lunedì 20 agosto 2012

La tomba del primo imperatore cinese

Uno dei guerrieri di terracotta ritrovati
a Xi'an nella tomba di Qin Shi Huang
E' rimasto sepolto, indisturbato, per duemila anni nelle profondità di una collina della Cina centrale, circondato da un fossato pieno di velenoso mercurio. Si tratta di un imperatore, il primo imperatore cinese, il cui nome era Qin Shi Huang, morto nel settembre del 210 a.C., dopo aver conquistato ben sei stati ed aver gettato le basi per la creazione di una prima, vera, grande nazione cinese.
La risposta ad una serie di misteri storici può trovarsi seppellita proprio con questo imperatore, nella sua tomba, per il momento non accessibile ai visitatori ma solamente agli studiosi.
Qin Shi Huang nacque nel 259 a.C., primogenito del re Qin, uno dei sei sovrani dei sei regni indipendenti che formavano, al tempo, la Cina. Questi regni erano stati, per anni, in guerra tra di loro ma Qin Shi, servendosi intelligentemente di una combinazione di forza militare, strategia e sfruttamento delle catastrofi naturali, conquistò tutti e sei gli stati, proclamandosi unico sovrano, imperatore della Cina. Gli studiosi stanno ancora discutendo sui dettagli di questi anni cruciali, sulle tattiche che hanno permesso a Qin Shi di fare quello che non era stato possibile ad altri prima di lui.
Alla sua morte, Qin Shi Huang venne seppellito nella tomba più sfarzosa e complessa che fosse stata mai costruita in Cina, un vasto complesso sotterraneo di caverne che contenevano tutto ciò di cui l'imperatore avrebbe avuto bisogno nell'aldilà. Tra queste cose, l'imperatore volle circondarsi di riproduzioni in argilla dei suoi eserciti, delle sue concubine, degli amministratori e della servitù che, in vita, avevano costituito la sua corte.
Questa grande ed insolita corte fu casualmente scoperta nel 1974 da un gruppo di agricoltori che stavano scavando dei pozzi vicino Xi'an. Gli archeologi hanno scavato il sito per oltre 40 anni, scoprendo, finora, 2.000 soldati di argilla, ma gli esperti sostengono che l'esercito di Qin Shi ne contasse addirittura 8.000.
I ricercatori devono ancora aprire la sepoltura monumentale che contiene le spoglie del primo imperatore cinese. La decisione di aprire ed esplorare il tortuoso sistema di cunicoli e camere che compongono l'ultimo soggiorno terreno di Qin Shi, è una decisione che spetta al governo cinese. Molto dipende anche dalla necessità di preservare intatta la sepoltura e dalla disponibilità di tecnologie avanzate per conseguire questo risultato.
Antiche fonti narrano che Qin Shi aveva addirittura creato un intero regno sotterraneo, con tanto di palazzo reale con un soffitto che imitava il cielo notturno, con perle al posto delle stelle. Gli esperti pensano anche che, da qualche parte, ci siano anche una sorta di harem reale in terracotta. Si crede, poi, che la tomba del primo imperatore sia circondata da fiumi di mercurio liquido, che gli antichi cinesi ritenevano potesse garantire l'immortalità. E proprio la probabile presenza di questo fossato pieno di mercurio è una delle ragioni per le quali gli archeologi non hanno ancora proceduto all'esplorazione della tomba che, se tutto ciò fosse vero, sarebbe estremamente pericolosa. Campioni di terreno prelevato all'intorno hanno dato una presenza di mercurio estremamente elevata.

