lunedì 30 gennaio 2017

Trovato un relitto intatto nei pressi delle Baleari

Il carico del relitto affondato di fronte all'isola di Cabrera
(Foto:Jordi Chìas)
Un relitto romano sul fondo del Mediterraneo, sommerso dalle centinaia di anfore che trasportava. E' quello che è stato scoperto a 70 metri di profondità di fronte all'isola di Cabrera, nelle Baleari: una nave da trasporto - probabilmente una galea, mossa unicamente da remi - affondata tra il III e il IV secolo d.C. per ragioni sconosciute. Il ritrovamento è stato effettuato da un gruppo di archeologi spagnoli.
Secondo gli autori della scoperta, presentata ufficialmente il 27 gennaio scorso a Palma di Maiorca, si tratta dell'imbarcazione di questo genere meglio conservata dell'arcipelago delle Baleari, oltre ad essere una tra le poche dell'intero Mediterraneo occidentale arrivate intatte ai nostri giorni. La nave trasportava tra le mille e le duemila anfore di terracotta, che possono aiutare a risalire alla sua origine. La maggior parte di queste sono lunghe un metro, simili a quelle che si fabbricavano a quell'epoca in nord Africa, perciò gli archeologi hanno ipotizzato che l'imbarcazione - probabilmente un mercantile di circa 20 metri - stesse coprendo la tratta che va proprio dall'Africa del nord alla Spagna o al sud della Francia per poi proseguire - come spesso accadeva - fino a Roma.
All'interno delle anfore, con molta probabilità, c'era il preziosissimo garum, una salsa liquida fatta con le interiora del pesce, che gli antichi Romani utilizzavano come condimento. "Gli antichi la consideravano una prelibatezza ed era un prodotto assai richiesto a Roma", spiega Sebastià Munar, direttore scientifico dell'Istituto di studi di archeologia marina delle Baleari.
I primi ad intuire l'esistenza di resti di un antico naufragio di fronte alla piccola isola delle Baleari a sud di Maiorca sono stati i pescatori, che con una certa frequenza trovavano nell'area numerosi frammenti di anfore impigliati nelle loro reti. Proprio seguendo le loro indicazioni, nell'aprile 2016, i ricercatori hanno iniziato a sondare i fondali con un robot sottomarino. Prima della spedizione di due sub, a ottobre, che per la prima volta hanno individuato e fotografato il relitto: è stato possibile così scoprire che molte delle anfore si trovano ancora nella loro posizione originale e che la nave si è miracolosamente slavata dai saccheggi.
"Da quanto sappiamo, è la prima volta che in acque spagnole si trova un pezzo del genere completamente inalterato", spiega Javier Rodrìguez, uno degli archeologi subacquei che hanno partecipato alla spedizione. "Le Baleari si trovano proprio a metà del viaggio tra il nord Africa e il sud della Francia e rappresentavano un rifugio per le navi in caso di temporali. Qusta, però, non deve aver fatto in tempo a raggiungere il porto ed è affondata". La galea si trova in fondo al mare, resterà vedere ora se gli studiosi intenderanno recuperarla oppure lasciarla sul luogo dell'antico naufragio.

Il nobile guerriero di Pilo. Minoico o Miceneo?

