domenica 23 aprile 2023

Baia, il parco sommerso continua a stupire

Bacoli, il pavimento marmoreo ritrovato
(Foto: archeomedia.net)

A Bacoli, in Campania, gli studiosi del Parco Archeologico Campi Flegrei e del Parco Archeologico delle Terme di Baia, hanno annunciato un'importante scoperta sul fondo del mare. In un ambiente della Villa della Sosandra, utilizzata negli anni '50 del Novecento come deposito di materiale, la rimozione di una scaffalatura ha permesso di ritrovare un pavimento in lastre di marmo Portasanta, che conserva ancora tutta la lucentezza dell'età romana e le cangianti variazioni di questa rinomata pietra proveniente da Chios, in Grecia.
Il pavimento è una composizione artistica realizzata in lastre quadrangolari o frammentate in triangoli con alternanza cromatica bianco-nero. Accanto a questo pavimento è stata rinvenuta anche una colonna in marmo di Portasanta, ben visibile nel suo sgargiante colore rosso-viola.
A breve potranno iniziare scavi e verifiche, anche a livello della canaletta che corre a metà della stanza. Una ricerca che sarà condotta pure a livello dei muri.
Le pareti dovevano essere rivestite anch'esse di marmo di Pietrasanta, come dimostrano le poche tracce rinvenute. Nel complesso questo abbondante uso di marmo dimostra l'importanza del vano appena riscoperto, posto al limite tra la Villa della Sosandra e le Piccole Terme.

Fonti:
archeomedia.net
fanpage.it




Roma, la Villa dei Quintili e la sua...enoteca

Roma, Villa dei Quintili, l'antica enoteca
(Foto: Parco Archeologico dell'Appia Antica)
Una zona di pigiatura dell'uva, due presse, un tino per far decantare il mosto ed un sistema di canali per convogliare il ino nella cella dove erano custodite le giare. Nel suburbio romano, al chilometro 5 della Regina Viarum, è presente un tesoro che pochi conoscono e soprattutto che non ha eguali: un'antica cantina di portata "imperiale".
La scoperta è avvenuta grazie agli scavi condotti tra il 2017 ed il 2018 nella Villa dei Quintili, all'interno del parco dell'Appia Antica. I risultati di quel lavoro sono appena stati pubblicati su Anitquity, in un articolo firmato dall'archeologo Emlyn Dodd, assistente alla direzione della British School at Rome ed esperto di antica produzione di vino, e da Riccardo Frontoni e Giuliana Galli, che sotto la guida del parco archeologico dell'Appia Antica, avevano avviato gli scavi.
Quello che è emerso è stato sorprendente soprattutto per la qualità, per la ricercatezza dei materiali scelti e per l'effetto scenografico appositamente studiato. Il meccanismo di produzione del vino, ricostruito nel dettaglio, consentiva di passare dalla fase della pigiatura, con le vinacce depositate in ceste di giunco e convogliate in presse meccaniche, fino alla fase di quella che poteva essere la mescita.
La Villa dei Consoli Quintili, una proprietà estesa su 24 ettari lungo la via Appia Antica, dopo il loro omicidio, avvenuto nel II secolo d.C., passò in mano all'imperatore Commodo, che aveva commissionato la morte dei consoli. Non è ancora chiaro se la costruzione della cantina sia avvenuta in quel periodo o in una fase successiva. Quel che è certo è che la Villa dei Quintili "era un'incredibile mini città - ha spiegato Emlyn Dodd - completata da una cantina per l'imperatore stesso per assecondare le sue tendenze bacchiche". Se sia stato Commodo o un suo successore a beneficiarne, è ancora oggetto di dibattito.
Un timbro fa risalire la costruzione della Villa al regno dell'imperatore Gordiano III (238-244 d.C.). Tuttavia è possibile che Gordiano abbia solo fatto ammodernare il complesso.
Contrariamente alle già note cantine romane realizzate con pareti in intonaco a cocciopesto impermeabile, questa dei Quintili era rivestita in marmo rosso. Al suo interno sono stati rinvenuti i meccanismi di due torchi ed una fontana rivestita di marmi policromi.
La cantina, a prescindere dall'imperatore che l'ha fatta realizzare, si presentava come una sorta di ninfeo, con cinque nicchie dalla forma, alternata, semicircolare e rettangolare. La particolare struttura finiva col creare un teatrale effetto fontana, al cui interno sgorgava il mosto appena spremuto. Mosto che, all'occorrenza, veniva mescolato con l'acqua attraverso appositi rubinetti. Quindi oltre che un'enoteca, dove il vino veniva conservato in apposite giare, nella villa c'era anche la possibilità di effettuare delle raffinate degustazioni, tra preziosi marmi ed eleganti arredi imperiali.
Secondo gli autori dello studio, a oggi si conosce solo un altro vigneto "da esposizione" nell'antica Roma. Si trova nella Villa Magna, arredata in modo altrettanto sfarzoso circa 100 anni prima dell'epoca di Gordiano. Anche qui la società più raffinata cenava con vista sui vigneti e sui loro lavoratori, presumibilmente schiavi. 
Il fatto che i procedimenti che erano messi in pratica in queste cantina da esibizione avessero anche una componente rituale, è dimostrato da una lettera in cui il futuro imperatore Marco Aurelio racconta il suo soggiorno a Villa Magna nel 141 d.C.: "Andai da mio padre e lo accompagnai al sacrificio. Poi ci siamo messi a raccogliere l'uva. Sudavamo e ci divertivamo". Dopo un bagno Marco Aurelio cenò con il padre, Antonino Pio, ed altri presenti nella stanza, dove ascoltarono "allegramente le chiacchiere dei braccianti" che pigiavano l'uva. 

