sabato 31 dicembre 2011

Nuovi scavi a Ulpia Traiana Sarmizegetusa

Uno dei ritrovamenti ad Ulpia Traiana Sarmizegetusa
Gli archeologi hanno scoperto i resti di una grande città romana costruita a nord del Danubio. La città possedeva numerosi templi, un anfiteatro, un foro di grandi dimensioni con edifici amministrativi, scuole di gladiatori, fortificazioni ed anche una necropoli.
Il sito sorge in una pianura ai piedi dei monti Retezat, nel sud della Transilvania, in Romania. Il periodo di massimo splendore della città fu il II secolo d.C.. Dopo aver sconfitto i Daci nel 106 d.C., Traiano aveva fatto costruire una città sul luogo in cui si era svolta un'importante battaglia tra le legioni romane e le truppe dei Daci. Questa città era nota come Ulpia Traiana Sarmizegetusa ed aveva una superficie di 30 ettari con una popolazione di circa 25.000 abitanti.
I monumenti della città furono costruiti utilizzando la pietra calcarea e il marmo, che furono poi asportati per edficare chiese medioevali e castelli. Gli archeologi hanno iniziato a scavare in questo luogo già nel 1924, poi nel 1973. Ora si apprestano a tornarvi nell'estate del 2012, per esplorare meglio il sito. Infatti si pensa che sia stato scavato appena il 15% di quanto ancora giace sotto terra. Quel che è stato scavato ha rivelato la ricchezza e la vastità di quest'antica metropoli. Con l'anno nuovo si proseguirà ad esplorare il Foro, i templi e si cercherà di individuare le case.
Tra gli edifici già individuati vi sono l'anfiteatro e una scuola per gladiatori, il tempio della dèa Nemesi, quello di Liber Pater, il tempio di Esculapio, una basilica, dei magazzini, le terme e l'ufficio del Procuratore.

I dieci anni della scoperta della nave di Newport

Una scarpa medioevale ritrovata a Newport
Il prossimo anno, oramai alle porte, ricorrerà il decimo anniversario di una straordinaria scoperta effettuata sulle rive del fiume Usk a Newport. Nell'estate del 2002, nel bel mezzo di un cantiere, il fango rivelò i resti di una nave commerciale di 500 anni prima.
L'imbarcazione, costruita nel 1447, è l'esempio meglio conservato al mondo di una nave del XV secolo. A distanza di dieci anni dalla scoperta, gli archeologi stanno rilevando interessanti aspetti della vita a bordo. Sono stati liberati dal fango scarpe, monete, resti di animali, lische di pesce, noci, semi e polline. Ma gli archeologi ritengono che le sorprese non siano ancora terminate.
E' stato ritrovato, innanzitutto, un pezzo di corda incredibilmente ben conservata. Se ne può leggere la struttura e la dimensione.

L'amore è il linguaggio per gli innamorati

Panorama di Gerusalemme
Uno scavo archeologico nel quartiere ebraico di Gerusalemme ha rivelato un antico tubo di argilla con incisa la frase: "L'amore è il linguaggio per gli innamorati". Letteralmente suona come "Il cuore è un linguaggio per l'amante". Si trattava, probabilmente, di un regalo fatto da un innamorato alla sua amante.
Tubi di argilla di questo tipo erano molto comuni nel periodo ottomano. Si utilizzavano prevalentemente per fumare tabacco, anche se alcuni erano utilizzati per fumare l'hashish. Tra il XVI e il XIX secolo Gerusalemme, infatti, faceva parte del vasto impero Ottomano che si estendevano tra l'Asia, l'Africa e l'Europa.

giovedì 29 dicembre 2011

Resti dell'Età del Bronzo vicino Aleppo

I manufatti ritrovati nella tomba di Sousan
Il Dipartimento per gli scavi archeologici di Aleppo e la Direzione musei hanno annunciato di aver scoperto una camera sepolcrale risalente all'Età del Bronzo nel villaggio di Sousan, a 12 chilometri di Ein al-Arab, città del governatorato di Aleppo.
La camera sepolcrale è stata ricavata dalla pietra calcarea ed è accessibile attraverso uno stretto ingresso esposto a sud, che termina in una porta di pietra circolare di 100 centimetri di diametro. Questa porta conduce alla camera sepolcrale. In quest'ultima sono stati scoperti i resti di otto scheletri di individui di età diverse e deposti in diverse posizioni.
Tra i reperti sono stati ritrovati manufatti come ceramiche, piatti, tazze sempre dell'Età del Bronzo (2150-205 a.C.), oltre ad un frammento di osso decorato con forme geometriche, una punta di lancia, un martello, una statuetta forgiata a forma di toro, un braccialetto, una collana e delle perline.

Scoperte nel passato bulgaro

La torre sud di Sozopol
Gli archeologi hanno fatto una straordinaria scoperta nella città di Sozopol, sul Mar Nero, hanno trovato la porta est di Apollonia Pontica, da lungo cercata. Il monumento era celato sotto baracche illegali per la vendita di alimenti e bevande, nel centro di Sozopol e permetterà agli studiosi di recuperare e studiare i sistemi di fortificazione antica sul sito.
Gli archeologi, dunque, ora cercheranno di esplorare l'ultima parte mancante delle mura della città antica, che arrivavano fino a sette metri di altezza, anche se molti dei materiali utilizzati per costruirle sono stati recuperati dagli abitanti della città.
Un'altra sorpresa, per gli archeologi, è stato il ritrovamento di una chiesa di V o VI secolo d.C., vicino l'ingresso della fortezza che chiudeva la città. Di questa chiesa non si conosceva assolutamente l'esistenza. L'edificio religioso conservava le reliquie di Giovanni Battista e si trova non lontano dalla restaurata chiesa di S. Cirillo e Metodio

Riapre il Sepolcro degli Scipioni, a Roma

Interno del Sepolcro degli Scipioni
Era chiuso al pubblico dal 1992. Si tratta di un complesso archeologico di età repubblicana, situato nel tratto urbano di via Appia Antica, non lontano da Porta San Sebastiano, a Roma: il Sepolcro degli Scipioni.
I lavori di restauro erano iniziati nel 2008 e si sono incentrati sul consolidamento del banco di tufo in cui è stato scavato il sepolcro. Ora il sito è stato reso accessibile al pubblico con un nuovo percorso di visita anche per i diversamente abili, con servizi di accoglienza e pannelli didattici che illustrano ai visitatori i resti archeologici presenti nell'area.
L'apertura definitiva sarà effettuata il prossimo anno, con cadenza periodica e visite guidate tutti i sabati dalle ore 9.30 alle ore 12.30 solo su prenotazione (il numero di telefono al quale dare la prenotazione è lo 060608). Sono previste visite per gruppi di massimo 12 persone alla volta, guidate da un archeologo.
Il complesso fu scoperto, per caso, nel 1780, ad opera di due fratelli sacerdoti, i fratelli Sassi, proprietari di una vigna al di sopra del sepolcro che ritrovarono l'ingresso di quest'ultimo proprio scavando per allargare la cantina della loro abitazione. In seguito tutte le iscrizioni furono portate ai Musei Vaticani.
L'area sepolcrale è formata da una serie di gallerie dell'altezza di quasi due metri. Queste gallerie si intersecano e si incrociano a formare un quadrato di circa 11 metri di lato, scavato nel tufo della collina. Nelle pareti furono ricavate delle nicchie destinate ad ospitare sarcofagi, alcuni direttamente ricavati sul posto con lastre di tufo.
La costruzione risale al III secolo a.C. e fu voluta dal capostipite della famiglia degli Scipioni, Lucio Cornelio Scipione Barbato, il cui sarcofago si trova sul fondo della galleria centrale. Con lui furono qui deposti i resti mortali dei membri della famiglia degli Scipioni, ramo della gens Cornelia. Molti esponenti ebbero fama e fortuna in campo politico e militare, come Scipione Africano Maggiore, vincitore di Annibale nella guerra annibalica (sepolto nella sua villa a Literno) e Scipione Emiliano, che concluse trionfalmente la terza guerra punica, distruggendo Cartagine. Qui furono sepolte anche Cornelia, figlia di Scipione l'Africano e madre di Tiberio e Caio Gracco.
Le ultime sepolture ospitate qui risalgono al I secolo d.C., quando un ramo collaterale degli Scipioni, estintosi il ramo principale, decise di riutilizzare il sepolcro.
Il monumento funebre è diviso in due corpi distinti: quello principale è a pianta grosso modo quadrata ed ha un ingresso indipendente. La regolarità dell'impianto porta a credere che lo scavo sia avvenuto proprio per creare il sepolcro. Il corpo centrale presenta quattro gallerie lungo i lati e due centrali. Della facciata restano scarse pitture. Originariamente era composta da un alto podio con cornici a cuscino. Nel podio si aprivano tre archi in conci di tufo dell'Aniene: uno portava all'ingresso dell'ipogeo, uno alla nuova stanza, l'ultimo era cieco ed aveva una funziona ornamentale. Il basamento doveva essere ricoperto di affreschi, dei quali rimangono scarsi lacerti.
Dal sepolcro provengono anche delle teste scolpite nel tufo dell'Aniene, delle quali una scoperta nel '700 ed oggi ai Musei Vaticani, ed un'altra scoperta nel 1934 e trafugata. La testa oggi custodita ai Vaticani è alta 24 centimetri ed è attribuita ad Ennio, un poeta dei primordi della storia di Roma. L'attribuzione, però, non è corretta. Probabilmente la testa era pertinente ad una statua sdraiata su un coperchio, in posizione banchettante, nella foggia tipica dell'Etruria meridionale.
Il sepolcro conteneva trenta sarcofagi collocati lungo le pareti, essenzialmente di due tipi: monolitici e costruiti, cioè composti da lastre accostate. Il sarcofago del capostipite, Lucio Cornelio Scipione Barbato, è ora ai Musei Vaticani, mentre nel sepolcro è presente una copia. Era in peperino e datato al 280 a.C., concepito in forma di altare.