Una delle collane trovate nella sepoltura del guerriero di Pilo
(Foto: National Geographic)
Durante uno scavo a Pilo, in Grecia, gli archeologi hanno portato alla luce una tomba rimasta intatta per 3500 anni, contenente un corredo funebre composto da oltre 1.400 tra manufatti e gioielli. Si tratta, forse, della scoperta più importante avvenuta in Grecia negli ultimi decenni.
Nella sepoltura, oltre lo straordinario corredo funerario, vi erano i resti ben conservati di un uomo di circa trent'anni di età. I gioielli ed i manufatti erano disposti attorno al suo corpo: anelli d'oro, coppe d'argento e un'elaborata spada in bronzo dall'elsa in avorio. La vera sorpresa, però, sono stati una cinquantina di sigilli in pietra incisa con figure di divinità, leoni e tori, unitamente a sei pettini in avorio, uno specchio di bronzo e un migliaio fra perle di ametista, diaspro e corniola che, un tempo, componevano delle collane. Tra le gambe dell'uomo è stata rinvenuta una placca d'avorio incisa con un grifone.
La spada di bronzo con elsa in avorio e oro rinvenuta
nella sepoltura (Foto: National Geographic)
"E' dall'epoca di Schliemann che in Grecia non veniva scoperta una sepoltura così completa", commenta John Bennet, archeologo dell'Università di Sheffield in Gran Bretagna e direttore della British School di Atene, non coinvolto nello scavo.
La tomba del guerriero si trova nell'estremità sudoccidentale del Peloponneso, a Pilo, località menzionata da Omero nell'Odissea come il sito in cui sorgeva il palazzo di Nestore. Gli scavi, condotti prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale rivelarono i resti di un grande palazzo miceneo risalente al 1300 a.C. circa, così come centinaia di tavolette d'argilla scritte in Lineare B cretese. La scoperta portò alla decifrazione del Lineare B e confermò che il luogo corrispondeva effettivamente a Pilo.
Ben poco si sa del periodo che precede il 1500 a.C., quando la civiltà micenea stava prendendo forma. Gli archeologi si sono a lungo interrogati sull'influenza esercitata dalla civiltà minoica sull'ascesa della società micenea, di mille anni posteriore. Le tavolette in Lineare B, i simboli di tori e figurine di divinità trovati nei siti micenei come Pilo, testimoniano l'impatto della cultura minoica su Micene. Molti studiosi, basandosi sui resti archeologici che ne evidenziano la distruzione, ritengono che attorno al 1450 a.C. i Micenei invasero e conquistarono Creta.
La fortuna di Pilo e della magnifica tomba del guerriero è cominciata nel maggio 2016, quando i coniugi Davis e Stocker entrambi dell'Università di Cincinnati, con 35 esperti di dieci nazioni diverse, hanno dato vita ad un progetto di scavo quinquennale che portasse alla luce gli albori di Pilo. La missione ha avuto successo sin dal primo giorno di scavo, quando è stato individuato il rettangolo in pietra che si è rivelato essere la sommità del passaggio, ampio circa 120 centimetri per 240. Un metro più in basso sono emersi i primi manufatti in bronzo. A giudicare dal loro stile, Davis e Stocker ritengono che possano risalire al 1500 a.C. circa.
Uno dei sei pettini trovati nella sepoltura (Foto: National Geographic)
Quello che rende particolare questa sepoltura è il fatto che ospitasse una sola persona con un corredo particolarmente ricco, composto da molti elementi non locali e manufatti solitamente femminili, quali i gioielli. Le sepolture delle élite micenee in genere ospitano più persone. A circa un centinaio di metri dalla tomba, negli anni '50, gli archeologi riportarono alla luce una sepoltura collettiva. Secondo le stime di Davis e Stocker, circa i tre quarti dei manufatti della tomba del guerriero provengono da Creta, a circa due giorni di navigazione in direzione sud. Vi sono, inoltre, perle d'ambra provenienti dal Baltico, ametiste mediorientali e oggetti in corniola di origine probabilmente egizia, forse portati a Creta da commercianti minoici.
I sei pettini trovati nella sepoltura, unitamente allo specchio, pone anche altri interrogativi. Così tanti oggetti preziosi mette in discussione l'opinione comune secondo cui i gioielli venivano sepolti solo con donne di ceto elevato. I guerrieri spartani, per esempio, usavano pettinarsi ritualmente i capelli prima di andare in battaglia. Forse i gioielli erano un'offerta del guerriero defunto alle divinità affinché lo accompagnassero e assistessero nel suo viaggio nel mondo dei morti.
La presenza di tutti questi oggetti preziosi induce a pensare che l'occupante della tomba sia stato un guerriero o un capo minoico anziché miceneo. O, forse, potrebbe aver combattuto a Creta da cui riportò con sé oggetti micenei. Sicuramente l'uomo voleva distinguersi dagli altri abitanti del luogo sepolti nelle tombe collettive. Le analisi che saranno effettuate sullo scheletro potranno aggiungere altri particolari per svelarne l'identità. La dentatura, ben conservata, può fornire preziose informazioni sulle origini genetiche; le ossa del bacino potrebbero rivelare la dieta dell'uomo; l'esame delle ossa in generale potrebbe svelare le cause della sua morte.
Sigillo in corniola recante inciso un toro, uno dei tanti manufatti rinvenuti nella tomba di Pilo
(Foto: National Geographic)


