venerdì 9 gennaio 2026

Egitto, scavi rivelano un importante crocevia di traffici commerciali

Egitto, sito dello scavo nel delta occidentale del Nilo
(Foto: Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità)

Un vero e proprio crocevia di rotte commerciali è stato individuato grazie alle scoperte di Kom el-Ahmar e Kom Wasit, in Egitto. Scoperte che "parlano" anche di cultura e vita quotidiana dal V secolo a.C. all'età romana.
Scavi recenti, curati da un team egiziano-italiano del Consiglio Supremo delle Antichità e dell'Università di Padova, hanno permesso il ritrovamento di un vasto complesso industriale datato al V secolo a.C. e di un cimitero romano.
Questo importantissimo ritrovamento suggerisce che l'area tra i siti di Kom el-Ahmar e Kom Wasit non era solo fertile dal punto di vista agricolo, ma era anche un nodo strategico per la produzione, il commercio e l'insediamento strettamente connessi con il Mediterraneo e con l'entroterra di Alessandria d'Egitto.
Il complesso industriale comprendeva sei stanze, di cui due dedicate alla produzione di pesce salato, alimento facilmente commerciabile, testimoniato dal ritrovamento di 9.700 lische di pesce. Le altre stanze erano destinate alla fabbricazione di utensili in metallo e pietra e di amuleti in ceramica, suggerendo una produzione articolata e sofisticata. Sono state anche scoperte anfore importate per il vino e frammenti di ceramica greca, elementi che indicano stretti legami culturali e commerciali tra Egitto e mondo greco.
Accanto al complesso industriale, gli archeologi hanno documentato un cimitero romano, contenente sepolture semplici nel terreno, tombe in ceramica e sepolture di bambini in anfora. Le prime analisi bioarcheologiche sui resti di 23 individui - uomini, donne e bambini - suggeriscono che le condizioni di vita di questo gruppo umano erano abbastanza buone, senza segni di malattie gravi o violenza. Le sepolture offrono una rara visione sulle tradizioni funerarie e sulle strutture sociali dell'epoca.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 

Cina, trovate sepolture di tremila anni fa

Cina, manufatto bronzeo rinvenuto nelle rovine di
Changchun (Foto: Accademia di Archeologia dello
Shaanxi/Xinhua)

Risale a tremila anni fa la necropoli riemersa nella provincia dello Shaanxi, nella Cina nordoccidentale.
Le 31 sepolture ritrovate erano una parte rilevante delle rovine di Changchun, nella contea di Fuping, città di Weinan, che dall'agosto 2022 è oggetto di scavi condotti dall'Istituto provinciale di archeologia dello Shaanxi, dal Museo di Weinan e dall'Ufficio Cultura e Turismo di Fuping.
Le sepolture, secondo gli studiosi, possono essere classificate in quattro categorie in base alle loro caratteristiche morfologiche, con differenze gerarchiche.
Per esempio le tombe denominate M1 ed M2 sono di grado relativamente elevato, ciascuna con tre strati di bare. Sono stati portati alla luce più di 300 reperti, comprendenti corredi in rame, giada, pietra, lacca e conchiglie. Di particolare raffinatezza i ciondoli in giada, con motivi antropomorfi e di draghi ed i campanelli di pietra.
Dal confronto dei manufatti in ceramica e bronzo e dalle analisi al Carbonio-14 sulle ossa umane rinvenute nella M1 e nella M2, gli archeologi hanno determinato che i resti rinvenuti nell'area di scavo potrebbero risalire al periodo medio-tardo della dinastia Zhou occidentale (1046 a.C.-771 a.C.). Il proprietario della tomba M2 è un uomo e si presume che fosse il sovrano dell'insediamento, mentre nella tomba M1 è sepolta la moglie.
La mancanza di iscrizioni sui reperti finora rinvenuti rende, però, difficile confermare l'identità di questo gruppo. Nelle tombe più piccole sono state utilizzate solo bare singole e non sono stati sepolti oggetti in bronzo, mentre sono stati rinvenuti recipienti in ceramica e ornamenti in conchiglia, dai quali si deduce che le sepolture fossero destinate a gente comune. Gli archeologi hanno rinvenuto anche cinque fosse con resti di carri e cavalli.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


lunedì 5 gennaio 2026

Turchia: la più antica raffigurazione del Buon Pastore

Nicea, l'affresco del Buon Pastore recentemente scoperto
(Foto: storiearcheostorie.com)

