domenica 9 febbraio 2014

I greci e il simposio

Scene di banchetto dalla Tomba del Tuffatore di Paestum
Tra le immagini più ricorrenti sui vasi sia greci che etruschi, vi è certamente quella del banchetto. L'usanza di banchettare sdraiati su letti triclinari, il braccio sinistro appoggiato sul cuscino posto sotto la nuca mentre il braccio destro libero, compare, per la prima volta, nell'arte assira. Un rilievo proveniente dal palazzo di Assurbanipal (669-626 a.C.) raffigura il re, adagiato su un letto, e la regina seduta su un trono ai suoi piedi.
La rappresentazione del banchetto è mediata, in Occidente, soprattutto dalla ceramica corinzia ed attica che, affluendo sul mercato etrusco, fa conoscere il vero e proprio rito che si svolgeva attorno alle tavole imbandite (seconda metà del VI secolo a.C.).
I Greci mangiavano tre volte al giorno: al mattino (akràtisma), a pranzo (àriston) e la sera (déipnon). I cibi erano piuttosto poveri: una specie di focaccia d'orzo (màza), vari tipi di insalata, aglio e cipolla. Per questo i Greci erano soprannominati dagli stranieri mikrotràpezai (tavole piccole) o phillotròghes (erbivori). Ad essere più abbondanti erano i banchetti. La cena cominciava solitamente al tramonto e non era consentito bere vino. Quest'ultimo era al centro, invece, del simposio (detto anche déuterai tràpezai, seconde tavole, il cui significato deriva dalle parole syn, "insieme" e pinein, "bere") che seguiva alla cena e che poteva durare fino alle prime luci dell'alba. Il convito si svolgeva nell'andròn, la sala degli uomini, al cui centro era posto il cratere (kratèr, dalla stessa radice di kerànnumi, "io mescolo"), un vaso di grandi dimensioni, in cui il vino era mescolato all'acqua. I convitati avevano solitamente il capo e il petto ornato di corone di fiori e di mirto o di edera, il corpo unto di profumo.
Il vino era il protagonista, dunque, del simposio. Lo si beveva accompagnandolo con il formaggio, cibi piccanti, spezie e frutta secca o esotica. Il vino veniva mescolato con acqua nei crateri, in proporzione di una parte di vino e tre di acqua. Era  molto più difficile che si trovasse vino in proporzioni maggiori. Bere vino puro era considerato un'usanza barbara. L'acqua con la quale veniva mescolato il vino poteva essere calda o fredda. D'estate il vino era mescolato spesso a neve o ghiaccio o posto in contenitori detti psyktéres, tenuti nel ghiaccio.
Prima dell'inizio del simposio si tirava a sorte con i dadi un simposiarca, il quale doveva decidere la giusta proporzione del vino, il numero delle coppe per ciascun commensale e le norme che avrebbero regolato la festa. Si iniziava a bere in coppe piccole per aumentare la loro dimensione mano a mano che si proseguiva nel simposio.
Bambini e donne non potevano partecipare ai banchetti greci. Solo le etère avevano accesso al simposio. Si trattava solitamente di prostitute di alto bordo, istruite nel canto, nella danza, nella filosofia. Tra gli Etruschi, invece, era uso che partecipassero ai banchetti anche le donne, sovente sulla stessa klìne degli uomini, con grande perplessità e scandalo dei Greci.
Per il simposio era piuttosto frequente che numerosi amici si riunissero portando ciascuno dei cibi pronti entro dei canestri (spyris): erano i cosiddetti pasti "alla cesta", che compaiono in numerose raffigurazioni vascolari.
La musica aveva, con il vino, un ruolo centrale nel simposio greco. Il canto conviviale (skòlion) era nato a Lesbo nel VII secolo a.C., ma vi erano anche canti improvvisati che, spesso, venivano riuniti in raccolte popolari. I convitati cantavano a turno, chi sapeva suonare si dilettava con la lira mentre gli altri si passavano un àisakos, vale a dire un ramoscello di alloro o di mirto.
La lira, spesso ricavata dal guscio di una tartaruga, accompagnava il canto conviviale mentre il flauto faceva da sfondo alle libagioni. Altri strumenti che si potevano trovare spesso nei banchetti erano la cetra, i crotali o piccoli tamburi.
Tra i giochi che rallegravano i convitati vi erano indovinelli ed enigmi ma, soprattutto, il gioco del kòttabos. Questo consisteva nell'affondare o rovesciare piccoli recipienti, in equilibrio instabile su una particolare asta. Inizialmente il kòttabos era una forma di libagione ma si trasformò ben presto in un'esibizione di carattere amatoria, dal momento che chi colpiva il bersaglio pronunciava il nome della persona di cui sperava di conquistarsi il favore. La pratica del kòttabos era, secondo i Greci, una tra le più grandi scoperte dell'umanità, scoperta che era attribuita ai Siculi. Il termine kòttabos, infatti, sembra la resa greca di una parola non greca: guttus, che diventa kott- e abos, un suffisso non greco. Il gioco è testimoniato tra il VI e il III secolo a.C.. Vi erano due versioni: il tipo classico (kòttabos kataktòs) che prevedeva il lancio del residuo di vino contro il piattello in cima all'asta di bronzo, in modo che cadesse su un piattello posto su un livello più basso, producendo, in questo modo, rumore; il kòttabos en lekànai, in cui si lanciava il vino contro piccoli vasi che galleggiavano in un recipiente. Chi colpiva di più vinceva di più.
Si poteva assistere, nel corso del simposio, anche a spettacoli di mimi oppure alle esibizioni di giocolieri e istrioni, come si legge nel "Simposio" di Senofonte (V-IV secolo a.C.). Il numero degli invitati era generalmente circoscritto, compreso tra quello delle Muse e quello delle Grazie, vale a dire da nove a tre.
Nella sala del banchetto i convitati si disponevano in modo tale da essere a portata di voce e di sguardo degli altri. Le sale per banchetti sono emerse in diversi scavi archeologici: nel santuario di Artemide a Brauron ci sono nove di queste sale, di dimensioni identiche, aperte lungo il portico. Ciascuna sala accoglie undici klinai.
Il simposio era una forma di socialità che durò quanto il mondo antico. I Greci estendevano la felicità che dava il simposio anche ai defunti: all'iniziato veniva promesso che da beato celebrerà banchetti con perennemente sul capo una corona di fiori. Il valore del simposio era anche sacrale. bere significa penetrare nel demoniaco e l'offerta, la libagione, reca in sé un elemento di magia. Sacrale è l'abluzione delle mani e la corona che si pone in testa. Il vino che si beve non è semplicemente e solamente un dono degli dèi, ma una divinità essa stessa, chiamata Bacco, Bromio, Dioniso.
Il simposio si concludeva con un allegro corteo, il kòmos, che vedeva i convitati sciamare nelle vie della città.