Fonte:
National Geographic

domenica 29 gennaio 2017

Scoperta una ricca tomba in Germania

Alcuni dei gioielli trovati nella sepoltura (Foto: Landesamt fur
Denkmalpflege Baden-Wurttemberg/Antiquity Publications Ltd.)
Una tomba dell'Età del Ferro, traboccante di tesori in oro, bronzo ed ambra è stata recentemente scoperta nei pressi del Danubio. Il tesoro circondava lo scheletro di una donna che morì, probabilmente, intorno ai 30-40 anni di età, suggerendo che fosse un membro dell'elite sociale celtica, sepolta in un tumulo chiamato Heuneburg nel 583 a.C., nell'antica Germania.
La presenza di un riccio di mare pietrificato e dell'ammonite (un tipo di mollusco estinto) nella tomba sono elementi che incuriosiscono i ricercatori e suggeriscono che la donna fosse una sorta di sacerdotessa, secondo quanto affermato dallo studio di Dirk Krausse, archeologo dello stato tedesco di Baden-Wurttemberg. Le camere presenti attorno a quella della donna erano state saccheggiate nel corso degli anni.
Heuneburg era una collina-fortezza preistorica nei pressi del fiume Danubio che ebbe una lunga vita. La città-stato celtica venne fondata probabilmente nel VI secolo a.C. e si crede che lo storico Erodoto l'abbia menzionata durante la sua storia del fiume Danubio. Gli scavi del sito, tuttavia, sono iniziati solo nel 1950.
Gli scavi del 2010 (Foto: Landesamt fur Denkmalpflege
Baden-Wurttemberg/Antiquity Publications Ltd.
Nel 2005 l'archeologo Siegfried Kurz, morto nel 2014, trovò una spilla d'oro in un campo arato e condusse uno scavo in piccola scala nella tomba, che era situata in una zona conosciuta come la necropoli di Bettelbuhl. La sepoltura conteneva i resti di un bambino in giovane età, probabilmente di sesso femminile, di età compresa tra i 2 ed i 4 anni, sepolta accanto ad una tomba più grande che aveva una camera funeraria in legno.
Preoccupati che l'intervento di un aratro o di altre attività agricole potesse danneggiare la tomba più grande, i ricercatori hanno proceduto a scavare un'intera sezione nel 2010. La tomba grande conteneva una miriade di tesori: intricati gioielli in ambra, oro e bronzo; mucchi di pellicce e prodotti tessili; un ornamento ricavato dalle zanne di cinghiale, corni, campanelli in bronzo che ornavano, probabilmente, il petto di un cavallo; oggetti intagliati in legno ed osso; braccialetti ricavati da una pietra nera e una cintura di bronzo e cuoio.
La donna, il cui scheletro è stato trovato dalla parte opposta del tesoro, sepolta con pochi ornamenti e, perciò, ritenuta una serva, era alta solo 1,57 metri. Il pavimento della camera funeraria era stato rivestito con tavole di abete, rovere e argento. L'esame del legno ha indicato che gli alberi vennero abbattuti nell'autunno del 583 a.C., il che colloca la tomba nel periodo della cultura di Hallstatt, un popolo che visse nell'Europa centrale proprio in quel periodo.
I gioielli della donna sepolta nel grande tumulo sono molto simili a quelli rinvenuti, nel 2005, nella tomba di un'altra donna appartenente ad un alto livello sociale, situata a due metri dalla tomba attualmente esplorata. La somiglianza nel corredo porta a pensare che la ragazza e la donna siano state sepolte nello stesso periodo.

