sabato 16 aprile 2011

Giochi da... caserma


Nel deposito delle fortificazioni della Legio XX Valeria Victrix, a Holt, sono stati ritrovati pezzi di un tavoliere in ceramica con foglie di edera a forma di cuore, divise al centro da un disegno geometrico, accompagnate da tre dadi. Gli studiosi pensano si trattasse di un gioco chiamato duodecim scripta, i dodici punti. Era una sorta di primitivo backgammon per due giocatori. Ciascuno poteva disporre di 15 pedine, le cui mosse erano regolate dal lancio di tre dadi. Le pedine di questo gioco erano generalmente d'osso e colorate in nero e in bianco oppure in blu e in bianco. Su alcune tavole da gioco giunte fino a noi, i punti dove disporre i pezzi erano indicati con delle lettere. Queste tavole, però, differentemente dai duodecim scripta, contenevano 36 lettere o caselle che formavano frasi intelligibili. Per di più tali frasi erano da connettersi al gioco d'azzardo e la buona sorte o con faccende di carattere militare. Un passatempo popolare tra i soldati era il ludus latrunculorum, un gioco di guerra le cui pedine erano mosse come la torre del gioco degli scacchi. Varrone lo menziona per la prima volta nel I secolo a.C., ma il gioco era sicuramente più antico e derivava dal gioco greco petteia (sassolini) che, secondo Platone, proveniva a sua volta dall'Egitto. Ovidio spiega che nel ludus latrunculorum si catturava una pedina circondandola con due pedine nemiche in orizzontale o in verticale. Erano permessi anche movimenti all'indietro. Le pedine di pietra, talvolta molto preziose, o di vetro di diversi colori erano disposte su tavole dal numero variabile di caselle. Così come era anche variabile il numero delle pedine. Il giocatore che riusciva a mangiare più pezzi vinceva la partita. e, a quanto afferma Vopisco, era proclamato imperator, a rafforzare il carattere e la destinazione militare del gioco. Svetonio scrive che l'imperatore Claudio era così appassionato di dadi che, oltre a scrivere un libro incentrato su questo gioco, aveva fatto predisporre una tavola nel suo carro per poterci giocare durante i suoi spostamenti senza che i dati rotolassero a terra. Ma il gioco dei dadi era diffuso anche tra i soldati comuni. Un paio di dadi in osso sono stati ritrovati nel forte di Birdoswald, in Britannia, su ciascun lato era segnato un numero diverso di cerchi e punti e, nel complesso, non sono così differenti dai dadi che utilizziamo ancor oggi. I Romani possedevano anche un altro tipo di dadi, con soltanto quattro lati segnati, i cosiddetti tali, esempi dei quali sono anch'essi riemersi a Birdoswald. Essi avevano quattro facce piatte contrassegnate dai numeri 1, 3, 4 e 6. Gli altri due lati erano arrotondati e privi di segni. In una partita di tali, venivano lanciati quattro dadi. Ovidio dice che il lancio più alto era chiamato "Venere" (1,3,4,6), mentre il più basso era chiamato "Cani" (quattro assi). Tutti i dadi venivano agitati in una coppa e poi lanciati e lo si vede bene in un affresco di una locanda di Pompei ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Al gioco dei dadi erano collegati dei gettoni del gioco d'azzardo, in osso, con un lato inciso di marcature numeriche. Su alcuni di questi gettoni compariva la scritta "remittam libenter" (restituirò volentieri).

