domenica 25 gennaio 2026

Pergamo, uso alternativo degli unguentaria...

Pergamo, recipienti contenenti resti di feci umane
(Foto: C. Atila/Journal of Archaeological Science)

Gli antichi testi medici descrivono trattamenti a base di escrementi umani. Un'analisi dei residui di un contenitore di vetro romano di Pergamo, nell'odierna Turchia, ha fornito la prima prova chimica diretta che un medicinale preparato con feci umane fosse conservato e probabilmente utilizzato nel mondo romano.
Lo studio su questi elementi suggerisce che alcuni contenitori definiti "cosmetici", debbano essere riconsiderati, dal momento che i confini tra profumo, unguento e medicina erano, un tempo più labili di quanto si possa credere oggi.
L'oggetto al centro dell'indagine archeologica e scientifica è un piccolo unguentarium romano in vetro, una sorta di fiaschetta spesso associata ad oli e profumi, conservato presso il Museo Archeologico di Pergamo. Da esso i ricercatori hanno rimosso circa 14,6 grammi di residuo per sottoporlo ad analisi.
La città di Pergamo era strettamente legata al santuario di Asclepio e godeva da tempo della reputazione di centro di guarigione. L'Asklepeion di Pergamo divenne uno dei centri di cura più famosi dell'antichità, offrendo terapie che spaziavano dai bagni e dai rimedi erboristici alla diagnosi basata sui sogni.
I ricercatori hanno identificato, in questo unguentarium, il coprostanolo ed il 24-etilcoprostanolo, composti considerati biomarcatori affidabili della materia fecale. Il loro rapporto supporta un'origine umana del materiale contenuto nell'unguentarium. Il residuo conteneva anche carvacrolo, un composto aromatico legato a piante simili al timo ed all'origano. Gli studiosi interpretano questo ritrovamento come un espediente per mascherare gli odori, rifacendosi alle antiche istruzioni per la miscelazione degli ingredienti, che indicavano di miscelare ingredienti dall'odore forte con sostanze aromatiche.
I rimedi a base di feci sono noti da tempo grazie agli autori classici (in particolare quelli legati a Pergamo), ma questa scoperta offre la prova fisica che almeno una di queste ricette veniva preparata e conservata in un contenitore e non solo discussa sui testi. La scoperta ha portato anche ad ripensamento sull'utilizzo dei piccoli contenitori considerati da sempre deputati ai profumi.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

venerdì 23 gennaio 2026

Fano, riemerge la Basilica attribuita a Vitruvio

Fano, resti della Basilica vitruviana
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

E' la Basilica descritta da Vitruvio nel "De Architectura" quella emersa dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano: l'unico edificio attribuibile con certezza all'architetto romano. L'annuncio ufficiale è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi.
Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la Basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio che ha restituito la quinta colonna d'angolo, confermando la posizione e l'orientamento dell'edificio tra le due piazze.
Le colonne, di circa 147-150 centimetri di diametro (circa cinque piedi romani) ed alte circa 15 metri erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato già da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati (verde cipollino e bianco venato pavonazzetto) aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello.
L'esistenza di un edificio concepito interamente dall'architetto cesariano-augusteo Vitruvio Pollione e localizzato nel Foro dell'antica Fanum Fortunae, rinominata, in età augustea, Colonia Iulia Fanestris, è nota da secoli, almeno da quando hanno cominciato a circolare le prime versioni a stampa dell'opera vitruviana.
Nel Libro V del De Architectura, l'architetto fornisce una descrizione dettagliata della basilica: una grande aula rettangolare, circondata da un peristilio colonnato, pensata per le funzioni pubbliche ed amministrative della città.

Fonti:
archeomedia.net
nationalgeographic.it
focus.it

domenica 18 gennaio 2026

Sant'Antico, la Tomba dell'Egizio

Sardegna, rilievo antropomorfo sul pilastro centrale della cosiddetta
"Tomba dell'Egizio" (Foto: Facebook/Ignazio Locci)

La tomba 7 PGM, conosciuta come la Tomba dell'Egizio di Sant'Antioco, in Sardegna, si distingue tra le sepolture della necropoli punica per l'eccezionalità delle sue decorazioni e per il valore storico che ne fa un unicum nell'isola. L'ambiente, rinvenuto nel 2002, è attualmente sottoposto a lavori di restauro e consolidamento che ne garantiranno la conservazione e la futura fruizione, inserendolo nel percorso di visita della necropoli. La qualità dei dipinti e delle strutture architettoniche rende il sito un punto di riferimento per gli studi sulla cultura funeraria punica e sulle influenze egiziane nel Mediterraneo occidentale. In occasione dei lavori in corso, il sindaco di Sant'Antioco, Ignazio Locci, ha visitato la tomba per la prima volta.
La necropoli di Sant'Antioco si trova sull'isola omonima, nel sudovest della Sardegna e rappresenta una delle aree funerarie puniche più estese e meglio conservate dell'isola. Il settore noto come Is Pirixeddus comprende oltre 50 tombe sotterranee, parte di un'area funeraria che in origine si estendeva per circa dieci ettari. Gli ipogei erano accessibili tramite corridoi scalinati detti dròmos, e ospitavano più sepolture, probabilmente appartenenti a membri della stessa famiglia, deposti in bare di legno spesso dipinte di rosso o decorate con figure intagliate in rilievo. L'uso della necropoli proseguì anche in epoca romana, quando lungo la collina che dall'Acropoli scendeva verso l'antico centro abitato si diffusero tombe alla cappuccina, sepolture ad incinerazione e fosse terragne.
La Tomba dell'Egizio costituisce un caso rarissimo nel Mediterraneo punico per la presenza di una camera funeraria trapezoidale con un pilastro centrale scolpito a rilievo antropomorfo. La figura maschile presenta volumi rigidi e compatti, con forme geometriche evidenti nelle spalle squadrate, nel gonnellino rettangolare, nel volto triangolare e nel copricapo. Le braccia aderiscono al corpo, con il braccio destro disteso lungo il fianco e il sinistro ripiegato sotto il petto. L'impostazione simmetrica e statica della figura è animata solo dal movimento accennato della gamba e del braccio sinistro, mentre l'impatto visivo è rafforzato dal contrasto cromatico dei pigmenti rossi e neri applicati direttamente sulla roccia chiara. Il colore nero è utilizzato per definire i dettaglia dell'acconciatura egizia, il klaft, che scende rigidamente dietro le orecchie, così come per i baffi e la barba con il caratteristico ricciolo faraonico. Sul petto, retto dalla mano piegata, è stato identificato un unguentario legato al polso, oggetto legato all'igiene personale. Il rosso, colore dominante nella camera funeraria, assume un forte valore simbolico e rituale, connesso alla morte, alla rinascita ed alla sfera divina.
La decorazione si estende alle pareti della camera attraverso una tessitura geometrica a larghe fasce e bande piene, articolata in grandi spazi rettangolari, false finestre e otto nicchie scolpite, due per ciascuna parete. L'apparato simbolico culmina in una falsa porta collocata nel quadrante sinistro della camera, elemento che, secondo la tradizione egizia, consentiva all'anima del defunto di transitare verso il mondo dei morti.
All'interno della camera funeraria era deposto un solo individuo, collocato nell'angolo di fondo entro un sarcofago ligneo che imita i modelli egizi a cartonnage (materiale che veniva utilizzato per le maschere funerarie), caratterizzati dalla forma antropomorfa e dal ritratto schematico del defunto sul coperchio. Il corredo vascolare associato era estremamente essenziale e comprendeva una lucerna con supporto, un'anfora, un piatto ed un kernos, una forma vascolare in uso nell'antica Grecia.
L'apparente contrasto tra la ricchezza dell'architettura funeraria e la semplicità del corredo suggerisce che le distinzioni sociali nella Sulci (o Sulki) punica, l'attuale Sant'Antioco, della metà del V secolo a.C. venissero espresse principalmente attraverso la monumentalità e la simbologia dello spazio sepolcrale, piuttosto che attraverso l'accumulo degli oggetti.
I richiami alla cultura egizia, ulteriormente attestati dal rinvenimento di volatili ed uova come offerte alimentari e simboli di rinascita, non sono estranei alla tradizione fenicia e punica.
Le ipotesi del personaggio scolpito restano aperte: potrebbe trattarsi di una divinità o di un demone ctonio (figura associata ai culti delle potenze sotterranee) legato alla protezione del defunto, di Baal Addir, "Signore Potente", divinità connessa agli inferi, oppure dello stesso defunto rappresentato nel contesto dei rituali di eroizzazione funeraria.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, ritrovano il tempio di Zeus a Limira