sabato 8 febbraio 2014

Pella in Giordania

La basilica bizantina di Pella
Pella si trova sulle pendici orientali della valle posta a nord della Giordania, a cinque chilometri ad est del fiume Giordano. La città si affaccia sulla strada nord-sud che corre lungo la Valle del Giordano e sulla rotta commerciale che corre lungo la Valle del Jezreel.
La città si trova a circa 60 metri sul livello del mare. Il tumulo principale di Pella, Khirbet Fahl, si erge per circa 30 metri di altezza ed occupa una superficie di otto ettari. A sud del tumulo scorre una importante sorgente naturale, l'Ain al Jirm. Pella è circondata da terra fertile e feconda, molto ben irrigata, all'incrocio di due importanti vie commerciali e in posizione facilmente difendibile.
Ciotola in alabastro con manici a testa d'ariete
Il tumulo principale è circondato da un terreno ricco di resti archeologici risalenti fino al Paleolitico. La prima traccia di occupazione umana risale a circa 250.000 anni fa. Scavi ed indagini nel Wadi Hammeh, a cinque chilometri a nord della collina principale, hanno registrato elementi risalenti ad un periodo che va da 80.000 a 20.000 anni fa. Il primo insediamento permanente della regione è quello di Wadi Hammeh 27, risalente a 140.000 anni fa. In seguito il paesaggio è andato riempiendosi di villaggi neolitici, ville ellenistiche e romane e vigne bizantine. Il paesaggio è anche punteggiato di necropoli.
Molti testi antichi menzionano Pella, tra questi gli scritti egizi del Medio Regno (1800 a.C.), altre fonti egizie e testi greci e romani. La sua rivelazione agli archeologi è avvenuta nel XIX secolo, grazie ai viaggiatori inglesi Irby e Mangles. Con il tempo, l'attuale villaggio di Tabaqat Fahl è stato identificato con l'antica Pella della Decapoli dallo storico americano Edward Robinson, che lo visitò nel 1852. La conferma di questa identificazione è avvenuta nel 1924, quando l'archeologo William Albright, durante una visita al sito, recuperò prove ceramiche di superficie che gli permisero di equiparare il toponimo egiziano di Pihil con il greco Pella.
Pozzi d'offerta ritrovati nella zona templare di Pella
Nel 1958 venne sondato il cumulo principale. Gli americani Funk e Richardson campionarono diversi strati che vanno dall'antichità classica a quella tarda, soprattutto sulla collina principale. Nel 1963-1964, alcuni scavi di emergenza condotti da un'equipe giordana portarono alla scoperta di 15 ricche tombe dell'Età del Bronzo. Scavi su vasta scala iniziarono, allora, nel 1967, sotto la direzione di Robert Houston Smith, del Wooster College (Ohio).
Il Progetto di Scavo a Pella iniziò più di trent'anni fa, con la collaborazione tra il Wooster College, l'Università di Sydney e il Dipartimento delle Antichità giordano. Nel 1994 è stata individuata la prima traccia del massiccio Tempio Fortezza, la cui planimetria si andò delineando tra il 1994 e il 1997. L'intero recinto templare apparve intatto fino all'epoca della sua distruzione finale nell'800 a.C.. Sono state individuate, una sull'altra, tracce di sei distinte fasi architettoniche templari, segno che una qualche forma di culto era qui presente da oltre mille anni.
Reperti di provenienza egiziana estratti da vari strati del tempio di Pella
Almeno tre degli edifici templari di Pella mostrano tracce di distruzione da fuoco. L'incendio ha permesso di sigillare letteralmente reperti antichi, quali mobilia per il culto, frammenti di una statua in pietra di origine egiziana, vasi cultuali in ceramica dipinta, statuette in bronzo, accessori per mobili, placche di vetro, gioielli in oro e lapislazzuli, intarsi di mobili, depositi votivi.
