domenica 8 novembre 2015

Ceren, la Pompei di El Salvador

Alcuni degli edifici scavati dagli archeologi a Ceren, El Salvador
(Foto: ancient-origins.net)
Quasi 1400 anni fa il vulcano Caldera Loma, in El Salvador, esplose coprendo di cenere il piccolo villaggio maya di Ceren e conservandolo in ottime condizioni fino ai nostri giorni. Diversamente da Pompei, seppellita dalla cenere del Vesuvio nel 79 d.C. ed i cui abitanti sono stati sorpresi e per la maggior parte sono stati uccisi dalla cenere e dai vapori bollenti, gli abitanti di Ceren sono stati in grado di fuggire.
Da quando il villaggio è stato scoperto, nel 1978, gli archeologi hanno ipotizzato diverse cause per la distruzione di Ceren, prima di arrivare a scoprire che responsabile della stessa era stata un'eruzione vulcanica. Il ritrovamento offre uno sguardo su un panorama congelato nel tempo e sulla vita in un villaggio maya. Ceren è il villaggio maya meglio conservato di tutta l'America Latina.
Manufatto trovato nel villaggio di Ceren
(Foto: Università del Colorado)
A scoprire il villaggio è stato l'antropologo Payson Sheets, dell'Università del Colorado, il quale ha immediatamente sottolineato il parallelo con Pompei. Nel corso degli scavi la squadra del Dottor Sheets ha trovato tetti in paglia, vasi contenenti ancora fagioli e coperti da tessuti.
La popolazione di Ceren sembra essere vissuta in modo abbastanza libero, producendo architetture e religione apparentemente prive di costrizioni. Non sono state, finora, trovate prove di un'élite dominante. Il Professor Sheets ha ipotizzato che l'unica forma di interazione tra gli abitanti del villaggio con i governanti maya riguardava operazioni di mercato nella valle di Zapotitan. I prodotti eccedenti venivano scambiati con vasi policromi, coltelli di ossidiana ed asce di giada che venivano da notevoli distanze.
Gli archeologi hanno scavato 12 edifici, tra i quali strutture religiose ed un ambiente per sauna comunitaria, quartieri abitativi, magazzini, cucine e laboratori. Altri ancora devono essere scavati e analizzati. Finora non sono stati trovati resti di corpi umani. Negli scavi del 2009 si sono trovate tracce di coltivazione della manioca, utilizzata con tutta probabilità come cibo. Si tratta della prima e finora unica prova di coltivazione intensiva di manioca nel Nuovo Mondo. 