Turchia, vista aerea dell'antica Limira
(Fonte: storicang.it)

Limira, in Turchia, era una delle città più importanti dell'antica Licia. Gli storici sapevano che il dio principale venerato in città era Zeus grazie ad una serie di iscrizioni epigrafiche scoperte nel 1982 che confermavano l'esistenza di un tempio a lui dedicato. Ma l'ubicazione era sconosciuta. Gli archeologi lo hanno cercato per oltre quattro decenni sotto strati di storia, pietre e alberi di arancio. Fino ad ora.
Un team guidato dal Professor Kudret Sezgin, dell'Università Hitit, in collaborazione con l'Istituto Archeologico Austriaco, ha posto fine all'annoso enigma con la scoperta dell'ingresso orientale del tempio perduto di Zeus, delle sue mura e di parte della sua struttura monumentale. Il ritrovamento è stato definito uno dei più importanti dell'archeologia licia e greca degli ultimi decenni.
Situata ai piedi del monte Tocak, a circa 9 chilometri dall'attuale Finike, nella provincia di Antalya (Turchia), Limira era un centro politico e religioso chiave nella Licia orientale. Durante il IV secolo a.C., sotto il regno del re Pericle di Limira, la città conobbe un grande sviluppo architettonico e culturale.
Tra i suoi monumenti più famosi vi sono l'heroon di Pericle, che riflette il suo potere monarchico indipendente tra le influenze persiane e greche, il teatro che poteva contenere seimila spettatori, i bagni romani, il Ptolemaion, tempio costruito in onore di Tolomeo II Filadelfo e le tombe scavate nella roccia. Mancava solamente il tempio principale di Zeus, dio protettore della città.
La struttura scoperta coincide perfettamente con le descrizioni architettoniche riportate nelle iscrizioni antiche. La sua facciata orientale, larga 15 metri, era nascosta sotto una muraglia bizantina costruita secoli dopo, cosa che, insieme all'orografia del terreno, ha complicato gli scavi.
La cella, vale a dire la camera sacra interna del tempio, è tuttora sepolta sotto un aranceto privato ma gli archeologi contano di scavare in questa zona una volta concluse le procedure di esproprio dell'area. Si pensa che la cella del tempio possa aver conservato pavimentazioni, arredi votivi e dettagli architettonici ancora intatti.
La cosa più insolita di questi scavi è che si è verificata una reinterpretazione delle strutture precedentemente scavate. Per anni un grande portale monumentale sotto la cosiddetta strada romana è stato considerato un propileo civico. Con le nuove scoperte, gli archeologi hanno concluso che si trattava, invece, dell'accesso cerimoniale all'imponente santuario di Zeus. Allo stesso modo, una cinta muraria attribuita alle fortificazioni ellenistiche, è stata ribattezzata come il muro perimetrale dello stesso tempio, noto come témenos, il recinto sacro in cui era edificato il mausoleo sacro. Questa reinterpretazione riconfigura completamente la gerarchia spaziale di Limira, ponendo il santuario di Zeus come asse simbolico della parte occidentale della città.
Monete, iscrizioni e fonti scritte citano Zeus quale divinità suprema della città durante i periodi classico, ellenistico e romano. Questo tempio era il cuore spirituale di una comunità, che lo frequentò per ben 800 anni.
I ricercatori hanno rinvenuto, nei resti dell'antica Limira, anche frammenti di ceramica che indicano un'attività umana a Limira da almeno 5000 anni, il che fa risalire la storia urbana della città all'inizio del III millennio a.C.

Fonte:
storicang.it

Turchia, l'anello dell'arciere...

