sabato 24 novembre 2012

Dzibanche, i Maya dopo...i Maya

Affreschi murari ritrovati a Dzibanche
Un affresco con frammenti di stucchi policromi, appartenente ad una delle dinastie più antiche e importanti dei Maya di Dzibanche, il sito archeologico più vasto dello stato messicano di Quintana Roo, è stato recentemente scoperto dall'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia. Questi affreschi rivelano che Dzibanche fu abitata fino al XIII secolo, due secoli sopo il cosiddetto "collasso" della civiltà maya.
Questi risultati sono venuti alla luce alcuni mesi fa, quando gli archeologi hanno ripreso in esame gli scavi dell'archeologo Enrique Nalda sulle metropoli maya. L'insediamento di Dzibanche ha avuto il suo culmine nel Periodo Classico (250-1000 d.C.), durante il periodo di governo della dinastia Kaan, una delle dinastie maya più antiche e più importanti.
L'archeologa Sandra Balanzario, responsabile del progetto di ricerca a Dzibanche, ha affermato che la città risulta essere stata abitata fino al 1200-1550 d.C.. Tra gli oggetti ritrovati, un piatto volutamente frantumato durante la celebrazione di un rituale e depositato come offerta. Il piatto è decorato con la raffigurazione dei fratelli "Testigo Cielo", tra i governanti più noti della dinastia Kaan.
Oggetti in giada ritrovati come offerta nel Tempio del Gufo
I ritrovamenti effettuati sono importanti soprattutto per la datazione che offrono sulla vita della città. Finora si era, infatti, pensato che la dinastia Kaan si fosse stabilita a Dzibanche durante il periodo Classico e che nel Periodo Tardo Classico (600-800 d.C.) si fosse, invece, spostata a Calakmulk. I nuovi ritrovamenti, invece, stabiliscono una linea di continuità nel governo di Dzibanche da parte della famiglia Kaan.
In una piazza della città è stato scavato, dall'archeologo Enrique Nalda, un complesso architettonico caratterizzato da diverse stanze con una sorta di marciapiede interno. Probabilmente, pensano gli archeologi, si tratta della residenza della famiglia Kaan. Accanto al complesso, nel Tempio di Cormoranes, è stato riportato alla luce un altro affresco del periodo classico, con l'iconografia della montagna sacra, in cui viene narrata la storia delle origini della famiglia Kaan a legittimarne il potere dinastico sulla città maya.
I complessi monumentali di Dzibanche sono molto simili a quelli di Tikal. Alcuni di questi complessi monumentali sono definiti piramidi-tempio e sono caratterizzati da uno stile che iniziò a comparire nel VII secolo d.C. e fu utilizzato fino a tutto il XII secolo. Il nome Dzibanche significa "scrittura sul legno" e deriva dal fatto che il cosiddetto Tempio VI ha un grande architrave in legno di quebracho che reca, incisi, otto glifi datati al 618 d.C..

