martedì 11 dicembre 2012

Una proprietà agricola sotto le strade di Gerusalemme

Contenitore per profumo e un peso di piombo
Mentre scavavano sotto una strada di Gerusalemme, alcuni archeologi israeliani hanno riportato alla luce quanto rimane di una villa rustica che potrebbe fornire nuove informazioni sul periodo precedente e successivo alla dinastia degli Asmonei, circa 2200 anni fa.
Lo scavo in questione si trova nel quartiere di Kiryat Ha Yovel ed ha già restituito un contenitore per profumo, un torchio, un forno per il pane ed i resti di case ed edifici agricoli. Gli archeologi hanno anche ritrovato un peso di piombo fatto a mano, recante una lettera incisa, probabilmente una "yod" ("y").
La comunità ebraica sembra essere stata assai vivace, in Gerusalemme, sia prima che dopo la presa della città da parte dei Maccabei.
I resti della fattoria risalgono ad un periodo compreso tra il 400 ed il 100 d.C.. Alcuni cocci di argilla, ritrovati nello scavo, fanno pensare a fusti di vino.

I Signori di Higashiura Kana

Resti dell'armatura e dell'uomo di Higashiura Kana
I resti di un adulto e di un bambino sono stati recuperati nel sito di Higashiura Kana, nella città di Shibukawa, in Giappone. Erano seppelliti sotto uno strato di cenere vulcanica e si suppone risalgano al periodo Tardo Kofun (VI secolo d.C.). Si tratta della prima scoperta di resti umani del periodo Kofun sepolti in un contesto del genere.
Finora sono stati riportati alla luce oltre 600 armature del periodo Kofun, in Giappone. Alcune armature erano contenute nelle tombe dei proprietaria, assieme agli altri oggetti di corredo del defunto.
Il sito archeologico di Kanai Higashiura fu seppellito dall'eruzione del vulcano Harunayama Futatsudake.
Lo scheletro del maschio adulto è stato ritrovato a faccia in giù. Gli archeologi ritengono che sia caduto in avanti da una posizione in ginocchio. Forse si trattava di un esponente della guardia armata di un'elite locale. L'uomo non indossava un'armatura completa, ma solamente la protezione per il busto e le cosce.

La villa rustica di Avezzano

Pozzo cisterna della villa rustica di Colleferro
Alcuni interventi di archeologia preventiva nel comune di Colleferro hanno permesso di riportare alla luce le fondazioni di un grande edificio quadrangolare, due sepolture ed i resti di una grande villa rustica.
L'ambiente quadrangolare, costruito con il tufo reperito in loco, molto simile al peperino, presenta tracce di passaggio di un aratro. Gli studiosi pensano che possa trattarsi di un luogo di culto (tempio, sacello, recinto sacro) a causa della sua collocazione a pochi passi da un importante incrocio viario tra due strade di epoca romana.
Le sepolture ospitavano gli scheletri di due bambini ed erano poste l'una accanto all'altra. Una delle due era realizzata all'interno di un'anfora, mentre la seconda era a fossa, con coperture di tegole. La prima conteneva anche una brocca, la seconda una piccola olla a due manici. La datazione risale, secondo gli archeologi, ad un periodo compreso tra il II e il III secolo d.C..
Resti degli ambienti della villa
La villa rustica risale alla seconda metà del II secolo a.C. e venne abbandonata intorno al IV secolo d.C.. Possedeva due cortili, uno più grande dell'altro, ed un portico composto da pilastri rettangolari e pseudocolonne, attorno al quale si impernia il resto del complesso abitativo. Uno dei cortili, quello occidentale, ospitava la lavorazione di quanto si raccoglieva nel terreno circostante: grano e olio, soprattutto.
Un'area di forma irregolare costituiva una sorta di butto, nel quale sono stati ritrovati coppi, tegoli, laterizi e ceramica prevalentemente appartenenti ad un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C.. E' stata anche riconosciuta una fornace, dalla quale proviene un laterizio che riporta la dicitura MMLF (forse Marci Liciniani Fratres), produttori di laterizi attivi nel I secolo d.C. proprio nel territorio di Avezzano.
Il rifornimento idrico della villa era assicurato da una grande cisterna in opera reticolata con il fondo foderato in cocciopesto, che era alimentata da un canale sotterraneo collegato ad una cisterna ipogea. Nella parte sudoccidentale della villa, delle condotte fognarie permettevano il deflusso delle acque di scarico.
Il cortile orientale era quasi sicuramente il giardino della casa. La villa subì diverse modifiche nel corso del tempo.