Siccità e crollo delle civiltà

Polline antico e del carbone conservati nei sedimenti nascosti nelle profondità del Delta del Nilo documentano oggi la siccità della regione e gli incendi che la funestarono molti secoli fa. In particolare questi sedimenti svelano una terribile siccità di 4200 anni fa, associata con la fine dell'Antico Regno, l'epoca storica durante la quale fu costruita la Grande Piramide.
Christopher Bernhardt, ricercatore della U.S. Geological Survey, ha affermato che lo studio che sta conducendo rivela che l'evoluzione delle società è spesso legata a filo doppio alla variabilità del clima. Di questi mutamenti climatici furono vittime gli stessi faraoni che fecero costruire le piramidi. Proprio la disponibilità d'acqua fu il tallone d'Achille del cambiamento climatico nell'Egitto dell'Antico Regno.
I ricercatori si sono serviti del polline e del carbone ritrovato in un nucleo di sedimenti prelevati nel Delta del Nilo. Il campione risale a circa 7000 anni fa. Hanno anche esaminato la presenza e la quantità di carbone di legna, dal momento che, durante i periodi di siccità, gli incendi sono solitamente all'ordine del giorno. I ricercatori pensano che la percentuale di polline nelle zone umide diminuisca durante i periodi di siccità in concomitanza con l'aumento della presenza di carbone.
E' stato accertato che una estesa e grave siccità, con pesantissime ripercussioni sociali, si è avuta 4200 anni fa circa. Questa siccità ha avuto come conseguenza una serie di carestie che, alla fine, hanno giocato un ruolo determinante nel porre termine all'Antico Regno e nel far segnare una battuta d'arresto per quel che riguarda altre civiltà del Mediterraneo.
Attraverso i campioni di polline e carbone, inoltre, è stato possibile arrivare a determinare altre due grandi periodi di siccità: uno risalente a circa 5000-5500 anni fa e un altro verificatosi 3000 anni fa. Questi eventi sono stati registrati anche dagli eventi storici. Il primo periodo di siccità coincise con l'unificazione dell'Alto e del Basso Egitto, quando il Regno di Uruk, attuale Iraq, crollò. Il secondo periodo di siccità, 3000 anni fa, ha avuto luogo nel Mediterraneo Orientale ed è associato alla caduta del Regno di Ugarit ed alle carestie nei regni babilonese e siriano.

domenica 19 agosto 2012

La misteriosa Puma Punku

Uno degli edifici di Puma Punku
Il sito di Puma Punku, in Bolivia è uno dei più misteriosi del nuovo continente. Si trova sull'altopiano andino, a 4.000 metri di altezza ed ha 14.000 anni. Si tratta di una delle località più antiche della terra. In lingua Aymara Puma Punku vuol dire "La porta del puma".
Gli archeologi ancora non sono riusciti a sapere chi abbia progettato questa città e per quale motivo. Il mistero avvolge anche la tecnica costruttiva, estremamente avanzata per uomini che vivevano nel Neolitico, quando la città fu edificata. Puma Punku è stata edificata ricorrendo a granito e diorite, una roccia di origine vulcanica dura come il diamante. Le cave di diorite più vicine si trovano a 60 chilometri di distanza. Ecco un altro mistero.
A tutti i misteri chiusi nelle mura di Puma Punku sperano di dar risposta gli archeologi guidati da Domingo Mendoza. Utilizzando un radar penetrante, gli studiosi hanno scoperto un'anomalia nel sottosuolo della città che ritengono essere una camera artificiale realizzata dai costruttori del sito, forse una sepoltura. Il dottor Mendoza, in un'intervista, ha affermato che lo spazio individuato con il radar si trova ad una profondità di 4 metri e si sviluppa per 11 metri di lunghezza. La camera, ampia 4 metri per 5, sembra essere vuota al di là di un grande oggetto, intercettato dal radar, che gli archeologi pensano sia un sarcofago.
Gli archeologi stanno cercando un punto in cui perforare il terreno per accedere al sottosuolo con una videocamera. Si spera che le risposte possano arrivare a breve.