Turchia, anello da arciere del XII secolo
(Foto: storicang.com)

La città di Hasankeyf, nel sudest della Turchia, è stata abitata senza interruzione per ben dodicimila anni. Si tratta di uno dei centri abitati più antichi del mondo.
Ad Hasankeyf gli archeologi hanno fatto una scoperta affascinante: un anello da arciere intagliato in avorio, decorato con perle, turchesi e filigrane d'argento, straordinariamente ben conservato.
Questo raro gioiello, scoperto durante gli scavi del 2025 nell'ambito del progetto Heritage for the Future del Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, si distingue non solo per la sua manifattura raffinata, ma anche poiché, ad oggi, non risultano confronti noti in ambito islamico medioevale. Si tratta di uno zihgir, un tipo di anello utilizzato dagli arcieri per proteggere il pollice mentre scoccavano le frecce con l'arco.
Situata sulle rive del Tigri, nella provincia turca di Batman, la posizione strategica di questa città millenaria tra Mesopotamia ed Anatolia ne fece un nodo cruciale per il commercio, la difesa e la vita culturale. Da qui passarono romani, bizantini, arabi, ottomani e, tra l'XI e il XIII secolo, la potente dinastia turcomanna degli Artuqidi.
Sotto il dominio artuqide, Hasankeyf visse la sua età dell'oro. Furono costruiti palazzi, fortezze, ponti e moschee che ancora oggi colpiscono per grandezza ed eleganza. Il Palazzo artuqide dove è stato rinvenuto l'anello, fu proprio l'epicentro del potere politico e culturale della regione.
L'anello è stato trovato nel settore sudest del complesso palaziale, in un'area direttamente associata all'élite governativa. Sia la manifattura che il luogo del rinvenimento indicano che non si trattava di un semplice accessorio militare, ma di un oggetto cerimoniale o legato al prestigio personale.
Intagliato in avorio, un materiale di grande valore nel mondo islamico medioevale, l'anello presenta una decorazione raffinata con piccole perle incastonate in file simmetriche, una pietra turchese montata su una base romboidale e dettagli in argento (cerchi, triangoli e motivi geometrici) che circondano l'apertura per il dito. Al centro della composizione è presente un motivo argentato a forma di rombo.
Nelle culture islamiche e turciche medioevali l'arte del tiro con l'arco non era soltanto un'abilità militare, ma anche una pratica nobile, una disciplina spirituale ed un indicatore di prestigio. Lo zihgir, indossato sul pollice per proteggerlo dallo sfregamento della corda, passò così da oggetto funzionale a gioiello distintivo dell'élite.
Per gli arcieri comuni la protezione del pollice di solito era in cuoio o in osso, mentre gli esemplari di fattura così raffinata servivano a marcare l'appartenenza ad una casta guerriera privilegiata. I ricercatori ritengono che questo anello non fosse usato in combattimento, ma in contesti di corte, forse come parte dell'abbigliamento cerimoniale di un membro della famiglia reale artuqide o del suo entourage.
La dinastia artuqide governò parti dell'Anatolia e della Mesopotamia settentrionale tra l'XI ed il XIII secolo. Fu una grande promotrice dell'architettura, delle arti decorative e delle scienze, esibite in capitali come Mardin ed Hasankeyf, dove s'intrecciavano diverse influenze culturali. Questo anello è una testimonianza di questa raffinatezza e pluralità culturale: la combinazione di avorio, perle, argento e turchese non ha precedenti noti, nemmeno nel tesoro del palazzo di Topkapi ad Istanbul e rende il ritrovamento un pezzo unico a livello mondiale.
Gli esperti sono convinti che l'anello sia stato deposto deliberatamente in quest'area del palazzo, forse come parte di un rituale di chiusura o come offerta. Il suo stato di conservazione è eccezionale, malgrado sia rimasto sepolto per oltre ottocento anni.

Fonte:
storicang.it


Toscana, a Sorano individuata una struttura Neolitica per bagni rituali

Sorano, la struttura neolitica appena rinvenuta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazioni MIC)

Una struttura in pietra databile al Neolitico (tra il 4490 ed il 4330 a.C. circa) è stata individuata nell'area delle terme di Sorano, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, nel corso di uno scavo archeologico autorizzato dal Ministero della Cultura e tuttora in corso. Il rinvenimento documenta un utilizzo delle acque termali in epoca preistorica e restituisce una delle più antiche attestazioni note di frequentazione umana del sito.
La scoperta è avvenuta all'interno di una vasta cavità scavata in un ripiano di travertino, estesa per circa 320 metri quadrati e profonda fino a 3,60 metri dal piano di campagna, situata al di sopra del cosiddetto Bagno dei Frati, vasca termale storica risalente al XV secolo, utilizzata in passato dai religiosi della pieve di Santa Maria dell'Aquila.
Nel corso della prima campagna di scavo, avviata nel 2024, la rimozione dello strato superficiale di humus ha portato all'individuazione di un ingresso ad imbuto con tre gradini ricavati direttamente nella roccia. Un saggio stratigrafico interno, approfondito fino a circa 2,50 metri, ha consentito di mettere in luce, sul fondo della cavità, una struttura ellissoidale di 2,60 per 2,20 metri, costruita con blocchi di travertino e tufo disposti su più assise, con riempimento interno di piccole pietre e massicciate perimetrali esterne.
Durante le operazioni è emersa anche una falda di acqua termale antica, mai documentata in precedenza in quell'area. Le analisi al radiocarbonio effettuate su frammenti di carboni rinvenuti a diretto contatto con le pietre della struttura ne hanno collocato la realizzazione in piena Età Neolitica. La datazione è coerente con il rinvenimento di manufatti litici e frammenti ceramici, che attestano un utilizzo delle acque termali con finalità salutari e, verosimilmente, anche cultuali.
Una parte consistente della cavità deve ancora essere indagata, ma i dati raccolti finora consentono già di riconoscere l'eccezionale valore scientifico del sito ed il suo contributo alla conoscenza del Neolitico in Italia, in particolare in relazione al rapporto tra comunità umane e sorgenti termali.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC

Roma continua a riservare sorprese: gli scavi di via di Pietralata

Roma, il sacello trovato a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)

