mercoledì 23 maggio 2012

La tazza d'oro di Montecchio Emilia

La tazza d'oro ritrovata a Montecchio Emilia
Recentemente, nel corso di un controllo archeologico all'interno di una cava di inerti, sulla sponda destra del fiume Enza, nel comune di Montecchio Emilia (Reggio Emilia) è stata fatta una stupefacente scoperta. Il comune, per la verità, era già noto per l'alto rischio archeologico. Negli oltre 5 metri di stratigrafia della cava era stata rintracciata la presenza di resti di abitazioni del Neolitico Finale e dell'Età del Rame (IV-III millennio a.C.), di tombe a cremazione in urna dell'Età del Bronzo Medio e Recente (XIV-XIII secolo) e di tombe etrusche a fossa dell'Età del Ferro.
In occasione di questo recente controllo, nell'immediato sottosuolo di un campo adibito ad agricoltura, è stata trovata una tazza di oro puro, con un piccolo manico in lamina. La tazza è alta poco più di 12 centimetri ed è stata chiaramente sollevata e spostata dall'intervento di un aratro in tempi non recenti. Il reperto era schiacciato già in antico, poi l'aratro l'ha parzialmente rotto, asportandone una piccola parte. La lamina di cui è composta la tazza è spessa 1,5 millimetri e non presenta decorazione.
Ritrovamenti come questo di Montecchio Emilia sono estremamente rari in Europa, visto l'alto valore di tali oggetti anche nell'antichità. Una coppa identica a quella di Montecchio Emilia è stata ritrovata a Fritzdorf, in Germania, nel 1954 da un contadino ed è ora conservata al Landesmuseum di Bonn. Una tazza analoga è stata rinvenuta anche in Bretagna, ma presto è andata perduta. Al British Museum, comunque, vi sono tazze coeve piuttosto simili a quella di Montecchio.
La tazza ritrovata in Emilia Romagna doveva essere stata depositata in un ripostiglio oppure si trattava di un'offerta votiva, anche se alcune ricerche stanno accertando se facesse o meno parte di un ritrovamento di 13 oggetti d'oro, apparentemente dell'Età del Bronzo, avvenuto nel 1782. I reperti, purtroppo, furono fusi e non ne rimangono che delle fantasiose descrizioni.
La tazza è stata presentata, il 23 aprile 2012, all'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze. L'oggetto deve ancora essere ben analizzato per poterne estrarre i segreti che racchiude

Festus e Porcello, maledetti in una tavoletta

Una delle tavolette contenente le maledizioni
Sono state trovate due maledizioni indirizzate attraverso l'utilizzo delle figure di due serpenti, destinate l'una ad un senatore l'altra ad un veterinario dell'età romana. Questo è quanto ha affermato un ricercatore spagnolo che si è appena cimentato nella decifrazione di ben 1600 maledizioni.
Entrambe le tavolette contenenti le maledizioni presentano anche la raffigurazione di una divinità femminile, forse la dea greca Ecate, raffigurata con serpenti al posto dei capelli. Entrambe le maledizioni contengono, inoltre, invocazioni simili a quelle che si indirizzavano alla ferale divinità che presiedeva agli incroci.
Le tavolette sono entrambe scritte in latino su un foglio sottile di piombo e sarebbero state incise da due persone diverse all'epoca del tardo impero romano. Sono state scoperte nel 2009 nei pressi del Museo Civico Archeologico di Bologna che le aveva acquistate circa un secolo prima. Gli archeologi non conoscono ancora l'origine precisa delle tavolette, ma sanno esattamente a chi erano dirette le maledizioni. Celia Sànchez Natalìas, che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso l'Università di Saragozza, ha spiegato che nel mondo di coloro che si servivano di queste maledizioni, vi era una cura particolare nell'individuare esattamente il soggetto da colpire. In questo caso si tratterebbe di un senatore, tal Festus, e di un veterinario di nome - ironia della sorte - Porcello. L'iconografia della tavoletta riguardante il veterinario mostra un Porcello mummificato, le braccia conserte e il nome inciso su entrambe le braccia.