Antichi ponti di Roma

Ponte Cestio
E' possibile ammirare, a Roma, altri antichi ponti oltre al Sublicio. Per esempio il Ponte Cestio, costruito simmetricamente al Ponte Fabricio, che collega l'Isola Tiberina alla sponda destra del Tevere, dove si trova il quartiere di Trastevere. Il ponte fu costruito nel 46 a.C. dal pretore Gaio Cestio, titolare dell'omonima piramide, o da Lucio Cestio, un cesariano. Aveva, in origine, un'arcata centrale a sesto ribassato e due arcate minori laterali, che poggiavano su piloni di tufo e peperino rivestiti di travertino. Venne interamente ricostruito nel 370 d.C. da Valente, Valentiniano e Graziano, come si evince da una targa reinserita nella spalletta destra del ponte. Per farlo si utilizzò il travertino del Teatro di Marcello, allora in rovina.
Si è spesso pensato che il nome medioevale dell'Isola Tiberina, Lycaonia, fosse dovuto alla presenza su Ponte Cestio di una statua che raffigurava questa regione dell'Asia Minore, divenuta provincia nel 373 d.C., quando il ponte fu completamente ricostruito. Nel '400 il ponte venne detto di San Bartolomeo dalla chiesa omonima e nel '600 venne anche chiamato Ferrato per la presenza delle catene di ferro dei mulini che si trovavano accanto al fiume.
Ponte Fabricio
Il "gemello" di Ponte Cestio è Ponte Fabricio, che collega l'Isola Tiberina al rione S. Angelo, sulla sponda sinistra del Tevere. Fu costruito nel 62 a.C. dal curator viarum Lucio Fabricio, come ricorda un'iscrizione a grandi lettere incise sulle arcate. Nell'antichità venne chiamato anche Lapideus dal console Emilio Lepido, che lo restaurò in parte nel 21 a.C., probabilmente a seguito della piena del fiume del 23 a.C.. Altri nomi sono Tarpeius, Antoninus e Judeorum (perché vicino alla riva abitata dagli Ebrei). Più recentemente è stato chiamato Quattro Capi per le erme quadrifronti che tuttora si possono vedere presso le due testate che, probabilmente, sostenevano le balaustre originarie in bronzo. Queste ultime furono sostituite con l'attuale parapetto da papa Innocenzo XI Odescalchi nel 1679. Il Ponte Fabricio è lungo 57 metri e largo 5.
Ponte Milvio
Presso il Ponte Milvio confluivano le vie Cassia, Flaminia, Clodia e Veientana. La costruzione risale al IV-III secolo a.C. ed originariamente era in legno. Fu rifatto ex novo e prese il nome del magistrato che ne autorizzo la ricostruzione in muratura, Molvius, da cui  derivato il nome Milvio. I Romani lo hanno da sempre chiamato Ponte Mollo, forse dallo stato pietoso in cui il ponte venne a trovarsi nel corso della sua storia. Nel 109 a.C. il ponte venne ricostruito dal censore Marco Emilio Scauro. Qui ebbe luogo, secondo la leggenda, la "conversione" di Costantino a seguito della visione nella battaglia di Ponte Milvio (312 a.C.) con la quale strappò la vittoria e il titolo imperiale a Massenzio. Nel 1450 fu restaurato da papa Niccolò V, vennero eliminate le parti in legno dovute a restauri precedenti, si abbatté il Tripizzone, il fortilizio posto all'imbocco nord del ponte, e venne portata a termine la ricostruzione dell'antica torre di guardia risalente all'epoca delle fortificazioni di Aureliano. Ponte Milvio ha quattro grandi archi e tre più piccoli. La testata verso viale Tiziano reca due statue moderne, misura 152 metri di lunghezza e 7,5 di larghezza.
Ponte Sisto