Scavi a San Severo a Classe

Classe, momenti di scavo
a S. Severo
Il 17 aprile del 967 d.C. l'imperatore Ottone I restituisce al papa la città di Ravenna e il suo territorio, all'epoca nelle mani dell'arcivescovo ravennate. La cerimonia si svolge nel monastero di S. Severo a Classe.
Il monastero viene, poi, definitivamente abbandonato nel XV secolo e, da allora, nessuno ne aveva più avuto notizia fino a che, nel 2006, l'Università di Bologna unitamente alla Fondazione RavennAntica e in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna, ha cominciato a far emergere le tracce dell'antico e dimenticato luogo di culto.
Ma la storia del luogo dove sorse, un tempo, il monastero, risale al I secolo d.C., all'epoca di Augusto. Il complesso cambiò diverse volte destinazione d'uso, fu una villa, poi un mausoleo, quindi una basilica e, infine, un monastero fuori Ravenna, prima e nella scomparsa città di Classe, poi.
Il primo nucleo del monastero fu sicuramente una villa, costruita in aperta campagna, poco distante da un cimitero. Si tratta di un complesso di notevole ampiezza, dotato di mosaici geometrici a tessere bianche e nere. Gli scavi di questo primo nucleo sono ancora in corso, ma gli archeologi hanno appurato che la villa era dotata di terme private (sono stati ritrovati una vasca e un ambiente riscaldato) ed aveva preziose sculture, stucchi ed affreschi.
Resti del campanile di San Severo
La villa fu ampliata nel corso dei secoli (II e III secolo d.C. ed anche IV e V secolo d.C.): si aggiunsero mosaici e un ambiente absidato. Il V secolo, in particolare, fu un momento importante nella vita del complesso abitativo. Una parte dell'edificio va irrimediabilmente in rovina, detriti e terra si accumulano senza che nessuno li rimuova. In altri ambienti del complesso, invece, viene costruito un edificio rettangolare con un ingresso affiancato da due colonne e un'abside sul lato opposto. Si tratta di un mausoleo, nel quale viene sepolto San Severo, come attestano i due mosaici con iscrizioni ritrovati negli anni '60 del secolo scorso.
San Severo fu uno dei primi vescovi di Ravenna che, nel 342 partecipò ad un'assemblea di vescovi in Bulgaria. L'unica testimonianza della sua esistenza è una firma in calce al resoconto di quest'assemblea. San Severo fu, forse, seppellito nel cimitero che si trova nei pressi della villa romana.
Veduta aerea degli scavi della basilica tardo antica
Ma i cambiamenti che il V secolo apporta a Ravenna ed al suo circondario non finiscono qui. La città, infatti, viene scelta come residenza imperiale d'Occidente e questo fa sì che si ponga mano ad una revisione dell'impianto cittadino che viene arricchito con nuovi edifici e viene circondato di nuove mura, molto più ampie delle precedenti. All'interno della città cominciano a crescere nuove basiliche che soppiantano circhi e terme in importanza e necessità. Il progetto urbano prevede, inoltre, la creazione di un porto per Ravenna e per lo scopo viene individuato un suburbio a sud dove nasce la città di Classe, anch'essa circondata di mura importanti.
Classe è attraversata da un canale che la collega a Ravenna e viene dotata anch'essa di monumenti di carattere religioso, come la grande basilica Petriana e il mausoleo di Severo, non lontano dal tratto meridionale delle mura. Nel frattempo vengono monumentalizzate le sepolture di Severo e Apollinare, primo vescovo di Ravenna, che verranno trasformate in vere e proprie basiliche nel VI secolo.
Una delle sepolture ritrovate accanto a San Severo
Verso la fine del VI secolo è il culto di Severo a prevalere e l'arcivescovo Pietro III (570-578) fa costruire una grande basilica che sarà terminata dal successore Giovanni II (578-595). Si tratta di una chiesa di dimensioni notevoli, lunga più di 60 metri a tre navate separate da 12 colonne sormontate da preziosi capitelli. La chiesa è dotata anche di un'abside adorna di un mosaico con tessere in marmo (opus sectile). La basilica viene affiancata la mausoleo del santo che rimane visitabile. La basilica di San Severo diventa, praticamente, la gemella di quella dedicata a Sant'Apollinare a Classe.
Nel VII secolo Classe affronta le prime innovazioni, dovute alla crisi del commercio marittimo: terminano le importazioni di olio, grano e stoviglie dall'Africa; di vino dalla Grecia e dalla Palestina e di molti altri prodotti ancora. Classe perde sempre più importanza. I magazzini dove, un tempo, si raccoglievano le anfore che arrivavano via mare, vengono destinati sempre più ad abitazioni private oppure a sepolture. Alla fine del VII secolo, Classe diventa una città vera e propria, perdendo le sue connotazioni di porto di Ravenna. Con il tempo, lentamente, finirà per cessare anche come città. Le invasioni Longobarde ed un forte terremoto nell'VIII secolo la priveranno del suo centro religioso più importante, la basilcia Petriana.
Classe, strada basolata dell'epoca di Teodorico
Nel 995, attorno alla chiesa di San Severo si installa un monastero benedettino di cui è abate, all'epoca, Gregorio. Il monastero è dotato di un chiostro, che è il centro funzionale e fisico del complesso. Attorno al chiostro si srotolano gli edifici in cui i monaci vivono ed operano.
Gli archeologi sono riusciti ad individuare e scavare la cucina, le cantine, il refettorio, la sala capitolare che restituiscono l'immagine di un complesso piuttosto esteso, all'altezza della basilica alla quale si affianca.
Nell'XI e nel XII secolo l'intero portico che circonda il chiostro viene riparato con mattoni antichi reperiti dalle macerie di Classe, viene ampliata la sala capitolare che viene anche decorata con mosaici. Lo scavo ha restituito anche le tracce della produzione di oggetti in ferro e in osso in un ambiente esterno al monastero. Nel XII secolo viene, inoltre, aggiunto il campanile in mattoni. Gli scavi hanno individuato anche una fornace per la fusione delle campane all'esterno del monastero.
Nel XIII secolo ai benedettini subentrano i cistercensi ed il chiostro del monastero mostra tracce di un ridimensionamento. Su tutti e quattro i lati viene costruito un portico e al centro del chiostro è installato un pozzo. Parte della canalizzazione viene realizzata utilizzando parti di sculture tardo antiche.
Parco Archeologico di Classe
Durante gli scavi di quest'anno è venuta alla luce una tomba piuttosto singolare: si tratta di una fossa di dimensioni notevoli, segnalata da un blocco di calcare. All'interno è stato trovato un solo scheletro, quello di un uomo di almeno due metri di altezza. Gli archeologi pensano si tratti del primo abate cistercense, un certo Guido. Altre sepolture si trovano intorno alla sala capitolare.
Un'altra scoperta sicuramente rilevante è stata quella relativa ad una costruzione separata dal complesso religioso, un ambiente molto grande che, al momento, si ritiene essere una fonte monumentale, dal momento che dietro la facciata è stata ritrovata una vasca con un pavimento in mattoni. Dopo il XIII secolo parte di questo edificio venne adibito a discarica dalla quale sono stati recuperati pezzi in ceramica e vetro.
Nel 1821-1822 viene demolita la settecentesca chiesa di S. Severo ed i ruderi del campanile medioevale restano per molto tempo le uniche testimonianze del complesso ecclesiastico scomparso. Le prime campagne di scavo datano al 1964, al 1967 e al 1981 e 1991, e riportano alla luce i muri di fondazione e i pavimenti musivi della basilica tardoantica.
Gli scavi continueranno sicuramente il prossimo anno ed è stato studiato un progetto destinato ad inserire il monastero nel Parco Archeologico di Classe, in fase di realizzazione