Vita militare ai confini dell'impero


Le incombenze dei soldati romani di stanza ai confini dell'impero, venivano definite su base quotidiana. Nella relazione giornaliera si annotava se un soldato era presente e in ordine. Fra i compiti attribuiti ai militi vi era il servizio di guardia ai principia, al granaio, la pulizia dell'equipaggiamento dei centurioni, alle latrine e alle terme. Il ruolino dei turni di servizio della cohors XX Palmyrenorum lilliaria equitata, che stanziava di guarnigione a Doura Europos, in Siria, durante la prima metà del III secolo d.C., indica che un quarto dell'unità svolgeva turni di guardia. Il soldato, però, oltre ai suoi doveri collettivi, era obbligato a pulire la sua attrezzatura, le armi, la corazza, doveva procurarsi il combustibile per cucinare e raccogliere la biada per gli animali del campo. Stando a quanto contengono i documenti pervenuti fino ai nostri giorni, sembra che i soldati romani fossero nutriti meglio dei civili in analoga condizione sociale. Gli alimenti di base erano il lardo di maiale, le gallette, il sale, il vino aspro e il grano, macinato dagli stessi soldati che ne traevano un pane non lievitato, chiamato puls o pasta. Non erano sempre a disposizione carne e formaggio, per cui la dieta era a base di grano. Gli animali venivano allevati nelle terre assegnate all'accampamento oppure venivano requisiti, comprati o cacciati. L'analisi effettuata sulle acque di scolo sul Vallo Antonino hanno confermato questa ricchezza di fibre nella dieta dei soldati romani. Nelle acque sono stati rinvenuti frammenti di grano, orzo, fagioli, fichi, aneto, coriandolo, semi di papavero, nocciole, lamponi, more, fragole, mirtilli e sedano. I liquami hanno provato che i soldati soffrivano di tricocefalosi e di ascaride. La carne di cui essi si nutrivano era prevalentemente bovina, ovina e suina, anche se non mancavano capre, cervi, caprioli, cinghiali, lepri, polli domestici, pesce e frutti di mare. Si consumava, per frutta, mele, pere, susisne, ciliege, noci. Tra le bevande vengono menzionate, dalle fonti, anche vini di varie annate e birra celtica. Per addolcire il cibo, i soldati usavano il miele. Anche ai confini dell'impero, poi, i Romani non rinunciavano alla salsa di pesce con cui insaporivano gli alimenti e che doveva essere molto simile a quella thai o vietnamita dei nostri giorni. Questa salsa, chiamata muria, è stata trovata in una delle anfore portate alla luce a Chesterholm. I soldati ricevevano, ogni giorno, una certa razione di cibo che ciascuno di loro doveva, poi, cucinare. Il grano doveva essere distribuito settimanalmente e, dal momento che i soldati dormivano in otto in una tenda, uno di loro si incaricava di cucinare per il gruppo. Sono stati, infatti, scoperti utensili da cucina e macine contrassegnate con il nome dei gruppi (contubernia) delle caserme. Le tavolette di Chesterholm-Vindolanda, inoltre, fanno riferimento ai "compagni di mensa" di un soldato. Le fonti letterari ci informano che, tra i viveri di un soldato, aveva una certa importanza anche l'acetum, un vino aspro che, a volte, era mescolato con acqua per dare origine ad una bevanda chiamata posca. Dai graffiti sulle anfore vinarie ritrovate nei siti militari, si è scoperto che i soldati non bevevano solo l'acetum, ma anche un vino "molto maturo" proveniente da Sorrento e da Messina. La bevanda era anche importata dalla Gallia Meridionale e dalla Penisola Iberica. Anche la birra godeva di una certa popolarità, tra i militi, dal momento che molti di loro avevano origini celtiche o germaniche. In un'iscrizione è citato un soldato in congedo della classi Germanica che riforniva il mercato militare della Germania Inferiore di birra locale. In una tavoletta ritrovata a Chesterholm-Vindolanda si fa riferimento ad un fornitura, per una settimana, di più di 46 litri di vino, tra cui il Massico, una produzione italiana di alta qualità, del vino agro e 69 litri di birra celtica oltre a 187 litri di orzo (hordeum). Una lettera, poi, fa riferimento a 1715 litri di bracis battuto, un cereale che veniva anch'esso utilizzato, come l'orzo, per la produzione della birra celtica.