lunedì 10 dicembre 2012

Il Castello di Gerione

Stele punica dedicata a Tanit ritrovata nel castello di Gerione
Il Castello di Gerione, in provincia di Campobasso, è un piccolo insediamento fortificato a 616 metri di altitudine sulla valle del Cigno. La cittadella ha una forma ovoidale e dimensioni modeste. L'attestazione più antica risale al 1172, quando compare in un atto di donazione. Successivamente Gerione è ricordata in alcuni documenti del 1181 e del 1254 e in un importante documento del 1239-1241, di epoca sveva. Un atto del 1450 ricorda Gerione tra i feudi inabitati.
Dal 2003, anno in cui il comune di Casacalenda ha acquisito l'area, si conducono scavi nell'area per individuare le antiche origini dell'insediamento medioevale. I paesi che circondano Gerione riportano, nelle tradizioni, storie di distruzione ad opera di Annibale.
Il castello di Gerione
Il nome Gerione richiama quello di Gereonium, un antico abitato dei Frentani ricordato da Polibio e da Livio in occasione delle drammatiche vicende della guerra annibalica. Annibale, infatti, conquistò Gereonium nel 217 a.C., ne trucidò gli abitanti e lo trasformò in una sorta di magazzino per il rifornimento delle sue truppe.
Gli scavi archeologici hanno evidenziato che in epoca sannitica Gerione era fortificato da una possente cinta muraria, un muro con doppia cortina risalente al IV-III secolo a.C.. Oltre alle mura, dagli scavi è emersa una stele di Tanit, Dea Madre di Cartagine, che costituisce l'unico documento punico trovato nell'Italia continentale.
I documenti più sicuri risalgono al periodo dell'alto medioevo, con i Longobardi. Nell'VIII-IX secolo il colle dove sorge Gerione è ancora difeso dalle antiche mura sannitiche, per quanto fossero alquanto diroccate. Il luogo subì un'ulteriore distruzione con l'arrivo dei Normanni, nell'XI secolo. In un anfratto nella roccia, utilizzato all'epoca come discarica, un butto medioevale ha conservato ceneri di focolare, frammenti di ceramica di VI-VIII secolo, ossa di animali, tracce di attività siderurgica vicino alla grotta, come grumi di bronzo fuso, crogioli d'argilla e pezzi di mantice.
Mura del castello di Gerione
Gli archeologi hanno anche ritrovato le tracce di un violento incendio verificatosi tra l'XI e il XIII secolo, che deve aver posto fine alla Gerione longobarda. Si tratta, forse, delle tracce dell'arrivo dei Normanni che, comunque, incoraggiarono la ripresa delle normali attività del borgo, controllato da una torre con casale, un donjon fondato dal signore locale per controllare la sua proprietà. La torre, rettangolare, venne costruita prima dell'XI secolo e constava di tre piani per otto metri di altezza.
Tra l'XI e il XII secolo venne costruito il palazzo baronale normanno, su due piani, preceduto da un'ampia corte e con un grande salone a piano terra lastricato nel settore centrale. Il piano superiore raccoglieva, invece, la parte privata del palazzo che non aveva ingressi a livello del suolo, per motivi di sicurezza.
Scavi al castello
L'edificio più importante di Gerione, dopo il palazzo baronale, era la chiesa di Santa Maria, riconosciuta in un atto di donazione del 1172. L'edificio sacro, eretto nel XII secolo, si presentava privo di abside. L'ingresso principale era preceduto da un portichetto di legno. Sono state ritrovate tracce dell'altare sotto il quale era il reliquiario e tracce del fonte battesimale. Accanto alla chiesa vi era il cimitero, riutilizzato nel corso dei secoli, con deposizioni disposte su due livelli principali. Le sepolture più superficiali sono pertinenti la grande pestilenza e il terremoto del 1349.
Federico II nominò feudatario di Gerione Tommaso de Stipite. Durante questo periodo vengono costruite le mura che cingono il colle e le torri. Verso la fine del XIII secolo il territorio in cui si trovava Gerione passò agli Angioini, di cui rimane testimonianza nei reperti di vasi in ceramica rinvenuti nel castello.
Il terremoto che colpì a morte Gerione il 9 settembre 1349 fu tra i più distruttivi che abbiano colpito l'Italia centromeridionale. Gli scavi ne hanno restituito traccia. Il castello di Gerione subì gravi danni che portarono al suo abbandono: crollò parte del palazzo baronale, molti edifici che si affacciavano sulla corte e i pavimenti. Anche la peste nera lasciò il suo segno a Gerione, soprattutto nelle fosse comuni.
Nel cimitero di Gerione sono state scavate 25 deposizioni del XIV secolo e sono stati studiati 12 scheletri che hanno restituito un quadro drammatico delle condizioni di vita nell'abitato. Gli scheletri esaminati presentano forti stress da lavoro pesante, ernie, schiacciamento delle vertebre, artrite, fratture ossee, sofferenza neurologica alle gambe. Tutti gli scheletri esaminati, inoltre, sono risultati affetti da anemie ereditarie, per difetto di ferro e di vitamine. Tartaro, carie, caduta dei denti ed ascessi caratterizzano i poveri resti, a testimonianza della scarsa igiene oltre che delle carenze alimentari.