mercoledì 21 novembre 2012

Cimitero romano nel Somerset

Una delle sepolture ritrovate nel Somerset
Un cimitero romano, con diverse sepolture, è stato ritrovato durante i lavori per una nuova rete idrica nel Somerset. Tra gli scheletri ritrovati, ve n'è uno, contenuto in una bara, parzialmente conservato con il suo contenitore funebre.
Il cimitero più che ad un centro abitato sembra essere associato ad una villa e potrebbe essere, pertanto, il luogo dell'ultimo riposo di un proprietario terriero e della sua famiglia. I resti sono orientati nord-sud, con la testa a nord, una pratica di sepoltura pre-cristiana.
I reperti ritrovati nelle sepolture comprendono circa 9.000 pezzi tra ceramiche e spille, oltre ad una moneta di Costantino il Grande e ad un perno di età romana.

martedì 20 novembre 2012

Turchia preistorica

La Valle di Levant, in Turchia
Recenti indagini archeologiche e geologiche nella Valle di Levent, nella provincia orientale di Malatya, in Turchia, hanno rivelato tracce di vita risalenti al Neolitico.
La Valle di Levent, con i suoi 28 chilometri di lunghezza, è un luogo estremamente interessante per le sue formazioni geologiche. Vi sono grotte grandi e piccole scavate dall'uomo, in cui sono ancora visibili le tracce del passaggio di comunità umane.
Nella Valle vi sono tracce della presenza ittita, romana, selgiuchide e ottomana. Gli archeologi hanno mappato la Valle ed hanno individuato 26 aree di rilevanza geologica e ben 20 villaggi neolitici, dove la gente viveva coltivando piante da frutto, fagioli e ceci.