sabato 7 novembre 2015

Cina: la tomba dell'imperatore di 27 giorni

Le monete in bronzo trovate all'interno della sepoltura di Liu He, in Cina
(Foto: ancient-origins.net)
In Cina, nel 74 a.C., funzionari della Dinastia Han furono costretti a deporre l'imperatore in carica dopo soli 27 giorni di governo. I motivi furono la scarsa predisposizione dell'uomo e l'indulgenza nei piaceri effimeri. L'imperatore deposto morì cinque anni più tardi, per malattia, e venne sepolto in una tomba eccezionale come eccezionale fu il corredo che venne deposto con lui: oggetti in oro e argento, 10 tonnellate di monete di bronzo, strumenti musicali, carri e cavalli sacrificati per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Gli archeologi hanno recentemente scoperto tutto questo.
La sepoltura dell'imperatore detronizzato si trova nel cimitero di Haihunhou, vicino Nanchang. Lui si chiamava Liu He ed era nipote dell'imperatore Wu, considerato il più importante della dinastia Han, la quale governò il paese dal 206 a.C. al 25 d.C.. Liu He fu imperatore solo per 27 giorni, dal momento che si riteneva fosse di facili costumi e privo di talento. Dopo essere stato costretto a lasciare il trono gli venne conferito il titolo di Haihunhou, che vuol dire "marchese di Haihun".
Secondo diverse fonti furono numerose le nefandezze commesse da quest'imperatore, anche se non ne viene menzionata con precisione alcuna. Si dice che fosse incline ai piaceri della carne ma che fosse anche folle, il che indusse diversi funzionari reali a destituirlo.
Pittura parietale nella grotta di Mogao con la
raffigurazione dell'imperatore Wu, il più grande monarca
della Dinastia Han. Liu He era suo nipote
(Foto: Wikimedia Commons)
Il cimitero di Haihunhou è così importante che è stato inserito nel Patrimonio Unesco dell'Umanità. Gli archeologi ritengono che il sito sia stata, un tempo, la capitale del Regno Haihun, a nord dello Jiangxi. Il cimitero si estende su circa 40.000 metri quadrati di superficie e comprende otto sepolture, tra le quali anche quella della moglie di Liu He. Vi sono, inoltre, strade, templi commemorativi e un sistema di drenaggio. Oltre alle monete in bronzo, gli archeologi hanno trovato oltre 10.000 altri elementi in oro, bronzo e ferro, tavolette in legno e manufatti in giada.
I ricercatori hanno anche scoperto diversi strumenti musicali, tra i quali un carillon, uno strumento a 25 corde, cosiddetti flauti di Pan ed uno sheng, uno strumento a fiato simile alla zampogna. Vi erano anche delle figurine in terracotta che mostrano come si suonavano i diversi strumenti.
La tomba di Liu He è l'unica, a sud del fiume Yangtze, ad avere veicoli reali a grandezza naturale. Con i carri sono stati sepolti anche quattro cavalli e 3.000 accessori decorati in oro e argento. Questa scoperta, sostengono gli archeologi, può aiutare a comprendere lo status sociale, l'economia e lo stato della cultura ai tempi della Dinastia Han Occidentale. Non solo, ma potrebbe rivelare ulteriori notizie circa lo sviluppo della musica, il trasporto e l'evoluzione della scrittura. Esperti in archeobotanica e archeozoologia stanno studiando metalli, tessuti e testi storici per meglio documentare questa straordinaria scoperta.

I misteri di Haft Tappeh, in Iran

La volta della tomba reale di Haft Tappeh, in Iran (Foto: ancient-origins.net)
I resti di centinaia di corpi accatastati dietro un muro in rovina restano a testimonianza della terribile tragedia che si è svolta in un'antica città Iraniana. Gli archeologi hanno scoperto anche diversi artefatti relativi a questa città, chiamata Haft Tappeh. La scoperta della fossa comune, però, ha confermato che ci sono ancora diverse domande alle quali i ricercatori dovranno trovare risposta.
Scavano ad Haft Tappeh gli archeologi dell'Università di Mainz, guidati dal Dottor Behzad Mofidi-Nasrabadi. Sono stati loro a scoprire che gli antichi abitanti di Haft Tappeh caddero vittime di un massacro all'indomani di un assedio alla loro città. I morti, di cui sono stati trovati i resti scheletrici, vennero accatastati disordinatamente l'uno sull'altro dietro un muro.
Sepoltura elamita all'interno di un contenitore, Museo di Haft Tappeh
(Foto: ancient-origins.net)
Haft Tappeh è uno dei più importanti siti archeologici dell'Iran. Risale al II millennio a.C. e si trova a circa 15 chilometri a sud di Susa, nella provincia del Khuzestan. Il sito venne costruito su 14 tumuli di terra, il più alto di 17 metri. Sembra accertato che le strutture monumentali, i templi e i palazzi siano da attribuirsi ai re elamiti Tepti-Ahar e Inshushinak-shar-ilani. La città fiorì per circa un secolo, distesa su 250 ettari di terreno, diventando un centro importante dell'impero elamita. Commercio e scambi diplomatici con gli stati confinanti costituivano la linfa vitale della città. Dallo scavo degli archivi è emersa una tavoletta d'argilla che descrive proprio questi commerci e l'industria dell'artigianato. Gli archeologi hanno poi riportato alla luce un grande tempio, dedicato alla divinità elamita Kirwashir.
Gli scavi, inoltre, hanno scoperto una volta costruita sopra la tomba del sovrano elamita Tepti Ahar.
Lo ziggurat di Chogha Zanbil, vicino Susa (Foto: ancient-origins.net)
Il complesso funerario sotterraneo ha, quindi, svelato una camera reale contenente dei resti scheletrici che, però, non si sa se siano quelli del re e della sua famiglia. La parte settentrionale del complesso funebre conteneva sette scheletri, mentre la parte meridionale ne conteneva tre deposti in un luogo e altri dieci poco distanti, seppelliti uno sull'altro.
Gli archeologi pensano che le fondazioni e la presenza di una serie di cortili e stanze tra le rovine della città possano essere indicative della presenza di un antico ziggurat che, forse, un tempo sorgeva in questo luogo. Forse si tratta di uno ziggurat simile a quello di Chogha Zanbil, nei pressi di Susa, città sacra del regno di Elam.
Sono molti i reperti raccolti ad Haft Tappeh, tra cui statuette di argilla di dee della fertilità, vasi in ceramica, corredi funerari femminili, gioielli, coppe. Alcuni defunti furono sepolti in vasi, altri in bare di argilla.
Come molte antiche città andate in rovina, non si conosce quale sia stata la fine di Haft Tappeh. Gli archeologi ritengono che le strutture monumentali siano state progressivamente abbandonate e che le rovine vennero, in seguito, saccheggiate per costruire le fattorie della zona.