Ponte Sisto venne ricostruito sulle rovine dell'antico Ponte Aurelius, risalente al 215 d.C., all'epoca di Marco Aurelio Severo Antonino. Da questo ponte, vuole l'agiografia, furono gettati nel Tevere alcuni martiri cristiani. Il ponte venne anche chiamato Pons Janicularis, per la sua vicinanza al Gianicolo. Il primo, grande, restauro fu quello voluto dall'imperatore Valentiniano tra il 366 e il 367 d.C.. In quest'occasione venne eretto un arco trionfale, all'imboccatura del ponte, decorato da statue di bronzo i cui resti sono al Museo Nazionale Romano. Il ponte crollò nel 792 d.C. a seguito di una piena del fiume e venne abbandonato. Per questo venne chiamato Ruptus, Tremulus o Fractus. Nel 1475, in occasione del Giubileo, Sisto IV incaricò Baccio Pontelli di ricostruire il vecchio ponte che, dal nome del pontefice, si chiamò Sisto. Il ponte è costituito da quattro arcate con un grande occhio circolare sul pilone centrale, che ha avuto sempre funzione di campanello d'allarme in caso di piena del fiume. Un intervento del 1877 modificò totalmente la struttura antica sovrapponendole una struttura metallica per allargare la superficie calpestabile. Nel 1887 furono ritrovati dei cippi, databili al 40 d.C., in cui si faceva riferimento ad un ponte di Agrippa che alcuni studiosi ritengono sia proprio Ponte Sisto. Il restauro del Giubileo del 2000 ha restituito a Roma l'immagine quattrocentesca del ponte, con l'eliminazione delle pensiline metalliche ed il ripristino dei parapetti. Ponte Sisto ha una struttura in muratura di tufo rivestita da travertino, con 108 metri di lunghezza e 11 di larghezza.
Resti dei piloni del Ponte Neroniano
Il Ponte Neroniano o Trionfale permetteva all'antica via Trionfale di attraversare il Tevere. Venne costruito da Nerone nel I secolo d.C. per migliorare i collegamenti con le sue proprietà sulla riva destra del Tevere. Si è discusso se il ponte possa essere attribuito a Caligola, che lo avrebbe costruito per accedere al suo circo. Non si sa quando venne distrutto. Probabilmente cadde in disuso a causa dell'edificazione delle mura Aureliane e della presenza, non lontana, di Ponte Elio. Si sa che non era più utilizzabile già nel VI secolo d.C., all'epoca della Guerra Gotica. Nei periodi di magra del Tevere è possibile vedere i resti dei piloni riaffiorare in prossimità dell'attuale Ponte Vittorio. I resti in elevato furono demoliti nel XIX secolo per facilitare la navigazione sul fiume.
Ponte Elio o di Sant'Angelo
Il Pons Aelius è più noto, oggi, come Ponte Sant'Angelo o Ponte di Castello. Collega piazza di Ponte S. Angelo al Lungotevere Vaticano. Fu costruito nel 134 da Adriano per collegare la riva sinistra con il suo mausoleo. Ci è pervenuto il nome dell'architetto che lo ha costruito: Demetriano. Il ponte era costruito in peperino e rivestito di travertino, con tre arcate, alle quali si accedeva attraverso delle rampe dalla riva. Queste rampe erano sostenute, a loro volta, da tre arcate minori sulla riva sinistra e da due sulla riva destra, verso il mausoleo di Adriano. Queste ultime furono distrutte nel 1893 in occasione della realizzazione degli argini del fiume e furono sostituite da arcate moderne. Nel 472 il ponte fu percorso dalle truppe germaniche del magister militum Ricimero per attaccare la parte orientale di Roma, difesa dall'imperatore Antemio. Nel medioevo fu utilizzato dai pellegrini diretti alla basilica di San Pietro ed era conosciuto come Pons Sancti Petri. Nel VI secolo, sotto papa Gregorio Magno, prese il nome di Ponte Sant'Angelo. Nel XVI secolo si usava esporre sul ponte i corpi dei condannati a morte a monito per la popolazione. Nel 1535 papa Clemente VII fece collocare, all'ingresso del ponte, le statue di San Pietro e San Paolo alle quali si aggiunsero quelle dei quattro Evangelisti e dei Patriarchi. Nel 1669 fu realizzato un nuovo parapetto, disegnato dal Bernini, sul quale furono collocate dieci statue raffiguranti gli angeli con gli strumenti della passione di Cristo, scolpite da allievi del Bernini sotto la sua personale direzione. 