domenica 9 dicembre 2012

Echi di splendori passati, Pergamo

Pergamo, tempio di Atena
La città di Pergamo era ritenuta, in passato, l'Atene dell'Asia. La sua fondazione venne, in epoca antica, attribuita a Telefo, figlio di Eracle. Pergamo, nel tempo, divenne una roccaforte di un piccolo satrapo al servizio del Gran Re (VI-V secolo a.C.) e poi in una città di conquista per i Diadochi, i generali che ereditarono il mondo conquistato da Alessandro Magno.
Uno di questi Diadochi, Filetero (343-263 a.C.), alleato di Seleuco I Nicatore, si era impossessato di un tesoro di 200 tonnellate d'argento che gli servirono per cominciare a costruire le fondamenta del suo principato. Il successore di Filetero fu Eumene I che staccò Pergamo dai Seleucidi e tenne a bada i Galati. Fu con Euemene che Pergamo cominciò a battere moneta con l'immagine di Filetero.
Pergamo, il teatro
Il primo dei signori di Pergamo che assunse il titolo di re fu Attalo I (269-197 a.C.) che si alleò con i romani e continuò a combattere i Galati ed i Seleucidi. Il suo primogenito, Eumene II (221-159 a.C.), estese il regno di Pergamo dalle coste dei Dardanelli fino al cuore dell'Anatolia ed ai confini di Efeso. Fu questo il periodo di massima prosperità per il regno di Pergamo ed in questo arco di tempo venne edificato il famosissimo altare di Zeus e Atena e il più grande ginnasio del mondo greco.
Ad Eumene II successe Attalo II (220-138 a.C.), il quale si alleò con i Romani nella conquista della penisola greca. Attalo III, figlio di Eumene II, fu prevalentemente uno studioso poco interessato agli intrighi di corte e ai problemi di politica internazionale. Morendo lasciò Pergamo in eredità ai Romani, i quali annetterono la città alla provincia d'Asia creata nel 129 a.C.
L'altare di Pergamo ricostruito al Museo di Berlino
La biblioteca di Pergamo conteneva più di 200.000 volumi, alcuni dei quali contenevano, in termini dettagliatissimi, la storia della città. Era la seconda biblioteca del Mediterraneo dopo quella di Alessandria e, all'ingresso, mostrava una copia in scala ridotta dell'Atena Parthenos di Fidia, posta sull'Acropoli. Dopo l'incendio della biblioteca di Alessandria, nel 47 a.C., durante lotte feroci che insanguinarono l'antica repubblica di Roma, la biblioteca degli Attalidi fu acquistata da Marco Antonio, che la donò a Cleopatra.
All'epoca di Roma, Pergamo era una città di 160.000 abitanti. Possedeva un acropoli, un teatro - costruito su un pendio notevolmente inclinato - un tempio dedicato a Dioniso. Vi si trovava un tempio dedicato a Traiano e, ad est della cavea del teatro, il santuario di Atena Nikephoros, circondato da un cortile porticato che conteneva ex voto. Sul lato nord del cortile vi era la sede della grande biblioteca.
Pergamo, tempio di Traiano
Eumene II aveva progettato il grande altare ellenistico di Zeus e Atena Nikephoroi, aperto verso i pendii occidentali dell'acropoli al pari del teatro. Il tempio era a pianta quasi quadrata ed era costituito da un grande podio fiancheggiato da due avancorpi accessibili da una scalinata monumentale dell'ampiezza di una ventina di metri. La costruzione ospitava un fregio colossale che si sviluppava per più di 110 metri. Le lastre di cui era composto il fregio erano alte circa 2,30 metri, su di esse era rappresentata la sconfitta dei Giganti ribellatasi agli dèi dell'Olimpo. L'altare fu quasi del tutto completato tra il 166 e il 156 a.C.. Le sculture portavano le firme di diversi artisti: Dionisiade, Menecrate, Melanippo, Oreste, Teorreto e Taurisco. Sulla parete di fondo si trovava un fregio che stabiliva il legame di discendenza tra Eracle e gli Attalidi.