Fonte:
livescience.com

Winchester, il pellegrino e la lebbra in Europa

Lo scheletro del pellegrino analizzato dai ricercatori
(Foto: S. Roffey)
Uno dei lebbrosi sepolti nel cimitero dell'ospedale di Santa Maria Maddalena a Winchester era, con tutta probabilità un pellegrino che può aver viaggiato in tutta Europa, compresa Santiago de Compostela. L'analisi dei suoi resti getta nuova luce sulla diffusione della lebbra in Europa e su come veniva curata in epoca medioevale.
La sepoltura dell'ignoto pellegrino è stata scavata nel corso di un progetto archeologico più ampio, nei pressi del lebbrosario di Santa Maria Maddalena, dove sono state scoperte oltre 100 sepolture individuali. Il pellegrino è stato identificato per la presenza, nella sua tomba, di una conchiglia, un simbolo ben documentato del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Si tratta della prima sepoltura di un pellegrino affetto da lebbra documentata in Europa occidentale, che è uno dei motivi per i quali gli archeologi hanno deciso di analizzarla dettagliatamente.
La conchiglia forata, simbolo del pellegrinaggio a Santiago de Compostela
(Foto: S. Roffey)
Il lebbrosario di Santa Maria Maddalena a Winchester è il primo ospedale di lebbra scientificamente accertato in Europa occidentale. Alcune fonti ne documentano altri simili nel circondario, ma finora non ne è stata trovata alcuna prova archeologica. L'ospedale risalirebbe all'XI secolo e venne istituito per rispondere all'emergenza della lebbra che si stava diffondendo in Europa. La datazione al radiocarbonio suggerisce che il pellegrino la cui sepoltura è oggetto attualmente di indagini, sarebbe morto nei primi anni del XII secolo, pochi decenni dopo l'istituzione dell'ospedale.
Il sito è unico, nel Regno Unito, per l'elevato numero di sepolture i cui resti scheletrici riportano le caratteristiche lesioni della lebbra: almeno l'86% degli scheletri presentano questi segni. Poiché la lebbra si manifesta in due forme, una delle quali non lascia tracce sulle ossa, può darsi che il resto degli individui sepolti insieme al pellegrino siano stati anch'essi affetti dalla terribile malattia.
"Un elevato numero di scheletri recanti segni di lebbra sepolti in un unico luogo, suggeriscono che le persone che lavoravano in quest'ospedale sapevano perfettamente cosa stavano facendo. Sapevano come diagnosticare la lebbra e sapevano individuare chi aveva bisogno di essere curato", ha affermato Simon Roffey, lettore di archeologia medioevale presso l'Università di Winchester.
Per quel che riguarda il pellegrino oggetto di studio, il suo scheletro recava minime tracce di lebbra, limitate ai piedi e alle gambe. L'analisi del Dna ha rivelato che egli fu contagiato dalla malattia, ma che questa era solo agli inizi.
Il corpo del pellegrino (Foto: S. Roffey)
"L'idea comune sulla lebbra è quella che vuole che essa giungesse in Europa con le crociate. Tuttavia le prove archeologiche trovate nell'ospedale di Winchester sembrano suggerire che qui la lebbra si manifestò un certo numero di anni prima delle crociate, sicché abbiamo ipotizzato che il pellegrino abbia contratto la malattia in un altro modo. - Ha detto Simon Roffey. - I pellegrini viaggiavano molto, venendo a contatto con molte persone. Probabilmente hanno contratto la malattia durante i loro viaggi in Europa e l'hanno diffusa. Anche se le crociate furono il fattore determinante della diffusione della lebbra in epoca medioevale, altri "conduttori", quali i frequenti pellegrinaggi, hanno avuto una loro parte".
Gli archeologi hanno anche scoperto che la lebbra contratta dal pellegrino apparteneva ad un ceppo di solito oggi associato con casi presenti nell'Asia occidentale e centro-meridionale. Questo potrebbe indicare che la lebbra non giunse in Europa necessariamente dal Medio Oriente e durante le crociate. I ricercatori hanno anche potuto ricostruire le caratteristiche del viso e del cranio del pellegrino, giungendo a dichiarare che per la morfologia del suo cranio lo accomunava alle popolazioni dell'Europa del nord. Vale a dire che l'uomo non era di Winchester, ma non è ancora possibile identificare la regione geografica di origine.

sabato 28 gennaio 2017

Osaka, la bambolina in ceramica...

La bambolina in porcellana trovata ad Osaka (Foto: Takashi Yoshikawa)
Una bambola in argilla della cultura Yayoi (300 a.C. - 300 d.C.) è stata ritrovata in perfette condizioni in un sito archeologico della prefettura di Osaka, in Giappone.
La bambola è stata trovata intatta tra le rovine di Kori, al centro di Osaka, dove gli scavi sono iniziati nel 2016 e dove sono stati scoperti 140 hokei shukobo, tumuli funerari di forma rettangolare. La bambola è stata trovata in uno di questi tumuli. Essa ha un'altezza di 5,9 centimetri ed è larga circa 3 centimetri. Ha fori alle orecchie e la testa di forma sferica. Con la bambola sono stati trovati tre kuda dama, sorta di perline cilindriche in diaspro.
Il più grande dei tumuli scoperti misura circa 18 metri di lunghezza per 12 metri di larghezza. Gli archeologi pensano che qui sorgesse un villaggio di una certa importanza.

Fonte:
asahi.com

giovedì 26 gennaio 2017

Taranto, emerge una dea dal mare...

