domenica 16 luglio 2017

Iklaina, un tempo potente e finora dimenticata

Gli scavi di Iklaina (Foto: Archaeological Institute of America)
La scoperta di enormi edifici in Grecia sta dimostrando che la città di Iklaina non era una zona isolata come si era precedentemente pensato, ma era, piuttosto, uno dei centri principali della civiltà micenea.
Tra le scoperte ad Iklaina vi è anche un santuario pagano all'aria aperta, il che conferma che la città non era affatto un centro arretrato. Iklaina viene citata nell'Iliade di Omero, ma si è sempre ritenuto che fosse poco più che uno stagno. Essa, invece, risale al periodo miceneo (1500-1100 a.C.).
Le nuove certezze sull'importanza di Iklaina si basano sulla scoperta di un palazzo monumentale e di altri edifici di mole ragguardevole, che servivano, forse, da centri amministrativi. Questi ritrovamenti, unitamente a quello del santuario all'aria aperta, dimostrano che gli antichi stati micenei presero forma già 3400 anni fa, prima ancora che forme di governo analoghe sorgessero in Mesopotamia. Iklaina sembra essere stata la capitale di uno stato indipendente per buona parte del periodo miceneo, in concorrenza con l'altro centro miceneo, il Palazzo di Nestore a Pilo.
Tavoletta in lineare B trovata ad Iklaina
(Foto: haaretz.com)
Iklaina venne distrutta nel momento stesso in cui il Palazzo di Nestore si espanse e gli archeologi ritengono che i due eventi fossero collegati. Gli scavi hanno portato alla luce mura massicce e diversi edifici amministrativi nonché un sistema di drenaggio delle acque sorprendentemente avanzato, con fogne in pietra ed un sistema di erogazione dell'acqua attraverso un elaborato percorso di tubi di argilla. E' stata anche rinvenuta, ad Iklaina, una tavoletta d'argilla che, secondo gli archeologi, porta indietro a 3500 anni fa l'avvento dell'alfabeto.
Il cosiddetto Palazzo di Nestore a Pilo dista circa 10 chilometri da Iklaina e non si è ancora certi se abbia o meno ospitato il leggendario e saggio re omerico, sicuramente, però, era un palazzo di epoca micenea. Da Pilo provengono oltre 1.000 tavolette scritte in lineare B, contenenti documenti governativi.
Particolare del Palazzo di Nestore a Pilo (Foto: haaretz.com)
In otto anni di scavi è stata portata alla luce, ad Iklaina una struttura che gli archeologi hanno battezzato terrazza ciclopica, che domina l'intero sito. La terrazza è composta da massi di calcare lavorato assemblati tra loro con l'aiuto di blocchi più piccoli. Coloro che scrissero alcune generazioni dopo l'edificazione di queste strutture, pensavano che esse fossero state costruite dai Ciclopi. La terrazza ciclopica sosteneva un edificio di circa due o tre piani andato, purtroppo, distrutto. Alcune stanze del complesso edilizio sono sopravvissute sull'altopiano a sud ed attraverso di esse si può avere un'idea della datazione e della funzione di questo complesso monumentale.
Si pensa che il complesso possa essere un tempio miceneo oppure una fortezza, anche se l'analisi dei reperti ha portato a concludere che fosse un potente palazzo oppure un centro amministrativo, dove il sovrano e la sua famiglia risiedevano. La datazione del complesso risale ad un periodo compreso tra il 1350 e il 1300 a.C.. Una costruzione così imponente ha sicuramente richiesto l'impiego di abbondanti risorse e di una notevole capacità di pianificare e organizzare la forza lavoro. Proprio queste considerazioni portano a credere che Iklaina sia stata la capitale di uno stato indipendente.
Il megaron di Iklaina (Foto: Iklaina Archaeological Project)
La tavoletta in lineare B trovata sul sito reca iscrizioni su entrambi i lati: da un verso vi è un elenco di nomi maschili accompagnati da numeri; sull'altro verso vi è un elenco di prodotti di cui si è conservata solo l'intestazione che recita "fabbricato" o "montato". Purtroppo la tavoletta e rotta e il resto dell'elenco è mancante. Comunque sia proprio questa tavoletta ha portato gli studiosi a rivedere l'ipotesi che la scrittura fosse limitata, all'epoca, all'élite e ai centri principali e che fosse arrivata in Grecia molto prima di quanto si fosse pensato finora.
Nella tarda Età del Bronzo (1600-1100 a.C.) la Grecia continentale era divisa in regni indipendenti, uniti in una sorta di libera associazione. Questi regni si strutturarono, più tardi, in stati complessi. Tutti condividevano elementi culturali comuni, tra i quali figurano anche l'architettura degli edifici, le ceramiche, le credenze religiose e la lingua, il lineare B, appunto. Iklaina sembra essere stato il primo esempio di questi complessi stati micenei.