Pergamo, Asclepion
Sul ciglio orientale dell'acropoli di Pergamo si trovavano le dimore degli Attalidi. La città media si estendeva ai piedi dell'acropoli e si concentrava attorno ad un'agorà costruita su una terrazza nella roccia. Nella città media si trovavano botteghe, magazzini, abitazioni privati e ben tre ginnasi. Vi erano, poi, i santuari di Era e Demetra.
Durante il regno di Adriano (117-138 d.C.) venne edificato un grande tempio dedicato ad Esculapio, raggiungibile attraverso un'imponente via Sacra coperta, che sboccava nei Propilei, un piccolo cortile porticato. Un altro santuario importante, chiamato la "Corte Rossa" per le murature in mattoni, era dedicato ad alcune divinità egizie, tra cui Iside e Serapide.
Pergamo poteva usufruire di acqua corrente di livello in livello, grazie a sistemi idraulici che permettevano di captare l'acqua da sorgenti poste a quasi 2000 metri di altitudine e 80 chilometri di distanza dalla città.
Pergamo, agorà
I primi scavi della città furono condotti tra il 1876 e il 1878 dall'archeologo Alexandre Conze e permisero di recuperare alcune lastre dell'altare di Zeus e Atena ed anche la scoperta del tempio di Atena Nikephoros, dei palazzi degli Attalidi, del tempio di Traiano, del teatro e del tempio di Dioniso.
Gli scavi ripresero dopo la fine della prima guerra mondiale e permisero il recupero della "Corte Rossa" e di un Heroon all'inizio della via Sacra coperta che portava al santuario di Asclepio.

Analisi sulle ossa di Filippo II di Macedonia

Larnax con le ossa di Filippo II di Macedonia
Una piccola porzione dello scheletro di Filippo II, custodito all'interno di un larnax aureo, uno degli oggetti più preziosi dell'antichità, sarà presto inviato al Laboratorio Archeologico del Museo di Salonicco.
Gli studiosi vogliono analizzare il reperto, soprattutto vogliono fotografare e rilevare il misterioso materiale che si è depositato sulle ossa del defunto sovrano. Ossa e larnax sono stati ritrovati nella camera principale della tomba II di Vergina.
Il materiale che sarà analizzato in laboratorio, depositatosi sulle ossa di Filippo II, è stato ritrovato anche in altre due sepolture in Macedonia, ma questa è la prima volta che si effettuano delle analisi chimiche e mineralogiche su di esso. Queste analisi permetteranno di raccogliere preziose informazioni sui processi di corrosione del larnax così come sui materiali utilizzati nelle sepolture rituali dell'epoca.
Le ossa del re macedone, padre di Alessandro Magno, sono state ritrovate avvolte in un telo di porpora e d'oro. Il larnax dorato che le conteneva si trovava dentro un grande sarcofago marmoreo che conteneva anche le armi del re, la sua corazza di ferro con decorazioni dorate in rilievo, il suo elmo e la sua spada, tre paia di gambali di bronzo, lo scudo d'oro e d'avorio e una corona di alloro dorato, trovata sulle ossa del re defunto e composta da 313 foglie e 68 ghiande.