Fonti:
romatoday.it
le scienze.it





domenica 16 aprile 2023

Sudan, trovato enigmatico complesso di stanze affrescate

Sudan, alcuni degli affreschi appena scoperti
(Foto: archeomedia.net)
Gli archeologi del Centro polacco di archeologia mediterranea dell'Università di Varsavia hanno scoperto un enigmatico complesso di stanze fatte di mattoni essiccati dal sole, i cui interni erano coperti da scene figurative uniche per l'arte cristiana. La scoperta è stata fatta nel monastero medioevale della vecchia Dongola sulle rive del Nilo, a più di 500 chilometri a nord di Khartoum, nel Sudan. All'interno del complesso monastico principale, la missione polacca ha portato alla luce ora una seconda chiesa ben conservata con vividi dipinti murali ed iscrizioni in greco antico e nubiano.
L'antica Dongola (Tungul nell'antico nubiano) era la capitale di Makuria, uno dei più importanti stati africani medioevali. Si era convertita al cristianesimo entro la fine del VI secolo, ma l'Egitto fu conquistato dagli eserciti islamici nel VII secolo. Un esercito arabo la invase nel 651, ma venne respinto. In seguito venne firmato il Trattato di Baqt, che stabiliva una relativa pace tra le parti. Pace che durò fino al XIII secolo. La ricerca di questa città, avviata dal Professor Kazimierz MIchalowski, ha fornito risultati innovativi praticamente ogni anno.
Gli archeologi Lorenzo de Lellis e Maciej Wyzgol si sono imbattuti inaspettatamente in un enigmatico complesso di stanze fatte di mattoni essiccati al sole, i cui interni erano coperti da scene figurative uniche per l'arte cristiana. La scoperta è stata fatta durante l'esplorazione di case risalenti al periodo Funj (XVI-XIX secolo d.C.). Con sorpresa dei ricercatori, sotto il pavimento di una delle case c'era un'apertura che conduceva a una piccola camera, le cui pareti erano decorate con rappresentazioni uniche.
I dipinti all'interno della piccola camera mostrano la Madonna, un re nubiano, Cristo e l'Arcangelo Michele. Non si tratta della tipica rappresentazione di un sovrano nubiano sotto la protezione di santi o arcangeli. Il re si inchina a Cristo, che è seduto tra le nuvole e gli bacia la mano. Il sovrano è sostenuto dall'Arcangelo Michele, le cui ali distese proteggono sia il re che Cristo stesso. Una scena del genere non trova parallelismi nella pittura nubiana. Il dinamismo e l'intimità della rappresentazione contrasta con la natura delle figure sulle pareti laterali.
La madre di Dio, mostrata in una posa dignitosa, è vestita con abiti scuri. Tra le mani tiene una croce e un libro. Cristo è raffigurato sulla parete opposta. La sua mano destra è mostrata in gesto di benedizione e nella sua sinistra tiene un libro, che è parzialmente conservato.
Agata Deptua, dell'Università di Varsavia, sta attualmente studiando le iscrizioni che accompagnano i dipinti. Una lettura preliminare delle iscrizioni greche ha rivelato che erano testi della Liturgia dei Doni Presantificati. La scena principale è accompagnata da un'iscrizione in antico nubiano che è estremamente difficile da decifrare. I ricercatori hanno compreso da una lettura preliminare dello studioso Vincent van Gerven Oei che contiene diversi riferimenti a un re di nome Davide e una preghiera a Dio per la protezione della città.
La città menzionata nell'iscrizione è molto probabilmente Dongola, e la figura reale raffigurata nella scena è molto probabilmente re Davide, uno degli ultimi governanti della cristiana Makuria. La sua reggenza segnò l'inizio della scomparsa dal regno. Per ragioni sconosciute, re Davide attaccò l'Egitto, che si vendicò invadendo la Nubia, con il risultato che Dongola venne saccheggiata per la prima volta nella sua storia. I ricercatori pensano che il dipinto possa essere stato realizzato mentre l'esercito mamelucco si stava avvicinando o la città era sotto assedio.
Il complesso di stanze in cui sono stati scoperti i dipinti, tuttavia, è ciò che lascia maggiormente perplessi. Gli spazi reali, fatti di mattoni secchi e coperti da volte e cupole, sono piuttosto piccoli. Anche se la stanza dipinta che raffigura re Davide si trova a sette metri sopra il livello del suolo medioevale, sembra una cripta. La struttura si trova accanto ad una struttura sacra nota come la Grande Chiesa di Gesù, che era probabilmente la cattedrale di Dongola e la chiesa più significativa del regno machiriano.
Secondo fonti arabe, la Grande Chiesa di Gesù istigò l'attacco di re Davide all'Egitto e la cattura dei porti di Aidhab e Assuan.