Fonte:
haaretz.com

Vulci, scoperta una cisterna etrusca

La cisterna etrusca rinvenuta durante gli scavi
(Foto: etruriaoggi.it)
Il parco di Vulci continua a regalare grandi sorprese agli archeologi. In questi giorni, durante gli scavi nell'area antistante la Domus del Criptopotico, il gruppo di lavoro del Professor Maurizio Forte ha rinvenuto una cisterna di epoca etrusca al disotto di un piano pavimentale risalente al I secolo d.C.
Si tratta di un'ulteriore testimonianza della grande vitalità che contraddistinse l'antica città di Vulci per un lungo periodo della sua millenaria storia.
Gli scavi proseguiranno anche il prossimo anno con il supporto di altri istituti accademici della Svezia, della Francia e del Portogallo. I risultati delle ricerche effettuate quest'anno, saranno presentati con la Fondazione Vulci - che gestisce il parco per conto dei Comuni di Montalto di Castro e Canino - in una conferenza pubblica che si terrà giovedì 20 luglio, alle ore 18, presso il Complesso monumentale di San Sisto a Montalto di Castro. Venerdì 21 luglio, alle ore 9, il Professor Forte accompagnerà e illustrerà sul campo quanto svolto in questo periodo di ricerca.
Il sindaco Sergio Caci e l'assessore alla Cultura Silvia Nardi concordano con quanto dichiarato dalla Sovrintendente Alfonsina Russo Tagliente: "L'apporto di università straniere è di fondamentale importanza per la crescita delle conoscenze e per il dialogo scientifico internazionale, strategico per le attività della Soprintendenza e per la tutela e la valorizzazione del sito di Vulci".
"Con tecnologie avanzate - dichiara il Professor Forte - è stato possibile evidenziare la presenza di strutture che, esaminate con attenzione, lasciano trasparire una storia che il nostro gruppo di lavoro sta riportando alla luce".

Fonte:
etruriaoggi.it

sabato 15 luglio 2017

Il Mitra di Tor Cervara ritrova uno dei suoi pezzi...

Il rilievo di Mitra trovato a Tor Cervara (Foto: ilmessaggero.it)
Il grande rilievo raffigurante il dio Mitra torna ad essere completo. Anche l'ultimo pezzo mancante è stato recuperato. Si completa così il ciclopico puzzle millenario, protagonista di una delle vicende più complesse di un tesoro salvato dalle mire del mercato clandestino. Si tratta per l'esattezza del 59° tassello del grande rilievo in marmo lunense del Mitra tauroctonos (Mitra che uccide il toro) raffigurante la testa del toro e la mano sinistra del dio, opera databile al II-III secolo d.C., uno dei più significativi e preziosi tra quelli conservati nella sede delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. E' stato il generale Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) a restituire i pezzi a Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano. Tutto è cominciato in Sardegna nel mese di febbraio di quest'anno, da un controllo ad un negozio di antiquariato del cagliaritano, durante il quale i carabinieri del locale Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno notato esposti due frammenti in marmo di verosimile interesse archeologico, sono stati quindi sequestrati.
La Soprintendenza archeologica di Cagliari, dopo accurato esame, ha giudicato i beni autentici, di sicuro interesse archeologico e riconducibili a maestranze altamente qualificate del II-III secolo d.C. Da ricerche sul web e nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC, l'attenzione di un militare si è concentrata sull'immagine del grande rilievo esposto alle Terme di Diocleziano in cui appariva, in piena evidenza, l'assenza della parte raffigurante la testa del toro e la mano del dio. Una volta consegnati i reperti ai Laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano, si è potuta compiere la cosiddetta "prova provata", ovverosia la verifica dell'effettiva pertinenza del frammento con testa di toro al grande rilievo con raffigurazione di Mitra. Mentre sono tuttora in corso le indagini finalizzate ad accertare la provenienza dei reperti, la posizione giudiziaria di una persona è al vaglio dell'Autorità Giudiziaria per il reato di ricettazione. Il reperto ricomposto ha un valore di mercato stimato in due milioni di euro.
La storia del grande rilievo di Mitra prende le mosse nel 1964, quando a Roma, in località Tor Cervara (sulla via Tiburtina), durante un'operazione di bonifica da residuati bellici, furono portati alla luce 57 frammenti di marmo lunense che andavano a comporre un grande rilievo. Una volta ricostruito, questo presentava la raffigurazione del dio Mitra che uccide il toro. Purtroppo risultavano mancanti le spalle e la testa del dio e altre parti fra cui il muso dell'animale.
Nel 1965 il rilievo fu acquisito nelle raccolte del Museo Nazionale Romano, dove fu collocato nelle "Grandi Aule" delle Terme di Diocleziano. Successivamente, accordi culturali tra la Direzione Generale per le Antichità e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nonché il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe (Germania), hanno consentito di comprovare l'ipotesi - avanzata da uno studioso già alla fine degli anni '80 del secolo scorso - secondo cui un frammento lapideo con volto di Mitra, acquisito per donazione dal Museo di Karlsruhe, fosse pertinente al rilievo di Tor Cervara conservato nel Museo delle Terme di Diocleziano.