La statua rinvenuta nel mare di Taranto (Foto: cronachetarantine.it)
Eccezionale ritrovamento a Taranto. Un giovane tarantino, durante un'immersione subacquea, ha scoperto e portato alla luce un reperto di fattura ellenica e risalente probabilmente al IV secolo a.C.
Alla sua quarta esperienza di pesca subacquea invernale, Luca Dinoi, tennista di professione, si è accorto della presenza, in fondo al mare, della statua di una dea greca. La statua è stata portata a galla e sono state contattate le autorità preposte.

Fonte:
Liberamente adattato da cronachetarantine.it

martedì 24 gennaio 2017

I bambini della necropoli di Saqqara

Un'archeologa esamina i resti rinvenuti nella necropoli di Saqqara
(Foto: Wojciech Wojciechowski, Polish Centre
of Mediterranean Archaeology)
Anemia, sinusite cronica, carie, sono tra le malattie più rintracciabili tra i bambini sepolti nella necropoli egizia di Saqqara. I resti di questi bambini sono stati studiati dai bioarcheologi polacchi. Gli scavi in questa località sono stati condotti, per quasi vent'anni, dal Professor Karol Mysliwiec dell'Istituto della Cultura Mediterranea ed Orientale. Attualmente a capo del progetto è il Dottor Kamil Kuraszkiewicz, del Dipartimento di Egittologia dell'Università di Varsavia.
La necropoli di Saqqara risale a circa 6000 anni fa, all'inizio del cosiddetto Antico Regno e rimase in uso per diversi millenni. Con il tempo qui vennero sepolte anche persone comuni, non solo membri dell'élite dell'epoca, come è risultato dallo studio degli scheletri rinvenuti. Le sepolture di epoca tolemaico-romana (IV secolo - I secolo a.C.) erano molto più numerose e semplici nella forma, rispetto a quelle dell'Antico Regno, quando i morti venivano sepolti direttamente nella sabbia del deserto.
Tra le oltre 500 sepolture di questo periodo, ce n'erano solo 83 riferibili a bambini, dei quali sono stati esaminati 29, di età variabile tra le poche settimane di vita e i 12 anni. Alcuni degli scheletri erano avvolti in sudari di lino. Per i ricercatori polacchi è sconcertante aver ritrovato soltano pochi resti di bambini a Saqqara, ci si aspettava di trovarne di più, visto l'alto tasso di mortalità infantile dell'epoca. Tra i resti dei 29 bambini esaminati dagli archeologi, quelli più numerosi erano quelli appartenenti ad individui morti all'età di 3-5 anni. I ricercatori ritengono che questo sia dovuto alla carenza immunitaria immediatamente successiva alla fine dell'allattamento al seno.
Le porosità presenti all'interno dell'osso orbitale, poi, possono essere una prova dell'anemia causata dalla carenza di minerali come il ferro dalla carenza di vitamine come la B12 e la B9 (acido folico), o il risultato di malattie croniche come la malaria. Dall'esame dei denti è emersa anche la presenza di carie causata, probabilmente da una dieta ricca di zuccheri e carboidrati. I seni nasali hanno mostrato anche che alcuni bambini hanno sofferto di sinusite connessa alle condizioni ambientali in cui vivevano: i bambini, infatti, respiravano aria contaminata con polvere e sabbia del deserto che penetrava facilmente nelle loro abitazioni.
I ricercatori stanno progettando ulteriori studi sulla salute, la dieta e le condizioni di vita dei bambini della necropoli di Saqqara da sviluppare nel corso dei prossimi scavi. Durante il periodo di attività della necropoli, l'Egitto perse la sua indipendenza e divenne parte delle conquiste di Alessandro Magno e dei suoi successori, i Tolomei, che qui diedero vita ad una nuova dinastia.