Isole del Capo Verde: lapidi e chiesa dell'età coloniale

I resti della chiesa scoperta a  Cidada Velha, nelle Isole di Capo Verde
(Foto: ancient-origins.net)
Le Isole di Capo Verde, situate nel sud dell'Oceano Atlantico, tra l'Africa e il sud America, sono state un importante centro per il commercio degli schiavi. Gli archeologi hanno scoperto, su una delle isole, una chiesa del XV secolo che è il più antico monumento religioso europeo dell'Africa sub-sahariana. Sotto l'edificio religioso, onorato con una grande lastra tombale, venne seppellito uno schiavo.
I coloni portoghesi fondarono la chiesa intorno al 1470, poco prima che le Isole di Capo Verde divenissero un fiorente mercato di scambio di prodotti ittici e di schiavi. Un paio di secoli dopo le isole vennero attaccate dai pirati.
Le isole vennero scoperte all'incirca nel 1400. Sono di origine vulcanica e si trovano a 500 chilometri circa ad ovest del continente africano. Non c'erano, sulle isole, mammiferi o alberi finquando vennero qui trasportati dai portoghesi nel 1456. I portoghesi non portarono solo piante e animali, ma anche missionari e schiavi che qui venivano raccolti per essere poi spediti nelle piantagioni di tutto il mondo.
Lastre tombali trovate al di sotto della chiesa di
Cidade Velha (Foto: ancient-origins.net)
Gli archeologi hanno trovato un vero e proprio cimitero sotto il pavimento dell'edificio religioso. Essi stimano che siano state sepolte qui più di mille persone a partire dal 1525. Sono state rinvenute anche diverse lapidi di dignitari locali, tra cui la grande lapide dello schiavo Fernao Fiel de Lugo, una sorta di "ministro del tesoro" della città di Cidade Velha, capitale delle Isole di Capo Verde, dal 1542 al 1557. Un'analisi preliminare dei corpi ha rivelato che la metà delle persone sepolte sotto la chiesa erano di origini africane, mentre l'altra metà era di origine europea. I ricercatori hanno intenzione, ora, di riesumare quel che rimane dei corpi per analizzarli con gli isotopi: in questo modo potranno conoscere meglio la storia di questa gente che proveniva dall'Africa. Vi sono ancora altre 22 città analoghe a Cidade Velha da esplorare nelle Isole.
Le Isole di Capo Verde furono presto oggetto di attacchi di pirati che assediarono gli isolani. Nel 1712 il corsaro francese Jacques Cassard portò un massiccio attacco a Cidade Velha che determinò il progressivo decadimento del centro urbano. Un ulteriore colpo all'economia delle isole fu la messa al bando della schiavitù nel XIX secolo.
Gli archeologi scavano a Cidade Velha dal 2007. La chiesa che hanno scoperto e indagato è ora visibile al pubblico.