Fonte:
ilmessaggero.it

I denti da latte e i nascituri romani del II secolo d.C.

Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli di Velia, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell'impero romano. L'analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione di bambini dell'epoca romana, fornisce informazioni importanti sui tempi e sulle modalità di sviluppo fetale della popolazione di quel periodo.
Lo smalto prenatale, studiato in relazione con il successivo sviluppo postnatale costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza in collaborazione con il Museo della Civiltà di Roma, l'Université di Toulouse III e l'University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa nell'ambito del corso di dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla prestigiosa rivista PLoS ONE.
I denti umani sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l'unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta.
Ad oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l'analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette infatti di identificare eventuali eventi stressanti e può rivelare informazioni utili circa lo stato di salute della madre durante la gravidanza.
I dati ottenuti da un campione di 18 denti decidui su una popolazione della necropoli di Elea-Velia (I-II secolo d.C., Salerno) dell'Impero Romano sono stati utilizzati per la realizzazione di un solido modello statistico che permette di calcolare in maniera semplificata i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. "Il modello statistico impiegato in questo studio - spiega Alessia Nava - conferisce una validità metodologica ai risultati ottenuti ed apre innumerevoli scenari di ricerca meritevoli di approfondimento".
In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi.

Fonte e foto:
Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma

Abydos, Senworsret e i suoi "fratelli"...