Fonte:
ilmattino.it


Egitto, scoperta nuova sepoltura a Saqqara

Saqqara, gli scavi della nuova sepoltura
(Foto: archeomedia.net)

Nuovo ritrovamento archeologico a Saqqara, la necropoli egizia a 30 chilometri da Il Cairo. Gli archeologi del Museo Egizio, del Ministero delle Antichità Egiziane e del Museo Nazionale di Antichità di Leiden, in Olanda, sotto la direzione del Museo Egizio di Torino Christian Greco e della curatrice della collezione Egiziana e Nubiana del Museo di Leiden, Lara Weiss, hanno rinvenuto i resti della tomba di Panehsy, risalente al primo periodo ramesside (1250 a.C.). Panehsy era il responsabile del tempio dedicato ad Amon. Sono state riportate alla luce anche alcune cappelle funerarie.
La scoperta getta nuova luce sullo sviluppo della necropoli di Saqqara, nel periodo ramesside. Saqqara è la necropoli della capitale dell'antico Egitto Menfi, che, secondo la tradizione egizia, venne fondata nel 3000 a.C. dal re Menes, il primo faraone dell'Egitto unito.
La tomba di Panehsy ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato. Al centro di quest'ultimo si trova un pozzo che da' accesso alle camere sepolcrali ipogee. Il complesso funerario ha forma rettangolare (13,4 metri per 8,2 metri) e confina, a sud, con la tomba di Maya, alto funzionario, responsabile del tesoro del faraone Tutankhamon. I muri di mattoni crudi della struttura superiore della tomba di Panehsy sono ancora in piedi e raggiungono un'altezza di un metro e mezzo e sono decorati da lastre di rivestimento in pietra calcarea, che mostrano rilievi colorati in cui si distinguono il proprietario della tomba Panehsy e sua moglie Baia, cantante di Amon, e diversi sacerdoti e portatori di offerte.
Il nome di Panehsy significa "il Nubiano", ma questo non indica necessariamente le sue origini. Con l'aggiunto "da Menfi", Panehsy vuole sottolineare il suo legame con questa città, un importante centro amministrativo e religioso al tempo in cui visse Panehsy. Questo nome era relativamente comune, al tempo, ma questo specifico responsabile del tempio che veniva da Menfi era sconosciuto agli studiosi fino ad oggi. La rappresentazione più bella di Panehsy è quella in cui è impegnato ad adorare la dea Hathor, rappresentata nella sua tipica iconografia di mucca che esce dalla montagna.
Ad est della tomba di Panehsy, gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno scoperto quattro cappelle funerarie più piccole, una delle quali apparteneva a Yuyu, artigiano responsabile della produzione delle lamine d'oro presso il tesoro del faraone. La cappella di Yuyu misura solo un metro per un metro e 15 centimetri. In questa cappella funeraria quattro generazioni della famiglia di Yuyu erano rappresentate in splendidi rilievi colorati. Un altro ritrovamento degno di nota nell'area est della tomba di Panehsy è una cappella, ancora anonima, con una rara rappresentazione del proprietario della tomba e della sua famiglia, il cui stile artistico potrebbe ispirarsi alle statue vicino alla tomba di Maya e Merit.