lunedì 2 novembre 2015

Turchia, scoperta un'area religiosa sul Monte Latmos

La seconda area sacra di Monte Latmos (Foto: DHA)
Una nuova scoperta archeologica sull'antico Monte Latmos, nel sudovest della provincia turca di Mugla. Si tratta di un sito a destinazione molto probabilmente religiosa.
I ricercatori pensano che qui fosse adorato Zeus Agoraios, in analogia ad un altro luogo sacro vicino Obelisk, scoperto dalla Dottoressa Anneliese Peschlow. Il Monte Latmos è famoso per le pitture murali che sono state, recentemente, oggetto di restauro.

Toscana: sorprese dalla villa dell'Oratorio

Pavimento musivo con la caccia al cinghiale trovato nella villa romana
dell'Oratorio, vicino Firenze (Foto: archeologiavocidalpassato)
La villa romana dell'Oratorio, nel Comune di Capraia e Limite, in provincia di Firenze, doveva essere restaurata e musealizzata, ma i risultati ottenuti dall'Università di Pisa hanno convinto del contrario. E' stato scoperto un nuovo pavimento musivo con diverse decorazioni, tra le quali ottagoni con al centro figure animali e un busto umano.
La villa romana è un sito di eccezionale importanza. Il suo studio e quanto in essa è stato ritrovato ha fornito nuove informazioni sulla vita dell'aristocrazia senatoria tra il IV e il V secolo d.C.. In età tardo antica il complesso venne monumentalizzato. Un frammento di iscrizione informa che essa appartenne, in questo periodo, alla famiglia dei Vettii, forse allo stesso Vettio Agorio Pretestato corrector Tusciae et Umbriae prima del 362 d.C. e praefectus urbi nel 384 d.C., anno in cui morì.
Durante gli scavi fatti dal 2010 al 2014 sono stati scoperti una grande sala absidata con pavimento musivo policromo. Al centro di quest'ultimo è stato trovato un pannello con una scena di caccia al cinghiale. Proprio questo ritrovamento ha permesso agli studiosi di ricostruire la pianta di una nuova parte della villa. Questa doveva essere costituita da una struttura esagonale, con sale che si affacciavano su un ambiente centrale.
Busto umano all'interno di una cornice ottagonale sul pavimento
musivo della villa dell'Oratorio (Foto: archeologiavocidalpassato)
La prima ricerca sul sito risale al 1983, dopo alcuni scavi realizzati per un frutteto. Attualmente curano gli scavi gli archeologi dell'Università di Pisa, diretti dal Professor Federico Cantini e coordinati dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Il sito rivela la presenza di costruzioni già in età augustea e, si presume, queste si siano prolungate fino alla guerra greco-gotica del VI secolo d.C.. Dalla prima campagna di scavi emersero anfore, monete, suppellettili ed altri oggetti che oggi sono visibili nel Museo Archeologico di Montelupo. Le anfore testimoniano il consumo di vino locale e l'importazione, dall'Africa e dalla Betica, di prodotti della lavorazione del pesce, di olio e di olive.
Tra il materiale ritrovato vi sono anche alcuni elementi di condutture per il riscaldamento, elementi lapidei in calcare bianco, frammenti di intonaco dipinto con tracce di colore blu e rosso pertinente al crollo delle pareti. Diversi frammenti in vetro appartengono, invece, a lastre piane pertinenti a vetri di finestre, di colore verde tendente al giallo, trasparente. L'unica moneta rinvenuta in loco è un sesterzio in bronzo datato al 231-235 d.C.
E' stata anche trovata una lastra di marmo bianco, piuttosto frammentata, con iscrizione in lettere capitali che, anche se lacunosa, celebra un personaggio appartenente alla famiglia dei Vettii, di cui si menziona una costruzione o un'opera d'arte, forse un monumento in bronzo, in onore del celebrato. La presenza di Vettio Agorio Protestato è stata avvalorata dalle fonti per lunghi periodi proprio nelle terre di cui era proprietario in Etruria.
La località in cui sorge la villa romana è nota con la denominazione di "Oratorio", anticamente "Romitorio", annoverato, fin dal 1576, tra i possedimenti della pieve di Limite. All'epoca non rimanevano tracce visibili dell'antico insediamento romano.