mercoledì 13 aprile 2011

La tomba dei bambini

Una tomba della Valle dei Re, la KV44, conteneva resti di bambini morti per malattia. Nella medesima sepoltura sono stati rinvenuti anche resti di donne, ma non di uomini. La tomba è stata scoperta nel 1901 da Howard Carter. Era già saccheggiata, però, ed è costituita da una camera non decorata. Risalirebbe al Nuovo Regno (3500-3100 anni fa), periodo di grande prosperità. Durante la 22ma Dinastia è stata riutilizzata da una donna di nome Tentkerer. Nel 1990 un'equipe guidata dal professor Donald Ryan ha scavato il sepolcro ritrovando dei resti umani. Un'altra equipe, guidata dal dottor Jerome Cybulski, ha esaminato questi resti e fatto alcune scoperte interessanti. I resti erano esclusivamente di donne e bambini, metà dei quali presentano tracce di malattia.

martedì 12 aprile 2011

Mogoro e il suo nuraghe


Il paese di Mogoro, in provincia di Oristano, in Sardegna, presenta tracce antiche dell'esistenza dell'uomo. La maggior parte degli studiosi concorda nel far risalire il toponimo Mogoro al basco Mokòr e allo spagnolo Mogòte, altopiano, cima collinare, collina bassa. Altri possibili significati, recentemente ipotizzati, sono quelli che vogliono Mogoro derivare da mogheròs, luogo faticoso o da mahor, stanziamento od ospizio. Non secondaria è la derivazione dal fenicio makor, fonte, dal momento che a Mogoro esistono due sorgenti d'acqua. Gli uomini hanno abitato il sito sin dal Paleolitico superiore (13000 anni fa), con più o meno continuità nel corso dei secoli. Questa presenza è attesata dai ritrovamenti di centri per la lavorazione dell'ossidiana e dall'importante villaggio di Puisteris. Il fiorire delle cinte megalitiche durante l'Età del Rame ha portato gli studiosi a pensare che si sia venuta a creare, in quel periodo, una situazione di generale irrequietezza nel Mediterraneo, provocata dalla ricerca, estrazione, commercio e lavorazione dei metalli. In quest'epoca si continua ad abitare in villaggi di capanne circolari, con l'aggiunta di zoccolatura in pietra, soprattutto nei pressi di Oristano e di Cagliari. I morti continuano ad essere deposti in tombe ad ipogeo, in grotte naturali oppure in tombe interrate. Nel 509 a.C., Cartagine prese il controllo di tutta la Sardegna, sia quella costiera che quella dell'entroterra. Ai punici si sostuirono i Romani, che si impadronirono delle aree più fertili dell'isola. Vennero, allora, inviati in Sardegna prigionieri di guerra, tra cui 4000 ebrei, soldati romani e mercenari, ai quali vennero affidate le terre divise in piccoli appezzamenti, affinché le coltivassero ed incrementassero la produzione di cereali necessaria per sostenere il resto dell'impero. Nel medioevo Mogoro fece parte del Giudicato d'Arborea. Nel 1355 inviò i propri rappresentanti al primo parlamento convocato a Cagliari da Pietro IV d'Aragona. In quello stesso anno fu concesso in feudo dal sovrano a Francesco di San Clemente. Nel 1421 venne devoluto a Giordano Tola, nel 1442 fu venduto al mercante di Sassari Giacomo Manca. Dal punto di vista archeologico, in località Puisteris, ai margini del tavolato basaltico di Perdiana, è stato intercettato e scavato un insediamento prenuragico dove, negli anni '50 del secolo scorso, le ricerche archeologiche hanno permesso di riportare alla luce uno dei più importanti villaggi neolitici della Sardegna. Sono emersi i resti di ben 260 strutture di capanne di varia forma. Qui si svolgeva l'importante lavorazione dell'ossidiana. Saggi di scavo condotti recentemente hanno confermato l'importanza assunta dall'ossidiana per gli abitanti di Puisteris. Il minerale veniva trasportato dal Monte Arci dal Rio Mogoro che lo depositava dopo le piene delle stagioni piovose. L'età nuragica è documentata, inoltre, da diversi monumenti, primo tra tutti il complesso di Cuccurada, posto sullo sperone meridionale di un altopiano basaltico. Questo complesso comprende le emergenze di un nuraghe polilobato, imperniato, al centro, su un primitivo edificio a corridoio, al quale si appoggia il bastione, composto da quattro torri periferiche. Le torri sono raccordate tra loro da cortine che circondano un cortile centrale dove si aprono le porte che permettono l'accesso a quasi tutti i vani interni. Una poderosa struttura ciclopica ellitica cinge il nuraghe a sud-ovest. All'interno di questo importantissimo complesso sono stati trovati oggetti molto interessanti per lo studio della cultura nuragica, tra i quali un piccolo gruppo in bronzo che raffigura una scena di caccia, rinvenuto in una delle torri periferiche. Un'altra importantissima scoperta è stata quella di un deposito votivo di età tardo-romana, collocato nel corridoio d'ingresso al cortile. Qui sono emersi moltissimi crani e mandibole di ovini, caprini e bovini, ma anche spilloni crinali in osso, lucerne fittili integre e frammentarie, monete di bronzo, frammenti di vetro e numerosi altri reperti risalenti al IV secolo a.C.. Nel corridoio d'ingresso al cortile è, inoltre, emersa una stipe votiva del IV secolo d.C.