Scoperta nell'antica Nicea, in Turchia, una tomba dipinta del III secolo d.C. con l'unica raffigurazione ad oggi nota in Anatolia di Gesù come Buon Pastore.
La scoperta è avvenuta nella necropoli di Hisardere, a 130 chilometri da Istanbul, in una tomba a camera sotterranea decorata con uno dei cicli pittorici paleocristiani più significativi mai rinvenuti in Anatolia. Proprio al centro di questi affreschi compare l'unica raffigurazione del Buon Pastore ad oggi attestata in tutta la regione.
Le pitture ricoprono tre pareti su quattro oltre al soffitto. Nel mondo greco il Buon Pastore era assimilato ad Hermes, figura che poi passò nel cristianesimo. L'iconografia di Cristo Buon Pastore è qui rappresentata da un giovane imberbe che indossa una semplice tunica, sulle spalle una capra, mentre ai lati due coppie dello stesso animale creano una disposizione simmetrica. A differenza di altre tombe dipinte della regione, questo ciclo pittorico si distingue per la presenza della figura umana.
Frequentata tra il II ed il V secolo d.C. sia da famiglie abbienti che da famiglie di classe sociale più basse, la necropoli di Hisardere ha restituito diverse tipologie di sepolture, tra le quali tombe a camera con il tetto in lastre di terracotta considerate tipiche della zona. La sepoltura appena scoperta risalirebbe al III secolo d.C., il che rafforza il ruolo della regione come uno dei primi centri cristiani.
La struttura interna della sepoltura rivela dettagli sul rito funerario. La klinè - il letto funerario - addossata alla parete nord era rivestita di lastre quadrate di argilla. Su di esse venivano deposti i corpi, in un gesto che unisce tradizione locale e influssi mediterranei più ampi. Proprio dietro la klinè compare la figura del Buon Pastore.

Fonte:
storicang.it


India, il misterioso labirinto romano antesignano del GPS

Il labirinto circolare di origine romana
(Foto: storicang.it)

Un'equipe di archeologi ha compiuto una delle più sorprendenti scoperte dell'anno: un labirinto circolare formato da quindici anelli concentrici, composto da migliaia di pietre perfettamente allineate. Per secoli era rimasto nascosto sotto strati di erba e di terra.
Il ritrovamento, avvenuto nella regione di Boramani, nei pressi della città indiana di Solapur, non rappresenta soltanto il più grande labirinto circolare mai documentato in India, ma potrebbe essere anche collegato alle antiche rotte commerciali tra l'India e Roma, come hanno spiegato i ricercatori.
A differenza dei labirinti moderni, caratterizzati da vicoli ciechi e bivi, quelli antichi come questo indiano erano costituiti da un unico percorso che conduceva dall'ingresso al centro. Questo in particolare misura circa 15 metri per 15 ed è composto da 15 anelli concentrici di pietra accuratamente disposti. E' stato battezzato chakravyuh, in riferimento al termine sanscrito che indica uno schema a spirale dotato di significati tanto strategici quanto spirituali nella mitologia indiana. Quello che colpisce maggiormente è che il suo disegno presenta una notevole somiglianza con i labirinti incisi sulle monete romane dell'antica Creta.
Il contesto storico del ritrovamento è importante quanto la struttura stessa. Secondo gli esperti, il labirinto risalirebbe ad un periodo compreso tra il I ed il III secolo d.C., in una fase di pieno sviluppo della dinastia satavahana, una delle più influenti dell'India meridionale e coinciderebbe con la fase di massima intensità dei rapporti commerciali tra l'India e Roma.
All'epoca la città di Ter, nell'attuale regione di Dharashiv, non lontano da Solapur, era un importante centro commerciale. Da qui partivano spezie, seta ed indaco destinati ai porti del Mediterraneo, mentre giungevano in India oro, gemme, vino e ceramiche romane. Questo straordinario labirinto potrebbe aver svolto la funzione di punto di riferimento lungo il percorso delle carovane di mercanti romani che dalla costa occidentale dell'India si inoltravano verso l'interno del subcontinente. Una sorta di singolare GPS del I secolo, come ha spiegato Sachin Patil, archeologo del Deccan college, che per primo ha reso noto il ritrovamento.
Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni sono stati documentati altri labirinti simili, sebbene di dimensioni più ridotte, nei distretti di Sangli, Satara e Kolhapur, tutti situati lungo lo stesso corridoio commerciale indiano. Nel 1945 a Bramhapuri - non lontano dall'area del recente ritrovamento - vennero scoperti una statua del dio greco-romano Poseidone e uno specchio in bronzo lucidato. Queste testimonianze rafforzano l'ipotesi che la regione fosse un nodo cruciale della rete commerciale globale tra Roma e l'india circa duemila anni fa.

