circostante.
Parallelamente allo scavo è in corso un intervento di restauro degli apparati decorativi dei due piccoli ma preziosi ambienti originariamente destinati al riposo, detti cubicula, affacciati nell'area sudoccidentale della villa, in prossimità dell'altro cantiere. Colpisce la straordinaria ricchezza delle decorazioni, composte da stucchi, affreschi parietali, volte dipinte e pavimenti musivi di grande qualità che testimoniano l'elevato livello tecnico degli artigiani antichi e l'uso di una gamma cromatica ampia, che include anche il prezioso blu egizio.
Il primo ambiente presenta affreschi in II stile, con finti marmi ed architetture fantastiche che ampliano visivamente lo spazio. Le volte sono ornate da un motivo a cassettoni mentre le lunette ospitano raffigurazioni paesaggistiche. La pavimentazione musiva è conservata solo parzialmente e presenta tessere bianche e nere disposte in motivi geometrici. Attraverso uno stretto passaggio si accede ad un secondo ambiente, apparentemente più sobrio, decorato in III stile con fondi monocromi e motivi floreali. Originariamente doveva essere coperto da una volta della quale restano poche tracce. In questo spazio sono riconoscibili diverse fasi di intervento, alcune delle quali, incompiute, suggeriscono che l'ambiente fosse in fase di ristrutturazione al momento dell'eruzione.
Sono inoltre conservati i calchi delle imposte di porte e finestre, realizzati in gesso al momento della scoperta secondo una tecnica derivata da quella messa a punto da Fiorelli, che preservano ancora tracce originali del legno.

Fonte:
finestresullarte.info


Il mosaico nascosto di Aquileia


Aquileia, il tappeto fiorito (Foto: Fondazione Aquileia)
Ad Aquileia è tornato alla luce, dopo oltre sessant'anni, il mosaico del "tappeto fiorito", una delle testimonianze più raffinate dell'arte musiva aquileiese.
Il mosaico era stato scoperto più di sessant'anni fa, tra il 1962 ed il 1963, nel corso delle indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza durante la costruzione della caserma dei carabinieri.
Il pavimento musivo, esteso per circa 76 metri quadrati (10,10 x 7,60 m), presenta al centro un riquadro decorato da una raffinata composizione floreale realizzata con tessere policrome e venne datato, in un primo momento, agli inizi del II secolo d.C. Al termine delle indagini, il mosaico fu nuovamente interrato per garantirne la conservazione. La recente scoperta ha confermato come il pavimento musivo si sia conservato in condizioni perfette.

Fonte:
finestresullarte.info
 

Egitto, la conquista del deserto in una scena incisa sulla pietra

Sinai, la scena litica risalenti all'occupazione egiziana (Foto: M. Nour El-Din/ridisegno: E. Kiesel) Cinquemila anni fa, in un remoto l...