Fonte:
Comunicato stampa del Museo Egizio

Calabria, preziosi reperti dalle sepolture di Sibari

Cassano allo Jonio, gli scavi (Foto: archeomedia.net)

Al Parco archeologico di Sibari reperti del IV secolo a.C. e i lavori di recupero saranno aperti al pubblico. Lo ha comunicato la Direzione Regionale Musei Calabria. 
"Mnemosyne. La memoria e la salvezza" è un progetto particolare ed unico che assegna alla Calabria un primato in Italia.
Fuori dalle mura di Thurii, presso Sibari, colonia greca del V secolo a.C., si trovavano le città dei morti. Le necropoli vennero rintracciate sin dalla fine dell'Ottocento. All'epoca, in località Favella della Corte, si scavarono i "timponi", tumuli che coprivano sepolture monumentali riservate ai cittadini più illustri e ricchi di Thurii. Il "timpone grande" e il "timpone piccolo" hanno restituito alcune laminette d'oro iscritte conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Le lamine sono fogli d'oro di pochi centimetri su cui sono riportate le istruzioni per il viaggio del defunto nell'aldilà. L'anima doveva intraprendere un preciso cammino, evitare certi sentieri e percorrerne altri per raggiungere la beatitudine.
Oltre ai "timponi", in località Favella della Corte si trovano anche semplici tombe. Tombe a fossa, a cassa e tombe a cappuccina con coperture a doppio spiovente di tegole. Nell'estate del 2022 è stata scoperta una nuova sepoltura indicata come Tomba 22.1. Conteneva una persona in posizione supina, gli elementi di corredo erano formati da un piattino, un guttus (poppatoio), due frammenti accartocciati di lamine d'oro iscritte con lettere maiuscole dell'alfabeto greco. Gli elementi del corredo in ceramica erano posizionati lungo il fianco destro del defunto, in prossimità del bacino. Le lamine vicino alla mano destra del defunto.
La tomba per consentire uno studio più accurato è stato prelevata dall'area di scavo per intero ed è stata trasportata nel laboratorio del parco, per essere indagata scientificamente e restituirci così nuovi capitoli della storia dell'immortalità presso i Greci. Per la prima volta il lavoro di microscavo in laboratorio della sepoltura e l'immediato restauro di quanto si scopre avverrà davanti al pubblico.

Fonte:
stilearte.it

Pozzuoli, tempio nabateo in fondo al mare


Sono stati rinvenuti, sul fondo del mare di Pozzuoli, due altari marmorei nabatei e sono stati documentati dagli archeologi subacquei.
L'antico popolo di mercanti mediorientali, che aveva a Petra la sua capitale, aveva un'enclave anche nei Campi Flegrei.
Gli altari in marmo rinvenuti, sono databili alla prima metà del I secolo d.C. ed hanno consentito di inquadrare il sito del grande Tempio dei Nabatei sotto il mare del Golfo di Pozzuoli, oggi sommerso per effetto del bradisismo. I Nabatei, popolazione dedita al commercio tra l'Oriente, l'Oceano Indiano e Roma, erano stanziati nelle aree desertiche della Penisola Arabica, ma avevano, sin dalla prima età imperiale, impiantato una loro base all'interno del porto puteolano, il più grande scalo commerciale del Mediterraneo romano.
Di questa enclave mercantile, l'unica al di fuori della madrepatria, si conoscevano finora basi e lastre iscritte con dediche, in latino, al dio tutelare Dusares, rinvenute sui fondali di Pozzuoli a più riprese tra il XVIII secolo e gli anni Ottanta del Novecento e poi confluite nelle collezioni dei Musei di Napoli e del Castello Aragonese di Baia.
Rimaneva approssimativa la collocazione del santuario di riferimento, oggi individuata con strumenti topografici di precisione che hanno consentito di inserire il Tempio nel quadro topografico più ampio del vicus Lartidianus.