sabato 9 aprile 2011

Cariatidi salentine e il Parco Archeologico dei Guerrieri


Poggiardo, in provincia di Lecce, e la sua frazione Vaste, diventano, oggi, per un giorno, capitale dei beni culturali. Si inaugura, infatti, proprio oggi, il Portale di ingresso al Parco Archeologico dei Guerrieri e la presentazione della riproduzione delle Cariatidi. L'Ipogeo delle Cariatidi di Vaste è estremamente importante dal punto di vista della documentazione archeologica del Salento. Si tratta di una tomba a camera di età ellenistica, in gran parte, purtroppo, distrutta, scoperta nel XIX secolo. Di questa sepoltura oggi si conservano solo le sculture prelevate dal sito in tempi diversi. Nel Museo Provinciale di Lecce sono esposti una Cariatide e un bassorilievo, mentre le altre tre Cariatidi con il secondo bassorilievo si trovano nel Museo Nazionale Archeologico di Taranto. Le sculture sono realizzate in pietra calcarea locale e presentano piccole variazioni nelle misure e nella resa stilistica. Osservando gli omeri, si intuisce che le braccia erano sollevate nel gesto degli Atlanti. Le Cariatidi indossano un peplo lungo fino ai piedi con un'alta cinta e due bretelle che si incrociano sul seno nudo. Il corpo è inarcato all'indietro. Le sculture dovevano poggiare su un plinto trapezoidale, poste contro gli stipiti delle due porte, nell'atto di sostenere un fregio di coronamento con decorazioni a bassorilievo, raffigurante una corsa di trighe guidate da Eroti alati e trainate da leoni. Gli Eroti hanno entrambe le mani strette alle briglie, che, in origine, erano colorate, così come le ruote e lo sfondo, dove ancora sono visibili tracce del colore giallo e del rosso. La sepoltura apparteneva sicuramente ad un gruppo familiare di rango elevato. In mancanza di informazioni sulle deposizioni e gli arredi, l'Ipogeo delle Cariatidi è stato datato, unicamente sulla base delle evidenze stilistiche, ad un periodo compreso tra la fine del IV e tutto il III secolo a.C.. Il sepolcro ha una pianta rettangolare, con gradinata di accesso e vestibolo a cielo aperto, dal quale si può entrare in due celle funerarie. Ognuna delle due porte di accesso erano caratterizzate dalla presenza di figure femminili identificate come Menadi con funzioni, appunto, di Cariatidi. Le Cariatidi sono state spesso inserite come elementi architettonici di sostegno e come elementi puramente decorativi dei templi della Magna Grecia e della Sicilia. Gli Eroti sono frequentemente raffigurati nella ceramica apula a figure rosse e nella ceramica di Gnathia. I leoni sono frequentemente utilizzati, già in periodo arcaico, come elemento funerario e rafforza la simbologia ultramondana del carro. Vaste è un antico insediamento messapico la cui prima fase di occupazione data al Bronzo Medio e Finale (XIV-XIX secolo a.C.), periodo in cui è attestata l'esistenza di un villaggio a capanne. La fase arcaica, invece, è attestata da alcuni resti di abitazione del VI secolo a.C., con fondazioni in pietra e pavimenti in battuto di calcare, da una fornace e dai resti di un luogo di culto la cui area, nel V secolo a.C., fu riutilizzata come necropoli e da cui provengono tombe a sarcofago e depositi funerari. Il momento di massima espansione di Vaste è in età ellenistica (IV-III secolo a.C.) in cui si registra un consistente incremento demografico e la città viene dotata di una cerchia di mura lunga 3,350 metri, delimitante un'area urbana per lo più libera da abitazioni. Le mura sembrano appartenere a due fasi costruttive. La prima fase presenta una struttura larga circa 4 metri all'interno, realizzata in doppia cortina di pietre massicce non squadrate, con pietre, terra e tegole a fungere da riempimento. La seconda fase (inizio III secolo a.C., in concomitanza con l'avanzata del potere di Roma) presenta, all'esterno, un rivestimento formato da un muro largo più di tre metri, con blocchi squadrati. Venne eretto anche un antemurale per impedire l'avvicinamento delle macchine belliche. La fotografia aerea ha permesso di localizzare cinque porte di accesso alla città, la quale era suddivisa in aree abitative, aree destinate a luoghi di culto, ad edifici artigianali, a necropoli e zone adibite a pascolo e ad attività agricole. Oltre all'ipogeo delle Cariatidi, un altro importante luogo di culto di età ellenistica è stato ritrovato nel 1999 in piazza Dante. Si tratta di una cavità artificiale contenente numerosi depositi votivi costituiti da vasetti miniaturistici, coppe e resti di sacrifici animali. L'ipogeo sembrerebbe essere stato dedicato a Persefone, di cui è stata ritrovata la testa in calcare con diadema e velo, ornata di orecchini. Nei pressi di un fondo fu scoperto anche un tesoretto di 142 monete tarantine, sette di Eraclea ed una di Thurium, conservate in un vasetto di bronzo che fu seppellito nell'imminenza di un pericolo, forse l'avanzata dell'esercito romano. Vaste diventa città romana dopo la conquista del Salento, risalente al III-II secolo a.C.