Riapre al pubblico la Cappella di Teodolinda

(Fonte: Tempi.it) - "Fervidissima maestà di fede, famosa per le sue opere, sincera per umiltà, contrita nella preghiera, dedita alla generosità, legata all'obbligo della carità, provvida nella saggezza, ricca di misericordia, illustre per onestà, ricolma di tutte le virtù, soave nell'oratoria, acuta di ingegno, abbondante nel donare, giusta nel giudicare, misericordiosa nel parlare, amicissima di Cristo, sostenitrice del gregge cattolico, perenne nemica del diavolo, antagonista totale della sua sostanza eretica" (Sisebuto, re dei Visigoti di Spagna, in una lettera al figlio di Teodolinda)
Dopo un restauro durato sette anni, dal 16 ottobre al Duomo di Monza è aperta di nuovo al pubblico la cappella dedicata a Teodolinda. Un affresco a spirale risalente al XV secolo, attribuito ai fratelli Zavattari, e restituito agli antichi colori ricorda la storia della regina barbara che convertì al cattolicesimo la "nazione nefandissima" (così definita da papa Gregorio I) di quei longobardi scesi dalle terre germaniche che regnarono sulla popolazione goto-romana fra il 500 e l'800 d.C.
La storia di Teodolinda è considerata oggi secondaria, ma non lo fu per i contemporanei, se a lei la tradizione storiografica e la cultura popolare attribuirono un'importanza nell'opera di pacificazione nell'Italia dominata dai barbari pagani e ariani, insieme a Gregorio Magno, un papa certamente non secondario nella storia della Chiesa e dell'Occidente. (...)
Le immagini nella cappella degli Zavattari narrano in quarantacinque scene la vita della regina Teodolinda (il cui nome significa "scudo del popolo"), dal suo primo matrimonio con il re Autari fino alla morte. Per disegnare la vita di quella che venne definita dai contemporanei come un'instancabile pacificatrice, che convertì e integrò il popolo conquistatore, integrandolo ai goti-romani delle terre conquistate, l'iconografia dell'epoca trae ispirazione dalle vicende narrate in Historiae Langobardorum di Paolo Diacono, storiografo e maestro alla corte di Carlo Magno. Teodolinda, principessa bavarese, nipote del re longobardo Whaco, della stirpe di Leto, allevata nella famiglia cattolica di Gariboldo, re dei Bavari, viene ritratta da Diacono, attorno all'800, come un modello per i regnanti occidentali.
I popoli del nord erano completamente alieni al concetto di "persona" sviluppato nel II secolo dal vescovo Tertulliano e arrivato intatto almeno fino ai nostri giorni. Se alcuni di loro si erano convertiti nei decenni precedenti, non così i longobardi. La situazione politica e morale della classe dirigente pagana e ariana, all'arrivo di Teodolinda, può essere sintetizzata con un aneddoto non del tutto leggendario: la più nota regina che l'aveva preceduta, Rosmunda, moglie del re Alboino, aveva ordito l'assassinio del marito dopo essere stata costretta dal consorte ubriaco a bere vino dal cranio del padre.
Teodolinda fu sposa di Autari per un anno. Il re che aveva allargato i confini del regno sino a Reggio Calabria (non oltre la spiaggia: i longobardi avevano paura dell'acqua) morì avvelenato per una non insolita trama di corte e papa Gregorio I, che per convincere i barbari sapeva di non potere usare argomenti fini, ne approfittò per dichiarare che Dio l'aveva punito per aver bandito il battesimo cattolico. Narra Diacono che dopo la morte del marito Teodolinda, forte della sua discendenza letigia, poté conservare la regalità e scegliere come secondo marito il duca di Torino, Agilulfo, ariano e fedele alleato di Autari.
Quel matrimonio fu un bene per la Chiesa e per il popolo. Diacono racconta come dall'inizio del 700, sotto il governo di Agilulfo e poi sotto la reggenza di Teodolinda, in Italia si visse un quarto di secolo di buon governo, in pace e sicurezza. Fiorirono le arti e sorsero nuove chiese e i primi nuclei di importanti monasteri. Il patrimonio della chiesa rubato dai longobardi fu restituito dalla stessa Teodolinda, che insieme al marito aggiunse nuove importanti donazioni, tra cui il terreno che doveva servire al primo nucleo dell'Abbazia di Bobbio.
Questi atti, riportati da Diacono, sono descritti anche nell'ampio carteggio tenuto da papa Gregorio Magno con la regina longobarda fino alla sua morte. Rifacendosi a quelle lettere, nel 2008, papa Benedetto XIV aveva descritto il rapporto fra il pontefice e la regina longobarda come permeato da "amicizia" e "stima" reciproca. E non si può dire che per il papa fosse dovuto semplicemente all'amore paterno con cui redasse per la sua edificazione una delle sue opere più importanti, I dialoghi.
Sia politicamente che "pastoralmente", per Gregorio Magno la fede e le opere della regina longobarda, che definiva "figlia dilettissima" in una lettera al vescovo di Milano Costanzo, difendendola dai sospetti clericali e adducendo a "uomini malvagi" la difesa dello scisma tricapitolino, erano fondamentali. Anche per l'unità della Chiesa.