Fonte:
fanpage.it

sabato 15 aprile 2023

Abruzzo, scoperti resti di una villa romana in un'azienda vitivinicola

Abruzzo, scavi del granaio e della villa romana
(Foto: stilearte.it)
Le scoperte si susseguono nell'area di un'azienda vitivinicola abruzzese. Resti di una villa rustica romana, sistemi di torchiatura dell'uva e delle olive, granai che contengono ancora i semi di circa duemila anni fa. Sono ancora in corso i lavori della Soprintendenza ABAP per le provincie di Chieti e Pescara presso questa antica villa rustica di epoca romano-imperiale che si trova all'interno dell'azienda Feudo Antico, strutture incassate sul pendio di una collina nel cuore dell'Abruzzo, nel mezzo dei vigneti alla periferia del comune di Tollo.
La prima grande fase di vita di questa villa produttiva si data ad epoca alto-imperiale, probabilmente tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., e con ogni probabilità è continuata con una certa floridità almeno fino alla media età imperiale. La presenza di ceramica di epoca tarda suggerisce un'ulteriore fase di vita, probabilmente databile tra V e VII secolo d.C. Chiaramente medioevali sono le fosse circolari che sono state identificate all'estremità settentrionale dell'area dei dolii. Le schegge di ceramica patinata potrebbero suggerire che nel X secolo, quasi mille anni dopo la prima fase della villa, qualcuno abbia usato la stessa zona dei dolia per stoccare materiale agricolo.
All'interno dell'area archeologica è chiaramente visibile un piano inclinato per turculario (il sistema che raccoglieva e convogliava il succo d'uva o di olive, dopo la spremitura nel torchio), caratterizzato da un piano discendente coperto in intonaco idraulico che appoggia a un lungo muro con una parte  costruita in opera reticolata: certamente era il fondo di una vasca per raccogliere il prodotto di una spremitura, di olive o di uva. E' probabile che nelle vicinanze, posto ad una quota più alta, fosse presente un turculario in materiale deperibile (legno) per la produzione del vino.
Si conserva un asse di 7 alloggiamenti per dolio incassati in un piano di opera cementizia. Tre di questi sono stati scavati dimostrando come i dolia siano stati in passato già tolti dalle loro sedi. Poco più a nord si notano i resti di almeno altri due alloggiamenti, nonché frammenti di almeno due dolia. Inoltre, nella stessa area sono presenti almeno 5 fosse circolari scavate direttamente nel terreno: tre di queste sono state svuotate, rivelando frammenti di ceramica decorata a pettine (medioevale) e possibili resti di sementi e granaglie, ad attestare una diversa fase di vita.
All'interno della struttura è possibile apprezzare una grande cisterna in opera cementizia pesante. All'interno di un dolio una scoperta importantissima. Un letto di semi, probabilmente leguminose, di epoca romana. E' in corso il campionamento dei semi.

Fonte:
stilearte.it


Friuli Venezia Giulia, emergono i resti di un insediamento romano

Friuli Venezia Giulia, trincea per lo studio archeologico
prima della posa del metanodotto
(Foto: Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia)
Nel comune di Cordovado - in provincia di Pordenone -, in località Belvedere, in uno dei sondaggi archeologici eseguiti nell'ambito della procedura di verifica preventiva di interessa archeologico per la realizzazione del Metanodotto Mestre-Trieste, sono emerse, ad una profondità di 1,70 metri dall'attuale piano di campagna, le prime evidenze archeologiche di quello che può essere definito un ritrovamento eccezionale nella zona. E' quanto comunicato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia.
Il sito è stato delimitato lungo l'asse di scavo del metanodotto per una lunghezza totale di 200 metri, dei quali una porzione di circa 100 metri appare interessata dalla presenza di resti strutturali di un insediamento di età romana. Per preservare i resti dell'insediamento e permetterne lo scavo in estensione è stata valutata con la Committenza e la Ditta esecutrice una variante al percorso del metanodotto, che è stato interrato ad una quota maggiore di quella prevista dal progetto, attraverso la tecnica della trivellazione.
Dopo la messa in opera delle tubature si è potuto procedere allo scavo in estensione dell'insediamento individuato. Sono stati evidenziati, nell'area, i limiti di due strutture e di un tracciato viario presente tra le due. Di una delle due strutture, rinvenute nella porzione occidentale dell'area indagata, è stato individuato un unico ambiente con una pavimentazione in tessere di laterizio e strutture murarie a livello di fondazione. La struttura più orientale, invece, risulta più articolata, e sono stati messi in luce tre ambienti e un'area esterna, con piani pavimentali in ghiaia e frammenti laterizi e strutture murarie dall'elevato più considerevole. Tra le due strutture è stato identificato un piano lastricato, con orientamento est-ovest, con solcature di carro ben visibili per buona parte del piano.
La stratigrafia indagata, i materiali raccolti e le tecniche murarie messe in opera per le strutture edilizie permettono di datare il sito tra il I-II secolo d.C. fino al IV secolo d.C. Al momento le indagini sono ancora in corso per poter meglio definire le caratteristiche dell'intero complesso e per una miglior lettura delle strutture.
Il rinvenimento si presenta come una scoperta archeologica eccezionale oltre che per l'assenza di scavi di contesti analoghi nella zona, anche per gli importanti dati che sta fornendo sulle diverse tecniche edilizie utilizzate, per i materiali restituiti e per lo studio della pianificazione territoriale antica nella zona e la definizione dell'antico corso del fiume Tagliamento in epoca romana.