Sorprendente Villa del Casale

Villa del Casale, resti di pavimento musivo
Si torna a scavare nella Villa Romana del Casale. Si pensa di aumentare l'area scavata a sud del sito archeologico, dove peraltro sono emersi, la scorsa estate, altri reperti: una vasca absidata, un pavimento musivo di oltre 80 metri quadrati e numerosi affreschi ben conservati.
Al di sopra dello strato romano, coevo alla costruzione della villa, è stato individuato uno strato medioevale. Gli archeologi saranno a breve impegnati nel collegare gli attuali scavi verso l'ingresso originario monumentale del sito archeologico e la pars fructuaria, dove si trova un granaio che era funzionale alla lussuosa residenza.
Nelle Terme Sud, di età tardo antica, intanto, è emerso un quartiere artigianale di età islamica.
Le terme appena scoperte erano grandi come le Terme Nord e costituite da un grande vano rettangolare con vasca absidata rivestita interamente a mosaico e da un altro settore, un tempo dotato di pavimento musivo, formato da due vani riscaldati con il metodo delle suspensurae. A nord del complesso, inoltre, è stata ritrovata una scritta in mosaico che recita: "Triptona Bibas".

Antiche tracce dell'uomo in Gran Bretagna

Gli scavi di Meadows Lunt, in Gran Bretagna
E' stato ritrovato, in Gran Bretagna, un sito di quasi 8000 anni fa, dal quale sono emerse, finora, tre case. Gli archeologi pensano che questo sito possa addirittura far riscrivere la storia del Paese. Il ritrovamento è avvenuto nella località di Meadows Lunt.
Le fondamenta delle tre case ritrovate sono conservate fino ad un metro di profondità, insieme a resti di diversi strumenti e tracce di focolari. L'eccezionalità della scoperta sta nel fatto che gli archeologi hanno sempre pensato che, in Gran Bretagna, durante il Mesolitico, gli umani fossero nomadi. A Meadows Lunt, invece, è apparso un insediamento stabile. Nel Mesolitico la Gran Bretagna si era appena separata dal nord Europa ed aveva acquisito l'aspetto di un'isola qual'è ora.
Il sito di Meadows Lunt non è ancora stato scavato per intero e gli archeologi si preparano a raccogliere quanti più dati possibili sulla datazione di quanto va emergendo dal terreno. L'impianto delle case si è conservato proprio per il fatto di essere stato praticamente seppellito dal terreno. Molti sono gli oggetti in pietra ritrovati all'interno delle abitazioni, alcuni dei quali si ritiene servissero a conciare le pelli. I reperti vengono catalogati in loco e saranno in futuro esposti al Liverpool Museum.

lunedì 19 novembre 2012

Frammento dipinto scoperto a Sovana

Dopo lo smottamento di terreno avvenuto in seguito alle piogge dei giorni scorsi, è emersa una parte di un manufatto in tufo con decorazione in stucco rosso nelle immediate vicinanze della tomba monumentale Pola a Sovana, in provincia di Grosseto.
Il frammento è piuttosto grosso ed è parte di una tomba che potrebbe risalire allo stesso periodo della tomba Ildebranda. 