Uno dei passaggi inclinati che porta all'accesso alla tomba di
Senworsret III (Foto: J. Wegner)
Le autorità egiziane sperano di aprire la tomba di Senwosret III, uno dei più famosi faraoni del Medio Regno, tra un anno o due. I visitatori potranno apprezzare, così, la maestria dei costruttori egiziani e degli architetti che hanno ideato e costruito la complessa sepoltura quasi 4000 anni fa.
La tomba di Senworsret III è stata datata al 1850 a.C. ed è la più grande di Abydos, una delle città più antiche dell'Egitto. Misura 200 metri in lunghezza e 45 metri in profondità. La sua architettura, a detta degli archeologi, è molto simile a quella delle piramidi e simbolicamente è la rappresentazione del viaggio dell'anima nell'aldilà.
Uno dei corridoi della tomba di Senworsret III
(Foto: J. Wegner)
L'ingresso della tomba è posto ad ovest, poiché il tramonto rappresenta la morte, e la struttura si srotola in complessi cunicoli sotterranei scavati al di sotto di una collina naturale anticamente conosciuta come la montagna di Anubis. Questa collina è volta ad oriente, dove il sole nasce e, pertanto, rappresenta simbolicamente la rinascita. La tomba ha diverse stanze con soffitti di sei metri di altezza e stretti corridoi con pietre di blocco. Per percorrere la struttura, gli archeologi, durante l'esplorazione, hanno dovuto scivolare letteralmente verso il basso. Alcune delle pietre che bloccavano il passaggio pesano dalle 40 alle 50 tonnellate, mentre l'aria all'interno era soffocante. I turisti, naturalmente, non dovranno strisciare come serpenti per visitare la sepoltura: sono state approntate scale con corrimano, luci ed un sistema di ventilazione adeguati. Sono stati anche rimossi i detriti che rendevano difficile il passaggio.
La sepoltura è stata scoperta ed esplorata da Arthur Weigall nel 1901, ma fu scavata sistematicamente solo nel 2005, anno in cui è stato anche operato il restauro della struttura. La tomba è priva di decorazioni alle pareti, al suo interno è stata rivestita di calcare di Tura e quarzite rossa di Aswan. La camera funeraria conteneva i resti del sarcofago in granito e dei vasi canopi del faraone ed era protetta da un complesso sistema di massicci blocchi di pietra e di particolari accorgimenti architettonici che servivano a celare il più possibile la sepoltura reale.
Ritratto di Senwosret III custodito al Metropolitan
Museum of Art (Foto: popular-archaeology.com)
La tomba di Senwosret III è sicuramente il primo esempio di una tomba reale nascosta, un cambiamento nel concetto tradizionale sviluppato nelle antiche piramidi reali. La montagna di Anubis, in pratica, "sostituiva" le piramidi di blocchi di pietra.
Senwosret III è conosciuto grazie a delle iscrizioni su stele di pietra. Egli ampliò i confini dell'Egitto verso sud, avviando campagne militari verso la Nubia, un'antica regione che attualmente corrisponde al Sudan settentrionale. Costruì templi, monumenti e fortezze, molte delle quali sono state definitivamente sommerse quando è stata costruita la diga di Aswan nel 1960.
Si pensa che Senwosret III sia vissuto tra il 1878 e il 1840 a.C. e che fosse figlio di Senwosret II, anche se non se ne ha la certezza assoluta. Ebbe molte mogli, ma non se ne conosce il numero esatto. Gli storici sanno qual è l'aspetto fisico di questo faraone perché di lui sono sopravvissute alcune sculture, due delle quali si trovano al Metropolitan Museum di New York. E' interessante notare come Senworset III fu il primo dei faraoni egizi ad essere raffigurato come un uomo anziano, senza il caratteristico sorriso sul volto. Anche questa è un'innovazione nella ritrattistica egizia. Il volto di Senworset, inoltre, presenta rughe sulla fronte e sopracciglia aggrottate. Le ragioni per questo cambiamento stilistico non sono ancora molto chiare. Gli studiosi azzardano l'ipotesi che all'epoca l'Egitto dovette affrontare un periodo piuttosto difficile e che gli scultori volevano rappresentare, attraverso l'aspetto "anziano" e le rughe, la saggezza del faraone.