A Roma, nel Parco delle Acacie lungo via di Pietralata, la Soprintendenza Speciale di Roma ha riportato alla luce un complesso archeologico esteso e stratificato, con strutture cultuali, funerarie e infrastrutture viarie risalenti ad un periodo tra età repubblicana e imperiale. Si tratta di due grandi vasche monumentali, un edificio di culto probabilmente dedicato ad Ercole ed un articolato complesso funerario di età repubblicana.
I dati finora emersi delineano una sequenza di occupazione che va dal V-IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con tracce di una presenza più sporadica anche tra il II ed il III secolo d.C. Al centro del contesto individuato si sviluppa un lungo asse viario di epoca antica, che attraversava l'area in un territorio caratterizzato dal passaggio di un corso d'acqua, confluito nel vicino fiume Aniene.
Roma, la vasca sud rinvenuta a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
La strada rappresenta uno degli elementi strutturanti del sito. L'asso viario si articola in due tratti distinti: uno più prossimo all'attuale via di Pietralata, realizzato in terra battuta, e un altro in direzione di via Feronia, scavato direttamente nel banco di tufo. Sebbene la percorrenza dell'area dovesse essere già più antica, le prime evidenze di una regolarizzazione dell'asse stradale, orientato da nordovest a sudest, risalgono all'età medio-repubblicana, intorno al III secolo a.C. In questa fase venne costruito un imponente muro di contenimento in blocchi di tufo, successivamente sostituito, nel secolo seguente, da una struttura in opera incerta.
Nel I secolo d.C. la strada era ancora in uso e fu oggetto di ulteriori interventi. Venne dotata di un nuovo battuto e delimitata da murature in opera reticolata, segno di una sistemazione più monumentale del percorso. La porzione di tracciato in prossimità di via Feronia mostra un periodo di utilizzo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. e conserva, nella sua fase più antica, evidenti solchi carrai incisi nella tagliata di tufo. A partire dal II-III secolo d.C. alcune modeste sepolture a fossa, disposte lungo l'asse stradale, sembrano documentare il progressivo abbandono della strada e la trasformazione del suo ruolo all'interno del paesaggio.
Roma, scavi di via di Pietralata, Tomba A Specchio
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Dalla strada si accedeva a un piccolo edificio di culto, un sacello a pianta quadrangolare di dimensioni contenute ma di grande interesse simbolico ed archeologico. La struttura misura circa 4,5 per 5,5 metri ed è costruita con murature in opera incerta di tufo, con tracce di intonaco ancora visibili sulle pareti interne. Al centro dell'ambiente, in asse con l'ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco, interpretabile come un altare o parte di esso. Sulla parete di fondo, sempre al centro, un avancorpo in muratura doveva fungere da base per una statua di culto.
Lo scavo ha messo in luce un dato particolarmente significativo: il sacello fu realizzato al di sopra di un deposito votivo ormai dismesso. All'interno di questo deposito sono stati rinvenuti numerosi ex voto, tra i quali teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Si tratta di materiali che fanno pensare ad un luogo legato al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la vicina via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, dove erano presenti diversi templi a lui dedicati. Alcune monete in bronzo rinvenute nel contesto consentono di datare la costruzione del sacello tra la fine del III ed il II secolo a.C., collocandolo pienamente nell'età repubblicana.
Roma, scavi di via di Pietralata, stipe votiva rinvenuta
nel sacello (Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato anche un complesso funerario di notevole importanza. Due corridoi distinti e paralleli, i cosiddetti dromoi, conducono a due tombe a camera databili tra il IV e l'inizio del III secolo a.C. La prima, indicata come Tomba A, presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia. Il portale, realizzato in pietra con stipiti e architrave, era chiuso internamente da una grande lastra monolitica. All'interno della sepoltura sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne, tutti in peperino. Il corredo comprende due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta, anch'essa a vernice nera.
La Tomba B, probabilmente realizzata in un momento leggermente successivo ma sempre in età repubblicana, nel III secolo a.C., era chiusa da grandi blocchi di tufo. La camera presenta sui lati delle banchine destinate alla deposizione dei defunti. Tra i resti umani è stato individuato uno scheletro maschile adulto, del quale è stato finora recuperato soltanto parte del cranio. Su questo elemento è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica, una testimonianza di grande interesse per la storia della medicina antica. Le due tombe facevano parte di un unico complesso funerario che doveva presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, oggi gran parte scomparsa. Alcuni elementi risultano infatti asportati e reimpiegati già in età romana.
La monumentalità dell'insieme suggerisce l'appartenenza ad una gens facoltosa e influente, attiva in questo settore del territorio.
Roma, scavi di via di Pietralata, 
statuetta votiva di Ercole
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Tra le strutture più imponenti emerse dallo scavo spicca la cosiddetta vasca est. Si tratta di una struttura monumentale di circa 28 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con una profondità di 2,10 metri. La vasca fu realizzata nel II secolo a.C., come indicano le tecniche murarie in opera incerta. A partire dal I secolo d.C. la struttura sembra perdere progressivamente la sua funzione, entrando in una fase di abbandono che culmina con la chiusura definitiva alla fine del II secolo d.C. Le murature sono in opera cementizia erano originariamente rivestite da un compatto intonaco bianco, oggi quasi del tutto distaccato, del quale rimangono solo alcune tracce. L'intera vasca era coronata da una cornice in grandi blocchi di tufo. Al centro dei due lati lunghi sono presenti nicchie con volta a botte, mentre su uno dei lati corti è stato individuato un dolio inglobato nella gettata di cementizio. Sull'altro lato corto si conserva una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che tuttavia non raggiunge il fondo della vasca.
La funzione della struttura resta incerta. I materiali rinvenuti, tra cui terrecotte architettoniche e frammenti ceramici con graffiti fanno ipotizzare un possibile utilizzo cultuale, anche se non si può escludere un impiego legato ad attività produttive. La vasca era alimentata da un sistema di canalette che convogliavano l'acqua sia dal corso d'acqua naturale sia dal pendio ancora visibile a lato di via di Pietralata.
Una seconda vasca monumentale, definita vasca sud, è stata individuata poco distante. Questa struttura è scavata nel banco tufaceo e misura circa 21 per 9,2 metri, raggiungendo una profondità di circa 4 metri. Le pareti dell'invaso sono rivestite da murature in blocchetti squadrati disposti in modo irregolare, databili al II secolo a.C. Un secolo più tardi furono aggiunti ulteriori setti murari in opera reticolata e in opera quadrata di tufo, che delimitano la sommità della vasca.
L'accesso avveniva attraverso una rampa in grandi basoli di tufo, poggiata direttamente sul terreno, seguita da una seconda rampa più stretta, realizzata in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, che consentiva di raggiungere il fondo. Anche per la vasca sud, la funzione non è ancora chiaramente definita, soprattutto perché non sono stati finora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque.