lunedì 26 dicembre 2011

Il sigillo del Tempio

Il sigillo ritrovato a Gerusalemme
Sotto la città vecchia di Gerusalemme è stato ritrovato un raro sigillo d'argilla, forse legato ai rituali religiosi praticati nell'antico Tempio circa 2000 anni fa. Il sigillo riporta due parole in aramaico dal significato di "puro per Dio".
L'archeologo Ronny Reich, dell'Università di Haifa, ha affermato che il sigillo risale ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il 70 d.C., quando l'esercito romano, per contenere la rivolta degli ebrei, finì per distruggere il secondo dei due templi di Gerusalemme.
Il sigillo è il primo scritto risalente a quel particolare periodo storico e sembra essere stato un manufatto utilizzato nella pratica rituale del tempio. Finora sono stati scoperti pochissimi manufatti legati al Tempio. Quest'ultimo, infatti, è "off-limits" per gli archeologi, a causa della sua notevole importanza dal punto di vista sia politico che religioso.
Gli archeologi ritengono che il sigillo è stato, con tutta probabilità, utilizzato dai funzionari del Tempio. Si trattava, forse, di un oggetto rituale utilizzato per il pagamento di olio o di un animale destinato al sacrificio. Tutti gli oggetti utilizzati dai sacerdoti del Tempio dovevano soddisfare le linee guida, piuttosto severe, di purezza dettate nella Mishna.
Il luogo dove è ritornato alla luce il sigillo si trova sulla strada principale che attraversava l'antica Gerusalemme, appena fuori dal complesso del Tempio.


Strani segni emergono dal sottosuolo di Gerusalemme

Le misteriose incisioni ritrovate a Gerusalemme
Gli archeologi israeliani hanno scoperto un complesso di camere scavate nella roccia nella parte più antica di Gerusalemme. Recentemente sono stati trovati dei segni: tre incisioni a forma di "V" tagliate una accanto all'altra sul pavimento di calcare di una delle stanze. Non sono stati ritrovati indizi che indichino l'identità di chi ha fatto queste incisioni, né gli archeologi hanno idea dei motivi per i quali sono stati incisi.
Le incisioni sono state ritrovate in uno scavo chiamato "la città di Davide", condotto da archeologi israeliani e finanziati da un gruppo nazionalista ebraico. Lo scavo si trova sotto il quartiere palestinese di Silwan a Gerusalemme est. Il complesso di camere sono state ritrovate all'interno di una fortificazione che circondava l'unica fonte d'acqua naturale della città antica, la fonte di Gihon.
Probabilmente le misteriose incisioni sono state effettuate 2800 anni fa e potevano essere il punto di incastro di un qualche tipo di struttura in legno. Potevano anche essere incisioni rituali. Per ora, fino alla scoperta di nuovi e significativi indizi, tutto è possibile.
Segni del genere furono ritrovati da una spedizione guidata dall'esploratore britannico Montague Parker, che cercava i tesori perduti del Tempio di Gerusalemme tra il 1909 e il 1911. I segni ritrovati dalla spedizione di Parker erano in un canale sotterraneo non lontano dallo scavo odierno. Gli archeologi, però, non hanno ancora proceduto allo scavo in questa zona.
I resti di ceramica ritrovati nelle stanze hanno indicato agli studiosi che l'800 a.C. è stata quasi certamente l'ultima data in cui questi ambienti furono utilizzati. Gerusalemme, all'epoca, era sotto il dominio dei re della Giudea. Sembra che, all'epoca, queste misteriose stanze siano state riempite di macerie che dovevano servire a sostenere la costruzione di un muro difensivo
Lo scopo del complesso di stanze è parte dell'enigma da scoprire. Le mura hanno un andamento a linee rette ed i pavimenti portati a livello provano l'alta capacità tecnica ed ingegneristica dei costruttori. Inoltre le stanze si trovavano nei pressi del luogo più importante di Gerusalemme, la sorgente Gihon e, probabilmente, la loro funzione era legata proprio a questa sorgente.
Un unico reperto è stato ritrovato in una stanza accanto a quella recante i misteriosi segni a "V". Si tratta di una pietra, quasi un segnacolo tombale, lasciata in posizione verticale quando la stanza fu riempita di detriti. Tali pietre erano usualmente utilizzate, in Medio Oriente, come altari rituali o segnacoli per gli antenati defunti. Probabilmente si tratta di un relitto dei culti pagani che gli ebrei cercavano di sradicare dalla terra d'Israele. Questo non significa necessariamente che le stanze fossero parte di un tempio pagano. Probabilmente la pietra ritrovata ancora in piedi era stata collocata in un angolo ed era dedicata ad una pratica religiosa rimasta ancora in vita all'epoca dei profeti d'Israele.

domenica 25 dicembre 2011

Misteriosi resti preistorici sul monte Ararat

Il monte Ararat
Il Dottor Joel Klenck ha da poco completato una prima analisi di due siti archeologici sul monte Ararat in Turchia, scoperti dalla guida curda Ahmet Ertugrul. Quello che è stato ritrovato è una grande struttura in legno ed una grotta che appartengono entrambi al tardo paleolitico, tra il 13.100 e il 9.600 a.C..
La struttura in legno si trova a 4.200 metri sul monte Ararat ed è per gran parte coperta da strati di pietre e di ghiaccio. Appare piuttosto ben conservata e presenta una notevole varietà di materiali di origine vegetale, come il legno di cipresso ma anche dei semi di ceci che ne coprono il pavimento.
Sembra che questa struttura lignea sia stata "visitata" anche in epoche successive al suo assemblaggio: sono state trovate ciotole in ceramica del Calcolitico e dell'Età del Bronzo. La struttura è lunga 121 metri circa e larga quasi 24, comprende anche delle scale che scendono al suo centro ed è, quindi, costituita da più piani. La maggior parte dell'edificio è tuttora inesplorata, coperta com'è dai detriti litici e dal ghiaccio.
Anche nella grotta non lontana dal misterioso edificio in legno vi sono resti botanici, quali fibre di lino, pezzi di stoffa, strumenti in osso, manufatti in legno. Sono state trovate, all'interno della cavità naturale, anche delle ciotole che sembrano realizzate in materiale organico, probabilmente lo stomaco di qualche animale.