I resti del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Senwosret aveva due sepolture: una piramide a Dashur, vicino al Cairo, dove fece costruire anche piramidi per sua madre, la sua moglie principale e altre dame reali e la tomba di Abydos, molto più a sud. Ma qual è realmente il luogo in cui venne sepolto? La mummia di Senwosret III non è stata mai trovata. Gli archeologi ritengono che non venne mai sepolto nella piramide costruita a Dashur, dal momento che in essa non sono state trovate ceramiche, detriti o le prove che ci fosse un sarcofago. Ad Abydos, invece, sono stati trovati frammenti di vasi in pietra che solitamente venivano deposti nelle sepolture reali, un indizio che, probabilmente, era quella la reale sepoltura del faraone. Ma malgrado questo la mummia di Senwosret non è stata trovata. Gli studiosi ritengono sia stata distrutta quando antichi tombaroli sono penetrati nella tomba in cerca di tesori.
Il mattone del parto trovato ad Abydos (Foto: J. Wegner)
Oltre alla tomba di Senwosret, la più grande di Abydos, i visitatori potranno avere presto accesso a tre altri antichi luoghi di sepoltura. Il primo è la piccola tomba del faraone Senebkay, nella quale ci sono anche i resti scheletrici del re, che morì intorno al 1650 a.C., circa due secoli dopo Senwosret. Di Senebkay le uniche notizie che si hanno provengono dalla sua sepoltura. Le ossa del re presentano lesioni, che furono la causa della sua morte. Queste lesioni da taglio sono chiaramente visibili sui piedi e sulle caviglie, a suggerire che il faraone venne attaccato dal basso, forse quando si trovava a cavallo, ed anche sul cranio. Probabilmente venne ucciso a colpi d'ascia una volta che cadde a terra da cavallo. Si tratta dei primi resti fisici di un faraone morto in combattimento. A differenza della tomba di Senwosret, quella di Senebkay presenta dei geroglifici alle pareti.
La tomba del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Oltre alla sepoltura di Senebkay, saranno presto visitabili due tombe, quella di Neferhotep I e di Sobekhotep IV. Anticamente queste due tombe erano probabilmente delle piccole piramidi, ma della struttura piramidale oramai non sopravvive più nulla.
In tutto la necropoli reale di Abydos contiene le tombe di almeno dodici faraoni, un'intera dinastia perduta, in pratica. Le tombe di Abydos sono più recenti rispetto alla grande piramide di Giza, che risale al 2500 a.C., ma sono più antiche delle tombe della Valle dei Re, che coprono il periodo che va dal 1500 al 1000 a.C.
Quanto è stato trovato nelle tombe di Abydos non sarà mostrato ai visitatori che, come detto, potranno visitare solamente le tre sepolture. Molti oggetti sono attualmente custoditi in un deposito. Uno dei reperti più interessanti è un mattone del parto, il primo del genere mai trovato. E' stato scoperto durante gli scavi di una casa dell'antica città che sorgeva vicino alle tombe. Il mattone presenta la raffigurazione di una donna che tiene in mano un bambino dopo il parto. Nell'antico Egitto le donne, appena entravano in travaglio, si sedevano su questo tipo di mattoni. Testi antichi descrivono, in occasione delle nascite, questi "misteriosi" oggetti ma finora non ne era mai stato trovato uno. Il mattone del parto scoperto ad Abydos risale ad un periodo compreso tra il 1750 e il 1800 a.C. ed è stato rinvenuto 15 anni fa ma non è mai stato esposto al pubblico.
Gli archeologi dell'Università della Pennsylvania continuano a scavare ad Abydos servendosi anche di magnetometri per creare una mappa magnetica della zona: pezzi di vasellame e ceramiche, infatti, hanno una buona conduzione magnetica e possono essere segno di altri oggetti interrati. Il magnetometro è in grado di rilevare anche strutture di mattoni di fango poiché il fango contiene del ferro e la sabbia è costituita principalmente di silice.