Fonte:
storicang.it

Vindolanda, la difficile vita dei soldati romani

Gran Bretagna, panorama dell'insediamento di
Vindolanda (Foto: Tripadvisor)

I soldati romani che erano stanziati al forte di Vindolanda, vicino al Vallo di Adriano, nel nord dell'Inghilterra, avevano non pochi e gravi problemi di salute che mettevano a repentaglio anche la loro capacità di combattere.
Innanzitutto dovevano combattere con un nemico infestante: i pidocchi, che si annidavano nelle tuniche e dovevano affrontare anche infezioni intestinali croniche che provocavano sintomi debilitanti quali diarrea, crampi addominali e nausea.
Queste informazioni ci vengono fornite da uno studio archeologico condotto da un team di ricercatori delle Università di Cambridge ed Oxford. Sebbene i romani avessero una certa consapevolezza dei vermi intestinali, le opzioni terapeutiche a disposizione dei medici dell'epoca erano limitate. Questo si ripercuoteva sull'efficienza e l'idoneità al servizio militare dei legionari stanziati in quella lontana regione.
Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato quasi 60 campioni di sedimenti provenienti da un sistema di drenaggio fognario, contenenti antiche feci e altri detriti accumulatisi nel forte e nei suoi insediamenti circostanti, risalenti al III secolo d.C. La notevole quantità di materiale organico rinvenuto era il risultato del drenaggio della latrina del forte, che convogliava i rifiuti verso un ruscello situato a nord del sito.
Le esplorazioni archeologiche precedenti avevano già rivelato un vero e proprio tesoro di reperti organici conservati nel suolo allagato di Vindolanda, tra i quali oltre 1.700 tavolette di legno incise con inchiostro, che documentano le abitudini quotidiane dei soldati.
La vita quotidiana al forte di Vindolanda era concentrata sulla sorveglianza del Vallo di Adriano. Per garantire un'adeguata occupazione di questo confine romano-britannico, il forte era dotato di bagni, servizi igienici e fonti di acqua potabile. Tuttavia, malgrado queste strutture, i soldati continuavano a soffrire di infezioni intestinali, tra le quali ascaridi e tricocefali e, potenzialmente, di giardia, un protozoo unicellulare responsabile di episodi di diarrea. La scoperta di giarda duodenalis nel materiale analizzato rappresenta un'importante novità per gli studiosi, poiché costituisce la prima evidenza di questo patogeno nella Britannia romana.
Nonostante la presenza di un complesso termale a Vindolanda, i focolai di infezione si verificavano a causa di pratiche igieniche inadeguate. In particolare, la contaminazione fecale degli alimenti, dell'acqua e delle mani dei soldati contribuiva alla diffusione di questi parassiti all'interno del forte. Campioni prelevati da una fortificazione costruita nell'85 d.C. hanno rivelato la presenza di ascaridi e tricocefali, suggerendo che i soldati affetti da parassiti potessero ammalarsi gravemente a causa della disidratazione provocata da infezioni croniche. Queste condizioni favorivano anche la proliferazione di altri patogeni intestinali, predisponendo i soldati a focolai di salmonella e shigella.
In un caso documentato, dieci soldati furono dichiarati non idonei al servizio a causa di congiuntivite, nota anche come occhio rosa, una condizione che può insorgere quando gli occhi vengono a contatto con mani contaminate da feci. E' interessante notare che il profilo parassitario di Vindolanda risulta simile a quello di altri siti militari romani, inclusi quelli situati in Austria, nei Paesi Bassi ed in Scozia. Una delle possibili spiegazioni per questa somiglianza potrebbe risiedere nella dieta limitata e prevalentemente a base di carne suina, come documentato nei testi antichi. Al contrario, i siti urbani come Londra e York presentavano una gamma di parassiti molto più diversificata, inclusi tenie di pesce e carne.