I gioielli di Megiddo

Uno degli orecchini ritrovati a Megiddo
I ricercatori della Tel Aviv University hanno recentemente scoperto una collezione di gioielli in oro ed argento datati intorno al 1100 a.C., nascosti in una brocca nei pressi del sito archeologico di Tel Megiddo, nella Valle di Izreel, nel nord d'Israele.
La brocca, in realtà, è stata ritrovata nel 2010 ma è stato necessario ripulirla per poterla analizzare insieme al suo contenuto. I ricercatori, infatti, temevano di danneggiare il vaso ed il suo contenuto, aprendolo, poiché era pieno di terra. Quando le operazioni di pulizia sono state ultimate, sono emersi dei notevoli pezzi di gioielleria. I ricercatori ritengono che i gioielli appartenessero alle fortune di un privato che risiedeva nella parte settentrionale di Megiddo. La datazione li attribuisce all'Età del Ferro I (1200-550 a.C.) ed alcuni dei gioielli potrebbero essere stati forgiati in Egitto, dal momento che alcuni dei materiali utilizzati (come la perle montate su una base di corniola), ed alcuni dei disegni riprodotti sono molto simili ad analoghi a modelli e disegni egiziani dello stesso periodo.
La brocca ed alcuni oggetti
ritrovati a Megiddo
I gioielli erano custoditi in una brocca di ceramica, avvolti in una tela. E' probabile che la brocca fosse utilizzata normalmente per depositarvi i preziosi, oppure per nasconderli in attesa di tempi migliori per tornare a prenderli. Questo tesoretto è ritenuto dagli archeologi fuori dal comune e comprende nove paia di orecchini cananei a forma di lunette, un anello con incisa la figura di un pesce, tutti in oro, oltre a più di mille piccole perline d'oro, d'argento e di corniola, intrecciate a formare una splendida collana. Il ritrovamento comprendeva anche un cordino ricoperto di lino con attaccati pezzi di gioielleria in argento. Uno degli orecchini d'oro ha la forma di un cestino e contiene la figura di un uccello. Otto animali sono muniti di corna.
Megiddo era un'importante città cananea fino al X secolo a.C.. Il sito dove sorgeva l'antica cittadina conserva molte interessanti stratigrafie (si parla di circa 10-11 strati) che sono state analizzate al radiocarbonio. I gioielli, in particolare, sembrano risalire, secondo la datazione con quest'ultimo, all'XI secolo a.C.
La brocca e il suo preziosissimo contenuto sono stati ritrovati in un angolo di un grande cortile tappezzato di piastrelle di pietra. Sopra la brocca vi era un altro contenitore, presumibilmente utilizzato per coprirla.

martedì 22 maggio 2012

L'antichissima corsa dei ceri di Gubbio

I ceri di Gubbio
La corsa dei ceri di Gubbio è strettamente connessa alla figura del santo vescovo Ubaldo Baldassini, che nel 1151 difese la città dall'assedio di ben undici città riunite in lega. La leggenda vuole che Ubaldo, dopo aver fatto tre volte il giro della città di Gubbio recitando salmi ed orazioni, sia salito sulla cima del monte e qui abbia disperso i nemici con la sola preghiera. Alcuni affermano che la festa dei ceri si cominciò ad affermare solo alla morte del vescovo, avvenuta tra il 15 e il 16 maggio 1160.
In realtà l'origine della festa è più antica del 1160, risalendo, affermano gli studiosi, ad epoca precristiana. L'archeologo umbro Simone Sisani sostiene, infatti, che sia la celebrazione che il percorso dei ceri di Gubbio siano in contrasto con la tradizione cristiana. Il percorso non sembra, ad esempio, condizionato dalla presenza di edifici religiosi: esclude sia la cattedrale antica (che si trovava nella piazza in cui sorge la chiesa di San Giovanni), sia l'attuale duomo del XII secolo. La conclusione della corsa - sul monte Igino - mette in evidenza un'area che rivestiva un'importanza fondamentale addirittura in epoca preromana. Qui, infatti, sorgeva l'acropoli cittadina già nel V secolo a.C.. Le celebrazioni, descritte nelle Tavole Iguvine in lingua umbra, si svolgevano nell'antica Ikuvium e terminavano proprio sulla sommità dell'acropoli.
Ma non basta. L'attuale percorso urbano dei ceri è strettamente connesso con il perimetro della cerchia muraria della città nel II secolo a.C.. La partenza avviene nei pressi dell'arco di S. Marziale, le due soste presso la porta del Ponte Marmoreo e poco oltre la porta di San Giuliano. Questo percorso ricalca quello di un rito di purificazione descritto nelle Tavole Iguvine chiamato cerimonia piaculare. La prima parte del percorso urbano si svolgeva intorno alle mura, scandito da sacrifici effettuati sia all'interno che all'esterno delle tre porte antiche (la Trebulana, la Tesenaca e la Velia). Altri sacrifici erano realizzati fuori città, sulla cima dei monti Ingino e Ansciano, dove si trovavano i santuari sacri di Ikuvium.
Gli antichi riti si svolgevano "ponne oui furfant", vale a dire quanto si tosano le pecore. Varrone pone la tosatura tra l'equinozio di primavera e il solstizio d'estate. L'antica processione, così come ci è pervenuta dalle descrizioni, non comportava l'utilizzo delle tre macchine lignee che caratterizzano il percorso moderno e che pesano ben 300 chilogrammi. Si pensa che la festa pagana celebrasse un'antica divinità legata alla fertilità degli uomini, dal momento che i ceri alludono alla simbologia fallica.
I portatori di cero, detti ceraioli, hanno ciascuno appartenenza ad un solo cero o per libera scelta o per tradizione familiare. Al cero di S. Ubaldo sono legate le corporazioni dei muratori e degli scalpellini; a quello di S. Giorgio quella dei commercianti; al cero di S. Antonio i contadini, i proprietari terrieri e gli studenti. Con lo statuto del 1338, il Comune di Gubbio fissò come doveva svolgersi la corsa.
Sui ceri non possono essere raffigurate armi o insegne di associazioni, casate o singole persone diverse da quella del Comune