Fonte:
finestresullarte.com

sabato 10 gennaio 2026

Inghilterra, ritrovato un corno dell'Età del Ferro quasi intatto

Inghilterra, il corno da battaglia dell'Età del Ferro
(Foto: Norfolk Museum Service)

Uno straordinario numero di oggetti dell'Età del Ferro è stato riportato alla luce nel West Norfolk, in Inghilterra. Il tesoro di oggetti metallici è tornato alla luce durante uno scavo archeologico condotto da Pre-Construct Archaeology.
Il tesoro comprende un corno da battaglia dell'Età del Ferro conservatosi quasi per intero, noto come carnyx, e parti di un altro corno.
Questi strumenti in bronzo a forma di testa di animale venivano utilizzati dalle tribù celtiche di tutta l'Europa per sostenere i guerrieri in battaglia. I romani li hanno spesso raffigurati come trofei di guerra. Il tesoro rinvenuto comprende anche una testa di cinghiale in bronzo laminato, originariamente appartenente a uno stendardo militare, cinque umboni di scudo ed un oggetto in ferro di origine sconosciuta.
Questa scoperta, molto rara, aiuterà gli studiosi nella comprensione dell'Età del Ferro in Inghilterra. Le comunità in Gran Bretagna erano ben collegate al più ampio contesto europeo del periodo, infatti. Gli oggetti rinvenuti nello scavo sono molto fragili e richiedono un lungo e delicato lavoro di restauro e consolidamento prima di poter affrontare una ricerca più approfondita. 

Fonte:
euronews.com


Egitto, riemergono i resti di un monastero bizantino

Egitto, i resti del complesso residenziale monastico
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Una missione archeologica egiziana ha portato alla luce nel sito di Al-Qariah Bil-Dueir, in Egitto, i resti di un articolato complesso monastico di età bizantina, che comprende edifici residenziali, strutture di servizio e una chiesa.
Le indagini archeologiche hanno consentito di individuare strutture edilizie realizzate in mattoni crudi, riconducibili ad un insediamento stabile ed organizzato, attribuibile ad una comunità monastica attiva nel sito in questo periodo storico.
La scoperta rappresenta un nuovo contributo alla conoscenza del patrimonio archeologico dell'Alto Egitto, in particolare di aree finora poco indagate dal punto di vista scientifico. Il ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathi, ha dichiarato che il rinvenimento testimonia la ricchezza e la varietà del patrimonio culturale egiziano attraverso le diverse epoche storiche e rientra nelle strategie del ministero volte a valorizzare il turismo culturale e a promuovere siti archeologici meno noti.
Mohamed Abdel Badi, responsabile del Settore delle Antichità Egizie del Consiglio Supremo delle Antichità, ha riferito che la missione ha individuato edifici di pianta rettangolare costruiti in mattoni crudi, orientati da ovest ad est, con dimensioni variabili comprese tra circa 8 x 7 metri e 14 x 8 metri. Gli edifici presentano sale rettangolari e, in alcuni casi, spazi assimilabili ad absidi o nicchie orientali destinate alla preghiera.
Sono stata individuate anche piccole stanze con coperture a volta, che potrebbero essere state utilizzate come celle o ambienti per la pratica devozionale dei monaci. Le pareti conservano tracce di intonaco e presentano nicchie e cavità murarie, mentre i pavimenti risultano realizzati con strati di malta. Alcuni edifici mostrano la presenza di cortili sul lato meridionale, nei quali si aprivano gli ingressi principali. Sono stati inoltre individuati piccoli edifici di forma circolare, interpretati come spazi destinati al consumo dei pasti da parte dei monaci.
Il direttore generale delle Antichità di Sohag, Mohamed Nagib, ha aggiunto che gli scavi hanno portato alla luce anche resti di strutture costituite da vasche realizzate in mattoni rossi e pietra calcarea, rivestite da uno strato di malta rossa, probabilmente utilizzate per la conservazione dell'acqua o per attività di tipo produttivo legate al sito. E' stato inoltre individuato un edificio in mattoni crudi, orientato da est ad ovest, con dimensioni approssimative di 14 x 10 metri, interpretato come la chiesa principale del complesso monastico.
Secondo quanto emerso, l'edificio ecclesiastico era articolato in tre settori principali: la navata, il coro e il santuario. Nella navata sono state rinvenute basi di pilastri in mattoni crudi, che indicano la presenza originaria di una cupola centrale. Il santuario, collocato al centro del lato orientale, presenta una pianta semicircolare ed è affiancato da due ambienti laterali, in linea con le tipologie architettoniche delle chiese del periodo.
Nel corso degli scavi sono stati recuperati numerosi reperti archeologici, tra cui anfore da stoccaggio, alcune delle quali recano iscrizioni che potrebbero corrispondere a lettere, numeri o nomi incisi sulle spalle dei contenitori. Sono emersi anche ostraka, frammenti di ceramica utilizzati come supporto scrittorio nell'antichità, con iscrizioni in lingua copta, utensili di uso quotidiano, frammenti lapidei riconducibili a elementi architettonici e parti di lastre in calcare incise con testi in scrittura copta.

Fonte:
finestresullarte.com
 

venerdì 9 gennaio 2026

Egitto, scavi rivelano un importante crocevia di traffici commerciali

Egitto, sito dello scavo nel delta occidentale del Nilo
(Foto: Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità)

Un vero e proprio crocevia di rotte commerciali è stato individuato grazie alle scoperte di Kom el-Ahmar e Kom Wasit, in Egitto. Scoperte che "parlano" anche di cultura e vita quotidiana dal V secolo a.C. all'età romana.
Scavi recenti, curati da un team egiziano-italiano del Consiglio Supremo delle Antichità e dell'Università di Padova, hanno permesso il ritrovamento di un vasto complesso industriale datato al V secolo a.C. e di un cimitero romano.
Questo importantissimo ritrovamento suggerisce che l'area tra i siti di Kom el-Ahmar e Kom Wasit non era solo fertile dal punto di vista agricolo, ma era anche un nodo strategico per la produzione, il commercio e l'insediamento strettamente connessi con il Mediterraneo e con l'entroterra di Alessandria d'Egitto.
Il complesso industriale comprendeva sei stanze, di cui due dedicate alla produzione di pesce salato, alimento facilmente commerciabile, testimoniato dal ritrovamento di 9.700 lische di pesce. Le altre stanze erano destinate alla fabbricazione di utensili in metallo e pietra e di amuleti in ceramica, suggerendo una produzione articolata e sofisticata. Sono state anche scoperte anfore importate per il vino e frammenti di ceramica greca, elementi che indicano stretti legami culturali e commerciali tra Egitto e mondo greco.
Accanto al complesso industriale, gli archeologi hanno documentato un cimitero romano, contenente sepolture semplici nel terreno, tombe in ceramica e sepolture di bambini in anfora. Le prime analisi bioarcheologiche sui resti di 23 individui - uomini, donne e bambini - suggeriscono che le condizioni di vita di questo gruppo umano erano abbastanza buone, senza segni di malattie gravi o violenza. Le sepolture offrono una rara visione sulle tradizioni funerarie e sulle strutture sociali dell'epoca.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 