Fonte:
stilearte.it


Paestum, scoperti centinaia di reperti vicino ad un tempietto di V secolo a.C.

Paestum, alcune immagini degli ex voti ritrovati e, a destra
il direttore del Parco Tiziana D'Angelo
(Foto: Parco Archeologico di Paestum)

Centinaia di ex voto, statue e altari sono stati recuperati in questi giorni a Paestum, da un tempietto di V secolo a.C. scoperto nel 2019. La notizia è stata data dal Direttore del Parco, Tiziana D'Angelo. Una scoperta, dice la D'Angelo, che promette di "cambiare la storia conosciuta dell'antica Poseidonia".
Il basamento in pietra del piccolo tempio, con i gradini d'accesso e la delimitazione della cella che ospitava la divinità, le decorazioni in terracotta colorata del tetto con i gocciolatoi a forma di leone, una straordinaria gorgone, una commovente Afrodite, ma anche sette stupefacenti teste di toro, l'altare con la pietra scanalata per raccogliere i liquidi dei sacrifici e centinaia di ex voto tra i quali spiccano le immagini di un eros a cavallo del delfino, che la fantasia potrebbe rimandare al mitico Poseidon, il dio che ha dato il nome alla città.
Il santuario dal quale provengono i nuovi reperti, nelle scoperto nel 2019 lungo le mura della città antica. L'edificio venne abbandonato, per motivi che devono ancora essere studiati, tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C.



Bologna, le sorprendenti mummie di una donna e di un bambino senza testa

Bologna, ricercatrici al lavoro sulla
mummia femminile (Foto: stilearte.it)