Fonte:
popular-arcaheology.com

venerdì 14 luglio 2017

Alessandria d'Egitto, riemerge un mosaico romano

Il pavimento in opus spicatum scoperto ad Alessandria d'Egitto (Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica egiziana del Ministero delle Antichità, ha scoperto un pavimento musivo di epoca romana durante gli scavi nel distretto di Moharam Bek ad Alessandria d'Egitto. Aymen Ashmawi, responsabile della sezione Antichità Egizie, ha spiegato che il pavimento musivo è unico in tutto l'Egitto e che pavimenti simili sono stati trovati solo in alcune zone di Roma, tra le quali le Terme di Traiano e Villa Adriana. Il pavimento è in buone condizioni di conservazione.
Gli archeologi stanno continuando per rivelare ulteriori porzioni del mosaico e per permettere uno studio completo sullo stesso. E' stato portato alla luce anche un pavimento in opus spicatum, una tecnica solitamente impiegata per gli ambienti deputati al balneum e nelle fortezze.

Fonte:
english.ahram.org.eg/NewsContent

Giordania, tombe nel deserto

Questo recinto di Jebel Qurma, in Giordania venne costruito circa 8000
anni fa e fu più volte riutilizzato fino al 400 d.C.
(Foto: Jebel Qurma Archaeological Landscape Project)
Centinaia di antiche sepolture di pietra, alcune realizzate a forma di torre, appiattite, sono state scoperte nel Jebel Qurma, una regione desertica della Giordania il cui clima è inospitale, fatta eccezione per un breve periodo in primavera.
Molte sepolture sono coperte da tumuli di pietra detti cairns, mentre altre sono più complesse e vengono definite "tombe-torri". Molte tombe sono state saccheggiate ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare informazioni preziose che possono arricchire la conoscenza degli usi e della vita nella regione nel corso dei millenni.
I ricercatori hanno accertato che tra la fine del III millennio a.C. e l'inizio del I millennio a.C. poche persone vivevano nel Jebel Qurma. Una necropoli da poco scoperta, infatti, conteneva appena 50 cairns risalenti a 4000 anni fa. La regione tornò ad essere abitata all'inizio del I millennio a.C., da una cultura che non utilizzava la ceramica. L'esistenza umana in questa arida regione durò, comunque, ben poco.
Modello in 3D di una tomba-torre (Foto: Jebel Qurma Archaeological
Landscape Project)
Una delle ragioni che causarono lo spopolamento fu, forse, il mutamento climatico, anche se al momento i ricercatori non dispongono di dati sufficienti a supportare quest'affermazione. Nel tardo I millennio a.C. le persone che vivevano nel deserto di Jebel Qurma iniziarono a costruire tombe più grandi ed elaborate. Per alcune di queste vennero utilizzate pietre di 300 kg. Le tombe-torri hanno un diametro fino a 5 metri e sono alte 1,5 metri; si differenziano dagli altri cairns per la loro caratteristica forma a torre e per la facciata costituita da grandi lastre di basalto. Queste tombe-torri non sono eventi eccezionali ma, piuttosto, abbastanza comuni nella regione di Jebel Qurma. Gli archeologi stanno cercando di capire perché gli antichi abitanti abbiano, ad un certo momento, preferito questa forma di sepoltura.

Fonte:
livescience.com

Scoperto un tumulo sepolcrale nei pressi di Stonehenge

Il tumulo identificato attraverso delle fotografie aeree (Foto: bbc.com)
Un tumulo funerario risalente al Neolitico e scoperto vicino Stonehenge potrebbe contenere, secondo i ricercatori, resti umani risalenti a 5000 anni fa. Il monumento funebre si trova a Pewsey Vale, a metà strada tra Avebury e Stonehenge, nel Wiltshire, ed è stato identificato attraverso delle fotografie aeree.
Gli archeologi e gli studenti dell'Università di Reading stanno scavando, ora, il sito che si compone di due fossati e, apparentemente, di un edificio centrale, coperto dal tumulo e schiacciato da secoli di aratura. Si pensa che il sito contenga resti umani risalenti al 3600 a.C., probabilmente si tratta degli antenati di coloro che costruirono Stonehenge. Il sito è visibile anche al pubblico durante gli "open day" del fine settimana.

Fonte:
bbc.com/news

martedì 11 luglio 2017

Voci lontane da Vindolanda

Le tavolette di Vindolanda (Foto: Chesterholm Museum)
"I miei soldati non hanno più birra, si prega di inviarne ancora". Firmato Masclus, soldato di migliaia di anni fa. Questo è uno dei tanti messaggi in grado di raccontarci la vita degli antichi romani, contenuto in una nuova straordinaria scoperta fatta nel forte romano di Northumberland, la zona chiamata Vindolanda, in Inghilterra, al confine con la Scozia, nell'area del Vallo di Adriano.
Quando nel 1992 Robin Birley, archeologo e direttore dei lavori, scoprì a Vindolanda numerosi ed importanti lettere dell'epoca romana (oggi custodite al British Museum insieme a quelle ritrovate dal 1973 ad ora) suo figlio Andrew aveva 17 anni e sognava di diventare come il padre. "Ho sempre sperato che lì sotto ci fosse ancora qualcosa. E questa è una scoperta straordinaria".
A fine giugno, infatti, quel sogno è diventato realtà: dagli scavi, che ora dirige lui stesso, Birley junior ha recuperato 25 tavolette, lettere scritte su pezzi di quercia o betulla, conservati in buono stato e ora pronte per essere decifrate, che si crede siano databili intorno al I secolo d.C.. Un ritrovamento "che aspettavo da una vita", dice Birley dopo aver brindato con i suoi collaboratori.
Sono messaggi dal passato, per lo più legati alla vita militare del forte, in grado, secondo gli studiosi, di dirci "molto su come vivevano e su ciò che è successo". I pezzi di legno, sottilissimi e sui quali erano incisi alcuni testi con inchiostro, erano disposti in un tratto di quattro metri e posizionati in profondità, come "se qualcuno li avesse nascosti lì per noi".
Grazie alle condizioni del terreno e all'umidità di quest'area della Gran Bretagna, le tavolette si sono conservate in modo unico. L'esame iniziale, in attesa di quelli a infrarossi e l'analisi del testo che richiederanno diverso tempo e il coinvolgimento di più equipe, ha già dimostrato come alcune delle missive fossero state firmate da un soldato noto come Masclus che dava indicazioni sul rifornimento del forte del muro di Adriano e chiedeva aiuto ai suoi superiori. Rispetto alla classica betulla molti testi si trovano su quercia "e questo ci permette una migliore lettura e maggiore conservazione. Altri testi crediamo siano messaggi personali" continua Birkley.
L'intera famiglia dei Birkley, il figlio Andrew, la madre Patricia e il padre Robin, seguono i lavori di Vindolanda da decine di anni. Nel 2003 gli esperti del British Museum definirono le tavole trovate qui (in particolare quelle del 1992) come il tesoro archeologico più importante proveniente dalla Gran Bretagna. Per certi versi ancora più preziose delle tavolette di Bloomberg, trovate a Londra, perché quelle di Vindolanda "raccontano passaggi della vita molto personali. Non c'è niente di più eccitante di leggere questi messaggi dal passato lontano".
Secondo gli esperti i nuovi frammenti "ci aiuteranno a capire la vita dell'Impero e forse emergeranno nuovi nomi a cui dovremmo dare un posto nella storia della Gran Bretagna romana. Per tutti noi, dagli studiosi ai volontari che scavano, il giorno in cui abbiamo alzato al cielo le prime tavolette ritrovate sarà un momento che ricorderemo per sempre".