Fonte:
scienzenotizie.it

Perù, la testa-trofeo dell'uomo dal labbro leporino

Vaso in ceramica raffigurante un uomo con il labbro leporino
attribuito alla cultura Moche peruviana (100-500 d.C.)
(Foto: The Art Institute of Chicago)

Secoli fa, in Perù, la testa di un individuo decapitato veniva trasformata in un trofeo. Ora, un'attenta analisi di questa testa-trofeo rivela che, nonostante un difetto congenito potenzialmente problematico, l'individuo sopravvisse fino all'età adulta.
Sulla base di diverse foto della testa, un ricercatore ha scoperto che l'individuo era nato con il labbro leporino. Labbro leporino e palatoschisi sono correlate alla presenza di una fessura nel labbro e/o nel palato. 
La diagnosi di schisi orofacciali (termine generico per indicare il labbro leporino e la palatoschisi) nei resti archeologici è rara, con solo circa 50 casi identificati fino ad oggi in tutto il mondo. La scoperta della presenza di questa patologia nei resti di un individuo, pertanto, è molto importante perché dimostra che le persone con questa condizione potevano sopravvivere nei paesi Andini.
La maggior parte delle teste-trofeo rinvenute nelle zone delle Ande risalgono ad un periodo compreso tra il 300 e l'800 d.C. e spesso provengono dall'attuale Nazca, sulla costa del Perù. Le teste-trofeo venivano probabilmente tramandate come cimeli di famiglia di generazione in generazione.
Dall'esame della foto della testa-trofeo mummificata, i ricercatori stabilirono che l'individuo era probabilmente di sesso maschile, un giovane adulto, al momento della morte. Sulla base delle strutture facciali visibili è stato anche possibile determinare che l'individuo avesse il labbro leporino. Tuttavia l'individuo sopravvisse fino alla prima età adulta e, forse, godette anche di uno status speciale. Le reazioni culturali alle fessure orofacciali, nelle antiche Americhe, variavano notevolmente dalla vergogna alla venerazione.

Fonte:
livescience.com

La testa di Adriano rinvenuta nel 1834 nel Tamigi

Londra, la testa bronzea rinvenuta nel Tamigi
(Foto: archeomedia.net)

Nel 1834, durante i lavori di dragaggio, vicino all'area dell'Old London Bridge, sulla sponda meridionale del Tamigi, emerse una testa di bronzo del II secolo d.C. riconosciuta come un ritratto dell'imperatore Adriano.
Il reperto si trova oggi al British Museum ed è ciò che resta di una statua più grande, forse innalzata non lontano dal punto del ritrovamento, forse in vista della visita dell'imperatore in Britannia nell'anno 122 d.C.
La testa pesa 16 chilogrammi, misura meno del doppio rispetto alla grandezza naturale, e si caratterizza per essere fatta in bronzo, differentemente dalla gran parte delle statue di Adriano realizzate, invece, in marmo.
Adriano è considerato e ricordato come l'imperatore "costruttore" e viaggiatore: in Britannia la sua presenza è legata alla grande stagione delle frontiere e delle opere pubbliche. Ritrovare il suo ritratto nel fiume, nel cuore della città, significa incontrare la Roma delle province nel luogo più inatteso: non in un tempio o in un foro, ma nell'acqua del fiume che attraversa Londra.
Il nome di Adriano è naturalmente associato al famoso Vallo, la fortificazione lunga 120 chilometri, che per ammissione dello stesso imperatore avrebbe dovuto "separare i barbari dai Romani" ed i cui resti corrono in Inghilterra da Wallsend, sul fiume Tyne, fino alla costa del Solway Firth.