Scoperte le tracce di una misteriosa civiltà a Panama

Uno degli oggetti ritrovati a El Cano
Alcune tombe ritrovate in America centrale hanno rivelato tesori d'oro e di gemme e, forse, anche omicidi per avvelenamento. Il vero tesoro, però, rimangono le tracce di una civiltà senza nome ritrovate a Panama.
Il luogo della scoperta si trova vicino Sitio Conte, nel centro di Panama. Qui sono stati ritrovati i manufatti più importanti di questa antica cultura, che gli archeologi fanno risalire al 250 d.C. e che durò almeno fino al XVI secolo, quando irruppero sulla scena i conquistadores spagnoli. I manufatti ritrovati recentemente sono databili ad un periodo compreso tra il 700 e il 1000 d.C. e sono stati rinvenuti in una località di Sitio Conte chiamata El Cano.
La caratteristica di El Cano sono dei monoliti di pietra che, nel tempo, avevano attirato i cercatori di tesori, inutilmente. Gli archeologi hanno iniziato a scavare qui nel 2008, scoprendo, quasi subito, lo scheletro di un personaggio di una certa importanza, adorno di pettorali circolari che recavano incisi volti macabri e con una cintura di grandi perle d'oro.
Gli scavi più recenti sono del 2011 ed hanno riportato alla luce i resti di un altro capo ornato allo stesso modo di quello ritrovato nel 2008. Questi giaceva in una fossa a più livelli, un tempo riparata da un tetto di legno. Intorno al corpo di questo personaggio - che gli archeologi presumono fosse il capo di una comunità - giacevano ben 25 corpi disposti con cura. Si tratta della più grande delle sei sepolture ritrovate a El Cano.
Tra gli scheletri è stato rinvenuto anche quello di un bambino, forse il figlio del capo, da quel che si capisce dall'abbigliamento: bracciali, orecchini e una collana di pietre dure oltre ad alcuni piatti d'oro. Anche il fondo della sepoltura era stato ricoperto di cadaveri, ne sono stati ritrovati, finora 15, sepolti quasi a formare una piattaforma. Gli archeologi credono che si trattasse di prigionieri di guerra o schiavi che siano stati sacrificati. Un uso che sembra essere stato molto diffuso a El Cano.
La squadra di archeologi che dall'inizio dell'anno stanno scavando nel sito stanno aspettando le analisi sui resti umani ritrovati. Tra gli oggetti rinvenuti è stato, infatti, recuperato un vaso pieno di lische di pesci palla, un pesce molto velenoso. Il vaso non era lontano da una delle sepolture e questo fa pensare che questi pesci possano essere stati utilizzati in quelli che appaiono come sacrifici umani. I corpi che circondavano i cosiddetti "capi" erano coperti da frammenti in ceramica di piatti.
Gli archeologi sperano che le continue scoperte a El Cano possano presto far luce sull'identità e le origini di questa particolare civiltà che sembra davvero aver lasciato pochissime tracce di sé, anche a causa della devastazione del territorio operata dagli Spagnoli.

La maledizione del fruttivendolo di Antiochia

La tavoletta ritrovata ad Antiochia
Una antica maledizione di 1.700 anni fa, scritta sui due lati di una tavoletta di piombo sottile, era diretta nei confronti di un fruttivendolo di Antiochia. La tavoletta è scritta in greco ed è stata ritrovata in fondo ad un pozzo ad Antiochia, una delle più grandi città dell'impero romano, situata nella Turchia sudorientale, al confine con la Siria.
La maledizione invoca Iao, nome greco per indicare il Dio dell'Antico Testamento, affinché affligga un uomo di nome Babila, un fruttivendolo. Nella tavoletta viene indicato anche il nome della madre di Babila, Dionisia, conosciuta anche come Hesykhia.
La tavoletta è custodita, ora, al Princeton University Art Museum. E' stata scoperta nel 1930 da una squadra di archeologi, ma non era stata tradotta fino ad ora, quando vi ha posto mano il professor Alexander Hollmann dell'Università di Washington, il quale ha affermato di non aver mai tradotto, in vita sua, una maledizione rivolta ad un fruttivendolo.
Probabilmente la maledizione è il frutto di una rivalità in affari, nel commercio magari. Probabilmente chi è che ha "commissionato" la tavoletta era anch'egli un fruttivendolo. Babila, il nome dello sfortunato destinatario della maledizione, era molto utilizzato nel III secolo d.C., vi fu anche un vescovo di Antiochia che portava questo nome e che fu ucciso per la sua fede cristiana. Chissà, probabilmente anche Babila il fruttivendolo era di fede cristiana.
All'inizio lo stile della tavoletta, che ricalca le maledizioni che si ritrovano in alcuni brani della Bibbia, ha fatto pensare al professor Hollmann che chi ha lanciato la maledizione fosse un ebreo ma, in seguito, ha appurato che sia i greci che i romani utilizzavano le forme di maledizione ebraiche senza capirne molto il significato. Il termine Iao, ad esempio, è una sorta di traduzione del nome ebraico di Dio, Yahweh. La tavoletta fa cenno anche alla storia dei primogeniti d'Egitto.

sabato 24 dicembre 2011

Un bagno bizantino ritrovato in Giudea

Il balneum scoperto in Giudea
In Giudea è stato scoperto, di recente, una sorta di balneum appartenuto sicuramente ad una famiglia piuttosto abbiente oppure ad una locanda che aveva l'ingresso su un'antica strada di passaggio.  Lo stabilimento risale all'età bizantina ed è stato scoperto durante i lavori per le condutture idriche moderne vicino Moshav Tarum, sulle colline costiere della Giudea. Qui hanno scavato, ultimamente, gli archeologi dell'Autorità per le Antichità d'Israele, che hanno effettuato scoperte molto interessanti.
Secondo il dottor Rina Avner, direttore degli scavi, lo stabilimento termale, che misura 20 per 20 metri, risale al IV-V secolo d.C.. Sono visibili il frigidarium, il tepidarium, il calidarium ed un cortile collegato alle camere dove si effettuavano i bagni. Probabilmente il balneum serviva una locanda che si affacciava su un'antica strada, ma non si esclude che potesse essere parte della casa di un ricco proprietario

Una chiesa cristiana in Siria

Il sito archeologico di Tal Hasaka, in Siria
Una spedizione archeologica siriana che stava lavorando al sito di Tal Hasaka, nel nord-est della Siria, ha scoperto, durante la quarta stagione di scavi, una chiesa ed un cimitero che risalgono all'epoca cristiana. Il responsabile della spedizione, Abdul-Masih Baghdo ha affermato che la chiesa è lunga circa 22 metri ed è  dislocata a sud di una cattedrale riportata alla luce nelle ultime tre stagioni di scavi. La chiesa è stata costruita in basalto, con le pareti dipinte in gesso.
Abdul-Masih Baghdo ha affermato che l'entrata della chiesa si trovava nel lato che guardava la parte meridionale di Tal Hasaka. Per accedervi si doveva attraversare tre ingressi di un metro di ampiezza ciascuno. La prima parte comprendeva un tempio lungo 8,60 metri e largo 12,90, separato da un vestibolo con due colonne di basalto del diametro di 1,10 metri.
Vicino la parete nord della chiesa vi era un trono costruito con pietre di basalto e mattoni decorati in gesso, che si crede sia appartenuto ad un personaggio importante. Un sedile destinato, invece, ad un personaggio di rango più basso è stato trovato a sud del muro meridionale e, nel contempo, sono stati scavati diversi sedili nella parte occidentale.
Nel centro della parte meridionale del tempio religioso vi era quello che comunemente era chiamato il Sancta Sanctorum, lungo 5,10 metri ed ampio 2,10 e decorato con due colonne di pietra semicircolari. Nella parte settentrionale della cattedrale è stato ritrovato il cimitero, con le sepolture decorate con il gesso. Il cimitero comprendeva tre templi con colonne semicircolari e contava 18 sepolture.