Fonte:
repubblica.it/scienze

domenica 9 luglio 2017

Antica geologia dei sette colli

(Foto: Ansa.it)
Il mare e i vulcani, insieme al Tevere e ai suoi affluenti, hanno modellato i sette colli di Roma. A ricostruire la storia geologica della città è la ricerca pubblicata sulla rivista Quaternary International e condotta dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) grazie alla collaborazione di geocronologi, paleontologi, archeologi, vulcanologi e sismologi.
Dalla ricerca, condotta da Gian Marco Luberti, Fabrizio Marra e Fabio Florindo, emerge che a disegnare il paesaggio romano sono state le oscillazioni del livello del mare legate alle diverse epoche glaciali, insieme ai vulcani dei Monti Sabatini a nordovest e dei Colli Albani a sudest, alla tettonica e ai fiumi che, alternativamente, hanno esercitato un'azione di deposizione di sedimenti e di erosione. "La presenza di un grande corso d'acqua e la prossimità della costa - rileva Marra - hanno fatto sì che i fenomeni deposizionali, nell'ultimo milione di anni, siano stati regolati e scanditi dalle oscillazioni del mare, indotte dall'alternarsi dei periodi glaciali e interglaciali".
A rendere più dettagliata la ricostruzione, i depositi vulcanici ricchi di argon hanno permesso di fare "datazioni molto precise", osserva Marra. Proprio queste tecniche di datazione, messe a punto alla fine degli anni '90 da Ingv, Università di Berkeley e Berkeley Geochronology Center, hanno permesso di ricostruire la relazione diretta tra la deposizione dei sedimenti del Tevere e le risalite del livello del mare alla fine delle ere glaciali. In questo modo è stata rideterminata, per esempio, l'età del deposito sedimentario nel quale sono stati scoperti i crani di Homo neanderthalensis di Saccopastore e di dimostrare che i resti rinvenuti nella località della Valle dell'Aniene costituivano la più antica evidenza della presenza di questo ominide in Italia. Le nuove conoscenze dei materiali vulcanici, infine, hanno anche permesso di capire meglio l'edilizia dell'antica Roma.