Il Tevere

Sinuoso corso del Tevere nel parco dell'Alta Valle
Il fiume Tevere non ha sempre avuto il nome che oggi conosciamo. Il toponimo antico con cui veniva indicato il Tevere, il fiume che attraversa la città di Roma, è Albula, in riferimento alle acque bionde che lo caratterizzavano. Altro antico nome è Rumon che molti studiosi vogliono collegato al nome di Roma e che contiene la radice indoeuropea sreu, che vuol dire "scorrere". Secondo altri studiosi il termine Rumon deriva dall'arcaico ruma, "mammella", con riferimento al Palatino "colle-mammella", che si ritrova anche nella leggenda di Romolo e Remo, nella ficus ruminalis o "fico dell'allattamento" dove, in epoca repubblicana, veniva venerata Rumina, la dea dei poppanti, con sole libagioni di latte.
Nei Sacra, negli Auguria, negli Indigitamenta, unitamente ai toponimi precedenti, troviamo anche quelli di Serra, Tarentum, Volturnus. L'attuale toponimo deriverebbe, secondo la tradizione, dal re latino Tiberino Silvio, che vi annegò. Questi era il nono dei re albani, figlio di Capeto e padre di Agrippa. Il suo regno avrebbe avuto la durata di soli otto anni (924-916 a.C.) ed egli sarebbe affogato durante una battaglia.
Gli Etruschi, però, già chiamavano il Tevere Thybris, a detta di Virgilio che, nell'Eneide, chiama il fiume anche Lydius o Ausonium Thybrim (durante il rito funebre di Anchise celebrato da Enea). Questo toponimo deriverebbe dal gentilizio etrusco Thefri o Thepri (thefri velimnas tarxis clan, "Tiberius Velimnba, Tarqui filius).
Isola Tiberina
Il fiume è stato sempre l'anima di Roma, essenziale per l'esistenza della città che sorge sulle sue sponde. Lo si "legge" anche nel mito della nascita di Romolo e Remo e nella leggenda della fondazione, dove si narra che la cesta che conteneva i gemelli, trasportata dal Tevere, si arenò nei pressi del ficus ruminalis che si trovava non lontano.
Gli insediamenti preromani guardavano il fiume dall'alto soprattutto per un problema di carattere difensivo: il Tevere, infatti, era soggetto a piene improvvise. Il punto più facilmente guadabile era nei pressi dell'Isola Tiberina, là dove poi sorgerà il Foro Boario prima e quello Romano poi, luogo di scambio tra le popolazioni etrusche, che dominavano la riva destra del Tevere (la Ripa Veientana) e i villaggi del Latium Vetus che si trovavano sulla riva sinistra (la Ripa Graeca). Secondo la leggenda, l'isola si era formata nel 510 a.C. dai covoni del grano mietuto a Campo Marzio, di proprietà di Tarquinio il Superbo, e gettati nel Tevere dopo la rivolta contro di lui. Ma l'isola è, in realtà, tufacea e molti studi riportano un'origine più antica di quella indicata dalla leggenda. Qui sorse il Tempio di Esculapio, dio della medicina, il cui culto fu introdotto a Roma nel 292 a.C., in seguito ad una pestilenza. Il tempio venne inaugurato nel 289 a.C. e sorgeva nella parte meridionale dell'isola, oggi occupata dalla chiesa di San Bartolomeo al cui interno un pozzo occuperebbe la posizione di una fonte collegata al santuario. Alcuni piccoli santuari si trovavano nel luogo ove ora sorge l'Ospedale Fatebenefratelli: due templi dedicati a Fauno e Veiove, un sacello di Iuppiter Iuralis (garante dei giuramenti, oggi chiesa di San Giovanni Calibita), un altare dedicato a Semo Sancus, dio di origine sabina.
Ponte Rotto o Sublicio
Diversi sono i ponti che attraversano il Tevere sin dall'antichità. Poco più a valle dell'Isola Tiberina venne costruito il primo di questi, il Ponte Sublicio. Venne costruito in legno e tale rimase per diversi secoli. Fu Anco Marzio (642-617 a.C.) che, secondo Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, ne stabilì la costruzione. Il nome del ponte ha origine in un termine di lingua volsca, sublicae, che indica le tavole di legno. Di questo ponte non resta alcuna traccia, ma si sa che era ubicato all'altezza dell'attuale via del Porto, all'estremità settentrionale del complesso del San Michele. La tradizione prescrisse l'utilizzo esclusivo di materiali lignei per la costruzione di questo ponte che era considerato sacro (per cui era tassativamente escluso che contenesse parti metalliche in ossequio ad antichi tabù religiosi). Varrone vuole, invece, che la costruzione di questo ponte con il legno fosse dovuta alla necessità di poter tagliare rapidamente il ponte in caso di attacco nemico proveniente dalla riva etrusca. Sul Ponte Sublicio si svolgevano cerimonie arcaiche come il lancio nel fiume degli Argei, 24 pupazzi di paglia che sostituivano antiche vittime sacrificali umane, durante i Lemuria. Proprio in relazione a questo primo ponte, nacque il primo sacerdozio istituzionale romano, il Pontifex, colui che "costruiva" i ponti tra gli umani e gli dèi. Era proprio il Pontifex a doversi occupare della cura e della eventuale ricostruzione del ponte, spesso danneggiato dalle piene.
Louvre, statua del dio Tiberinus
Il fiume Tevere, proprio per questa concomitanza di circostanze e per la sua funzione essenziale nella vita dell'Urbe, era considerato una divinità, Pater Tiberinus. La sua festa annuale - le Tiberinalia - veniva celebrata l'8 dicembre, anniversario della fondazione del tempio dedicato al dio sull'Isola Tiberina. Ogni 17 agosto, poi, a Roma e ad Ostia, nelle zone portuali, si svolgevano le Portualia, organizzate da coloro che lavoravano sul fiume.
Severa divinità delle acque, Tiberinus era anche detto Coluber, "serpente", per la tortuosità del suo percorso e Serra, "sega", per l'azione corrosiva esercitata sulle sponde. La sua potenza si manifestava attraverso rovinose piene ed inondazioni. La divinità compariva in statue e nei rovesci delle monete come una figura maschile barbata, poggiata ad un'anfora - che simboleggiava la fonte - con le tempie cinte da una corona di foglie acquatiche e parte del busto e delle gambe avvolte in un mantello. Suoi attributi sono un ramo frondoso, la cornucopia, il remo e la prua di una nave. Lo si vede efficacemente raffigurato in una colossale statua di marmo bianco, ora al Louvre, di età adrianea, rinvenuta nel 1512 tra S. Maria sopra Minerva e S. Stefano del Cacco, nell'area dove un tempo sorgeva l'Iseum Campense. Qui la statua del dio Tiberinus era esposta con la gemella che raffigurava il Nilo, ora conservata al Vaticano.