venerdì 23 dicembre 2011

Misteriose civiltà pre-incaiche

Resti della capitale dei Wari
Ottocento anni prima che sorgesse l'impero Inca, nel 600 d.C., due popoli dominavano il mondo delle Ande: a nord i Wari, abili vasai e costruttori di strade; a sud i Tiwanaku, abili nella costruzione di templi grandiosi sul lago Titicaca. Furono queste le due civiltà a creare le basi per gli imperi che le seguirono e che avrebbero dominato le Ande.
Al suo apogeo l'impero Wari comprendeva gran parte della cordigliera andina e si estendeva per circa 1.500 chilometri dal confine meridionale dell'attuale Perù. I Wari condividevano con i Tiwanaku le stesse credenze religiose ed erano entrambi abili costruttori di templi. All'improvviso, mille anni fa, entrambi si dissolsero.
L'impero Wari originò da piccole comunità agricole del Perù, nella valle di Ayacucho, dove oggi sorge una moderna città, sorta a sua volta su un sito Wari. Qui si lavorava la creta per ricavarne splendidi vasi che rifornivano le altre città. Questo sito si trova, oggi, sotto l'aeroporto di Ayacucho. I siti Wari furono a lungo sottovalutati dagli archeologi, che ritenevano che gli artefatti di questo popolo appartenessero alla cultura Tiwanaku, del cui impero i centri Wari costituivano, a parer loro, l'amministrazione. Solo negli anni Trenta del secolo scorso l'archeologo Julio C. Tello intuì che le due culture erano distinte.
La capitale dell'antico impero Wari si enstendeva su una superficie di 15 chilometri quadrati, dei quali è stata scoperta solo una piccola parte. All'epoca del suo massimo splendore, la città contava 70.000 abitanti ed aveva edifici imponenti ricoperti di intonaco bianco. Dalla loro capitale i Wari dirigevano gli affari e controllavano la produzione in tutto il loro vasto impero.
La vicina città di Conchopata era "specializzata" nella produzione di vasellame. E proprio in questo antico sito gli scavi hanno restituito una notevole quantità di quest'ultimo e offerte sacrificali. Quello che rimane dell'antica Conchopata è una sequenza di muri bassi e le fondamenta di numerosi edifici che formano un intricato reticolo, ma la città, un tempo, era molto organizzata e constava di quartieri residenziali, zone amministrative e cultuali. Gli antichi Wari avevano una predilezione per il colore bianco, che utilizzavano in ogni loro costruzione.
Le scoperte degli archeologi hanno evidenziato che i Wari compivano sacrifici rituali umani e animali che, probabilmente, erano regolamentati da leggi statali. Sotto un pavimento intonacato gli archeologi hanno ritrovato numerose fosse con resti umani, crani, bruciati, unitamente a resti di alpaca o di piccoli lama.
Le immagini ritratte sui vasi ritrovati, parlano di una civiltà basata sul potere e sul controllo di ogni attività. Persino le raffigurazioni sulle terrecotte erano regolamentate dall'autorità centrale. I Wari obbligarono molte popolazioni locali a lasciare le pendici delle Ande per spostarsi nella pianura a coltivare mais, essenziale per i loro riti. Probabilmente i Wari traevano anche, da queste popolazioni, la manodopera da impiegare nella costruzione dei loro edifici.
Gli studiosi ritengono che quella Wari fosse una dittatura vera e propria, in cui i riti erano caratterizzati dall'utilizzo di sostanze allucinogene e dall'evocazione dei defunti. Questi ultimi, come antenati, venivano sepolti in casa, all'interno di urne e ceste, perchè erano grandemente onorati dai Wari, che cercavano da loro consigli e benedizioni.
Tiwanaku, capitale dell'omonima civiltà, sorse nel VI secolo d.C., favorita dalla sua collocazione geografica, in riva all'omonimo lago. Il tempio centrale si chiamava Akapana e riproduceva la forma dei monti Quimsachata. I Tiwanaku lo dotarono anche di condotte di scarico che, nella stagione delle piogge, con l'accumularsi delle acque, producevano un rumore simile al tuono. Gli archeologi ritengono che i Tiwanaku celebrassero cerimonie di fertilità mentre l'acqua scorreva attraverso il tempio di montagna.
Anche i Tiwanaku sacrificavano esseri umani, per la precisione i prigionieri che catturavano in battaglia: intorno al loro tempio, l'Akapana, sono stati ritrovati resti umani smembrati tra i quali non alcuni sono mummificati e, forse, sono i resti degli antenati dei nemici. Anche le ceramiche Tiwanaku recavano scene piuttosto orribili, riferentisi sempre a sacrifici umani.
Tra il 700 e il 1000 d.C. i Tiwanaku dominavano tutto il bacino del lago Titicata ed eccellevano nell'agricoltura e nell'ingegneria: seppero trasformare il fiume Katari, immissario del Titicaca, in un vero e proprio granaio fornito di una efficiente rete di canali e terrapieni. Usavano, poi, deformare artificialmente il cranio dei bambini. Gli adulti, infatti, fasciavano la testa dei bambini con corde, oppure fissavano al loro cranio delle tavolette allo scopo di ottenere forme speciali. I crani "tubolari" appartengono a persone che venivano dalla riva orientale del Titicaca; i crani appiattiti venivano, invece, da Moquegua, vicino alla costa meridionale del Perù. Esami genetici hanno provato che erano frequenti i matrimoni tra persone provenienti dalle diverse regioni.

mercoledì 21 dicembre 2011

Magi dagli occhi a mandorla?

Ravenna, basilica di S. Apollinare Nuovo, i Magi
Un professore dell'Università dell'Oklahoma, Brent Landau, ha tradotto un manoscritto dell'VIII secolo d.C., custodito negli archivi vaticani da 250 anni, che afferma che i famosi Magi erano più di tre e venivano addirittura dalla Cina. Il documento si intitola "La Rivelazione dei Magi" e fu scritto un secolo dopo il Vangelo di Matteo, l'unico che parla di questi favolosi personaggi.
Il manoscritto prospetta qualcosa di molto diverso dalla storia ufficiale. Il Nuovo Testamento e la Bibbia in generale associano ai Magi la provenienza dalla Persia. "La Rivelazione dei Magi", invece, afferma che questi straordinari personaggi venivano dalla mitica terra di Shir, l'antica Cina. Essi erano, secondo il manoscritto, i discendenti di Seth, terzo figlio di Adamo, e praticavano la preghiera silenziosa.
Seth, stando al misterioso manoscrito, avrebbe tramandato una profezia che parlava di una stella, segno della nascita di Dio in forma umana. Il documento sostiene anche che Gesù e la stella di Betlemme sono la stessa cosa, poichè il Cristo può trasformarsi come vuole.

La signora di Manfredonia

Stele daunie nel museo di Manfredonia
Gli anni Ottanta del secolo scorso segnarono un momento di importanti scoperte in Puglia: stele istoriate, villaggi e tombe aristocratiche, come quella detta di Cupola-Beccarini dal nome della contrada in cui è stata rinvenuta. Qui era stata sepolta una donna di rango elevato, ai cui piedi vi era un corredo composto da due attingitoi e da una brocca con decorazione geometrica, prodotti a Herdonia. Il complesso, attraverso questi reperti, è stato datato al VII secolo a.C.Nella tomba, però, è stato anche ritrovato un gran numero di vasellame etrusco in bronzo: nove bacili, di cui quattro con omphalos a sbalzo sul fondo. Ad un bacile erano stati applicati dei piedi per permettere la cottura dei cibi. E poi ancora spiedi e alari per arrostire le carni.
La defunta recava indosso oggetti di ornamento personale come fibule in argento e ferro rivestite d'ambra, vaghi d'ambra e d'oro pertinenti una collana e una lamina d'argento con bordo ripiegato. Attorno alla testa della defunta si trovavano gli oggetti che la caratterizzavano come donna. E' stato ritrovato anche uno scettro in argento che indicava il potere della defunta all'interno della casa. Lo scettro somiglia molto alla conocchia, strumento tipicamente femminile presente nelle tombe etrusche, padane e picene. Questi oggetti erano prevalentemente realizzati in legno ma potevano essere realizzate anche in ambra, vetro fuso, bronzo, avorio.
All'interno del tumulo sono stati ritrovati anche i resti di una testa di cavallo, connesso alla vita sociale della classe dominante, un ulteriore indizio della nobiltà della defunta.