Colui che torna alla vita, Whem-ef-ankh

Il sarcofago del sacerdote Ankhpakhered
I ricercatori del Progetto Mummia dell'Ospedale Fatebenefratelli di Milano, ha scoperto che uno dei sacerdoti del dio Min, Ankhpakhered, non riposava tranquillamente nel suo bel sarcofago dipinto. Il sarcofago che doveva contenere i resti del sacerdote, infatti, contiene in effetti i resti di un altro uomo, vissuto tra il 400 e il 100 a.C.
Secondo i ricercatori - l'egittologa Sabina Malgora e il dottor Luca Bernardo, direttore al Fatebenefratelli - la scoperta potrebbe portare ad un furto verificatosi oltre 2000 anni fa. I parenti di un uomo sconosciuto si potrebbero essere appropriati di questo bel sarcofago, che risale ad un periodo compreso tra la XXII e XXII Dinastia (circa 945-715 a.C.). Era, questa, una pratica piuttosto comune, in determinati periodi storici, soprattutto quando la crisi economica e politica sguarniva le necropoli di sorveglianza.
Gli studiosi e la mummia di Whem-ef-ankh
Proprio il moltiplicarsi di questi furti fu alla base del trasferimento di molte mummie reali e dei loro congiunti in un deposito più sicuro della tomba ufficiale, un deposito nascosto, chiamato cachette, che è stato trovato dagli archeologi a Deir el-Bahari nel XIX secolo ed ha permesso agli studiosi di disporre di più di 50 mummie di faraoni, dignitari, regine e nobili.
Il defunto esaminato al Fatebenefratelli di Milano era conservato nel sarcofago del sacerdote di Min pervenuto al Museo Archeologico di Asti nel 1903 da una collezione privata. Il sarcofago, in particolare, non si sa come sia giunto in Italia. La mummia, da parte sua, aveva un bendaggio semplice, privo dei consueti amuleti che ornavano i resti dei defunti di rango. Le immagini ottenute dalle più moderne apparecchiature, poi, hanno rivelato che, all'interno del bendaggio, era custodito uno scheletro posto su un supporto di canna, il che ha suggerito agli studiosi che il corpo era stato recuperato qualche tempo dopo la morte, posto sulla barella e poi avvolto nelle bende.
Ricostruzione del volto di Whem-ef-ankh
Il destino della mummia del sacerdote Ankhpakhered è tuttora sconosciuto. L'usurpatore del suo sarcofago è stato ribattezzato, dagli studiosi, Whem-ef-ankh, "colui che torna alla vita" ed è morto all'età di circa 40 anni. Non faceva uso di droghe e non sembrava aver sofferto di malattie particolari e non sembra essere deceduto in seguito ad un evento traumatico o violento.
Alcune immagini ricavate dalla Tac hanno permesso di ricostruire un immagine in 3D a grandezza naturale del suo cranio. Ne è venuto fuori il ritratto di un uomo con un naso prominente, un occhio leggermente asimmetrico e la guancia sinistra leggermente incavata a causa della mancanza di alcuni denti. Le ginocchia del defunto mostrano segni di usura, come se, quando era in vita, avesse trasportato molti pesi oppure delle pietre da costruzione.