Cina, trovate sepolture di tremila anni fa

Cina, manufatto bronzeo rinvenuto nelle rovine di
Changchun (Foto: Accademia di Archeologia dello
Shaanxi/Xinhua)

Risale a tremila anni fa la necropoli riemersa nella provincia dello Shaanxi, nella Cina nordoccidentale.
Le 31 sepolture ritrovate erano una parte rilevante delle rovine di Changchun, nella contea di Fuping, città di Weinan, che dall'agosto 2022 è oggetto di scavi condotti dall'Istituto provinciale di archeologia dello Shaanxi, dal Museo di Weinan e dall'Ufficio Cultura e Turismo di Fuping.
Le sepolture, secondo gli studiosi, possono essere classificate in quattro categorie in base alle loro caratteristiche morfologiche, con differenze gerarchiche.
Per esempio le tombe denominate M1 ed M2 sono di grado relativamente elevato, ciascuna con tre strati di bare. Sono stati portati alla luce più di 300 reperti, comprendenti corredi in rame, giada, pietra, lacca e conchiglie. Di particolare raffinatezza i ciondoli in giada, con motivi antropomorfi e di draghi ed i campanelli di pietra.
Dal confronto dei manufatti in ceramica e bronzo e dalle analisi al Carbonio-14 sulle ossa umane rinvenute nella M1 e nella M2, gli archeologi hanno determinato che i resti rinvenuti nell'area di scavo potrebbero risalire al periodo medio-tardo della dinastia Zhou occidentale (1046 a.C.-771 a.C.). Il proprietario della tomba M2 è un uomo e si presume che fosse il sovrano dell'insediamento, mentre nella tomba M1 è sepolta la moglie.
La mancanza di iscrizioni sui reperti finora rinvenuti rende, però, difficile confermare l'identità di questo gruppo. Nelle tombe più piccole sono state utilizzate solo bare singole e non sono stati sepolti oggetti in bronzo, mentre sono stati rinvenuti recipienti in ceramica e ornamenti in conchiglia, dai quali si deduce che le sepolture fossero destinate a gente comune. Gli archeologi hanno rinvenuto anche cinque fosse con resti di carri e cavalli.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


lunedì 5 gennaio 2026

Turchia: la più antica raffigurazione del Buon Pastore

Nicea, l'affresco del Buon Pastore recentemente scoperto
(Foto: storiearcheostorie.com)

Scoperta nell'antica Nicea, in Turchia, una tomba dipinta del III secolo d.C. con l'unica raffigurazione ad oggi nota in Anatolia di Gesù come Buon Pastore.
La scoperta è avvenuta nella necropoli di Hisardere, a 130 chilometri da Istanbul, in una tomba a camera sotterranea decorata con uno dei cicli pittorici paleocristiani più significativi mai rinvenuti in Anatolia. Proprio al centro di questi affreschi compare l'unica raffigurazione del Buon Pastore ad oggi attestata in tutta la regione.
Le pitture ricoprono tre pareti su quattro oltre al soffitto. Nel mondo greco il Buon Pastore era assimilato ad Hermes, figura che poi passò nel cristianesimo. L'iconografia di Cristo Buon Pastore è qui rappresentata da un giovane imberbe che indossa una semplice tunica, sulle spalle una capra, mentre ai lati due coppie dello stesso animale creano una disposizione simmetrica. A differenza di altre tombe dipinte della regione, questo ciclo pittorico si distingue per la presenza della figura umana.
Frequentata tra il II ed il V secolo d.C. sia da famiglie abbienti che da famiglie di classe sociale più basse, la necropoli di Hisardere ha restituito diverse tipologie di sepolture, tra le quali tombe a camera con il tetto in lastre di terracotta considerate tipiche della zona. La sepoltura appena scoperta risalirebbe al III secolo d.C., il che rafforza il ruolo della regione come uno dei primi centri cristiani.
La struttura interna della sepoltura rivela dettagli sul rito funerario. La klinè - il letto funerario - addossata alla parete nord era rivestita di lastre quadrate di argilla. Su di esse venivano deposti i corpi, in un gesto che unisce tradizione locale e influssi mediterranei più ampi. Proprio dietro la klinè compare la figura del Buon Pastore.

Fonte:
storicang.it


India, il misterioso labirinto romano antesignano del GPS

Il labirinto circolare di origine romana
(Foto: storicang.it)