La pietra incisa dell'Azerbaigian


Nella regione di Lerik, in Azerbaigian, è stata ritrovata una pietra con caratteri cuneiformi vecchi di 5000 anni. La scoperta è stata fatta dallo studioso locale Aliheydar Aliyev, che ha portato la pietra al museo etnografico. I caratteri cuneiformi incisi dimostrano che gli Azeri erano in grado di leggere e scrivere ben 5000 anni fa e che avevano relazioni politiche, culturali e commerciali con la Mesopotamia, patria della scrittura cuneiforme. La stele è stata ritrovata insieme con oggetti di uso domestico durante i lavori di scavo in un villaggio nella parte occidentale della regione di Goranboy, in Azerbaigian. Gli scavi hanno permesso, anche, di riportare alla luce alcune sepolture, tra le quali quella di un bambino. Accanto all'antico cimitero sono stati ritrovati i resti di un insediamento abitativo. La popolazione locale chiama il luogo "la collina di Alessandro", forse in ricordo di un monumento innalzato al grande macedone del quale, però, non è stata trovata traccia. Le sepolture appartengono ad un periodo compreso tra il IV ed il III secolo a.C.

I 70 Libri di Piombo


Tra il 2005 ed il 2007, un beduino scoprì ben 70 volumi sigillati in una caverna della Giordania. Essi erano contenuti ciascuno in una nicchia. La caverna si trova a pochi chilometri da un'antica sorgente dove, duemila anni fa, si rifugiarono sette messianiche ebraiche. Tre anni fa il beduino cedette, per denaro, i libri ad un commerciante, Hassan Saida, che li portò in Israele. Le pagine di questi volumi erano in piombo ed i testi sono stati, per questo, chiamati "Libri di Piombo". Sono redatti in ebraico e in greco e si presume siano stati nascosti nella grotta dopo la presa di Gerusalemme del 70 d.C.. Ad una prima analisi, alcuni libri sembrano risalire al I secolo d.C. e sarebbero, sempre che venga confermata tale datazione, tra le prime testimonianze cristiane, precedenti, addirittura, gli scritti di Paolo di Tarso. I libri contengono parole, simboli e immagini che sembrano fare riferimento al Messia, alla crocifissione e alla resurrezione. Le analisi che finora si sono fatte ad Oxford confermano che il piombo di cui sono composti i testi ha un'origine mediterranea, che è del I secolo d.C. e che la corrosione è autentica. Analoghi risultati sono stati ottenuti da alcuni test fatti in Svizzera. Su alcuni libri compaiono scritte in lingua fenicia. Se i dati di cui si dispone si confermeranno esatti, ci troveremo di fronte ad una scoperta pari a quella dei Rotoli del Mar Morto. La tesi che sia così è stata sposata dallo studioso inglese David Elkington, esperto di storia antica e di archeologia religiosa. Il professor Philip Davies, esperto in studi biblici ed insegnante alla Sheffield University, ha spiegato che i volumi ritrovati possono davvero avere una matrice cristiana, dal momento che sulle pagine di uno di questi compare una pianta di