Il Museo Civico Archeologico di Bologna apre un nuovo capitolo per la valorizzazione di una parte importante della propria collezione egizia.
Grazie ad una proficua collaborazione scientifica avviata nel 2019 con l'Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Researh di Bolzano, è stato possibile realizzare l'articolato progetto Mummies. Il passato svelato finalizzato alle indagini diagnostiche e al trattamento conservativo di due rare mummie umane custodite nei magazzini del museo dalla fine degli anni Settanta: la mummia con il sudario dipinto e la mummia di fanciullo con tre tuniche, appartenenti rispettivamente alle collezioni formate dall'artista bolognese Pelagio Palagi (1775-1860) e da Federico Amici (1828-1907), che ricoprì importanti incarichi in Egitto per conto del Khédive Muhammad Tewfik Pasha (1852-1892).
Lo studio antropologico e paleontologico è stato condotto dall'Istituto per lo studio delle mummie di EUrac Research di Bolzano in collaborazione con il Dipartimento di Radiologia dell'IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna - Policlinico di Sant'Orsola, presso il quale è stato eseguito l'esame tomografico computerizzato utile per ricostruire il profilo biologico dei due individui.
Dopo essere stata affidata alle cure del Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", la mummia con il sudario riccamente dipinto, appartenuta ad una donna vissuta in epoca romana (I-II secolo d.C.), torna ora ad essere esposta in via permanente nella Sezione Egizia del museo. La sua restituzione alla comunità scientifica e alla fruizione pubblica riveste un carattere di eccezionale interesse storico: sono solo due al mondo i resti umani mummificati ancora avvolti in sudari integri di questo tipo e di questa epoca.
L'intervento conservativo che ha interessato la seconda, non meno rara, mummia di un fanciullo accuratamente avvolto in tre tuniche, databile all'Egitto Medioevale (XIII secolo d.C.), è stato invece svolto dalla restauratrice di tessuti antichi Irene Tomedi dell'Accademia Tessile Europea di Bolzano, già nota per il restauro della Sacra Sindone.
In entrambi i casi gli interventi conservativi sono stati eseguiti in collaborazione con il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell'Università di Pisa.
La maggior parte delle mummie egizie conservate nel Museo Civico Archeologico di Bologna apparteneva alla collezione dell'artista bolognese Pelagio Palagi. Tra il 1825 ed il 1845 Palagi acquistò oltre tremila antichità egizie che poi offrì ad un prezzo agevolato alla sua città natale tramite lascito testamentario. Palagi acquistò la mummia con il sudario dipinto assieme ad un migliaio di altri oggetti nel 1831, da Giuseppe Nizzoli, già cancelliere del consolato austriaco in Egitto. Nel Catalogo Dettagliato della Raccolta di Antichità Egizie riunite da Giuseppe Nizzoli, pubblicato ad Alessandria D'Egitto nel 1827, si trova una descrizione utile a comprendere il contesto archeologico di provenienza di questa mummia.
Dopo la morte di Palagi, la mummia e altre antichità egizie furono trasferite dalla sua casa-museo di Milano a Bologna, dove furono esposte a Palazzo Galvani, attuale sede del Museo Civico Archeologico.
La mummia femminile con il sudario dipinto è di tipologia rarissima, in quanto ancora ricoperta da un raffinato sudario dipinto che riproduce idealmente i tratti della defunta. Il volto è incorniciato da una lunga chioma nera che termina in folti riccioli ed è trattenuta da una fascia bianca con decorazioni geometriche sulla fronte. Le orecchie, il collo, le braccia e le mani sono impreziosite da gioielli. Ai lati del corpo sono dipinti, dall'alto in basso, due lamentatrici funebri, due urei, gli amuleti djed e tit, due grandi mazzi di fiori di loto. La parte posteriore del sudario non è perfettamente visibile perché coperta dalla resina che lo fissa al corpo.
Le indagini diagnostiche sembrano confermare la provenienza della mummia da una necropoli tebana - il fango trovato sul dorso della mummia ha caratteristiche attribuibili a quell'area - e datano i tessuti - sudario e bende interne - al I-II secolo d.C. Inoltre la caratterizzazione dei materiali utilizzati per decorare il sudario ha confermato la presenza di sostanze documentate in epoca romana.
Anche lo stile pittorico del sudario può essere ricondotto allo stesso periodo storico, come dimostra la sua somiglianza con le mummie ed i sarcofaghi appartenenti ai membri della famiglia Soter (57-118 d.C.), la cui tomba è presumibilmente da identificarsi con la TT32 nella necropoli tebana di el-Khokha. A questo gruppo appartiene la mummia di Cleopatra II, figlia di Soter, ora conservata al British Museum, che è l'unica altra mummia dell'epoca con sudario avvolto ancora attorno al corpo.
La mummia di Bologna appartiene ad una donna alta circa 153 centimetri, che al momento della morta poteva avere 35-45 anni. L'analisi non ha evidenziato un'unica causa di morte. La donna era affetta da ascessi che comportavano perdita di alcuni denti in vita. Soffriva di malattie degenerative, come l'artrosi alla spina dorsale e alle articolazioni delle ginocchia. Le abbondanti pieghe della pelle ed i residui di tessuto adiposo su fianchi, glutei e cosce suggeriscono una rotondità delle sue forme.
Grazie al sondaggio virtuale della mummia tramite TAC, è stato osservato che il corpo è in posizione supina, con le braccia stese lungo i fianchi e le gambe dritte. Durante il processo di imbalsamazione il cervello è stato quasi completamente rimosso attraverso la narice sinistra. Gli organi interni sono stati estratti attraverso un'incisione verticale sull'addome, imbottito poi solo parzialmente con bende imbevute di resina. Il corpo è stato infine ricoperto con un'abbondante colata di resina e rivestito con un bendaggio in tessuti di lino. Le tecniche di imbalsamazione e il raffinato sudario confermano lo stato sociale elevato della defunta.
La mummia di fanciullo con tre tuniche può considerarsi una rara testimonianza del rituale funerario dell'Egitto medioevale. Il corpo non è stato sottoposto a tecniche di imbalsamazione ma è stato preparato alla sepoltura con una ricca vestizione. La mummia proviene dalla collezione di Federico Amici, nato a Roma da una nobile famiglia bolognese che soggiornò in Egitto dal 1875 al 1890.
Nel catalogo della collezione egizia di Bologna, pubblicato nel 1895 da Giovanni Kminek-Szedlo, la mummia è descritta come: "un fanciullo dell'epoca posteriore al retto imbalsamento degli Egiziani, lunga 0,63; è in istato molto trascurato e mancante di testa e di braccia. I piedi sono scoperti, il resto del corpo è avvolto in un corsetto ed in una specie di gonnella di stoffe diverse".
La mummia, priva di testa e piedi, appartiene ad un bambino di 2-3 anni, alto circa 84 centimetri. Non è stato possibile risalire alla causa di morte, ma dall'analisi paleopatologica è emerso uno stato di stress, in particolare degli arti inferiori, dovuto forse ad un'alimentazione inadeguata o ad un'infiammazione. La TAC ha evidenziato che il corpo non è stato eviscerato degli organi interni. Il cuore, la trachea, i bronchi e il diaframma si sono mummificati naturalmente. L'esame della pelle, dalla colorazione bruno-rossastra, suggerisce che il corpo sia stato trattato con qualche sostanza per prepararlo alla sepoltura.
Le vesti di lino che ricoprono il corpo sono formate da due tuniche a filo grosso, una tinta in indaco e l'altra ricamata a filo nero sulle maniche ed una sovra-tunica quadrettata e bicolore a filo sottile. Il precario stato dei resti umani ha reso difficile il trattamento dei tessuti, molto degradati, lacerati e lacunosi. 