Nuove scoperte nel mondo sotterraneo dei Maya

Archeologi all'opera in un cenote Maya
Ricerche subacquee, condotte dagli archeologi dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH), hanno permesso di recuperare diversi materiali di origine Maya. L'esplorazione ha interessato due grotte subacquee a Campeche e un cenote, una sorta di laghetto sotterraneo, nello Yucatan.
Il cenote in particolare conteneva ceramica di estrema eleganza, lavorata circa 2300 anni fa. Per Helena Barba Meinecke, responsabile degli archeologi subacquei della penisola dello Yucatan, sia il numero delle grotte che il cenote, come i manufatti archeologici che vi sono stati rinvenuti, confermano l'ipotesi che questi luoghi sono stati utilizzati per lo svolgimento di rituali in epoca pre ispanica.
Ceramica con la rappresentazione di un volto, ritrovato nel
cenote di San Manuel
Il cenote di San Manuel contiene reperti che lo pongono all'apice dell'interesse per gli archeologi. Il cenote ha una profondità di 20 metri e i subacquei non possono restare più di 20 minuti sott'acqua. Alternandosi secondo questi tempi, hanno recuperato due manufatti ceramici Maya risalenti, con tutta probabilità, al 200 e al 300 d.C.. L'entrata al cenote ha un diametro di circa un metro. Uno dei reperti è un vaso globulare, con un manico intrecciato. Sul corpo compare un volto umano e un corpo fitomorfo. L'altro manufatto è un piatto che presenta, anch'esso, un volto con il dettaglio di un diadema dipinto con pigmento rosso e blu.
Anche i risultati ottenuti dall'esplorazione della grotta di Huachabi non sono stati da meno. La grotta ha più di 500 metri di lunghezza e si trova all'interno del sito archeologico di Miramar, ancora parzialmente inesplorato, nella regione di Chenes. all'interno della grotta sono stati ricavati circa 50 spazi contenenti offerte di varia entità. L'analisi al carbonio ed una prima osservazione hanno restituito una datazione compresa tra il 600 e il 900 d.C.
Ceramica ritrovata in una delle grotte esplorate
Accanto a questi reperti sono stati individuati anche frammenti di affreschi murari in diverse cavità della grotta di Huachabi. E' possibile che siano state effettuate, nella grotta, cerimonie di iniziazione o di purificazione, almeno stando alla disposizione degli oggetti che vi sono stati scoperti. La presenza di altri materiali sparsi nella cavità, porta gli archeologi a pensare che gli oggetti che formavano le offerte erano stati elaborati all'interno della grotta.
L'archeologa Helena Barba Meinecke ha spiegato che ogni ramo della caverna era stipato di oggetti votivi, quali vasi dipinti di nero, intenzionalmente rotti e ricavati dal calcare stesso che si può ritrovare all'interno della cavità.
Il cenote è una grotta con presenza di acqua dolce. La formazione dei cenote si pensa che sia dovuta al basso livello marino nel corso delle glaciazioni del pleistocene.