sabato 18 agosto 2012

Il cammello e i Romani

Il cammello era un animale comune nell'impero romano, anche nelle provincie più lontane come la Francia settentrionale e il Belgio. Resti di cammelli sono stati frequentemente ritrovati nelle vicinanze di importanti strade romane, utilizzate sia da civili che da militari.
Ma non sono solo i resti a "parlare" di questo animale, anche negli scritti e nelle immagini di epoca romana la figura del cammello pare essere familiare. Furono usati come animali da sella e da soma per i militari e per trasportare le merci; la carne e il latte di cammello integravano la dieta dei Romani. I cammelli furono "esportati" anche nelle province settentrionali dell'impero, come in Belgio, dove sono state trovate otto ossa dell'animale in un sito archeologico noto come Orolauno vicus.
Finora non si sapeva molto su quali specie - cammelli o dromedari - fossero stati introdotti nelle province settentrionali romane, né quando e per cosa siano stati utilizzati. L'archeozoologo Fabienne Pigière ha esaminato le ossa di questo animale ritrovate in un campo ed ha inventariato tutti i reperti riconducibili al cammello. Lo studio indica che le ossa ritrovate a Orolauno vicus, attuale Arlan, in Belgio, appartengono ad un dromedario di epoca tardo romana. Reperti provenienti da ben 22 siti archeologici mostrano che entrambi gli animali, sia il dromedario che il cammello, erano comuni nelle province settentrionali dell'impero romano. I resti dei cammelli e dei dromedari sono stati trovati anche in ambienti civili, come ville e città

Donatello ritrovato, la Madonna di Citerna

La Madonna di Citerna
La Madonna di Citerna, opera in terracotta proveniente dalla chiesa di S. Francesco a Citerna, attribuita nel 2004 a Donatello, trasferita all'Opificio delle Pietre Dure per un restauro, tornerà presto a Citerna.
Si tratta di una piccola scultura di 114 centimetri di altezza, del peso di 58 chilogrammi, destinata ad ambienti di culto ecclesiastico o alla devozione familiare nell'ambito delle case patrizie. La statua si presentava malamente ridipinta con colori offuscati, al di sotto dei quali Laura Ciferri, che ha effettuato un censimento delle terracotte umbre del XV e XVI secolo, ha riconosciuto la mano di Donatello.
Gli esperti restauratori dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze hanno lavorato due anni al restauro, condotto dalla dottoressa Rosanna Moradei con Akiko Nishimura. E' stato analizzato la cromia originaria, la raffinatissima tecnica di esecuzione nella resa di effetti vellutati nelle vesti o delle decorazioni dei bordi del manto.
Il restauro è stato complesso, soprattutto perché è stato necessario rimuovere con delicatezza il materiale successivamente applicato sulla scultura: tempera, colori ad olio e una miscela di olio, polvere di marmo e pigmenti assortiti. Senza contare che la statua risultava offuscata e rovinata anche da una lunga esposizione e da spessi strati di polvere.
Citerna è un antico borgo dell'Umbria, il cui nome può essere ricollegato al vocabolo cisterna, dal momento che in molti edifici della cittadina sono presenti cisterne per il raccoglimento dell'acqua piovana. Citerna sopravvisse alle invasioni barbariche e risorse in epoca longobarda. Fu contesa da Arezzo (ghibellina) e da Città di Castello (guelfa). Nel 1119 fece atto di sottomissione a Città di Castello, atto che rinnovò nel 1273.
Dal 1310 al 1340 fu governata dai Tarlati di Pietramala, finché chiese protezione a Perugia. Nel 1463 passò allo Stato Pontificio. Il periodo di maggior splendore per Citerna si registrò tra il XVI e il XVII secolo, sotto la signoria dei Vitelli di Città di Castello, mecenati amici dei Medici. Al servizio dei Vitelli vi erano artisti quali Raffaellino del Colle, Donatello, Pomarancio, Signorelli, le cui opere sono fonte di arricchimento per il borgo. I Vitelli mantennero la loro signoria fino al '600, secolo funestato da due terribili pestilenze, nel 1619 e nel 1630.
Citerna, camminamenti medioevali
Citerna conserva ancora la sua cinta muraria, i camminamenti medioevali e l'acropoli che sovrasta il borgo. E' disegnata su due livelli urbanistici sovrapposti. Nel sottosuolo si sviluppano camminamenti, percorsi e numerose cisterne per la raccolta dell'acqua piovana. Il nucleo storico è racchiuso nelle mura, realizzate tra il XIII ed il XIV secolo con due accessi principali: a sud Porta Romana e a nord Porta Fiorentina. A ridosso della prima vi è il Monastero di S. Elisabetta.
I camminamenti medioevali si trovano lungo il perimetro delle mura, sui lati est ed ovest. Da non perdere la chiesa di S. Francesco di Citerna, una chiesa-museo per le numerose opere d'arte che contiene. Fu costruita nei primi decenni del '500 con pianta a croce latina e nove altari riccamente decorati. Vi si trovano dipinti di Simone Ciburri, un affresco di Luca Signorelli e della sua scuola, una "Deposizione" del Pomarancio, alcuni dipinti di Raffaellino del Colle e una collezione di paramenti sacri lavorati in seta ed oro. Nel transetto di sinistra è conservato un crocifisso ligneo di fattura bizantineggiante, risalente alla fine del Duecento. La Madonna con il Bambino di Donatello sarà ricollocata nella sua posizione originaria all'interno della chiesa, vale a dire sopra il coro.