Il tempio principale di Pella domina l'intero recinto. Si tratta di una sorta di fortezza-tempio in pietra e mattoni crudi risalente, nella sua primitiva costruzione, al 1700 a.C. circa. Sono stati ritrovati, di questa primitiva costruzione, dei muretti a secco dello spessore di tre metri, posti in opera su massicci strati di riempimento di pietre e detriti fino a formare una sorta di terrazza che si sopraelevava sugli altri edifici templari circostanti. In un piccolo edificio ben strutturato, costruito nei pressi del tempio-fortezza sono state ritrovate offerte di culto all'interno di contenitori sigillati e inseriti nella pavimentazione. Tra le offerte vi erano riproduzioni ceramiche in miniatura di ciotole, brocche e imbuti, coppe di alabastro, teste di ariete in gesso. Queste scoperte suggeriscono che la zona meridionale del tempio deve aver ospitato cerimonie di libagione forse di carattere funerario, vista la presenza di imbuti in ceramica in miniatura.
Testa in ceramica forse di una divinità
Nella zona del tempio, un terremoto di epoca amarniana (1350 a.C. circa), danneggiò gravemente la struttura schiacciando e deformando importanti muri portanti e facendo, probabilmente, crollare le torri che ne facevano parte. Fu sicuramente necessario un completo restauro. L'intero tempio venne abbattuto e i suoi basamenti livellati, forse per ricavare, su una parte della sua superficie, un giardino sacro, mentre la struttura templare vera e propria venne ridimensionata. Venne ricavato un nuovo ingresso con la soglia in basalto e colonne, ugualmente in basalto, che lo fiancheggiavano. Le grandi torri cave che facevano parte della struttura precedente non vennero ricostruite.
I depositi votivi ritrovati in questa struttura comprendono figurine in lega di rame, accessori in rame battuto, arpioni in miniatura, scarabei in vetro e diaspro verde, cembali in rame ed una serie di piatti da bilancia e pesi utilizzati per le offerte di incenso. Vasi e brocche in ceramica a forma di rene e con dipinti raffiguranti l'albero della vita facevano ugualmente parte del corredo templare. Si tratta della più ricca collezione di offerte recuperata da un contesto templare negli ultimi 50 anni.
Il tempio cosiddetto "egittizzante" non sopravvisse alla distruzione di Pella nella tarda Età del Bronzo. Non si conoscono ancora le cause di questa violenta distruzione, causata da un esteso incendio. Alcuni studiosi incriminano i cosiddetti Popoli del Mare, dal momento che l'incendio sembra essere contemporaneo alla loro comparsa nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente (1200-1150 a.C. circa).
La città di Pella ricevette questo nome nel 310 a.C., quando Alessandro Magno decise di stabilirvisi e di dare, all'insediamento, il nome della sua città natale. La Pella ellenistica venne distrutta nell'80 a.C. e successivamente ricostruita dai Romani, che la annessero alla Lega delle Decapoli.
Pella conservò la sua importanza anche sotto i Bizantini, diventando sede di vescovado. Vi vennero, allora, costruite chiesette e la basilica a tre navate, tuttora visibile. La conquista araba determinò la fine del periodo di opulenza di Pella. Gli Omayyadi fecero restaurare gran parte degli edifici bizantini aggiungendovi elementi di architettura islamica. Vi costruirono anche una moschea, oggi del tutto distrutta a causa di un terremoto.
Nel X secolo, sotto la dinastia degli Abbasidi, Pella era ridotta ad un piccolo villaggio che produceva canna da zucchero. E' in questo periodo che viene ribattezzata Tabaqat Fahl.