Gerusalemme con una croce in primo piano e, dietro, un sepolcro, un piccolo edificio con un'apertura. Praticamente una crocifissione cristiana avvenuta fuori dalle mura della città, anch'esse rappresentate sulla medesima pianta. Studiosi israeliani, invece, non sembrano dare molta rilevanza alla scoperta, non fidandosi della versione fornita dal beduino. Il fatto, però, che i libri siano in piombo depone sulla loro autenticità. I cristiani, infatti, erano noti per utilizzare dei codici inseriti in libri sigillati, che facevano parte del culto di segretezza delle origini. In uno dei 70 libri, composti da una decina di pagine non ancora studiate, ci sarebbe, poi, il volto di Cristo. Se anche questo aspetto fosse confermato, si tratterebbe del primo ritratto di Gesù eseguito, oltretutto, da suoi contemporanei.

venerdì 8 aprile 2011

Il documento scritto più antico d'Europa è greco

La Scuola Archeologica di Atene ha scoperto, sulle colline nei pressi di Iklena, nel Peloponneso, il più antico documento scritto di Grecia e d'Europa. Gli scavi sono iniziati nel 2006 ed ora a dirigerli vi è l'archeologo Michael Cosmopoulos, autore della scoperta, che ha affermato che la tavoletta potrebbe essere un documento finanziario con tanto di cifre e di nomi, redatto in "Lineare B", la scrittura utilizzata dai Micenei durante l'Età del Bronzo (1600 a.C.). Cosmopoulos ed il suo gruppo avevano già riportato alla luce i resti di mura ed affreschi pertinenti due edifici costruiti, con tutta probabilità, tra il 1550 e il 1440 a.C.

mercoledì 6 aprile 2011

Il primo re dei Maya


Il sito archeologico di 'Ko, in Guatemala, ha restituito la sepoltura del più antico re Maya, datata intorno al 350 a.C.. Finora le sepolture maya ritrovate non possedevano il sigillo reale. Questa località era, un tempo, il sobborgo della più grande città Maya di Holmul. Durante gli scavi è emerso una sorta di coperchio di circa 16 centimetri di diametro, abbastanza ampio da permettere il passaggio di un essere umano. Il coperchio nascondeva un foro che permetteva l'accesso ad un tunnel che conduceva ad una camera di stoccaggio. Questa camera si è svelata subito come una sepoltura, più esattamente la sepoltura di un uomo dell'età presumibile di 50 anni, apparentemente in buona salute, salvo qualche artrite ed un paio di carie. Attorno a lui vi erano vasi e piatti. La scoperta più interessante è stata, senz'altro, un bruciatore d'incenso nero a forma di uomo con un particolare copricapo: una sorta di trifoglio sulla fronte, simile al cappello di un giullare. Questo copricapo è molto noto tra gli archeologi che lo ritengono essere uno dei primi simboli della sovranità Maya. I vasi attorno alla sepoltura sono databili attorno al 350 a.C. ed anche un osso, ritrovato nella sepoltura, una volta analizzato al C14, ha restituito la stessa datazione confermando che la sepoltura era quella del più antico re Maya.