Un antico porto fortificato a Ostia

Ostia e il suo antico bacino portuale
Archeologi francesi ed italiani hanno ritrovato i resti di un porto che svolse un ruolo fondamentale nella nascita dell'antica Roma.
Alla foce del Tevere alcune perforazioni hanno rivelato un sito portuale della cui esistenza si sapeva da secoli ma che non era mai stato, finora, individuato.
Il porto si trova a nordovest di Ostia e fu costruito come una sorta di fortezza per consentire al commercio di risalire il fiume evitando pirati e predoni.
Le prime indagini archeologiche hanno restituito una datazione risalente al IV secolo a.C.. L'acqua, nel porto, raggiungeva la profondità di 6 metri e permetteva l'accesso a navi strutturate per la navigazione marittima.

venerdì 7 dicembre 2012

Chianti ... romano

I semi d'uva ritrovati a Cetamura del Chianti
Antichi semi d'uva, è quello che ha scoperto un professore della Florida State University nella zona del Chianti. Nancy Thomson de Grummond, questo è il nome dell'archeologa americana, ha scoperto circa 150 semi d'uva, dai quali gli scienziati, ora, sperano di trarre importanti informazioni.
I semi d'uva sono stati ritrovati la scorsa estate durante uno scavo archeologico a Cetamura del Chianti. Si trovavano in un pozzo e risalgono, con tutta probabilità, al I secolo d.C..

L'ultimo riposo a Swat

La necropoli di Swat
Su una collina che domina la panoramica Valle di Swat, in Pakistan, si trova un cimitero che è stato scavato dalla squadra dell'archeologo italiano Luca Maria Olivieri. In questo cimitero sono state appena scoperte molte sepolture che devono ancora essere datate con il radiocarbonio. Gli archeologi ritengono che queste tombe appartengano alla comunità Dardic, che dominò questa parte del Pakistan 3000 anni fa.
Si pensa che Alessandro Magno abbia combattuta qui, vicino il villaggio di Udegram, una delle sue molte battaglie. Gli archeologi hanno, per ora, scoperto 32 tombe sigillate, aperte e richiuse più volte, nelle quali si seppellivano i membri di una stessa famiglia per più generazioni.
Nelle sepolture sono stati trovati diversi manufatti: forcine per capelli, vasi, ornamenti in rame e bronzo.

Un grande sarcofago per Merenptah

La mummia di Merenptah
Sarebbe stato identificato il sarcofago più grande mai ritrovato nella Valle dei Re, in Egitto. E' quanto è stato affermato dagli archeologi che dicono di essere sul punto di terminare il riassemblaggio del sarcofago dopo più di 3000 anni da che era stato ridotto in frammenti.
Il sarcofago è stato ricavato dal granito rosso ed è stato realizzato per Merenptah, faraone egizio che sconfisse i libici ed i cosiddetti "popoli del Mare". Nella stele a suo nome, custodita nel Museo egizio del Cairo, è menzionato anche Israele per la prima volta. Alla sua morte la mummia di Merenptah è stata custodita in una serie di quattro sarcofagi in pietra.
Gli archeologi hanno monitorato nuovamente la sepoltura per riassemblare il sarcofago più esterno. Si tratta di un manufatto di più di 4 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza. In origine era colorato ed il suo coperchio è ancora intatto.
Il direttore del progetto Edwin Brock, ricercatore associato presso il Royal Ontario Museum di Toronto, ha affermato che quello di Merenptah è il più grande dei sarcofagi reali sinora ritrovati. Brock ha detto che i quattro sarcofagi reali sono stati portati all'interno della sepoltura già posti uno nell'altro, con la mummia del re. Fori nel pozzo di ingresso alla sepoltura indicano l'utilizzo di pulegge e travi di legno che avevano il compito di agevolare il trasporto del sarcofago.
Coperchio del secondo sarcofago di Merenptah
I sarcofagi di Merenptah sono tutti e quattro in granito a differenza della maggior parte dei sarcofagi reali. All'interno del sarcofago esterno vi era un secondo sarcofago con un un ritratto ovale che raffigura il faraone defunto. All'interno di questo secondo sarcofago vi era il terzo, che fu utilizzato, più tardi, da un altro sovrano, Psusennes I. Il quarto sarcofago, in travertino, in origine conteneva la mummia di Merenptah.
Ci sono segni di bruciatura su alcuni dei sarcofagi, attestanti l'utilizzo del fuoco per scaldare la pietra e indurne, in seguito, il rapido raffreddamento al fine di indebolire il granito dal quale sono ricavati.
Merenptah era figlio di Ramses II e nipote di Sethi I, due dei più grandi faraoni della XIX Dinastia.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...