Scoperto l'osservatorio di Aztlàn

Il dio solare Xipe Totec (Foto: Inah)
Gli archeologi hanno individuato un osservatorio astronomico legato al culto del sole a Cerro de Coamiles, uno dei principali centri di Aztatlàn (850/900-1350 d.C.), una cultura situata sulla costa centrale del Nayarit, nel Messico occidentale. Questa scoperta contribuisce a comprendere il ruolo e l'importanza dell'astronomia per i popoli della costa boreale mesoamericana.
Secondo l'archeologo Mauricio Garduno Ambriz, dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (Inah), l'osservatorio faceva parte di un complesso architettonico rituale che aveva il compito di registrare il passaggio del sole nel cielo durante gli equinozi. L'architettura cerimoniale mesoamericana aveva come punti di riferimento montagne e piramidi a gradoni legate al calendario solare e ai cicli agricoli.
Le ricerche a Cerro de Coamiles sono iniziate nel 2005 e sono tuttora in corso. Si sono concentrate, in modo particolare, sulle piattaforme situate sul lato sudovest della collina, dove è stato anche scoperto un sistema a più livelli facente parte del centro cerimoniale. In pratica gli abitanti di Cerro de Coamiles modificarono la parte superiore della collina dove sorgeva il centro cerimoniale, tagliando gli affioramenti rocciosi naturali per creare un terrazzamento che doveva servire per il calendario solare.
Stele votiva con petroglifi astronomici
(Foto: Inah)
L'importanza simbolica della marcatura degli equinozi sulla costiera di Aztatlàn è confermata dalla rappresentazione scultorea molto frequente di Xipe Totec, il dio del sole associato all'equinozio di primavera. Il dio compare spesso sulla ceramica destinata a scopi rituali.
Gli scavi hanno interessato anche la Piattaforma 4, un grande spazio quadrato costruito a scopo cerimoniale, lungo 150 metri, con quattro muri di sostegno paralleli che raggiungono l'altezza di quasi tre metri, corrispondenti a quattro fasi costruttive. Questa struttura ha modificato in modo significativo la topografia originaria di Cerro de Coamiles ed ha sicuramente richiesto la presenza di un potere centrale piuttosto forte e meccanismi di controllo ideologico della società di Aztatlàn.
Aztatlàn è la leggendaria terra d'origine degli Aztechi e di tutte le popolazioni di etnia nahua, una delle principali culture mesoamericane. Alcuni studiosi vogliono che il termine Aztlàn significhi "posto dell'airone" (o dell'uccello dalle piume bianche). Un'altra teoria vuole che la leggendaria regione derivi il suo nome dal dio dell'acqua Atl.