Fonte:
Ansa.it

Nani sulle spalle di giganti: il cemento dei romani

Una fase dei carotaggi delle strutture in calcestruzzo di Portus Cosanus,
antico porto romano in provincia di Grosseto (Foto: J.P. Oleson)
Ogni giorno più forte e meno inquinante. C'è un segreto, con più di duemila anni di storia, che da tempo attanaglia gli scienziati: come fanno le costruzioni romane, realizzate con le prime forme di calcestruzzo, a rimanere così solide nel tempo? Del resto, nel 79 d.C., lo aveva notato anche Plinio il Vecchio che nella sua Naturalis Historia, a proposito delle strutture realizzate nei porti e bagnate dal mare, scriveva: "Diventano una massa unica in pietra, inespugnabile alle onde e ogni giorno più forte".
In diversi anni di studi sui templi e le rovine italiane, la geologa e geofisica statunitense Marie Jackson, analizzando per esempio i Mercati di Traiano o il porto romano della baia di Pozzuoli a Napoli, ha cercato di ricostruire la ricetta andata perduta con cui i nostri predecessori realizzavano le loro costruzioni: a più riprese è arrivata alla conclusione che il segreto fosse da ricercare nel mix tra cenere vulcanica, malta, tufo ed acqua con cui venivano realizzate le opere.
I Mercati di Traiano, oggetto dell'indagine già nel 2014
(Foto: repubblica.it)
Oggi, secondo un nuovo studio dell'Università dello Utah da lei diretto, pubblicato sulla rivista Mineralogist, gli scienziati sostengono che l'ingrediente fondamentale del processo chimico che rende così indistruttibili i porti romani sia proprio l'acqua di mare, capace di dar vita a cristalli con nuove forme e davvero rari. Per mesi, in collaborazione con le autorità italiane, i geologi hanno studiato l'antico molo romano Portus Cosanus ad Orbetello analizzandolo con i raggi X: secondo le osservazioni i minerali all'interno della struttura erano cresciuti nelle crepe causate dall'erosione delle onde, fatto che dimostra come la reazione con l'acqua salata continua anche dopo che il calcestruzzo ha fatto presa.
Il Tempio di Apollo a Pompei, realizzato anch'esso in calcestruzzo
(Foto: repubblica.it)
Se si pensa che nel mondo sotto scacco dal riscaldamento globale la produzione di calcestruzzo moderno contribuisce a produrre almeno il 7% di anidride carbonica, l'idea di poter realizzare nuove opere attraverso la formula dei romani "a basso impatto ambientale" diventa dunque prioritaria anche per salvare il pianeta. Inoltre il cemento dei romani, combinazione di cenere, acqua, calce viva (la reazione pozzolanica) dura da oltre duemila anni. "A differenza del cemento di Portland (utilizzato per costruire dighe e impianti), in quello romano non si verificano crepe", spiega la Jackson, affascinata dal fatto che i minerali romani crescano a basse temperature.
Dopo gli esami di Orbetello il team ha concluso che quando l'acqua di mare spinta dalle onde filtra attraverso il cemento di frangiflutti e pontili ed entra in contatto con la cenere vulcanica, permette ai minerali di crescere, dando vita a composizioni cariche di silice, simile ai cristalli delle rocce vulcaniche. Questi cristalli fortificano la cementazione e aumentano così la resistenza al calcestruzzo. "In realtà - continua la Jackson - normalmente questo processo di corrosione sarebbe negativo per i moderni materiali. Invece in quelli di allora funziona e prospera. Non è detto che si possa applicare la formula in tutti gli impianti futuri, ma vogliamo provarci".
Le più grandi terme dell'antichità, le Terme di Diocleziano, realizzate in
calcestruzzo (Foto: repubblica.it)
Ora i ricercatori, insieme all'ingegnere biologico Tom Adams, vogliono provare a sviluppare la ricetta romana ed applicarla a future costruzioni marittime. Un'idea che potrebbe essere applicata, ad esempio, alla laguna di Swansea in Gran Bretagna, dove si pensa di sfruttare l'energia delle maree.
La ricerca era partita già nel 2014. All'epoca, per scoprire il segreto del calcestruzzo romano, i ricercatori hanno riprodotto l'esatta mistura utilizzata nelle costruzioni romane e l'hanno lasciata indurire per 180 giorni, osservando i cambiamenti mineralogici che avvenivano al suo interno e confrontando i risultati con i campioni prelevati dai muri dei Mercati di Traiano. In questo modo hanno scoperto che quando la malta romana si indurisce, i materiali presenti al suo interno reagiscono tra loro, creando dei cristalli di un minerale estremamente resistente noto come stratlingite. Quando la malta è completamente secca questi cristalli formano, al suo interno, un'impalcatura che impedisce alle crepe di propagarsi, rendendo il materiale estremamente duraturo e resistente alle sollecitazioni meccaniche e sismiche, anche per gli standard attuali. 

Fonte:
repubblica.it/scienze

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