Un'equipe di archeologi ha compiuto una delle più sorprendenti scoperte dell'anno: un labirinto circolare formato da quindici anelli concentrici, composto da migliaia di pietre perfettamente allineate. Per secoli era rimasto nascosto sotto strati di erba e di terra.
Il ritrovamento, avvenuto nella regione di Boramani, nei pressi della città indiana di Solapur, non rappresenta soltanto il più grande labirinto circolare mai documentato in India, ma potrebbe essere anche collegato alle antiche rotte commerciali tra l'India e Roma, come hanno spiegato i ricercatori.
A differenza dei labirinti moderni, caratterizzati da vicoli ciechi e bivi, quelli antichi come questo indiano erano costituiti da un unico percorso che conduceva dall'ingresso al centro. Questo in particolare misura circa 15 metri per 15 ed è composto da 15 anelli concentrici di pietra accuratamente disposti. E' stato battezzato chakravyuh, in riferimento al termine sanscrito che indica uno schema a spirale dotato di significati tanto strategici quanto spirituali nella mitologia indiana. Quello che colpisce maggiormente è che il suo disegno presenta una notevole somiglianza con i labirinti incisi sulle monete romane dell'antica Creta.
Il contesto storico del ritrovamento è importante quanto la struttura stessa. Secondo gli esperti, il labirinto risalirebbe ad un periodo compreso tra il I ed il III secolo d.C., in una fase di pieno sviluppo della dinastia satavahana, una delle più influenti dell'India meridionale e coinciderebbe con la fase di massima intensità dei rapporti commerciali tra l'India e Roma.
All'epoca la città di Ter, nell'attuale regione di Dharashiv, non lontano da Solapur, era un importante centro commerciale. Da qui partivano spezie, seta ed indaco destinati ai porti del Mediterraneo, mentre giungevano in India oro, gemme, vino e ceramiche romane. Questo straordinario labirinto potrebbe aver svolto la funzione di punto di riferimento lungo il percorso delle carovane di mercanti romani che dalla costa occidentale dell'India si inoltravano verso l'interno del subcontinente. Una sorta di singolare GPS del I secolo, come ha spiegato Sachin Patil, archeologo del Deccan college, che per primo ha reso noto il ritrovamento.
Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni sono stati documentati altri labirinti simili, sebbene di dimensioni più ridotte, nei distretti di Sangli, Satara e Kolhapur, tutti situati lungo lo stesso corridoio commerciale indiano. Nel 1945 a Bramhapuri - non lontano dall'area del recente ritrovamento - vennero scoperti una statua del dio greco-romano Poseidone e uno specchio in bronzo lucidato. Queste testimonianze rafforzano l'ipotesi che la regione fosse un nodo cruciale della rete commerciale globale tra Roma e l'india circa duemila anni fa.

Fonte:
storicang.it

Vindolanda, la difficile vita dei soldati romani

Gran Bretagna, panorama dell'insediamento di
Vindolanda (Foto: Tripadvisor)

I soldati romani che erano stanziati al forte di Vindolanda, vicino al Vallo di Adriano, nel nord dell'Inghilterra, avevano non pochi e gravi problemi di salute che mettevano a repentaglio anche la loro capacità di combattere.
Innanzitutto dovevano combattere con un nemico infestante: i pidocchi, che si annidavano nelle tuniche e dovevano affrontare anche infezioni intestinali croniche che provocavano sintomi debilitanti quali diarrea, crampi addominali e nausea.
Queste informazioni ci vengono fornite da uno studio archeologico condotto da un team di ricercatori delle Università di Cambridge ed Oxford. Sebbene i romani avessero una certa consapevolezza dei vermi intestinali, le opzioni terapeutiche a disposizione dei medici dell'epoca erano limitate. Questo si ripercuoteva sull'efficienza e l'idoneità al servizio militare dei legionari stanziati in quella lontana regione.
Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato quasi 60 campioni di sedimenti provenienti da un sistema di drenaggio fognario, contenenti antiche feci e altri detriti accumulatisi nel forte e nei suoi insediamenti circostanti, risalenti al III secolo d.C. La notevole quantità di materiale organico rinvenuto era il risultato del drenaggio della latrina del forte, che convogliava i rifiuti verso un ruscello situato a nord del sito.
Le esplorazioni archeologiche precedenti avevano già rivelato un vero e proprio tesoro di reperti organici conservati nel suolo allagato di Vindolanda, tra i quali oltre 1.700 tavolette di legno incise con inchiostro, che documentano le abitudini quotidiane dei soldati.
La vita quotidiana al forte di Vindolanda era concentrata sulla sorveglianza del Vallo di Adriano. Per garantire un'adeguata occupazione di questo confine romano-britannico, il forte era dotato di bagni, servizi igienici e fonti di acqua potabile. Tuttavia, malgrado queste strutture, i soldati continuavano a soffrire di infezioni intestinali, tra le quali ascaridi e tricocefali e, potenzialmente, di giardia, un protozoo unicellulare responsabile di episodi di diarrea. La scoperta di giarda duodenalis nel materiale analizzato rappresenta un'importante novità per gli studiosi, poiché costituisce la prima evidenza di questo patogeno nella Britannia romana.
Nonostante la presenza di un complesso termale a Vindolanda, i focolai di infezione si verificavano a causa di pratiche igieniche inadeguate. In particolare, la contaminazione fecale degli alimenti, dell'acqua e delle mani dei soldati contribuiva alla diffusione di questi parassiti all'interno del forte. Campioni prelevati da una fortificazione costruita nell'85 d.C. hanno rivelato la presenza di ascaridi e tricocefali, suggerendo che i soldati affetti da parassiti potessero ammalarsi gravemente a causa della disidratazione provocata da infezioni croniche. Queste condizioni favorivano anche la proliferazione di altri patogeni intestinali, predisponendo i soldati a focolai di salmonella e shigella.
In un caso documentato, dieci soldati furono dichiarati non idonei al servizio a causa di congiuntivite, nota anche come occhio rosa, una condizione che può insorgere quando gli occhi vengono a contatto con mani contaminate da feci. E' interessante notare che il profilo parassitario di Vindolanda risulta simile a quello di altri siti militari romani, inclusi quelli situati in Austria, nei Paesi Bassi ed in Scozia. Una delle possibili spiegazioni per questa somiglianza potrebbe risiedere nella dieta limitata e prevalentemente a base di carne suina, come documentato nei testi antichi. Al contrario, i siti urbani come Londra e York presentavano una gamma di parassiti molto più diversificata, inclusi tenie di pesce e carne.

Fonte:
scienzenotizie.it

Perù, la testa-trofeo dell'uomo dal labbro leporino

Vaso in ceramica raffigurante un uomo con il labbro leporino
attribuito alla cultura Moche peruviana (100-500 d.C.)
(Foto: The Art Institute of Chicago)

Secoli fa, in Perù, la testa di un individuo decapitato veniva trasformata in un trofeo. Ora, un'attenta analisi di questa testa-trofeo rivela che, nonostante un difetto congenito potenzialmente problematico, l'individuo sopravvisse fino all'età adulta.
Sulla base di diverse foto della testa, un ricercatore ha scoperto che l'individuo era nato con il labbro leporino. Labbro leporino e palatoschisi sono correlate alla presenza di una fessura nel labbro e/o nel palato. 
La diagnosi di schisi orofacciali (termine generico per indicare il labbro leporino e la palatoschisi) nei resti archeologici è rara, con solo circa 50 casi identificati fino ad oggi in tutto il mondo. La scoperta della presenza di questa patologia nei resti di un individuo, pertanto, è molto importante perché dimostra che le persone con questa condizione potevano sopravvivere nei paesi Andini.
La maggior parte delle teste-trofeo rinvenute nelle zone delle Ande risalgono ad un periodo compreso tra il 300 e l'800 d.C. e spesso provengono dall'attuale Nazca, sulla costa del Perù. Le teste-trofeo venivano probabilmente tramandate come cimeli di famiglia di generazione in generazione.
Dall'esame della foto della testa-trofeo mummificata, i ricercatori stabilirono che l'individuo era probabilmente di sesso maschile, un giovane adulto, al momento della morte. Sulla base delle strutture facciali visibili è stato anche possibile determinare che l'individuo avesse il labbro leporino. Tuttavia l'individuo sopravvisse fino alla prima età adulta e, forse, godette anche di uno status speciale. Le reazioni culturali alle fessure orofacciali, nelle antiche Americhe, variavano notevolmente dalla vergogna alla venerazione.