Le sorprese della misteriosa Azoria

Resti del cosiddetto Palazzo Civico di Azoria
Un antico sito, Azoria, nella parte orientale dell'isola di Creta, potrebbe fornire risposte a  numerose domande sulle città-stato dell'isola, come e perché si sono sviluppate più di 2500 anni fa.
I ricercatori sono guidati dal Dottor Donal Haggis, della University of North Carolina e dalla Dottoressa Margherita Mook della Iowa State University. Il sito oggetto di scavo si trova su una collina che domina il Golfo di Mirabello, nel nordest di Creta. Inizialmente a scavare il sito fu un archeologo americano, Harriet Boyd-Hawes, nel 1900. Il luogo ha restituito prove della presenza umana già nel Neolitico Finale fino a poco dopo il 200 a.C.. La maggior parte dei reperti corrispondono ad una lunga e continua occupazione che va dalla prima Età del Ferro fino al 700-600 a.C.
Antiche statuette relative ad un deposito votivo ad Azoria
Gli attuali scavi sono iniziati nel 2002 ed hanno prodotto una messe interessanti di reperti, resti strutturali di edifici civili arcaici e case. I precedenti lavori archeologici hanno individuato e scavato una struttura multisala chiamata Sala Banchetti Comune, appartenente ad un edificio che si pensa essere una sorta di mensa comune per syssitia, pasti comuni riservati a cittadini di sesso maschile organizzati in hetairai, antiche fratellanze. E' stato scavato anche il monumentale Palazzo Civico in cui è stata scoperta una grande sala di circa 200 metri quadrati, con panche a gradini lungo le pareti. Accanto a questa è stata trovata una stanza con destinazione sacrale.
Veduta del sito di Azoria, Creta
Sia la Sala per Banchetti che il Palazzo Civico sono forniti di numerosi ambienti adiacenti, molti dei quali magazzini per provviste alimentari, conservati in pithoi decorati e cucine attrezzate con grandi camini in pietra.
I ricercatori hanno individuato anche un frantoio ben conservato, risalente al periodo del Bronzo Egeo e le prove di un grande incendio risalente al V secolo a.C.. Il frantoio conserva tracce di prese per travi in legno, un peso che fungeva da pressa, un bacino per la raccolta dell'olio e numerosi resti di noccioli di olive schiacciate, raccolte e premute per usarle come carburante per i focolari domestici. Sono stati ritrovati anche vasi incisi in greco e, nella sala del frantoio, è stato ritrovato un pithos con una scritta sui manici.
Resti di olive e di cereali sono stati ritrovai in almeno tre magazzini. Il piano dell'edificio era disseminato di residui di cibo, grandi crateri decorati ed i resti di un'armatura di bronzo. Il santuario del Palazzo Civico conteneva una serie di statuette votive femminili in terracotta, datate all'VIII-VII secolo a.C., vasi votivi e resti di offerte di cibo.
Lo scavo offre, agli studiosi, l'opportunità di indagare l'economia politica della Creta arcaica e di aumentare la conoscenza delle risorse agro-pastorali delle comunità del Mar Egeo ai primi stati della loro urbanizzazione.
Il nome di Azoria non è antico e non è stato ritrovato, almeno finora, in nessuna iscrizione od epigrafe antica. La città arcaica fu distrutta sicuramente dall'incendio di V secolo a.C., del quale gli archeologi hanno ritrovato le tracce.

Antichi resti umani in Turchia

I resti di cranio ritrovati in Turchia
Un cranio appartenente ad un Homo Erectus, scoperto in Turchia, è stato datato ad un milione di anni fa. I depositi in cui è stato ritrovato il cranio sono stati datati da un'equipe franco-turca. Si tratta dei più antichi fossili di ominide scoperti in Turchia.
Ancora oggi non sono ben conosciuti gli stanziamenti dell'Homo dopo la sua partenza dalla culla africana verso l'Eurasia. Finora non sono stati ritrovati, in merito, molti fossili. Il cranio appena datato è stato scoperto in un'area travertinosa del bacino di Denizli, una zona non lontana dalla famosa Pamukkale. E' stato recuperato da M.C. Alcicek, dell'Università di Pamukkale ed è, per via della forma, vicino ai fossili etiopici datati tra 1 e 1,6 milioni di anni. Il cranio apparterrebbe, pertanto, ad un individuo arrivato con la prima ondata di Homo Erectus in Europa.
La datazione dei resti di Homo è stata possibile grazie a diverse analisi condotte soprattutto sui sedimenti circostanti, che inglobavano i resti, e sul deposito travertinoso che si trova alla base della sequenza stratigrafica.

Segreti d'Egitto...