La Villa rustica di Russi

Mosaici dei cubicoli padronali della Villa di Russi
La villa rustica di Russi è poco fuori il centro abitato ed è una delle ville del suo genere meglio conservate di tutto il nord Italia. Fu scoperta negli anni '50 e gli scavi non sono mai terminati, vista la notevole estensione, 8.000 metri quadri, e la presenza di un impianto termale ritrovato nel 1939 ma recentemente riscoperto.
La villa faceva parte di un podere più grande, in cui si coltivavano i prodotti agricoli e si allevavano diversi animali per alimentare gli uomini della flotta romana di Ravenna. Infatti il periodo di massimo sviluppo del complesso è a cavallo tra il I e il II secolo d.C., quando la villa fu pavimentata in mosaico e la sua planimetria venne definitivamente stabilita.
La villa venne abbandonata quando la flotta romana venne allontanata da Ravenna. Tra il V e il VI secolo, però, il complesso fu rioccupato in coincidenza con l'arrivo della corte imperiale nella città. L'abbandono definitivo si ebbe in epoca medioevale: nel VII secolo d.C. la natura si era già riappropriata del territorio con la vegetazione e il corso di fiumi e torrenti.
Nella villa sono stati ritrovati intonaci dipinti, oggetti comuni in metallo o terracotte e numerosi vasi da mensa in ceramica e vetro. Il nucleo principale del complesso abitativo è costituito da uno spazio rettangolare circondato da portici. Vi era un quartiere padronale, in cui abitava il proprietario della villa, posto a nord di questo spazio. Le colonne del peristilio dell'ambiente padronale erano dipinte di rosso ed i pavimenti dell'abitazione sono pervenuti in ottimo stato di conservazione, per lo più in mosaico bianco e nero, del tipo presente nell'Italia settentrionale a cavallo tra il I e il II secolo d.C.. I pavimenti presenti in cocciopesto, invece, si riferiscono alla fase più antica della villa.
Si sono conservate, anche, alcune pitture murarie che riproducono motivi vegetali e piccoli animali. Vi è, inoltre, un ambiente termale (scoperto nel 1939 ma scavato e indagato tra il 1989 e il 1990), con pavimento in marmo e mosaico e una scala che permetteva di salire alle altre stanze, collocate sopra il complesso stesso e dotate di suspensurae, distanziatori in laterizi circolari che, formando un'intercapedine, permettevano il passaggio dell'aria calda o fredda.
Un cortile con pilastri in mattoni costituisce l'ambiente produttivo della villa dove, probabilmente ad ovest, si trovava l'abitazione del fattore, con un pavimento musivo ed una fornace per la ceramica (ora interrata). Da evidenziare la presenza di una cucina con pozzo, focolare e canalette di scarico verso l'esterno.
L'ingresso principale era, molto probabilmente, posto in un'aia o in un cortile che gli archeologi stanno ancora scavando e che, laddove lo scavo è stato completato, ha permesso il ritrovamento di una latrina e di una cisterna per l'acqua. Recentemente, nella zona est del cortile, è stato ritrovato un grande cortile che, con tutta probabilità, doveva essere un frutteto, filari di un vigneto e i resti di un canale navigabile.

martedì 20 dicembre 2011

Tesori di Puglia: l'Abbazia di S. Maria di Cerrate

L'Abbazia di S. Maria di Cerrate, in Puglia
L'Abbazia di S. Maria di Cerrate fu fondata agli inizi del XII secolo da Tancredi di Altavilla, conte di Lecce al quale, secondo una leggenda, era comparsa la Madonna tra le corna di un cervo (da cui il nome Cerrate o Cervate). E' considerata uno dei più importanti monasteri italo-greci d'Italia. L'Abbazia fu officiata, dapprincipio, dai monaci Basiliani. Quando costoro scomparvero (verso il XVI secolo) l'Abbazia e la Chiesa furono sottoposte al controllo della Santa Sede e, infine, l'edificio fu concesso da papa Clemente VII all'Ospedale degli Incurabili di Napoli. In seguito cadde completamente in abbandono.
L'area dove sorge l'Abbazia è stata acquistata dalla Provincia di Lecce nel 1965 per essere destinata a museo e centro di ricerche e studio del folklore e delle tradizioni popolari salentino. La chiesa ha un aspetto romanico, con prospetto monocuspidale dotato di una serie di archetti. Vi è un piccolo rosone al centro, una monofora per lato ed un portale del '200 nel cui intradosso sono raffigurati l'Annunciazione della Vergine, la Visita a S. Elisabetta, i Magi e la Fuga in Egitto.
Sul lato sinistro è presente un portico risalente al XIII secolo di fronte al quale è un pozzo ornamentale del XVI secolo. L'interno è a tre navate, con altrettante absidi, con soffitto di travi, canne e tegole. Il baldacchino è stato posto sull'altare maggiore dal 1269. Degni di nota sono gli affreschi Duecenteschi e Trecenteschi nei sottarchi, mentre gli altri, quelli che arricchivano le pareti della chiesa, sono quasi completamente scomparsi. La navata centrale è più alta e più ampia delle laterali. Vi si accede attraverso un portale riccamente scolpito.
Nei pressi dell'Abbazia sono state rinvenute tre sepolture scavate nel banco di roccia naturale. Una di queste era stata già svuotata ed era priva, al momento del ritrovamento, della copertura. All'interno sono state rinvenute macerie di pietre calcaree mescolate con terra e tracce di ossa umane. Tutte le sepolture risalgono all'epoca basso medioevale.

Le voci di Vindolanda

Alcune delle tavolette di Vindolanda
Il forte romano di Vercovicium, in Northumbria, ai confini tra Inghilterra e Scozia, è l'accampamento meglio conservato lungo il Vallo voluto dall'imperatore Adriano nel 122 d.C.. Una muraglia di ben 117 chilometri conosciuta come il Vallo di Adriano, appunto, il confine più settentrionale dell'impero, tra il mondo barbaro e quello civilizzato. A Vercovicium era di stanza la Legio II Augusta.
Adriano era da cinque anni imperatore quando venne posta la prima pietra del famoso muro che porta il suo nome e che collegava gli estuari del Solway a ponente e del Tyne a levante. Il Vallo di Adriano (in latino Vallum Aelium) è una delle opere più straordinarie dell'antichità. I lavori, iniziati nel 122 d.C., si protrassero per cinque anni. Al Vallo lavorarono i soldati di tre storiche legioni residenti sul suolo britannico: la Legio II, di stanza a Caerleon (Isca Silurum), nel sud del Galles; la Legio VI di York (Eburacum) e la Legio XX, di stanza a Chester (Deva).
Ingegneri ed architetti Romani si ingegnarono di creare una costruzione che potesse arginare le scorrerie e gli atti di brigantaggio della regione. Il progetto fu modificato diverse volte, in corso d'opera: 16 forti retrostanti furono abbandonati e ne vennero costruiti altri a ridosso del Vallum. Fu scavato un nuovo terrapieno che si estese per tutta l'ampiezza della barriera, un fossato centrale con argini da entrambi i lati, interrotto da varchi solo in corrispondenza dei forti e delle principali vie di comunicazioni, sicuramente più controllabili e difendibili.
A intervalli di un miglio, lungo il Vallo, vi erano porte protette da castelli militari, per un totale di ottanta di questi ultimi che potevano ospitare poche decine di uomini. Le torrette di guardia, costruite a coppia, in forma quadrata, utilizzando la pietra, distavano tra loro 500 metri. Gli accampamenti militari variavano nelle dimensioni e potevano ospitare dai 500 uomini in su. A comandarli un praefectus cohortis, di rango equestre.
Erano circa 10-12.000 gli uomini che presidiavano questa eccezionale frontiera fortificata. Non era un lavoro ambito, dal momento che la paga e le condizioni di servizio erano sicuramente inferiori rispetto a chi serviva nelle legioni o nella guardia pretoriana. Gli alloggiamenti dei soldati erano a distanze regolari di 6.000-6.500 metri, ben provviste di acqua e foraggio. Edifici e strade erano disposti secondo la planimetria tipica di una città: c'era il decumanus maximus che collegava la porta praetoria alla porta decumana ed una via, detta principalis, di larghezza pari o inferiore al decumanus, che collegava la porta principalis dextra con quella sinistra. La sede del comando era al centro dell'accampamento e comprendeva una cappella per il culto dell'imperatore, nonchè gli stendardi e i cimeli. Terme e botteghe erano collocate fuori le mura, in spazi dove finirono per svilupparsi gli edifci civili abitati dai veterani e dalle loro famiglie.
Uno degli accampamenti più importanti era quello di Vindolanda, odierna Chesterholm, nel Northumberland. Il primo insediamento di Vindolanda venne realizzato interamente in legno che, ovviamente, venne quasi subito distrutto per essere ricostruito in pietra nel 122 d.C., al momento dell'inizio della costruzione del Vallo. L'insediamento venne abitato, senza soluzioni di continuità, dal I al IV secolo d.C. e costituisce una fonte preziosissima di notizie circa la vita ai confini dell'impero. Gli archeologi hanno riportato alla luce per lo più strutture del III secolo d.C., tra queste le quattro porte di ingresso, intatte, ed il circuito murario. All'interno dell'insediamento è stata messa in luce la residenza del comandante della guarnigione e il quartiere degli ufficiali, anche se quello che ha più attirato l'attenzione degli studiosi è stato il quartiere dei civili, all'esterno del forte di Vindolanda. Sono riemersi scarpe, utensili e moltissimi altri oggetti. La scoperta più eclatante venne effettuata tra il 1973 e il 1975: duecento frammenti di tavolette lignee scritte con inchiostro, con testi relativi a cinque diversi periodi di vita dello stesso forte, compresi tra gli anni successivi dell'85 d.C. a quelli della costruzione del Vallo. Queste tavolette forniscono notizie importantissime e preziosissime sulla vita negli stanziamenti militari romani: si tratta di lettere di auguri, notizie che si inviavano ai familiari lontani, rapporti giornalieri sulle mansioni assegnate quotidianamente. Il tutto è visibile al sito: http://vindolanda.csad.ox.ac.uk/ .
Adriano morì nel 138 d.C., mentre erano ancora in corso dei lavori di modifica lungo il "suo" Vallo. Lavori che avevano in previsione l'allungamento dello stesso di 6,4 chilometri. Antonino Pio, che gli succedette, fermò questi lavori. Non si sa quali motivi lo spinsero a prendere questa decisione. Antonino Pio realizzò solo un'estensione della provincia, una linea di frontiera di 59 chilometri, tracciata nel punto più stretto della Gran Bretagna. Il nuovo confine fu costruito con terra sovrapposta a una base in ghiaia. Il Vallo di Antonino, per il resto, ricalcava molto da vicino il Vallo di Adriano.