Ritrovata la cava di Procopio a Gerusalemme

Il fusto di colonna trovato a Gerusalemme
Gli archeologi israeliani hanno scoperto quella che potrebbe essere la cava bizantina che fece da sfondo al miracolo descritto da Procopoio di Cesarea, quello in cui Dio avrebbe fornito la pietra per la costruzione della Nea Ekklesia della Theotokos.
Durante alcuni lavori di costruzione nel quartiere di Rehavia, a Gerusalemme, è stata trovata una colonna in fase di finitura, in pietra rossa, dell'altezza di sei metri. La pietra in cui era stata intagliata è piuttosto dura e veniva, un tempo, utilizzata per la costruzione degli edifici del Monte del Tempio. Vi è una descrizione di questa pietra nell'opera di Procopio di Cesarea. Ulteriori elementi di prova che la località fosse, in passato, una cava, sono dati dal ritrovamento di colonne in fase di ultimazione, scavate nella roccia e scoperte dal professor Yoram Zafir, il quale sostiene che, data la natura dei reperti e la loro posizione, si trattava sicuramente di pietra utilizzata per l'edificazione di un edificio religioso. Le colonne, poi, malgrado non sia stata ancora trovata la prova principe, risalgono al periodo bizantino. E' tale l'opinione di Evgeny Kagan, che si è basato sull'esame della pietra e dei metodi utilizzati dagli scalpellini.

lunedì 21 maggio 2012

Una città achemenide in Iran

Archeologi al lavoro a Mound Riba
Gli archeologi hanno riportato alla luce una cittadina achemenide durante gli scavi di un antico tumulo nella provincia iraniana del nord Khorasan. La città si estende su una superficie di 110 ettari ed era già abitata nell'Età del Ferro, mentre il periodo più fiorente è stato sicuramente quello achemenide.
La località di Mound Riba, dove è stata fatta la scoperta, ha restituito anche i resti di un castello dei Parti, costruito quando la Partia era un'entità politica nel novero dei governatorati achemenidi. Mound Riba si trova a circa tre chilometri da Ashkhaneh.

La musica di pietra di Stonehenge

Stonehenge
Stonehenge come una cattedrale cristiana, è questo il risultato sorprendente di quattro anni di ricerca sul magico sito inglese. Il cerchio di pietre, infatti, aveva caratteristiche acustiche basate sul riverbero che erano molto simili a quelle delle chiese cristiane. A portare a termine questa particolare ricerca, un gruppo di studiosi dell'Università di Salford.
Stonehenge, dunque, reagirebbe all'attività acustica con vibrazioni e riverberi che producevano un suono sconosciuto e non udibile altrove, all'epoca della sua costruzione: un effetto di riverbero di un secondo, analogo a quello che si percepisce nelle cattedrali. Proprio quest'effetto sonoro ha, sicuramente, stregato l'uomo del Neolitico.
Gli studiosi hanno realizzato una simulazione in audio 3D degli effetti sonori di Stonehenge che riproduce, nel modo più accurato possibile, quello che si avvertiva camminando attraverso l'antico sito. L'ultima datazione colloca Stonehenge al 3100 a.C., mentre la sua attività si sarebbe conclusa intorno al 1600. 