I resti architettonici con le prove della coreggenza
tra Amenhotep III e Amenhotep IV
Il ministro per le antichità egiziane, il Dottor Mohammed Ibrahim, ha affermato che sono stati ritrovati ed esaminati alcuni elementi architettonici (pareti e colonne) presenti nella tomba del visir Amen Hotep Hui, a Luxor. Su alcuni di questi elementi architettonici compaiono scene dove sono presenti sia Amen Hotep III che Amen Hotep IV, il futuro Akhenaton. Padre e figlio sono uno accanto all'altro ed i geroglifici menzionano entrambi i sovrani.
Il Dottor Ibrahim ha affermato che questa scoperta è molto importante, dal momento che è la prova definitiva della coreggenza tra Amen Hotep III ed Amen Hotep IV, risalente alla celebrazione della prima festa heb-sed di Amen Hotep III, nel trentesimo anno del suo regno.
Allo studio dei reperti lavora una missione scientifica spagnola sin dal 2009.

Ritrovata una mastaba in Egitto

In una tomba a mastaba a Dakahliya, in Egitto, sono ritornate alla luce 180 ushabti ed un sarcofago in pietra calcarea. I resti sono stati ritrovati da una missione archeologica egiziana durante scavi di routine nei pressi del sito archeologico di Tel Tabla.
La mastaba è costruita con mattoni di fango e appartiene al periodo Tardo. Al suo interno diversi condotti funebri. All'interno di uno dei pozzi di sepoltura è stato ritrovato un sarcofago antropoide in calcare, appartenente ad una donna di nome Werty. Accanto al sarcofago erano posti i 180 ushabti, intagliati in legno e pietra calcarea. Il sarcofago misura 1,77 metri di altezza e 70 centimetri di larghezza. La mummia di Werty è in buone condizioni.

Riemerge il palazzo di Himiko

Nuovi scavi archeologici a Makimuku, in Giappone, stanno riportando alla luce i resti di un edificio che si pensa appartenesse alla regina Himiko. L'ultimo ritrovamento conferma che gli edifici avevano una geometria regolare, disposta lungo l'asse centrale.
A seguire i lavori il Dottor Hironobu Ishino, direttore del Hyogo Prefectural Museum of Archaeology. Himiko e la regina che la seguì, Toyo, furono sovrane dello stato Yamatai, menzionate entrambe nelle cronache ufficiali della Cina.
Già nel 2009, nel medesimo scavo, sono emersi i resti di un edificio della prima metà del III secolo d.C., uno dei più grandi mai ritrovati in Giappone. Resti di due edifici più piccoli sono emersi ad ovest di quello più grande. I recenti ritrovamenti comprendono 10 fori per pilastri di forma quadrangolare, ciascuno dei quali misura 40-60 centimetri di lato. L'edificio si estendeva per 3,4 metri da est ad ovest e per 6,7 metri da nord a sud. Si trova in asse con altri tre cantieri, tutti e quattro gli edifici appartengono allo stesso periodo.
Il sito di Makimuku, risalente al III-IV secolo d.C., è stato designato come sito storico dal governo e si trova vicino l'antica capitale giapponese Nara.
Durante il regno della regina Himiko, il Giappone aveva un carattere sostanzialmente unitario. Il fondatore dell'impero, secondo la tradizione, fu Jimmu Tenno, discendente della dea del Sole Amaterasu Omikami. Una cronaca del tempo di Himiko dipinge la regina - che in molti testi è definita "sciamano" - come una donna che si occupava di magia e di stregoneria. Alla morte di Himiko, nella sua tomba furono sepolti vivi con lei numerosi servitori, secondo una pratica mutuata dalla Cina.

venerdì 7 febbraio 2014

Ritrovato antico pozzo a Tel Aviv

Il pozzo ritrovato a Tel Aviv (Foto: Hami Shif,
Israel Antiquities Authority)
Un pozzo di 1500 anni fa ed un serbatoio sono stati scoperti nel corso di un'operazione di recupero archeologico a Tel Aviv, nella zona di Ramat Hahayal. Gli archeologi che vi stanno lavorando si sono detti molto sorpresi. Il pozzo risale al periodo bizantino ed islamico ed è un raro esempio di sistema idrico piuttosto avanzato dal punto di vista tecnologico, conosciuto come sistema Antilla.
Un pozzo Antilla è un sistema che utilizza un asino, una ruota e vasi di ceramica per pompare l'acqua dal terreno e versarla in un serbatoio vicino. Si tratta di un sistema sicuramente più avanzato rispetto a quello costituito da una corda ed un secchio da tirare a mano.
Un certo numero di questi pozzi Antilla sono stati trovati in Israele nel corso degli anni, la maggior parte risalente ad epoca romana. La maggior parte di questi sistemi idrici sono stati rinvenuti lungo la zona costiera di Tel Ashdod, di Yavne e di Akko.
La bocca del pozzo ritrovato a Tel Aviv è stata scoperta a circa 150 metri dalla riva del fiume Yarkon e gli archeologi ritengono che il sistema di pompaggio del pozzo ha permesso di approvvigionare la zona di acqua in abbondanza, per utilizzo sia personale che agricolo. Il pozzo è profondo più di nove metri, in modo da captare le acque sotterranee. Rimangono ancora le scanalature della ruota ed i supporti del sistema di pompaggio.