lunedì 19 dicembre 2011

Le terme dell'imperatore...

Scavo dell'impianto termale della villa di Teodorico
Il sito archeologico dove, un tempo, sorgeva la villa di Teodorico, nell'Appennino forlivese, è stato scavato per la prima volta nel 1942 dall'Istituto Archeologico Germanico di Roma. Si pensò che fosse il palazzo di caccia del re e si decise, in seguito, di reinterrarlo.
Nel 1998 sono ripresi gli scavi e si sono individuate subito sia strutture romane che strutture teodoriciane. E' apparso un elegante quartiere termale con calidarium, frigidarium e tepidarium, collegato ad un cortile scoperto pavimentato in lastre di arenaria con al centro una grande vasca. Tutto questo era parte di una residenza signorile del V-VI secolo d.C..
Il quartiere termale è visitabile da parte del pubblico, che può ammirare le strutture restaurate.
La storia di Galeata e del suo territorio, dove sorge la villa di Teodorico, è piuttosto antica. L'abitato medioevale era dislocato più a monte dell'attuale paese e la figura di Teodorico ha finito per condizionare la storia del luogo, soprattutto riguardo ai suoi raporti con S. Ellero, fondatore dell'abbazia omonima. Quest'ultima fu fondata alla fine del V secolo, vi si praticava una vita molto ascetica, con la cura del lavoro e la condivisione dei beni. Fu proprio Ellero a convertire Teodorico che donò, in seguito, al monastero molte terre.
L'incontro tra il re e il sant'uomo è stato effiggiato in due lastre collocate in un'edicola a circa 200 metri dall'Abbazia e datate ad un periodo compreso tra l'VIII ed il XIII secolo. Le due lastre sono esposte al museo di Galeata. Ellero morì nel 558, molto anziano. Il sarcofago che ne accolse le spoglie venne posto nella cripta che è il luogo più antico della chiesa. Il trascorrere del tempo e le scosse sismiche, la più devastante delle quali si ebbe nel 1279, distrusse più volte la chiesa, che venne sempre riedificata. L'attuale edificio religioso è dell'XI-XII secolo, in pietra arenaria, di architettura romanica. Lungo il lato meridionale della chiesa alcune arcate sono tutto ciò che rimane del monastero che si sviluppava intorno al chiostro.
Gli scavi della villa di Teodorico, ripresi nel 1998 e diretti dal Professor Sandro De Maria, hanno portato a stabilire che la costruzione della villa risale al V-VI secolo d.C. e che questa era molto più estesa di quanto si pensasse, articolata com'era in padiglioni collegati da lunghi corridoi e cortili scoperti. Il padiglione di rappresentanza, però, è andato perduto per sempre, crollato nell'alveo del torrente Saetta. La villa fu probabilmente abbandonata nel VII secolo.
Le terme erano tra i padiglioni più prestigiosi della villa di Teodorico. Qui si curava il corpo e si oziava lietamente e l'architettura doveva ricordare sempre, ai visitatori ed agli ospiti, il rango regale del proprietario. Le terme di Teodorico erano addirittura più estese delle terme pubbliche della vicina città di Mevaniola ed era suddivise in un settore estivo ed uno invernale. 

Scoperte in attesa...

Le tre piramidi di Giza
Sarà risolto, nel 2012, il mistero sulle porte segrete della Grande Piramide? Ci sono buone probabilità che sia così, che si saprà cosa ci sia dietro le porte che sono presenti nel cuore della piramide di Giza. Nuove rivelazioni erano già in programma per quest'anno, a seguito dell'esplorazione del mausoleo faraonico, antico di 4500 anni, ma i disordini da cui è stato scosso l'Egitto hanno congelato il progetto. Ora il Consiglio Supremo delle Antichità, una volta guidato da Zahi Hawass, sta lentamente concedendo permessi per scavi e ricerche archeologiche.
La Piramide di Cheope è la più grande del gruppo di piramidi che si trovano nella piana di Giza, alla periferia de Il Cairo. Gli archeologi stanno cercando di penetrare i suoi segreti dal 1872. Recentemente un progetto, denominato Djedi, condotto da archeologi egiziani e di altre parti del mondo, è andato oltre qualunque altro tentativo esperito in precedenza. Una piccola telecamera è stata introdotta attraverso un foro praticato in una porta di pietra alla fine di uno dei tunnel dai quali è percorsa la Grande Piramide. Al di là di questa porta sono stati intravisti immagini di geroglifici di 4500 anni fa, tracciati in vernice rossa. Gli studiosi hanno pensato che possa trattarsi di segni numerici. Il proseguimento delle indagini è stato interrotto dagli eventi politici che hanno sconvolto l'Egitto. Ora, però, il team internazionale è pronto a riprendere la ricerca interrotta.