Fonte:
archeomedia.net

venerdì 2 gennaio 2026

Turchia, trovato un amuleto del dio egizio Pateco

Turchia, l'amuleto in faience raffigurante il dio egizio
Pateco (Foto: AA)

Gli scavi nel sito di Commagene hanno portato alla luce amuleti in faience unici, testimoniando per la prima volta la presenza del dio egizio Pateco in Anatolia.
La scoperta è avvenuta nella Turchia sudorientale, nell'antica città di Perre, una delle cinque città principali dell'antico regno ellenistico di Commagene, fondato nel 163 a.C. dal satrapo seleucide Tolomeo di Commagene ed indipendente fino al 72 a.C., quando divenne parte dell'impero romano.
Gli archeologi hanno portato alla luce una sepoltura di duemila anni fa, risalente al periodo ellenistico, in cui furono sepolti 14 individui con un corredo funerario formato da vari manufatti e amuleti in faience. Tra questi è stata individuata la divinità protettrice egizia Pateco. E' la prima volta che questa divinità viene attestata in Anatolia.
Pateco (Pataikos in greco), chiamato anche Ptah-Pateco, era un genio o divinità egizia rappresentato in forma di nano, spesso raffigurato su amuleti con funzioni protettive per allontanare il male e guidare le anime nell'aldilà. Rappresentava una forma nana del dio creatore Ptah ed era un amuleto diffuso nel Mediterraneo, soprattutto in centri fenici e punici, ma anche in Etruria e in minor misura in Grecia. Questo genere di amuleti fa la sua apparizione in Egitto durante il Nuovo Regno, ma diventano popolarissimi nel corso del I millennio a.C. sino al Periodo Ellenistico. 
Il nome di questa entità è noto dalle Storie di Erodoto, lo troviamo citato quando descrive in che modo l'ira e la derisione del sovrano persiano Cambise si abbatté nei confronti delle divinità egizie senza esclusione alcuna, quindi anche su Ptah/Efesto, la cui immagine, secondo lo scrittore, ricorda quella dei patechi (o pateci), figure che assomigliano ad un nano o un pigmeo che i Fenici collocavano sulle prue delle loro navi per proteggerle dalle tempeste.
L'antica città di Perre, situata nell'attuale Diyaman, è nota per le sue tombe rupestri, le strutture di epoca romana e centro dei legami culturali tra le varie regioni, un'influenza culturale ora ulteriormente arricchita dall'inaspettata presenza di una divinità egizia.

Fonte:
Turkiye Today
 



giovedì 1 gennaio 2026

Turchia, antica produttrice di olio d'oliva per tutto il Mediterraneo

Turchia, gli scavi di Syedra (Foto: aa.com.tr)

Gli scavi nell'antica città di Syedra, risalente a 3000 anni fa e situata a circa 20 chilometri ad est di Alanya, nella provincia di Antalya, in Turchia, dimostrano che il sito era un importante centro di produzione dell'olio di oliva, durante il periodo ellenistico e romano. Finora sono stati portati alla luce circa 20 laboratori e ne sono stati identificati altri 100 in tutta la citta.
I ricercatori affermano che i risultati indicano che Syedra non era solo una produttrice regionale, ma anche uno dei principali fornitori del Mediterraneo nell'antichità.
I ricercatori affermano che quasi ogni struttura di Syedra contiene al suo interno un laboratorio per la produzione di olio d'oliva o di altri prodotti, con grandi contenitori di stoccaggio noti come pithoi, utilizzati per conservare l'olio di oliva.
Il Professor Ertug Ergurer ha affermato: "La presenza di officine per la produzione di olio d'oliva all'interno della città ci ha incuriosito. In genere la produzione avviene fuori città, oltre le mura. Qui, tuttavia, sono presenti sotto quasi ogni edificio, il che è degno di nota. Ciò dimostra che la produzione di olio di oliva era svolta su larga scala".
Gli archeologi ritengono che, propri a causa dell'elevata produzione olearia, questo bene veniva esportato in tutto il Mediterraneo, compreso il Nord Africa ed il Levante.