Ripescata un'antica ancora in Sardegna

L'ancora litica ripescata
a Bosa, in Sardegna
La Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Alghero ed i subacquei di Cagliari hanno riportato alla luce un'ancora litica del peso di circa 50 chilogrammi, risalente a 4000 anni fa. Il prezioso reperto è stato, poi, consegnato ai responsabili della Soprintendenza Archeologica di Sassari.
L'ancora è una lastra dalle forme geometriche trapezoidali con tre fori. Uno di questi fori, praticato nella parte superiore, serviva per assicurare l'ancora alle navi per mezzo di cime di fibra vegetale o animale. Gli altri fori, posti in basso, ospitavano delle marre di legno che si attaccavano al fondo marino. Ancore come questa potevano arrivare anche ai 600 chilogrammi di peso.
Questo genere di ancore rimasero in uso fino al VII e VI secolo a.C., quando furono sostituite da ancore a ceppo litico. I più antichi esemplari sono stati ritrovati a Cipro e Creta. Il ritrovamento nelle acque sarde non fa che confermare che le coste dell'isola, in particolare quelle occidentali, erano luoghi di partenza, transito e scambio di merci tra i paesi del Mediterraneo già in epoche molto remote.
Questo tipo di ancore è stato rinvenuto anche in Turchia, Egitto, nel Mar Nero, in Grecia, a Malta, in Francia, in Spagna e persino in Inghilterra. Non appena restaurato, il prezioso reperto sarà esposto al Museo Archeologico di Bosa.