lunedì 4 aprile 2011

Alla ricerca della Gioconda



(Fonte: Ansa) Partirà ufficialmente una campagna di ricerca che, per la prima volta, mira a trovare la tomba e, possibilmente, i resti della modella che ispirò Leonardo da Vinci per la Gioconda. Gli studiosi cercheranno a Firenze, nell'ex convento di Sant'Orsola dove monna Lisa Gherardini, moglie del mercante Francesco Del Giocondo, oramai vedova, si ritirò nell'ultimo periodo della sua vita, morendovi il 15 luglio 1542, all'età di 63 anni. La campagna sulle tracce di monna Lisa potrebbe, però, essere vana se fosse vera l'ipotesi di un giornalista inglese, pubblicata sul quotidiano on line di Liverpool. Secondo le ricostruzioni del giornalista, quanto sarebbe arrivato fino ai nostri giorni della sepoltura di Lisa Gherardini potrebbe essere stato scavato e portato via con materiali inerti in una discarica vicino a Firenze, durante gli anni '80. Sarebbe successo in concomitanza con alcuni lavori di ristrutturazione dell'ex convento che, all'epoca, era di proprietà demaniale e che sembrava destinato a ospitare una caserma, tanto che fu scavato un posteggio sotterraneo più o meno in corrispondenza di un chiostro. Lisa Gherardini è la vera Gioconda del quadro di Leonardo secondo la tradizione voluta da Giorgio Vasari (1511-1574). Un documento che attesta il giorno della morte e la sepoltura di Lisa in Sant'Orsola è custodito da secoli nell'archivio della basilica di San Lorenzo. "Donna fu di Francesco del Giocondo. MOrì addì 15 di luglio 1542 sotterrossi in S. Orsola tolse tutto il capitolo", c'è scritto nel registro parrocchiale. Questo atto fu scoperto per la prima volta nel 2007, dallo studioso fiorentino Giuseppe Pallanti.