Fonte:
stilearte.it

Gerusalemme esposti i gioielli di una ragazza di 1800 anni fa

Gerusalemme, alcuni dei gioielli esposti appartenenti
ad una donna romana (Foto: shalom.it)

Per gli archeologi è un grandissimo evento: per la prima volta sono stati esposti i monili d'oro provenienti da una tomba del Monte Scopus, a nordest di Gerusalemme, ritrovati nel 1971. Gli splendidi gioielli in oro e con gemme sono stati mostrati in pubblico al 48esimo Congresso Archeologico organizzato dall'Israel Antiquities Authority e dell'Israel Archaeological Association, oltre 50 anni dopo il loro ritrovamento e possono raccontare la storia di chi li indossava.
Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e l'esodo della popolazione ebraica, la Gerusalemme tardo romana, ribattezzata Aelia Capitolina, aveva una popolazione cosmopolita. Durante quel periodo, alcune ragazze furono sepolte adornate con gioielli in oro pregiato. I gioielli furono scoperti in una bara di piombo sul Monte Scopus, durante gli scavi guidati dal defunto archeologo Yael Adler del Dipartimento di Antichità israeliano.
Il ritrovamento comprendeva orecchini d'oro, una forcina, un ciondolo d'oro, perline d'oro, perline di corniola e una perlina di vetro e portano il simbolo di Selene, divinità romana rappresentante la Luna: questo dettaglio fa pensare che i gioielli fossero portati per tutto il corso della vita della fanciulla, per poi accompagnarla anche durante la morte e continuare a proteggerla nell'aldilà. Scoperti nel 1971, i reperti non sono stati mai esposti da allora, ma soltanto studiati. Si riferiscono, secondo i ricercatori, ad un periodo dopo che Gerusalemme fu quasi interamente distrutta in seguito all'assedio del 70 d.C.
Gerusalemme, uno dei gioielli rinvenuti nel 1971
(Foto: shalom.it)
Le divinità romane ebbero molta diffusione nella nuova città di Adriano. A quel tempo agli ebri era vietato entrare a Gerusalemme, occupata dai legionari romani. Se mai avessero avuto l'ardire di farlo, per loro c'era la pena di morte.
I gioielli esposti sono noti nel mondo romano e sono caratteristici delle sepolture delle fanciulle, forse fornendo prove delle persone sepolte in questi siti. La nuova Gerusalemme, Aelia Capitolina era popolata all'epoca da persone provenienti da diverse parti dell'Impero Romano, che avevano portato un diverso insieme di valori, credenze e rituali.
I ricercatori ritengono che i gioielli d'oro siano stati utilizzati come amuleto contro il malocchio dalle giovani ragazze pagane. Per questo sono stati sepolti con chi li possedeva, per continuare a proteggere le giovani donne anche nell'aldilà.
Le attuali ricerche sui monili sono state condotte da Ayelet Dayan, Ayelet Gruber e Yuval Baruch dell'IAA. Non si tratta dell'unico ritrovamento di questo tipo avvenuto in Israele. Due orecchini d'oro molto simili sono riemersi in un altro scavo, effettuato da Vassilios Tzaferis, sempre per conto del Dipartimento di Antichità, sul Monte degli Ulivi nel 1975. La ragazza alla quale apparteneva la tomba era stata sepolta con un preziosissimo corredo di gioielli d'oro di cui facevano parte una coppia di orecchini, un fermaglio per capelli ed una catenella con un ciondolo a forma di lunetta (lunula) allusivo al culto della Luna.

Fonti:
ilmattino.it
storiearcheostorie.com

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