Restituiti frammenti dei marmi di Ascoli Satriano

Il Trapezophoros con i grifoni
Altri 150 frammenti di marmo del IV secolo a.C. sono stati restituiti dal Getty Museum all'Italia. Si tratta dei frammenti della tomba di Ascoli Satriano, dove, nel 1978, è stato scavato di frodo il Trapezophoros, un oggetto unico al mondo, con due grifoni che sbranano una cerva, restituito anch'esso all'Italia nel 2007.
I frammenti del Trapezophoros sono al Museo Nazionale Romano, dove saranno studiati dall'ex soprintendente di Roma Angelo Bottini, da Piero Guzzo (ex soprintendente di Pompei) e da Stefano Gasparri, docente alla Sapienza.
Il Getty Museum aveva individuato, attraverso una revisione di quanto contenuto nei suoi magazzini, i preziosi frammenti.
Il Direttore Generale per le Antichità, Luigi Malnati, ha dichiarato: "Ora da Ascoli saranno trasportati a Roma i sette vasi di marmo pieni usati da elementi di architettura, mai visto prima qualcosa di simile, che erano con il sostegno di tavola dei grifoni e con il Podanipter, bacino marmoreo per lavare i piedi, dipinto con il trasporto delle armi di Achille: una pittura che anticipa la pratica di due secoli".
Il Podanipter
Il Getty Museum acquistò gli oggetti e un bellissimo Apollo con un grifone del I secolo d.C., da Maurice Tempelsman, miliardario grazie ai diamanti, che Paolo Giorgio Ferri, il giudice che con due marescialli dei carabinieri ha risolto il caso, reputa essere solo un prestanome del museo.
I tesori di Ascoli Satriano provengono dal territorio dell'antica Ausculum, in provincia di Foggia. Si tratta degli anzidetti grifoni policromi in marmo e di altri reperti che tombaroli senza scrupoli hanno saccheggiato e rivenduto all'estero. L'eccezionalità di questi reperti sta sia nella fattura che nella straordinaria qualità del marmo, cristallino e trasparente, scavato nell'isola greca di Paro.
Tutti i manufatti sembrano rappresentare, in modo straordinario, la versione monumentale di un servizio funebre, le cui forme richiamano la raffinata ceramica italiota del IV secolo a.C.. Il grande cratere di marmo conserva anch'esso tracce di policromia, ma anche l'impronta in negativo di una decorazione in oro rappresentante foglie di edera. Il Podanipter, tipico bacile per uso cerimoniale, conserva ancora, al suo interno, la splendida scena del trasporto delle armi di Achille da parte delle Nereidi. Questo bacile presenta elementi di affinità con le pitture del Sarcofago delle Amazzoni, uno dei più alti esempi di pittura magno-greca del IV secolo a.C.
Il sarcofago delle Amazzoni
Non si è ancora completamente certi della destinazione d'uso di questi eccezionali reperti. Molto probabilmente costituivano il corredo di una tomba a camera della seconda metà del IV secolo a.C.. L'incavo presente nella parte superiore del cratere porterebbe a pensare che sia stato utilizzato come cinerario (come alluderebbe la presenza della corona aurea applicata alla vasca).
Il marmo con cui sono stati fabbricati questi oggetti è per la maggior parte delle cave di Stephani, sull'isola di Paros. Le mensole sono delle cave di Lefkes, sempre a Paros. Il sostegno con i grifi è di marmo di Aphrodisia. I marmi sono decorati con diversi colori: rosso, rosso-violetto, azzurro, rosa, bianco, beige, giallo, marrone, verde.
Per dipingere questi straordinari reperti sono stati utilizzati tutti i colori presenti nella pittura del bacino del Mediterraneo: la cuprorivaite (blu egiziano o azzurro pompeiano) per gli azzurri; il cinabro e l'ematite per i rossi; la cerussite e il caolino per il bianco; la malachite per il verde; la goethite per il giallo dorato. Il violetto è ottenuto da una lacca composta da un colorante di origine vegetale - la robbia - estratta dalla Rubia tinctorum, assorbita su calcite. La tonalità del colore dipende dal grado di macinazione dell'elemento da cui si ricava.