Cammelli d'Israele

I cammelli compaiono spesso nelle storie di Abramo, Giuseppe e Giacobbe, ma gli archeologi hanno sempre pensato che questi animali siano stati addomesticati, in Israele, quattro secoli dopo l'età dei Patriarchi (2000-1500 a.C.).
Il Dottor Erez Ben-Yosef ed il Dottor Lidar Sapir-Hen, della Tel Aviv University, Dipartimento di Archeologia e culture orientali, hanno usato la datazione al radiocarbonio per verificare il momento in cui i cammelli sono arrivati in Medio Oriente ed hanno scoperto che i curiosi animali sono comparsi tra il XII e il IX secolo a.C.
Le ossa di cammelli più antiche ritrovate in Israele si trovavano nella Aravah Valley, lungo il confine israelo-giordano del Mar Morto, un antico centro di produzione del rame. Durante lo scavo del 2009, il Dottor Ben-Yosef ha datato un campo di fusione del rame dell'Aravah Valley all'XI-IX secolo a.C.. Proprio qui sono tornate alla luce le ossa di cammello.
La comparsa dei cammelli addomesticati nell'Aravah Valley coincide con il drammatico esaurirsi delle miniere di rame della zona. Molte furono chiuse. I ricercatori affermano che forse fu l'Egitto ad imporre questo cambiamento ed a portare i cammelli domestici nella regione, dopo la vittoria in una campagna militare.

giovedì 6 febbraio 2014

Scavi a Kythnos

Gli scavi dell'Edificio 5 di Kythnos (Foto: Università della Tessaglia)
L'isola di Kythnos, nelle Cicladi riveste un'importanza particolare nell'archeologia, anche a motivo dei resti che vi sono stati rinvenuti, risalenti al Mesolitico (8500-6500 a.C.).
L'antica città di Kythnos, capitale dell'isola omonima, consisteva in una zona residenziale con acropoli, il tutto circondato da un muro di fortificazione e due necropoli. L'accesso avveniva dal mare, attraverso un porto del quale sopravvivono ancora le tracce.
I primi sondaggi sono stati effettuati tra il 1990 e il 1995, mentre gli scavi sono iniziati nel 2002, sia nell'entroterra dell'isola che sulla costa e nel mare. La ricerca è stata condotta dall'Università della Tessaglia. Nel 2013 la ricerca si è concentrata sul completamento dello scavo di un edificio monumentale di epoca ellenistica, che nelle relazioni di scavo è definito Edificio 5, al fine di delinearne meglio la forma, la funzione ed il ruolo nel tessuto urbano al quale apparteneva.
Recentemente si è appurato che l'Edificio 5 è stato costruito in due fasi architettoniche principali: la prima nel IV secolo a.C., la seconda (prevalentemente costituita da restauro) nel II secolo a.C.. Non è stato ancora definito il momento di decadenza dell'edificio, ma il suo utilizzo non si protrasse oltre la seconda metà del I secolo a.C.
La costruzione aveva due piani, collegati da una scala monumentale che sorgeva nel mezzo dell'edificio. Il piano terra sembra che contenesse diverse camere: una con un camino, un'altra il cui pavimento era piastrellato, una terza dall'utilizzo ancora ignoto. In un'altra stanza sembrano essere stati custoditi oggetti e vasi collegati alla preparazione dei cibi. Una stanza sotterranea, accessibile attraverso un'apertura sul pavimento in legno, era, forse, un magazzino per pithoi, collegato, nella fase più antica dell'edificio, ad un altro magazzino per lo stoccaggio delle merci.
La posizione dell'edificio, nei pressi di un santuario, la sua monumentalità e i reperti in esso rinvenuti, portano a pensare che possa trattarsi di un edificio di natura statale utilizzato anche per lo svolgimento di funzioni religiose, una sorta di Pritaneo di Kythnos in epoca ellenistica.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...