domenica 20 maggio 2012

S. Pietro a Corte e Arechi II

La chiesa di S. Pietro a Corte
Il 26 agosto 787 moriva, a Salerno, Arechi II che aveva assicurato al suo popolo, i Longobardi, il dominio sull'Italia meridionale. Paolo Diacono, alto dignitario della corte di Arechi, e artefice del Chronicon Salernitanum (X secolo), narra lo splendore delle architetture ordinate dal principe nella città campana, principe che a Benevento aveva fatto ampliare le mura e costruire la chiesa di S. Sofia.
La "rivoluzione" arechiana di Salerno fu generata da diverse esigenze politiche e strategiche, tra queste quella di fornirsi di una seconda città ben fortificata nella regione oltre a Benevento. A Salerno Arechi riorganizzò le mura di difesa e il castello sulla collina del Bonadies; per se stesso costruì un palazzo a cavallo delle mura, verso il mare e vi pose la sua cappella privata dedicata ai santi Pietro e Paolo.
Il mito sulla costruzione del palazzo, narrato dall'Anonimo salernitano nel X secolo, narra dei ritrovamenti del tempio e della statua d'oro del dio Priapo durante lo scavo delle fondazioni. Arechi avrebbe distrutto il tempio pagano e sulle rovine avrebbe costruito la sua cappella, che decorò riccamente utilizzando l'oro del dio pagano. Sin dal 774 Arechi assunse il titolo e le insegne di princeps gentis langobardorum, di colui che ridà forza alla sua gente. La cappella palatina fu installata sui resti di un grande frigidarium, abbandonato tra il III e il IV secolo d.C. e riutilizzato come ecclesia e cemeterium da una comunità cristiana. Le alluvioni ed i terremoti, soprattutto le macerie provocate da entrambi, fecero innalzare il piano di calpestio dai due ai sei metri. L'ambiente termale si sviluppa per circa 13 metri in altezza, articolandosi in ambienti con volte a crociera e a botte. L'aula del frigidarium era separata in due ambienti, il primo coperto da una volta a crociera; il secondo, che ospitava una vasca in marmo per tutta la sua lunghezza, era coperto da una volta a botte. A sud-est era, probabilmente, collocato il calidarium, all'altezza della chiesa del Santissimo Salvatore, la quale ha uno schema a pianta ottagonale che, presumibilmente, riprende quella dell'antico calidarium.
Sotterranei della chiesa
L'edificazione del palazzo di Arechi, del quale sopravvivono gli archi, i capitelli e le colonne disseminati negli edifici che hanno inglobato il complesso, portò a mutamenti strutturali dell'aula del frigidarium e nell'ecclesia che vi era stata ricavata. Furono eliminate le volte romane dell'aula termale e, con laterizi di risulta, furono realizzati dei pilastri e dei contrafforti per sopraelevare il palazzo, il cui piano di calpestio fu posto ad una quota compresa tra gli otto e i nove metri rispetto al piano stradale circostante. Arechi non fece distruggere la piccola chiesa di V secolo, per rispettare il luogo sacro.
Alcune tavole marmoree risalenti ad Arechi furono asportate dal palazzo tra il 1576 e la metà del '600, quando tutti i rivestimenti marmorei furono rimossi dai Caracciolo, nuovi proprietari del palazzo. La ricchezza interiore del palazzo palatino si specchiava sull'esterno del palazzo stesso, dove il titulus era, forse, anche di dimensioni più grandi. I numerosi frammenti di marmo che si sono ritrovati negli scavi della cappella palatina, che, narra Paolo Diacono, rendevano preziosa e splendente l'ambiente, testimoniano la profonda conoscenza delle forme espressive del mondo romano. Questi frammenti appartengono ad opus sectile pavimentale e al rivestimento parietale dell'abside realizzato con un motivo a scacchiera di tasselli marmorei, alternati a tozzetti di vetro dorato. I tasselli quadrati di porfido rosso e verde appartengono a marmo di spoglio. Il pavimento della cappella palatina era composto, dunque, da un vero tappeto di marmo.
Affreschi della chiesa di V secolo
Del pavimento di Arechi facevano parte anche delle piastrelle esagonali in calcare bianco (detto palombino) diffuso lungo gli Appennini. Qualcuna di queste piastrelle presenta tracce di restauro, originariamente erano disposte secondo uno schema stellare, con al centro delle cavità circolari o quadrati e, in corrispondenza di ciascun vertice, piccole incavature tonde.
Nel 1976 si iniziarono i lavori di consolidamento negli ambienti attualmente ipogei della cappella palatina di Salerno. Furono sterrati i riempimenti effettuati alla fine del XVI secolo, quando il livello stradale era di circa sei metri più alto rispetto al livello di frequentazione del VII-VIII secolo, rendendo ipogei i locali un tempo costruiti in superficie. I primi interventi di restauro evidenziarono l'ambiente termale del I-II secolo d.C., occupato, successivamente, da un complesso cristiano a partire dal V secolo.
Già prima di Arechi, Salerno era una città attiva, dove circolavano comunemente monete gote e bizantine (ora conservate nel Museo Archeologico Provinciale): sono le monete di Giustino I, di Giustiniano, di Atalarico e di Eraclio. Oltre alle monete sono state rinvenute in città diverse epigrafi del V, VI e VII secolo, recuperate, per la maggior parte, proprio negli ambienti sottostanti la cappella palatina di Arechi II.
Tasselli marmorei del
pavimento della
cappella palatina
Le sepolture nella chiesa ipogea dimostrano l'uso costante dell'edificio tra il V e il VII secolo da parte di famiglie di origine romana, greco-bizantina e gota. Si sono, infatti, ritrovati iscritti i nomi di Socrates, Albulo, Eutychia, Theodenanda, Verulo incisi su pietra.
Nel contempo, gli scavi nel perimetro della Turris Maior, il castello di Salerno, hanno permesso di accertare che la fase più antica dell'edificio, contrariamente a quanto si pensava, risale al periodo goto-bizantino. Non sono state intercettate tracce di fortificazioni precedenti anche se è stata accertata la frequentazione romana fin dal I secolo a.C.. Del tutto assente l'intervento longobardo.
Dal 774 Arechi, una volta crollato il regno di Desiderio, riorganizzò i suoi domini e fece di Salerno uno dei punti cardini della ristrutturazione del ducato. In quest'ultimo Arechi accolse i profughi dal nord, donando loro vallate e boschi dove furono costruiti monasteri e chiese. La difesa della città fu assicurata dalla costruzione di due muri che, innestati ai lati della Turris Maior, raggiungevano, divaricandosi dal vertice della collina, la spiaggia e si ricongiungevano parallelamente al mare. Queste mura utilizzavano, forse, nell'ultimo tratto, parte delle mura del castrum bizantino e finivano per conferire alla città una configurazione triangolare.
Tra gli edifici rinnovati o restaurati da Arechi, Paolo Diacono non menziona la cattedrale che, probabilmente, era già funzionante quando il principe prese il potere. Della cattedrale altomedioevale di Salerno si conosce solo l'intitolazione alla Vergine e il fatto che in essa vennero deposte le spoglie mortali di Arechi e dei suoi familiari. Non si sa nulla circa la sua precisa ubicazione.