Fonte;
aa.com.tr

Pompei, recuperato l'affresco con Ercole bambino

Pompei, l'affresco di Ercole ritrovato a Villa di Civita
Giuliana (Foto: meteoweb.eu)
La Villa Suburbana di Civita Giuliana, a Pompei, si riappropria di un frammento di affresco trafugato anni fa da uno dei suoi ambienti di culto. Si tratta del frammento di un affresco raffigurante Ercole bambino nell'atto di strozzare i serpenti ed un tempo era collocato nello spazio di una lunetta superiore della parete di fondo dell'ambiente (asportata dai tombaroli).
Il reperto proveniva da una collezione privata negli Stati Uniti. Nel 2023, nell'ambito di un procedimento penale della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, a seguito della collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri di Roma e le Autorità degli Stati Uniti, è stata disposta l'assegnazione al Parco Archeologico di Pompei.
Gli scavi archeologici condotti nel sito di Civita Giuliana tra il 2023 ed il 2024 avevano portato all'individuazione di un ambiente a pianta rettangolare con funzioni rituali, identificato come un possibile sacello o sacrarium. Il sacello presentava un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua, ed era stato completamente spogliato della sua decorazione dai tombaroli, compresi 12 pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore, di cui il frammento recuperato sarebbe pertinente.
L'affresco raffigura Ercole in fasce mentre strozza i serpenti alla presenza di Zeus, simboleggiato dall'aquila sul globo, ed Anfitrione. Questo episodio non fa parte delle famose 12 fatiche, ma ne è il presagio. Poiché le pareti del sacello presentano traccia di altri 12 pannelli figurati, staccati clandestinamente, si può ipotizzare che il tema dei pannelli staccati fosse costituito proprio dalle 12 fatiche di Ercole.
L'affresco sarà presto esposto nell'Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sala dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

Fonte:
meteoweb.eu

Gela, trovato lo stilo di un ceramista con erma di Dioniso

Gela, lo stilo in osso (Foto: finestresullarte.info)

Durante le indagini di archeologia preventiva nell'area di Orto Fontanelle a Gela, in Sicilia, è emerso un rarissimo stilo da ceramista in osso, lungo 13,2 centimetri, finemente decorato e perfettamente conservato, databile al V secolo a.C.
L'elemento decorativo più evidente è una testa maschile scolpita nella parte superiore, interpretata come un'erma di Dioniso. Nella sezione centrale compare, invece, la rappresentazione di un fallo eretto, iconografia nota nel mondo greco ma raramente rinvenuta su strumenti di questo tipo.
Il V secolo a.C., epoca alla quale è stato datato l'oggetto, fu un periodo di grande vitalità culturale per l'antica Gela. Per la città si tratta di un rinvenimento che amplia il quadro delle conoscenze sulle attività artigianali attive nel territorio e testimonia la presenza di produzioni ceramiche dotate di strumenti specialistici. Il ritrovamento è avvenuto nell'ambito degli scavi disposti dalla Soprintendenza di Caltanissetta e condotti con la direzione scientifica dell'archeologo Gianluca Calà, incaricato dal comune di Gela.
"Lo stilo era una sorta di penna, serviva a scrivere sulla tavoletta d'argilla con una punta all'estremità inferiore e ad eventualmente cancellare con una spatola in quella superiore. - Ha spiegato l'archeologo Gianluca Calà. - La cosa straordinaria di questo oggetto, probabilmente un unicum, è la sua forma a Erma di Dioniso. Le più importanti erme sono quelle che accompagnavano l'ingresso nell'acropoli di Atene, di importanza fondamentale nella storia e la politica di quella città".
"Questo stilo rappresenta davvero un unicum nel panorama archeologico del tempo. - Ha detto la soprintendente per i Beni culturali di Caltanissetta, Daniela Vullo. - Probabilmente utilizzato come dono alla divinità, per le sue peculiarità, merita di essere esposto e restituito alla pubblica funzione".
Le indagini archeologiche, inoltre, hanno permesso di individuare un vasto quartiere ellenistico, attualmente in fase di approfondimento.

Fonti:
finestresullarte.info
telemistretta.it
agi.it

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...