La Nasa e il nodosauro

In un campus della Nasa nel Maryland è stata ritrovata l'impronta di un nodosauro, un dinosauro erbivoro vissuto all'inizio del Cretacico superiore. L'impronta è stata lasciata 112 milioni di anni fa, è larga 35 centimetri e l'animale che l'ha lasciata doveva essere lungo tra 4,5 ed i 6 metri.
A fare la clamorosa scoperta è stato Roy Stanford, un cacciatore di dinosauri, che ha già scoperto più di mille impronte e ritrovato un fossile di cucciolo di nodosauro accanto al campus dell'Università del Meryland. La scoperta è stata confermata dal paleontologo David Weishampel, della John Hopkins University nonché consulente per il film "Jurassic Park".

Piramidi scoperte con Google Earth

Il complesso di piramidi scoperte grazie
a Google Earth
Due complessi piramidali potrebbero essere stati ritrovati in Egitto attraverso immagini di Google Earth. I siti mostrano tumuli insoliti con caratteristiche piuttosto interessanti, ha affermato l'archeologa ricercatrice Angela Micol di Maiden, Carolina del nord.
Il primo sito, localizzato vicino l'oasi di Fayoum, presenta una piramide a quattro lati di circa 45 metri di lunghezza ed altre tre piramidi disposte lungo un'asse diagonale, allineate proprio come le piramidi di Giza. Il secondo sito si trova a circa 150 chilometri dal primo, lungo il Nilo, a 20 chilometri dalla città di Abu Sidhum. Qui sono presenti quattro tumuli allineati e una piramide triangolare più grande, di circa 190 metri di larghezza. Se questi dati e, soprattutto, queste misure saranno confermate, si tratterebbe di una piramide tre volte più grande della Piramide di Cheope. In entrambi i siti la cima delle piramidi più grandi sembra essere stata erosa dal tempo. Il secondo raggruppamento di tumuli si trova a poca distanza dalla città di Dimai. Il colore dei tumuli è scuro e simile, nella composizione, al materiale delle mura in mattoni e pietra di Dimai.
Dimai è stata fondata nel III secolo a.C. dal faraone Tolomeo II Filadelfo (309-246 a.C.) sul luogo di un precedente insediamento neolitico. Conosciuta anche come Dimeh al-Siba (Dimeh dei Leoni), la città è circondata da un muro di mattoni che si estende fino a 32 metri di altezza per 16 di spessore e reca al centro un tempio in pietra con la statua dedicata a Soknopaios, il dio coccodrillo. Il nome greco della città era, infatti, Soknopaiou Nesos, "Isola di Soknopaios". Il luogo è ben noto agli archeologi per la quantità di papiri ed altri materiali trovati tra le sue rovine. Dimai raggiunse il suo massimo splendore durante il II-I secolo a.C., grazie alle vie commerciali che passavano da questi luoghi. Fu definitivamente abbandonata durante il III secolo d.C.
L'archeologo Nabil Selim ha confermato che entrambi i siti non sono ancora stati esplorati. Nabil ha dichiarato che i tumuli più piccoli del secondo sito hanno una dimensione simile alle piramidi della XIII Dinastia. Per ora le località in cui sorgono questi monumenti saranno protette finquando gli archeologi non inizieranno i lavori.