venerdì 18 maggio 2012

Scavi italiani nella Giordania biblica

Testa di cavallo rinvenuta a Tell al-Mashhad
Tell al-Mashhad, noto anche come Khirbed 'Ayun Musa, è un importante località dell'Età del Ferro, posta in posizione strategica a guardia di una fonte perenne. La tradizione locale vuole che questa fonte sia stata fatta sgorgare da Mosè durante il pellegrinaggio del popolo ebraico nel deserto. Il legame con le tradizioni bibliche e, in particolare con la figura di Mosè, è sottolineato ulteriormente dal fatto che il sito, in cui ha scavato un team di archeologi italiani, si trova proprio nella valle sottostante al monte Nebo, dove Mosè morì dopo aver visto, anche se da lontano, la Palestina.
La presenza umana a Tell al-Mashhad inizia nel Paleolitico, da cui provengono alcuni manufatti ritrovati a poche decine dall'insediamento. La fase principale dell'insediamento umano è stata collocata tra la fine dell'VIII e l'inizio del VI secolo a.C., quando l'area di Madaba, il principale centro regionale, era contesa tra i regni tribali di Moab e Ammon, entrambi vassalli dell'impero assiro.
Tell al-Mashhad, scavo di un muro
Tell al-Mashhad presenta un grande edificio quadrangolare che domina il villaggio. Questo edificio era stato individuato nel 1932 da N. Glueck, che ne aveva fornito una dettagliata descrizione ed una prima, sommaria, pianta. Negli anni '50, poi, il tedesco H. Henke visitò più volte il sito, raccogliendovi, anche, frammenti di figurine umane fittili.
Gli italiani hanno cominciato ad operare qui nel 1999, supportati dal Ministero per gli Affari Esteri e da un team della fondazione "Ing. C.M. Lerici" (Politecnico di Milano). Le indagini si sono concentrate prevalentemente nel settore meridionale del tell, che aveva subito notevoli danni a causa dell'ampliamento e dell'asfaltatura di una stradina che, già negli anni '30, divideva il sito archeologico in due parti. Sono stati individuati alcuni ambienti domestici e ritrovate tracce preziose di vita quotidiana nell'Età del Ferro (cereali e legumi carbonizzati in grande quantità).
Tell al-Mashhad, scavo di un ambiente
L'area di scavo è stata ampliata nel 2000, mentre tra il 2002 e il 2003 è stata realizzata una prima dettagliata pianta delle pietre relative al grande edificio che domina l'insediamento. Quest'edificio è stato oggetto di indagini nel 2010. Sono state riportate alla luce, nella loro interezza, le mura perimetrali della struttura, che possiede una pianta quadrata di circa 22 metri di lato. Le mura sono state realizzate con grandi pietre rozzamente squadrate e raggiungevano, in alcune parti, i tre metri di altezza. La tipologia architettonica alla quale può ricondursi l'edificio è quella dei cosiddetti Quadratbau, utilizzata moltissimo in Palestina sin dall'epoca del Bronzo Tardo per moltissimi scopi, dai templi, agli usi agricoli fino a quelli militari.
Il materiale che è stato ritrovato è costituito prevalentemente da ceramiche: diversi tipi di coppe (alcune carenate), pentole, crateri, giare e soprattutto le cosiddette "Ridged Neck Jars", giare dal collo crestato tipiche dell'Età del Ferro.
Tell al-Mashhad, panoramica dello scavo italiano
Durante la campagna di scavo estiva del 2011, è stato riportato alla luce un muro dell'altezza di 1,70 metri, probabilmente un terrazzamento, edificato impiegando pietre di taglio diverso direttamente al di sopra della roccia. Sono affiorati, anche, numerosi frammenti di ceramica, tra i quali uno pertinente una rara tipologia di ciotola con lucidatura rossa ed una rara impugnatura orizzontale; l'altro è una ciotola carenata con pareti dotate di scanalature orizzontali. E' riemersa, anche, una piccola testa di cavallo in argilla, analoga, per molti versi, ad altri esemplari ritrovati in ambito palestinese e transgiordano. Il modello di Tell al-Mashad, a differenza di questi ultimi, presenta un canale interno per il passaggio di liquido, che fa pensare ad un frammento di vaso rituale. Altri oggetti sono una conchiglia di origine mediterranea, con un foro che permetteva di utilizzarla quale pendente, e un gruppo di oggetti in pietra destinati alla macinazione di granaglie.
Ancora non è possibile dare un nome all'antico sito, per il quale è stato, in più occasioni, proposto il nome di Bet-Peor che ricorre, talvolta come Baal-Peor, in diversi passi dell'Antico Testamento.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...