sabato 2 aprile 2011

Il ritrovato criptoportico di Alife


Il criptoportico di Alife, in provincia di Caserta, uno degli esempi più importanti del suo genere, di età augustea, è stato finalmente sterrato. Nel corso dei secoli, infatti, al suo interno si erano depositati detriti e altri materiali. Durante l'ultima guerra fu persino adibito a rifugio per la popolazione, che doveva sfuggire alle retate dei tedeschi e ai bombardamenti del 1943. I criptoportici coevi erano adibiti ad uso pubblico e privato, come strutture sottostanti a edifici di superficie come tribunali, mercati, serbatoi per la raccolta dell'acqua. Questo vero e proprio monumento testimonia la grandezza passata di Alife. E' costituito da tre bracci che si dipanano su una superficie di 689 mq per un'altezza di circa 6 metri dal piano di calpestio. Lo sterro ha permesso, inoltre, di recuperare anche dei reperti importanti per lo studio della struttura e del periodo in cui fu costruita: anfore per il trasporto del vino (in particolare l'amineo, menzionato in un'iscrizione sull'intonaco di un pilastro del criptoportico), attrezzi agricoli e da falegnameria. Il vasellame e le ossa animali permettono di indagare l'alimentazione degli antichi alifani, basata soprattutto sullo sfruttamento intensivo dell'allevamento di maiali, pecore, buoi e animali da cortile. Si consumava anche pesce d'acqua dolce e di mare (tra cui le ostriche di Baia), si cacciavano fagiani e piccioni selvatici. L'etimologia del nome Alife è tuttora incerta. In lingua sabellica si doveva dire Alipha; su una moneta d'argento del IV secolo a.C., il nome è grecizzato in Alioha. Per i Romani è Allifae, ed è così nominata, se pure con qualche variante, da Silio Italico, Plinio il Giovane, Cicerone e Orazio. La forma attuale del nome compare nel Medioevo, in una pergamena dell'XI secolo. L'origine della cittadina è osca o sannita. Coniava una propria moneta, un didramma di argento, e fu a lungo in conflitto con Roma (dal 343 al 290 a.C.), finquando fu distrutta durante le guerre sannitiche, per essere, poi, riedificata come oppidum, con tanto di decumano e cardo massimo. Fu incorporata, in seguito, nella Repubblica Romana in qualità di praefectura sine suffragio e poi divenne municipium con un proprio governo di decurioni, decemviri, questori, censori, edili e pontefici. Durante le guerre puniche, la vittoria dei Romani contro Annibale portò gloria e onore anche ad Alife che, in seguito, divenne colonia militare e accolse una colonia di plebei romani. In questo periodo fu guidata dalle famiglie dei Ponzi, degli Apulei e degli Acili Glabrioni, che raggiunsero il rango senatorio già durante i primi anni dell'impero. Del calendario cittadino si conservano frammenti dei giorni 11-19 agosto e 22-29 agosto. E' ricordato un circo del quale si è persa ogni traccia. Tuttora è possibile vedere le mura romane che circondavano Alife. Il vescovado di Alife è piuttosto antico: il primo vescovo noto si chiamava Clarus ed era in carica nel 499. Il territorio fu anche interessato da un'intensa fioritura monastica dal 719 al 774, con la fondazione di numerosi monasteri. Durante il IX secolo Alife fu più volte coinvolta nelle lotte tra i signori longobardi e subì gravi danni dal terremoto dell'847, venne saccheggiata dai saraceni e, nell'860, riconquistata dall'imperatore Ludovico II. Alife tornò a riprendersi nel X secolo, divenne contea e riacquistò il vescovado. Nell'XI secolo fu conquistata dalla casa normanna dei Quarrel Drengot. Il primo conte di questa stirpe fu Rainulfo, cui successe il figlio Roberto di Alife. Rainulfo II, figlio di quest'ultimo, chiese e ottenne, nel 1131, dall'antipapa Anacleto II le reliquie di San Sisto I, papa e martire, che divenne, in tal modo, il protettore della città e della diocesi. A San Sisto fu dedicata la Cattedrale che, oggi, è dedicata a Santa Maria Assunta. Nel 1135 Alife venne occupata dalle truppe regie ma fu ripresa, nel 1137, da Rainulfo che aveva, nel frattempo, acquisito il ducato di Puglia. Nell'età sveva non cessarono le lotte per il possesso della città: nel 1205 il castello respinse l'ennesimo assedio, ma la città fu data alle fiamme. In questi anni fu governata dal conte Siffrido, di origine germanica, finchè Federico II non prese il controllo diretto della città nel 1221, facendone anche riparare il castello normanno. Qui passò Carlo d'Angiò prima di sconfiggere Manfredi a Benevento nel 1266. Nel 1269 è conte di Alife Filippo, figlio di Baldovino, imperatore di Costantinopoli. Nel Trecento sia la città che la contea passarono nelle mani di diverse famiglie. Per un periodo di tempo Alife appartenne anche all'Ordine degli Ospitalieri di Gerusalemme. Nel 1320 era presente, ad Alife, anche un insediamento ebraico. Nel Seicento Alife fu feudo della famiglia Gaetani. Un ennesimo terremoto, verificatosi nel 1688, abbattè diverse case e danneggiò la cattedrale. Nel 1716 furono ritrovate, in quest'ultima, le reliquie di San Sisto.

Gran Bretagna, la bambina sepolta nella grotta 11000 anni fa

Gran Bretagna, la grotta in Cumbria dove sono stati rinvenuti i resti umani (Foto: archaeology.wiki) Le ossa , risalenti ad 11000 anni fa , ...