Il misterioso Santuario degli Dei Orientali del Gianicolo

Il misterioso idolo del Santuario Siriaco del Gianicolo
Il Gianicolo era un bastione naturale di Roma fin dalla formazione del suo primo nucleo urbano. Del resto la sua posizione dominante sui territori attraversati da antiche piste che risalivano la sponda destra del Tevere lo qualificavano come un avamposto verso il territorio etrusco nonchè come una roccaforte per il controllo dello stesso fiume.
La tradiione vuole che sul colle vi sorgesse un'antichissima città fondata da Giano, che si contrapponeva a quella sorta sul Campidoglio per volere di Saturno. Il mito adombra il ricordo di antichi culti locali. Sul Gianicolo era la tomba di Numa Pompilio, il re che diede ai Romani le prime istituzioni religiose e che aveva fatto edificare un tempio a Giano nel Foro. Dal Gianicolo entrò a Roma Tarquinio Prisco (Lucumone) che proprio su questo colle era stato confermato come re attraverso il prodigio dell'aquila che aveva volteggiato sulla sua testa.
Malgrado questi illustri precedenti, il Gianicolo venne fortificato solamente alla fine del III secolo d.C., dalle mura volute dall'imperatore Aureliano, anche se le fonti letterarie vogliono che una prima cinta muraria fosse fatta edificare da Anco Marcio. Probabilmente, vista l'assenza di evidenze archeologiche in tal senso, il colle fu fortificato anticamente solo per mezzo di un terrapieno (aggere).
Il Gianicolo fu più volte occupato dagli Etruschi ed è ricordato per l'episodio di Orazio Coclide. La sua posiizone avanzata fu all'origine delle molte lotte tra i Romani e la vicina città di Veio, terminate con la conquista di quest'ultima nel 396 a.C.
Nel 297 a.C. il Gianicolo fu occupato dalla plebe cittadina, vessata dai debiti contratti con i rappresentanti delle classi abbienti. Nel 121 a.C., nel Lucus Furrinae, presso il Santuario Siriaco, morì suicida il tribuno della plebe Gaio Gracco, che vi si era rifugiato per sfuggire ai suoi avversari politici. Nell'87 a.C. i partigiani di Mario iniziarono proprio dal colle le stragi nei confronti dei partigiani di Silla.
Le evidenze sia storiche che archeologiche indicano che il Trastevere, dove il colle del Gianicolo si trova, raramente presenta costruzioni dedicate alle divinità del pantheon romano. Era, sostanzialmente, questa una zona dedicata ai culti di origine straniera, prevalentemente orientale. Il Gianicolo, poi, era la residenza dei meno abbienti, dei ceti più umili che qui trovavano più facilmente di che vivere.
Tra i luoghi di culto dedicati alle divinità orientali vi erano, oltre ad un Santuario delle Divinità Orientali vero e proprio, numerosi mitrei, dai quali provengono sculture, rilievi, epigrafi rinvenuti in diverse parti del Gianicolo. Vi era un santuario dedicato a Giove Dolicheno, il quale aveva anche suoi santuari sull'Aventino e sull'Esquilino. In Vaticano, poi, vi era il Phrygianum, santuario importantissimo dedicato alla dea di origine figia Cibele, le cui strutture furono individuate nel 1607, quando fu iniziata la costruzione della facciata di S. Pietro.
Nel 181 a.C., narrano le fonti, in un podere situato alle falde del Gianicolo furono ritrovati due sarcofagi con iscrizioni in greco e in latino. I sarcofagi, si dice, contenevano il corpo del re Numa, mitico fondatore dell'ordinamento religioso dei Romani, ed alcuni suoi libri concernenti questioni legislative sui nuovi culti introdotti a Roma, specialmente quelli di origine, appunto, orientale. Probabilmente, però, si tratta solo di una leggenda per giustificare l'introduzione dei culti in parola nell'Urbe.
Il Santuario del Gianicolo è intimamente connesso al Lucus Furrinae, uno dei tanti boschi sacri (luci) che da tempi immemorabili popolavano il territorio di quella che diverrà l'Urbe per eccellenza. Dunque il Gianicolo era ricoperto, anticamente, di una fittissima vegetazione. Purtroppo le notizie in proposito sono piuttosto scarse. Si sa che Furrina era una divinità delle selve e delle acque il cui culto antichissimo era piuttosto in disuso già in epoca repubblicana. Il suo nome, infatti, veniva spesso confuso con quello delle Furie, divinità infere. Comunque a Furrina era assegnato un flamine, il flamen furrinalis, che era uno dei 15 sacerdoti che, secondo la più antica tradizione religiosa romana, erano addetti specificatamente a singole divinità. La festa di Furrina si celebrava il 25 luglio di ogni anno, proprio nel Lucus Furrinae, dove sorgeva anticamente un santuario alla divinità. Una fonte sacra che scorreva nel Lucus venne canalizzata per servire il tempio siriaco che, con il tempo, assorbì le funzioni del culto di Furrina.
Il Santuario Siriaco o delle Divinità Orientali si trova vicino ad un ingresso secondario di Villa Sciarra e venne scoperto nel 1906. Gli scavi sistematici iniziarono nel 1908 e portarono alla luce i resti di tre fasi edilizie, l'ultima delle quali è l'attuale e visibile luogo di culto. La prima fase, per quel che si è riuscito a capire, risale al I-II secolo d.C. e presenta alcune strutture ancora visibili nel cortile centrale, orientate secondo i punti cardinali. Ad una seconda fase del II secolo d.C. appartenevano alcuni muri formati con grandi anfore olearie e vinarie ed i resti di due ambienti con pavimento musivo di tipo geometrico. Proprio a questa fase è legata la figura di Marcus Antonius Gaionas, un siro vissuto agli inizi del I secolo d.C., che doveva essere piuttosto noto, visto che il suo nome si trova su diverse epigrafi provenienti da Roma e da Porto. Si trattava, con tutta probabilità, di un armatore. In una di queste epigrafi, utilizzata come elmento di una fontana nelle strutture della seconda fase del tempio, Gaionas è definito "addetto ai banchetti rituali" all'interno del santuario del Gianicolo, la cui costruzione potrebbe essere proprio dovuta alla sua generosità. Sono state trovate tracce di un incendio, nel complesso, che dovette distruggere il santuario e che fu causato dagli stessi personaggi che ne abbatterono le statue di culto.
L'attuale edificio appartiene al IV secolo d.C. ed è composto da due complessi contrapposti separati da un cortile. Le evidenze messe in luce dagli scavi fanno pensare che, con il tempo, il tempio, inizialmente dedicato ad una sola divinità, era divenuto un vero e proprio pantheon delle Divinità Orientali: sono state trovate, infatti, diverse statue appartenenti a queste divinità.
E' stata recuperata anche, interrata, una statua di Dioniso con tracce di doratura sulle mani e sul viso. Altri frammenti di una statua di Dioniso sono stati rinvenuti in un altro ambiente del Santuario e poco lontano da quest'ultima è venuta alla luce una statua di tipo egizio, spezzata in più parti, raffigurante il dio Osiride nelle vesti di faraone.
In una saletta di forma ottagonale è avvenuta la scoperta più importante di tutto il complesso: una statuetta bronzea di circa 50 centimetri raffigurante un personaggio maschile in forma di piccola mummia, con un serpente avvolto intorno al corpo. Questa statua ricorda alcune rappresentazioni di Chronos Leontocefalo, divinità rapprsentante il Tempo, che tra i vari attributi ha anche un serpente che gli avvolge il corpo in sette spire (le sette sfere planetarie), elemento simbolico comune anche al mitraismo. La statuetta del del Santuario del Gianicolo era stata accuratamente murata in un'ara triangolare, probabilmente in esecuzione di un particolare rituale che prevedeva il seppellimento periodico dell'idolo. Fu proprio questa sepoltura a salvaguardare l'idolo dalla distruzione che colpì il resto del Santuario.
Tra le ipotesi che sono state fatte per l'identificazione del misterioso idoletto, vi è quella che lo vorrebbe essere Simios, terza persona della Triade Heliopolitana, assimilato, nel caso in questione, a Osiride o Adone.