Fonte:
scienceinpoland.pap.pl

domenica 22 gennaio 2017

Paestum, il ritorno del guerriero

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha recuperato cinque pregevoli dipinti sottratti al territorio di Paestum.
La storia di questi dipinti risale al 1995, quando un'importante indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per contrastare la piaga degli scavi clandestini e della ricettazione, mette al centro dei riflettori un noto trafficante internazionale. Grazie alle intercettazioni telefoniche si è scoperto che l'uomo aveva centinaia di reperti già piazzati sul mercato illecito in fase di trattativa con i tombaroli.
Ulteriori indagini hanno portato al sequestro di numerosi reperti, alcuni dei quali recavano ancora tracce di terra, custoditi in un deposito a Campione d'Italia (Co). Si tratta di porzioni di una tomba a cassa litica, con scene dipinte che permettono di ascriverle al repertorio delle tombe affrescate sannitico-campane di IV-III secolo a.C. nelle aree archeologiche di Paestum.
Tre lastre tombali recano le immagini di altrettante figure femminili che offrono bevande e frutta alla divinità. Le donne indossano vesti chiare bordate, al centro, di rosso; sono a braccia nude tranne una, che appare velata come ad indicare una donna di età e status superiore, la domina delle sue ancelle. Nella lastra più grande un giovane eroe a piedi, capelli neri e un filo di barba, recante uno scudo conico, un cinturone di bronzo e due corti giavellotti in ferro, conduce un mulo che trasporta un carico con un cagnolino. Questa lastra ha un diretto riscontro con un affresco rinvenuto nel 1969 negli scavi in località Andriuolo-Laghetto (Paestum). L'iconografia del ritorno del guerriero, inoltre, è un tema molto diffuso nel IV secolo a.C.
Il cavaliere è accompagnato da due guerrieri a piedi vestiti con stivali, tunica, cinturoni, scudi ed elmi. Il guerriero a destro, barba fluente e lunghi capelli neri, impugna due corte lance in ferro. Anche l'elmo è in ferro. L'uomo ha un'aria piuttosto esotica, tipica di un mercenario straniero, forse etrusco. Tutte le lastre risultano tagliate e poi ricomposte circa a metà dell'altezza, probabilmente per trafugarle e trasportarle meglio. Erano pertinenti, molto probabilmente, alla sepoltura di un membro dell'aristocrazia lucana del IV secolo a.C.

Fonte:
Liberamente tratto da Archeologia Viva marzo/aprile 2016

La missione archeologica italiana e l'antica città di Nigin

Particolare delle ciotole trovate rovesciate sul pavimento in un ambiente
al centro dell'antico insediamento (Foto: asorblog.org)
Circa 40 chilometri a nordest di Nassiriya, tra il Tigri e l'Eufrate, ha operato, negli scorsi anni, una missione congiunta tra l'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma e l'Università di Perugia. Gli archeologi hanno scavato a Tell Surghul, dove, nell'Ottocento, è stata segnalata la presenza di ceramica affiorante dal suolo ed iscrizioni cuneiformi che facevano riferimento ad una città sepolta, Nigin, un insediamento risalente al III millennio a.C., facente parte, con le città di Girsu e Lagash, di un'entità politica conosciuta come stato di Lagash.
Gli archeologi hanno trovato, sulla sommità della collina più bassa dell'insediamento, un muro in mattoni crudi spesso oltre due metri ed i resti di almeno cinque incensieri in ceramica, tutti al loro posto. Tra questi incensieri uno era dipinto in nero su bianco, con una decorazione che, nella parte superiore, richiamava le montagne mentre nella parte inferiore alludeva alle acque sotterranee che la mitologia sumerica collegava al dio Enki, creatore dell'uomo.
Nel crollo del muro è stato rinvenuto anche un meraviglioso cristallo di rocca lavorato e un chiodo in ceramica, entrambi databili al 4800-4500 a.C.. Nicchie e lesene in mattoni crudi ad occidente della struttura scoperta rimandano ad una destinazione sacra della struttura alla quale apparteneva il muro.
Gli incensieri ritrovati nella parte bassa dell'insediamento
(Foto: asorblog.org)
In un'altra parte del sito, al centro dell'antico insediamento, è stato scoperto l'angolo di un vano, delimitato da due muri in mattoni crudi. I ricercatori non sono ancora certi della destinazione d'uso dell'edificio di cui faceva parte, ma un indizio importante è sicuramente costituito da oltre 40 ciotole intere rinvenute rovesciate sul pavimento e ancora ricolme di resti alimentari: semi di grano, lische di pesci e ossa di piccoli animali. Probabilmente si trattava del vano di un edificio pubblico per lo stoccaggio e la ridistribuzione delle risorse alimentari. Il vano presenta tracce di distruzione e di incendio, che portano a pensare ad una fine violenta e drammatica della città di Nigin.
Tra il 2450 e il 2350 a.C. l'insediamento venne ridotto di dimensione, probabilmente a causa di un allagamento parziale. Nigin, infatti, all'epoca era circondata da estese paludi. Il ridimensionamento comportò comunque la costruzione di alcuni edifici sacri e di altre opere pubbliche. Uno dei primi templi fu quello dedicato a Nanshe, divinità delle acque nonché patrona della città. Venne scavato anche un grande canale che terminava al mare. Gudea di Lagash, che regnò tra il 2144 e il 2124 a.C., incrementò gli interventi edilizi a Nigin, facendo costruire templi dedicati alle più importanti divinità del regno.
Nella campagna di scavo del 2016 sono state ampliate le esplorazioni del centro antico di Nigin e sono stati riconosciuti diversi strati databili al tardo Uruk ed al I periodo della Dinastia di Ur. Sono state inoltre scavati tre ambienti dell'edificio scoperto l'anno precedente, che aveva il suo ingresso principale sul lato occidentale. Nello scavo sono state individuate quattro grandi giare rotte.
Veduta generale dell'ambiente in cui sono state rinvenute delle ciotole
rovesciate (Foto: asorblog.org)
Nanshe, dea protettrice di Nigin, era figlia di Enki e  di Ninhursag, dea della terra. Era anche sorella di Ningirsu, dio della guerra, patrono del re Gudea e dello stato di Lagash. La nascita di Nanshe è narrata nel mito sumerico "Enki e Ninhursag", dove si racconta che Enki mangiò alcune piante speciali e protette della dea Ninhursag e per questo fu da lei maledetto. L'intervento del dio Enlil riconciliò la coppia e Ninhursag cancellò la maledizione e diede vita ad una serie di divinità che curassero i malesseri di Enki. Così nacque Nanshe, che alleviò i dolori alla gola del padre.
Nanshe aveva un rapporto particolare con il mondo delle acque dolci, come si riscontra a Nigin, del resto. La città era, infatti, caratterizzata, in antico, dalla vicinanza del mare ma anche da sistemi di canali artificiali e paludi. Lo stesso Gudea ricorda di aver effettuato in barca il suo viaggio a Nigin, al tempio Sirara di Nanshe. Un suo testo lo descrive come "la montagna che si erge sulle acque".
Durante la campagna di scavo di ottobre-dicembre 2016 è stata aperta ed esplorata una nuova trincea di scavo, mirante ad identificare l'ultima fase del tempio della dea Nanshe, citato nei mattoni inscritti di Gudea di Lagash, i cui resti sono sparsi alla base del tumulo sul lato meridionale. Lo scavo è stato aperto in cima alla collina, già esplorata nel 1887. Qui è stata scoperta una placca in argilla con la raffigurazione di un uomo-toro che tiene un anello ed un mattone con sigillo che riporta l'iscrizione di Gudea che menziona Nigin e la costruzione del Sirara, il tempio dedicato alla dea Nashe.
Alla fine del III millennio a.C. le città di Girsu, Lagash e Nigin vennero distrutte come conseguenza della caduta della III Dinastia di Ur. Sono pochi i documenti del periodo paleobabilonese che testimoniano il lento declino e l'abbandono di questi insediamenti.