domenica 1 novembre 2015

Trovate tracce degli antichi costruttori di Stonehenge?

Il luogo in cui sorgeva l'antica casa "ecologica" vicina a Stonehenge,
all'interno dello spazio di un grande tronco d'albero
(Foto: University of Buckingham)

Un'altra scoperta straordinaria nei pressi di Stonehenge: la prima casa "ecologica". Non solo: è stato individuato anche un tunnel di circa tre chilometri correva a 20 metri dal reperto archeologico. Un tunnel che nasconde, forse, altri segreti sugli antichi frequentatori di Stonehenge.
La scoperta è stata fatta durante un recente scavo archeologico, condotto dall'Università di Buckingham, e potrebbe rivoluzionare la visione delle antiche popolazione del Mesolitico inglese, che finora erano ritenute condurre un'esistenza nomade.
Gli antichi abitanti di questa casa "ecologica" hanno utilizzato, come loro abitazione, una base gigantesca (ben 9 metri di diametro) di un grande albero. Le pareti di legno e di terra vennero rivestite con selce. L'enorme buca che conteneva le radici dell'albero venne rivestita di ciottoli e ricoperta con la pelle di animali. Un certo numero di grandi pietre sono state trovate poste accanto alle mura dell'edificio. Gli archeologi pensano che possano essere state una sorta di "accumulatori" di calore, riscaldati dal fuoco e posizionati nei pressi dei giacigli dove la gente riposava.
I ricercatori pensano che questa zona, chiamata Blick Mead, sia un luogo chiave per capire chi vivesse in Gran Bretagna dal 7600 al 4200 a.C.. Probabilmente si tratta degli antenati di coloro che edificarono il cerchio di Stonehenge. Il luogo venne scelto quasi certamente perché consentiva di godere temperature costanti durante tutto l'anno.