Il Giovane Guerriero vichingo

La sepoltura del Giovane Guerriero
Un cimitero polacco si sta rivelando una grande sorpresa, per gli archeologi. E' stato ritrovato, infatti, il corpo di quello che è stato chiamato il "Giovane Guerriero", un ragazzo di circa 20 anni, morto un migliaio di anni fa nei pressi di Bodizia, a 150 chilometri da Varsavia. Sono stati ritrovati moltissimi oggetti preziosi ma soprattutto gli archeologi sono venuti a contatto con un sorprendente incrocio di diverse culture, dalla scandinava a quelle dell'est Europa.
Il Giovane Guerriero fu sepolto in una tomba piuttosto spaziosa, simile ad una sepoltura abitualmente rintracciabile nelle civiltà scandinave. Fu rinchiuso in una bara di legno rinforzata da inserti di ferro, come alcune sepolture scoperte nella Repubblica Ceca. Doveva essere una persona di rango elevato. Le fratture riscontrate sulla mascella e sul cranio fanno pensare ad una morte violenta, forse durante un combattimento.
Ad incuriosire gli archeologi è stata proprio la sepoltura del giovane e gli oggetti che lo accompagnavano nel suo ultimo viaggio. Innanzitutto il defunto era orientato lungo l'asse nord-sud, alla maniera scandinava, poichè le sepolture dell'Europa orientale prevedevano un orientamento est-ovest. Uno degli oggetti sepolti con il giovane è un amuleto (kaptorga) che rappresenta un'aquila, insolito nella storia degli scavi dell'est europeo. Forse si trattava di uno stemma di famiglia oppure era semplicemente una decorazione. All'epoca, in Polonia, i kaptorga erano utilizzati da cristiani e pagani per garantirsi la fortuna.
Un altro oggetto che ha stimolato la curiosità degli studiosi è una collana di cristalli di rocca, perline d'argento e calcedonio, un gioiello tipicamente slavo. Nelle sepolture scavate accanto a quella del Giovane Guerriero sono state trovate anche monete, anelli e diademi che richiamano un'origine inglese e scandinava. Altro reperto interessante è la spada che il giovane aveva accanto, di tipo ornamentale, con decorazioni d'argento. Con la spada sono state ritrovate anche alcune asce che fanno pensare che il giovane fosse un guerriero vichingo. I Vichinghi, all'epoca, erano molto presenti nell'Europa dell'est, dal momento che venivano impiegati come guardie e mercenari dai sovrani dell'attuale Kiev e della Polonia. Probabilmente il Giovane Guerriero era uno di questi mercenari al soldo dei sovrani polacchi. L'ipotesi è ulteriormente rafforzata da una fibbia di bronzo. Probabilmente si tratta di uno dei membri del seguito di Sviatopolk il Maledetto, membro della dinastia che diede origine al primo stato slavo vero e proprio, il Kyivan Rus.
Si attendono altre risposte dalle necessarie analisi del corpo e dei reperti ritrovati nella straordinaria sepoltura.

domenica 18 dicembre 2011

Il misterioso tempio di Giove Dolicheno

Giove Dolicheno
Durante i lavori di urbanizzazione del quartiere Aventino, a Roma, nei primi decenni del '900, gli scavi per la realizzazione di una fognatura al di sotto di via S. Domenico portò alla scoperta, ad una profondità di 4 metri, di iscrizioni e marmi figurati tra i quali una statuetta di Giove Dolicheno, una divinità di origine orientale.
Questi ritrovamenti indussero gli studiosi a pensare che potesse esserci, sotto il manto stradale, quel che rimaneva di un luogo sacro alla divinità orientale, la cui presena era attestata dai Cataloghi Regionari, elenchi di monumenti noti nell'antichità. Gli scavi successivi portarono alla luce un'area che non fu possibile liberare per intero, dal momento che le strutture murarie proseguivano sotto gli edifici moderni costruiti negli anni Venti del secolo scorso.
Nell'area di scavo fu evidente che ci si trovava in un campo libero pertinente un complesso abitativo tardo-repubblicano, ancora utilizzato nel II secolo d.C.. La domus cadde in disuso quando l'area a cielo aperto - probabilmente un cortile o un giardino - fu destinata, all'inizio dell'impero di Antonino Pio, al culto di Giove Dolicheno. In proposito, a confortare le tesi archeologiche, vennero ritrovati bolli laterizi del muro che recingeva l'area, alcuni materiali lapidei e un'iscrizione che riporta la data del 150 d.C. nonchè un piccolo frammento di dedica in marmo che reca il nome di Antonino Pio (138-161 d.C.).
L'area in questione venne coperta da un tetto nella seconda metà del II secolo d.C. e presentava tre ambienti comunicanti tra loro. Non si conosce dove fosse collocato l'ingresso del santuario, probabilmente si trovava nella parte non scavata, sotto i villini costruiti negli anni Venti. Qui esistevano anche altri ambienti destinati, probabilmente, al culto di Mitra. Sono stati ritrovati, infatti, due rilievi mitriaci del II secolo d.C.. Il santuario, attualmente, non è visitabile.
L'area comprendeva tre ambienti divisi da muri. Il primo era una sorta di vestibolo con una nicchia decorata da mosaici, marmi e tre nicchiette. Nel muro di questo vestibolo è stata ritrovata una moneta dell'imperatore Gordiano Pio (238-244 d.C.). L'ambiente attiguo, pavimentato con un mosaico bianco e nero, forse era la sala principale. All'interno vi sono due brevi tratti di altrettanti banconi in muratura. In un angolo della sala che, probabilmente, serviva da cenatorium o triclinium, sono stati ritrovati - ancora in situ - i resti di un altare con una dedica a Giove Dolicheno da parte di Annius Iulianus e Annius Victor. Il triclinium era importante, nel santuario di Giove Dolicheno, dal momento che il culto prevedeva, probabilmente, il sacrificio del toro e il banchetto rituale, una cerimonia molto simile a quella che si svolgeva nel mitraismo. Un terzo ambiente appariva pavimentato in mattoni bipedali e aveva un'importanza secondaria. Tutti gli ambienti avevano i muri perimetrali rasati.
Le numerose iscrizioni ritrovate comprendo quelle dedicate dal collegium Herculis metretariorum. I metretarii erano una corporazione professionale che aveva il compito di controllare le misure dei liquidi (metreta, misura fondamentale in Attica per i liquidi). I metretarii erano devoti ad Ercole e avevano la loro sede alle pendici dell'Aventino. La corporazione aveva dedicato a Giove Dolicheno due are con le immagini del sole e della luna. Queste are sono state trovate inserite nelle murature più tarde del santuario e sono datate al 150 d.C..
Tra le statue e i frammenti di queste sono state ritrovate quelle di Onfale, regina di Lidia, che aveva tenuto prigioniero Ercole; quella di Ercole viincitore con i pomi delle Esperidi; quella di Artemide con Ifigenia; una statuetta di Silvano, che presiedeva alle foreste, una del Genio del luogo, una di Venere, un'erma diionisiaca ed alcune statue di Giove Dolicheno.
Il Dolocenum venne costruito, con tutta probabilità, agli inizi dell'impero di Antonino Pio in un'area - l'Aventino - che gravitava sull'Emporium che era il porto fluviale romano, frequentato da genti provenienti da tutto l'impero romano. Il periodo di massimo splendore del santuario è ascrivibile all'epoca dei Severi (Caracalla, Eliogabalo, Alessandro Severo), quando i culti orientali incontrarono una notevole fortuna fra i Romani.
Gli scavi hanno permesso di recuperare una statua di Giove Dolicheno di 1,60 metri di altezza, rappresentato con i caratteri tipici di una divinità orientale: aspetto guerriero (gli abiti indossati sono quelli tipici dei militari romani), berretto frigio, bipenne, fulmini e toro. Giove Dolicheno era originario dell'area Ittita, il suo precursore era il Baal siriaco proveniente da Dolichè (città che, nel II millennio a.C., faceva parte della sfera di influenza ittita), nella Commagene. Il culto venne portato a Roma intorno al 71 d.C., dopo l'annessione della Siria da parte di Vespasiano e fu molto in voga tra i militari. Il Baal siriaco incontro il Giove Ottimo Massimo romano dando luogo ad una divinità sincretica, Giove Dolicheno, appunto.
I fedeli di Giove Dolicheno erano detti colitores o fratres. Una categoria importantissima erano i patroni che, con tutta probabilità, finanziavano sia il tempio che la comunità. Quelli tra costoro che avevano funzioni cultuali erano detti candidati. Tra le cariche più elevate della gerarchia sacerdotale vi era il pater candidatorum, che presiedeva all'iniziazione dei candidati. Vi erano anche altre cariche, minori rispetto alla precedente: lo scriba (o segretario, che registrava atti e donazioni alla comunità), il curator tempuli (che si preoccupava dei problemi organizzativi), i lectiarii dei (che avevano il compito di trasportare, mediante la lectica, le immagini della divinità durante le processioni). Le donne non potevano partecipare alla liturgia ma potevano dedicare degli ex voto: ne sono stati ritrovati numerosissimi nell'Austria meridionale.
Del rito non si conoscono, purtroppo, particolari. Sicuramente vi erano delle processioni rituali e dei momenti cultuali, comprendenti un banchetto, ma non si conosce la composizione dei pasti.