Il signore di Atzompa

L'urna a volto umano dipinto di rosso ritrovata
ad Atzompa
La sepoltura di un membro dell'élite zapoteca è stata ritrovata in un complesso funerario di 1200 anni fa, nella regione messicana di Oaxaca. Il complesso funerario, che comprende tre camere di sepoltura, è stato rinvenuto circa tre mesi fa nella zona archeologica di Atzompa.
Gli archeologi sono riusciti ad entrare nella terza camera sepolcrale, che conteneva resti umani appartenenti ad un individuo di sesso maschile. Ora i resti saranno analizzati per determinarne l'età, lo stato di salute, capire come si nutriva, le malattie di cui ha sofferto in vita.
Accanto ai resti di questo primo individuo, sono stati trovati i resti di un altro individuo che presenta un'evidente frattura al cranio, forse si è trattato di un sacrificio umano sulla tomba del defunto più importante. Nella camera sepolcrale sono stati anche ritrovati frammenti di un vaso, un'urna dal volto umano dipinto di rosso ed altri oggetti. Il vaso, che si fa risalire al 650-850 d.C. ha un'altezza di 50 centimetri.
Nell'edificio sepolcrale sono stati collocati i resti di persone di elevato status sociale, dei quali ancora non è possibile accertare il ruolo nella società zapoteca. E' certo, comunque, che l'edificio era esclusivamente deputato alla sepoltura di questi personaggi. Le tombe si trovavano una sopra l'altra e non erano interrate. Le pareti di una delle camere sepolcrali erano decorate con la raffigurazione di una partita di pallone, raffigurazione mai rinvenuta in altre tombe zapoteche.
Atzompa era una città satellite di Monte Alban, principale centro della civiltà zapoteca, che oggi è Oaxaca

venerdì 17 agosto 2012

Mummia antica, tatuaggi moderni

La mummia della principessa di Ukok
Non lontano dal confine tra Russia e Mongolia, sulle montagne dell'Altai, in Siberia, è stato ritrovato il corpo mummificato di una giovane donna ricoperto di tatuaggi che, a detta dei ricercatori, sembrano sorprendentemente moderni.
La donna, della probabile età di 25 anni, fu seppellita circa 2500 anni fa e scoperta nel 1993. Probabilmente apparteneva alla tribù dei Pazyryk, nomadi che hanno abitato per secoli la regione. La mummia appare ben conservata grazie al freddo, che ha permesso anche di "leggere" gli intricati tatuaggi che sono stati incisi sul corpo. Questi ultimi sono ritenuti tra i più belli e complessi finora ritrovati.
I tatuaggi del guerriero sepolto con
la principessa di Ukok
La giovane donna è stata battezzata "la principessa di Ukok". Fu seppellita con sei cavalli che dovevano, forse, fungere da accompagnatori spirituali nell'aldilà, e due uomini, forse due guerrieri. Anche gli uomini avevano dei tatuaggi. Sulla spalla sinistra della principessa di Ukok vi è il tatuaggio di un animale favoloso, un cervo con becco di grifone e corna di capricorno. Sul polso appare un cervo con corna sorprendentemente elaborate.
Il corvo con becco di grifone appare anche sul corpo di uno degli uomini sepolti con la giovane donna, quello, per la precisione, seppellito più vicino a lei. I tatuaggi erano forse fatti con coloranti ottenuti da piante bruciate, ricche di potassio. La pelle è stata trafitta con un ago o altro oggetto appuntito e strofinata con una miscela di grasso e fuliggine.
La causa della morte della giovane donna resta sconosciuta. Nella mummia non sono stati ritrovati né il cervello né gli organi interni. Probabilmente, però, la principessa di Ukok non è morta per un incidente. Il teschio appare perfettamente conservato e così le ossa del corpo. La donna indossava una cintura rossa, simbolo di un guerriero e teneva in mano un bastone di larice, simbolo rituale.
La giovane donna ha un aspetto europeo ed era alta 170 centimetri.

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