Fonte:
liberamente adattato da Archeologia Viva settembre/ottobre 2015

La Fonte di Giuturna nel Foro Romano

La Fonte di Giuturna (Foto: thehistorytemple.com)
Nel 2015 sono tornate visibili al pubblico sette grandi sculture legate al contesto della Fonte di Giuturna (Lacus Iuturniae), una delle più importanti dell'antichità, le cui acque erano considerate salutari.
Tra le statue esposte, il gruppo dei Dioscuri trovato in pezzi nella vasca della Fonte di Giuturna (segno che le sculture furono, forse, spezzate intenzionalmente) e in seguito ricomposto. Il gruppo, una copia dallo stile arcaicizzante di epoca ellenistica, è databile tra la fine del II secolo e l'inizio del I secolo a.C. e, insieme alle altre sculture è stato trovato a poca distanza dal Tempio di Romolo.
Il puteale in marmo, anch'esso rinvenuto con le sculture, riporta due iscrizioni che ricordano il magistrato Marcus Barbatius Pollio (I secolo a.C.), che lo dedicò a Giuturna, la ninfa con la quale i Romani personificarono la fonte d'acqua. La leggenda vuole che i Dioscuri siano apparsi ai Romani per guidarli contro i Latini nella battaglia al Lago Regillo (499 a.C.) per la difesa di Roma. Furono poi visti abbeverare i loro cavalli alla fonte di Giuturna e annunciare la vittoria in città. Sul bordo del bacino è stato trovato un calco di un un cippo marmoreo di età traianea, che rappresenta i Dioscuri a rilievo, i loro genitori Giove e Leda e la ninfa Giuturna.
Il gruppo dei Dioscuri in mostra (Foto: eventiculturalimagazine.com)
La sorgente, che scaturiva ai piedi del Palatino, tra il Tempio di Vesta e quello dei Castori (come i Romani chiamavano i Dioscuri, privilegiando il nome di uno dei gemelli, Castore), fu individuata dagli scavi di Giacomo Boni nel 1900. Più tardi, negli anni '80, è stata oggetto di studio da parte dell'Istitutum Romanum Finlandiae.
Il luogo in cui sorgeva la Fonte di Giuturna è individuabile grazie al bacino con al centro il calco dell'ara. Un'edicola sacra, probabilmente il tempietto dedicato a Giuturna, sorella del re Turno, e l'edificio in mattoni della Statio Aquarum (l'ufficio degli acquedotti), che in origine doveva essere decorato da numerose sculture, completano il sito della fonte più importante a Roma.
Sono state identificate diverse fasi di costruzione, grazie ai materiali ed alle tecniche impiegate: opera reticolata alla fine del II e inizi del I secolo a.C., tufo dell'Aniene all'inizio dell'Impero. Probabilmente i restauri della fonte sono contemporanei a quelli del Tempio dei Dioscuri, ipotesi confermata dal ritrovamento dei pezzi delle statue dedicate ai gemelli divini, che in origine avrebbero occupato uno spazio sul piedistallo centrale della fonte.
Si narra che Giuturna sarebbe stata amata da Giove, che la trasformò in una fonte di eterna giovinezza, dove Giunone si bagnava riacquistando la sua giovane freschezza. In onore della ninfa si celebravano, a Roma, gli Iuturnaria per scongiurare la siccità. La fonte era tra i numerosi santuari dedicati alle divinità acquatiche, dove gli ammalati si recavano per avere beneficio dalle acque medicamentose.