Un tesoro vichingo su un'isola danese

Parte del tesoretto trovato sull'isola danese di Zeeland (Foto: Museum Vestsjaelland)
Un archeologo dilettante ha fatto un ritrovamento sensazionale sull'isola di Omo, appena al largo della costa sud di Zeeland, la più grande delle isole della Danimarca. Si tratta di un raro tesoro d'argento, risalente all'epoca vichinga.
Il tesoro è stato scoperto a settembre di quest'anno, lo scavo, a cura del Museo di Vestsjaelland, è terminato da poco. Si tratta di un ritrovamento che potrà certamente, una volta adeguatamente studiato, fornire ulteriori particolari su uno dei periodi più antichi della Danimarca.

Archeologi studiano un misterioso tempio nell'Alto Egitto

Archeologi al lavoro nella tomba di
Gebelein (Foto: P. Witkowski)
Un gruppo di archeologi polacchi, che lavorano per il Centro Polacco di Archeologia Mediterranea dell'Università di Varsavia, ha iniziato lo studio di un tempio a Gebelein nell'Alto Egitto. Si tratta di un tempio composto da due camere, tagliato nella roccia, con le pareti ricoperte di decorazioni ed iscrizioni geroglifiche.
Il luogo, in realtà, era già noto alle autorità locali, ma nessuna missione archeologica finora l'aveva studiato, probabilmente per la cattiva conservazione delle decorazioni. Il tempio è dedicato a due divinità, una delle quali era sicuramente Hathor, venerata con il nome di Signora di Gebelein. L'altra divinità adorata potrebbe essere Amon-Ra. Purtroppo le rappresentazioni di questa divinità non sono ben leggibili. Molte delle immagini sono state distrutte al tempo del faraone Akhenaton, nel XV secolo a.C.
Mancano, poi, tra i pittogrammi, i nomi reali all'interno del tempio. I faraoni dell'Antico Egitto usavano mettere i loro nomi sui muri dei templi, specialmente su quelli esposti al pubblico. A volte si distruggevano anche precedenti iscrizioni per inserire le proprie.
Studi dettagliati sui rilievi e sulle iscrizioni hanno permesso di datare la costruzione del tempio e la prima fase della decorazione al regno della regina Hatshepsut (XV secolo a.C.). Vi è anche una rappresentazione del faraone donna e dei geroglifici che recano terminazioni femminili del nome del faraone. Ulteriori lavori nel tempio potranno fornire, pertanto, maggiori informazioni sul regno di Hatshepsut.

Trovato il "luogo di tutti i relitti" in Grecia

Parte di quanto trovato nel fondale dell'arcipelago di Fourni in Grecia
(Foto: news.discovery.com)
Archeologi subacquei hanno scoperto, in un piccolo arcipelago greco, ben 22 relitti di navi. La scoperta è opera di una spedizione congiunta greco-americana e l'arcipelago è quello di Fourni, composto da 13 tra isole ed isolotti situati tra le isole orientali del Mar Egeo di Samos e Icaria.
L'arcipelago di Fourni si trova al centro delle vie di comunicazioni marittime che collegavano, un tempo, l'Egeo al Levante. Di qui passavano le navi che, dalla Grecia, veleggiavano verso l'Asia Minore. Qui si fermavano le imbarcazioni per fare scalo. Un primo sondaggio ha permesso di individuare quattro o cinque relitti sul fondo marino dell'arcipelago.
Oltre metà dei relitti trovati risalgono al tardo periodo romano (300-600 d.C.). I relitti, nel complesso, spaziano dal periodo arcaico (700-480 a.C.) all'età classica (480-323 a.C.) e all'età ellenistica (323-331 a.C.) fino al medioevo. I carichi erano differenti tra loro: almeno tre dei relitti appartenevano a imbarcazioni che trasportavano anfore e vasi di età arcaica, provenienti da Samo, di anfore tardo romane e di altre cariche di salsa di pesce.
I relitti sono, probabilmente, frutto di un naufragio dovuto ad una forte tempesta. Secondo gli archeologi il numero dei relitti è destinato ad aumentare, dal momento che ad oggi è stato esplorato solo il 5 per cento delle coste dell'arcipelago.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...