domenica 18 novembre 2012

Il misterioso vaso di Dueno

Il vaso di Dueno
Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti "oggetti parlanti" ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un'iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l'altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.
Il vaso venne ritrovato in un deposito votivo sul Quirinale, nel 1880. In merito al suo utilizzo gli studiosi dell'epoca non erano concordi. Nel 1958 Peruzzi attribuì al reperto un uso in ambito sacrale. Peruzzi era un ottimo conoscitore del latino arcaico e diede anche una sua traduzione della scritta che compariva sul vaso: "chi mi rovescia scongiura gli dei affinché fanciulla non ti conceda i suoi favori se non vuoi essere soddisfatto per opera di Tuteria". Nel 1959 un'altra traduzione venne fatta da E. Gjerstad: "che la tua ragazza possa essere amabile con te, non starti vicina se tu non la conquisterai servendoti della assistenza".
Sviluppo della scritta sul vaso di Dueno
Negli anni '60 e '70 Dumezil, grande cultore della religione romana, esaminò attentamente il vaso e, cercando di contestualizzarlo, fornì una nuova traduzione della scritta: "colui che mi manda giura gli dei che se succede che la ragazza non abbia nei tuoi confronti un buon carattere facili rapporti ce ne venga l'obbligo a noi di far sì che l'accordo si stabilisca per voi".
Filippo Coarelli, verso la fine degli anni '80 rifiutò completamente le traduzioni fino a quel momento proposte e "salvò" solo l'ipotesi che il vaso potesse costituire un'offerta sacra, identificando Tuteria, nome che compariva nella frase del vaso, come una delle tante personificazioni della dea Fortuna, questa volta con caratteristiche ctonie ed erotiche. Quest'ipotesi era ulteriormente confortata dal fatto che il vaso era stato ritrovato nel luogo in cui, anticamente, sorgeva un santuario che, forse, era dedicato alla Tike Euelpis. Coarelli propose che il misterioso reperto poteva essere stato dedicato alla dea Tutela, un aspetto della Fortuna. Il santuario dedicato ad una degli aspetti della Fortuna, la Tike Euelpis, è conosciuto solo attraverso le fonti letterarie, le quali ne attribuiscono la costruzione a Servio Tullio. Del resto proprio il culto in genere della dea Fortuna si collega a Servio Tullio, soprattutto per quanto riguarda la celebrazione dei Matralia, festività annuale che si celebrava nel foro Boario, nel santuario dedicato ad un altro aspetto della Fortuna, santuario che la tradizione vuole essere stato fondato dallo stesso re. Il santuario della Fortuna venerata nei Matrialia aveva il nome di Fortuna Vergine e si trovava accanto al santuario di Mater Matuta. Durante la celebrazione di questa festività, le madri romane raccomandavano a Matuta i figli delle proprie sorelle e, forse, anche i figli dei propri fratelli, celebrando un rito di appartenenza della famiglia ad una particolare gens.
In rosso l'area del foro Boario
Proprio per questo si pensa che il vaso del Quirinale fosse stato dedicato in ambito cultuale, in un rito connesso a quello matrimoniale poiché attinente al sistema di relazioni che si instaurava con il matrimonio tra la gens del padre e la gens del marito della donna.
Gli anni '90 portarono una nuova proposta di traduzione, da parte del Pennisi: "giura per gli dei chi mi acquista e dice a se stesso: se verso di te ridente non sia la vergine, ma tu con doni nuziali come marito vuoi pattuirla. Dueno mi fece per un degno, e da Dueno indegno non mi terrà". Quest'ultima parte di questa nuova traduzione venne, in seguito, sviluppata in un'altra proposta di interpretazione: "non sia fatto del male a me (è il vaso che "parla") e a ciò che è consacrato". Gli studiosi ricordano un passo di Terenzio in cui si narrava di un giovane sposato per imposizione paterna, che si vedeva riconosciuto il diritto di ripudiare la sposa nel caso in cui ella si fosse comportata male e il matrimonio non fosse stato consumato. Qui siamo in ambito giuridico, più che religioso oppure oltre che religioso, essendo il diritto arcaico fortemente influenzato dalla sfera religiosa, alla quale chiedeva, per esempio, in prestito le formule di giuramento.
I colli di Roma e la loro dislocazione
Il testo del vaso di Dueno viene sempre più inquadrandosi come un giuramento arcaico, una formula cristallizzatasi nel corso dei decenni che, probabilmente, non potrà mai essere tradotta con precisione. Il vaso resta, comunque, la più bella dimostrazione di come, già nel VII secolo a.C., i nostri antenati avevano una tradizione cultuale ben articolata, con i suoi riti sacri, i sacerdoti, le formule da mandare a memoria, i codici.
Osvaldo Sacchi ha proposto, differentemente dal Coarelli, l'ipotesi che il misterioso vaso potesse essere collocato nell'area in cui un tempo sorgeva il tempio del dio Fidius, fondato da Tito Tazio. Questo tempio si trovava, secondo la tradizione, anch'esso sul Quirinale. Fidius era la divinità che presiedeva ai giuramenti e che in alcuni calendari, stilati nel periodo precedente ai tempi di Cesare, si celebrava il 9 di giugno. In questo caso il dio Fidius e la dea Fides non erano tanto due divinità distinte, quanto espressione dello stesso culto in epoche differenti. Fidius starebbe per filius e Dius Fidius sarebbe da ricollegarsi ad un arcaico Diovis filius (parallelo al greco Dios kouros). Il figlio al quale le fonti antiche si riferivano era Ercole, omologo del sabino Sancus. Ovidio fornisce il nome completo del Dius Fidius, che è: Semo Sancus Dius Fidius. Il suo tempio, appunto, era sul Quirinale ed era considerato antichissimo.
Anticamente, nell'area laziale, prima della diffusione delle tavole matrimoniali, le parti si scambiavano dei pegni sui quali dichiaravano, in forma di promessa, di consentire lo sposalizio individuando anche dei garanti che testimoniassero della promessa fatta. I vasi, oggetti di uso comune, dunque, potevano essere utilizzati con funzione documentale, specialmente in età arcaica.
Se, quindi, non è ancora concorde l'opinione degli studiosi sulla traduzione della scritta sul vaso di Duenos, è però certa la sua attribuzione ad un uso sacrale nell'ambito di un matrimonio tra persone di alto lignaggio e potrebbe essere stato deposto alla fine di un rito matrimoniale in qualità di documento probatorio dell'impegno del padre della sposa. E', in sostanza, una forma di promessa o obbligazione unilaterale.
Il testo dell'iscrizione è il seguente:
IOVESATDEIVOSQOIMEDMITATNEITEDENDOCOSMISVIRCOSIED
ASTEDNOISIOPETOITESIAIPAKARIVOIS
DUENOSMEDFEKEDENMANOMEINOMDUENOINEMEDMAOSTATOD