Fonti:
liberamente adattato da:
Adnkronos.com
archeologia viva settembre/ottobre 2015
thehistorytemple.it

sabato 21 gennaio 2017

Sudan, scoperti cimiteri accanto al monastero di al-Ghazali

Una delle sepolture trovate nei pressi del monastero di al-Ghazali, in Sudan
(Foto: Robert Stark)
Gli archeologi hanno annunciato la scoperta di quattro grandi cimiteri nei pressi di un monastero medioevale in Sudan. Finora sono stati estratti 123 scheletri, alcuni dei quali sono stati deposti in modo molto strano. La scoperta è degli ultimi due anni e il monastero è quello di al-Ghazali, vicino al Nilo. Già nel 2014 gli archeologi polacchi avevano riportato alla luce un monastero bizantino, che aveva ospitato un nutrita comunità di monaci e pellegrini.
Gli scheletri trovati nei pressi del monastero di al-Ghazali sono tutti maschili, probabilmente si tratta dei monaci che  vivevano qui circa mille anni fa, quando un prospero regno cristiano era fiorito nel Sudan. Nel 2013 altri archeologi hanno annunciato la scoperta di una cripta risalente a 900 anni fa in Sudan. Nella cripta, le cui pareti erano ricoperte di iscrizioni, erano custoditi sette corpi mummificati.
Uno dei teschi con ancora tracce del sudario
(Foto: Robert Stark)
In un'altra sepoltura comune, nel 2009, quella del monastero di Old Dongola, capitale dell'antico regno medioevale di Makuria, che fiorì nella valle del Nilo, vennero ritrovati sette scheletri maschili molto ben conservati. Gli scheletri indossavano vesti di lino, alcuni portavano al collo una croce cristiana. Si pensa che uno degli scheletri potrebbe essere quello dell'arcivescovo Georgios, probabilmente il più potente leader religioso del regno cristiano di Makuria. Nelle vicinanze venne trovato un epitaffio in cui si apprende che la morte dell'uomo avvenne nel 1113 d.C., all'età di 82 anni. Le iscrizioni trovate sulle pareti della cripta erano in greco e in copto, tracciate con l'inchiostro nero.
Tra i resti trovati in questi ultimi due anni vi sono anche sudari ben conservati che, in alcuni casi, coprivano ancora il capo dei defunti. Tuttavia quello che più ha lasciato perplessi i ricercatori sono alcune sepolture "anomale" di questo cimitero. Due corpi, in particolare, sono stati trovati con segni di incisioni sulle ossa praticate post mortem, quando le ossa erano ancora abbastanza "fresche". Altri corpi sono stati sepolti in modo strano. Le gambe di un uomo, per esempio, formavano un angolo di 45 gradi e lo stesso individuo aveva una delle braccia sollevate e poste attorno alla testa.

Fonte:
ancient-origins.net

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