sabato 17 novembre 2012

Scoperta un'antica città sull'isola di Creta

Estrazione di un sarcofago romano a Krousona, non
lontano da Koupos e da Hiraklion
Uno scavo archeologico appena aperto nel sito di Koupos, non lontano dalla città cretese di Hiraklion, sta già rivelando sorprendenti scenari. Gli studiosi erano a conoscenza del fatto che qui sorgeva un'antica città, della quale, però, non si conosce il nome.
Lo scavo in questo luogo è stato reso possibile dalla collaborazione tra la Soprintendenza alle Antichità Preistoriche e Classiche e il comune di Malevisi. Il sito era stato già parzialmente indagato negli anni Ottanta del secolo scorso.
Ora sono tornati alla luce i resti di un grande insediamento del Tardo Minoico (1200-100 a.C.), con edifici arcaici molto ben conservati e dotati di numerose camere. All'interno delle stanze sono state trovate delle basi di pietra che dovevano ospitare, con tutta probabilità, le colonne lignee che sorreggevano il tetto. Non solo: sono stati scoperti, in alcuni pozzi scavati nella roccia, utensili, lampade e statuine di animali che sembrano essere stati deposti, come offerta, per garantire la solidità degli edifici. All'interno delle stanze sono stati ritrovati resti di ceramica e di lampade.
Particolarmente interessante è una placca con rilievo in argilla rappresentante delle figurine femminili riccamente vestite, in piedi o sedute, delle figure maschili e dei Satiri. E' stato anche ritrovato il collo di un pithos del VII secolo a.C., decorato con un tema mitologico che sembra essere l'omicidio di Clitemnestra da parte di Oreste in presenza di Elettra.
Sappiamo che la città che sorgeva nel sito di Koupos era attiva ancora nell'VIII secolo a.C. e dal ritrovamento di ceramiche e tavolette, si può supporre che sia rimasta vitale fino al III-II secolo a.C.

Ritrovato lo scheletro di Riccardo III?

Un archeologo al lavoro sul luogo dove sorgeva la
chiesa di Greyfriars e dove sono stati scoperti
due scheletri, un uomo e una donna
Uno scheletro mutilato, portato alla luce in una chiesa medioevale di Leicester, Gran Bretagna, è in fase di analisi degli antropologi e degli archeologi, per stabilire se si tratti di Riccardo III, morto in battaglia nel 1485.
Lo scheletro è stato ritrovato dove un tempo si trovava il coro della chiesa di Greyfriars, che è andata perduta. Nel luogo dove un tempo sorgeva l'edificio religioso, recentemente, si stava per costruire un parcheggio. Documenti storici sembrano avvalorare l'ipotesi che Riccardo III sia stato effettivamente sepolto in quest'antica e perduta chiesa dopo essere stato ucciso in battaglia.
Diverse evidenze riscontrate sullo scheletro fanno pensare che si tratti della scoperta che gli archeologi inglesi aspettavano da tempo. Si tratta dello scheletro di un uomo adulto, con ferite sul cranio provocate, probabilmente, da un'ascia o da una spada. E' stata anche ritrovata, confitta nella spina dorsale del defunto, una punta di lancia. Inoltre lo scheletro mostra segni di scoliosi che avrebbe portato la spalla destra dell'uomo ad un livello superiore a quella sinistra. Questa particolarità corrisponde con quanto si conosce dell'aspetto fisico di Riccardo III.
Lo scheletro è ora sottoposto a diverse analisi e test, come la Tac, che permetterà ad archeologi ed antropologi di ricostruirne l'immagine tridimensionale e, in seguito, anche l'aspetto che il defunto doveva avere da vivo.
Nello stesso luogo, in precedenza, gli archeologi aveano ritrovato anche lo scheletro di una donna.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...