Fonte:
livescience.com

La testa di Adriano rinvenuta nel 1834 nel Tamigi

Londra, la testa bronzea rinvenuta nel Tamigi
(Foto: archeomedia.net)

Nel 1834, durante i lavori di dragaggio, vicino all'area dell'Old London Bridge, sulla sponda meridionale del Tamigi, emerse una testa di bronzo del II secolo d.C. riconosciuta come un ritratto dell'imperatore Adriano.
Il reperto si trova oggi al British Museum ed è ciò che resta di una statua più grande, forse innalzata non lontano dal punto del ritrovamento, forse in vista della visita dell'imperatore in Britannia nell'anno 122 d.C.
La testa pesa 16 chilogrammi, misura meno del doppio rispetto alla grandezza naturale, e si caratterizza per essere fatta in bronzo, differentemente dalla gran parte delle statue di Adriano realizzate, invece, in marmo.
Adriano è considerato e ricordato come l'imperatore "costruttore" e viaggiatore: in Britannia la sua presenza è legata alla grande stagione delle frontiere e delle opere pubbliche. Ritrovare il suo ritratto nel fiume, nel cuore della città, significa incontrare la Roma delle province nel luogo più inatteso: non in un tempio o in un foro, ma nell'acqua del fiume che attraversa Londra.
Il nome di Adriano è naturalmente associato al famoso Vallo, la fortificazione lunga 120 chilometri, che per ammissione dello stesso imperatore avrebbe dovuto "separare i barbari dai Romani" ed i cui resti corrono in Inghilterra da Wallsend, sul fiume Tyne, fino alla costa del Solway Firth.

Fonte:
archeomedia.net

venerdì 2 gennaio 2026

Turchia, trovato un amuleto del dio egizio Pateco

Turchia, l'amuleto in faience raffigurante il dio egizio
Pateco (Foto: AA)

Gli scavi nel sito di Commagene hanno portato alla luce amuleti in faience unici, testimoniando per la prima volta la presenza del dio egizio Pateco in Anatolia.
La scoperta è avvenuta nella Turchia sudorientale, nell'antica città di Perre, una delle cinque città principali dell'antico regno ellenistico di Commagene, fondato nel 163 a.C. dal satrapo seleucide Tolomeo di Commagene ed indipendente fino al 72 a.C., quando divenne parte dell'impero romano.
Gli archeologi hanno portato alla luce una sepoltura di duemila anni fa, risalente al periodo ellenistico, in cui furono sepolti 14 individui con un corredo funerario formato da vari manufatti e amuleti in faience. Tra questi è stata individuata la divinità protettrice egizia Pateco. E' la prima volta che questa divinità viene attestata in Anatolia.
Pateco (Pataikos in greco), chiamato anche Ptah-Pateco, era un genio o divinità egizia rappresentato in forma di nano, spesso raffigurato su amuleti con funzioni protettive per allontanare il male e guidare le anime nell'aldilà. Rappresentava una forma nana del dio creatore Ptah ed era un amuleto diffuso nel Mediterraneo, soprattutto in centri fenici e punici, ma anche in Etruria e in minor misura in Grecia. Questo genere di amuleti fa la sua apparizione in Egitto durante il Nuovo Regno, ma diventano popolarissimi nel corso del I millennio a.C. sino al Periodo Ellenistico. 
Il nome di questa entità è noto dalle Storie di Erodoto, lo troviamo citato quando descrive in che modo l'ira e la derisione del sovrano persiano Cambise si abbatté nei confronti delle divinità egizie senza esclusione alcuna, quindi anche su Ptah/Efesto, la cui immagine, secondo lo scrittore, ricorda quella dei patechi (o pateci), figure che assomigliano ad un nano o un pigmeo che i Fenici collocavano sulle prue delle loro navi per proteggerle dalle tempeste.
L'antica città di Perre, situata nell'attuale Diyaman, è nota per le sue tombe rupestri, le strutture di epoca romana e centro dei legami culturali tra le varie regioni, un'influenza culturale ora ulteriormente arricchita dall'inaspettata presenza di una divinità egizia.

Fonte:
Turkiye Today
 



giovedì 1 gennaio 2026

Turchia, antica produttrice di olio d'oliva per tutto il Mediterraneo

Turchia, gli scavi di Syedra (Foto: aa.com.tr)

Gli scavi nell'antica città di Syedra, risalente a 3000 anni fa e situata a circa 20 chilometri ad est di Alanya, nella provincia di Antalya, in Turchia, dimostrano che il sito era un importante centro di produzione dell'olio di oliva, durante il periodo ellenistico e romano. Finora sono stati portati alla luce circa 20 laboratori e ne sono stati identificati altri 100 in tutta la citta.
I ricercatori affermano che i risultati indicano che Syedra non era solo una produttrice regionale, ma anche uno dei principali fornitori del Mediterraneo nell'antichità.
I ricercatori affermano che quasi ogni struttura di Syedra contiene al suo interno un laboratorio per la produzione di olio d'oliva o di altri prodotti, con grandi contenitori di stoccaggio noti come pithoi, utilizzati per conservare l'olio di oliva.
Il Professor Ertug Ergurer ha affermato: "La presenza di officine per la produzione di olio d'oliva all'interno della città ci ha incuriosito. In genere la produzione avviene fuori città, oltre le mura. Qui, tuttavia, sono presenti sotto quasi ogni edificio, il che è degno di nota. Ciò dimostra che la produzione di olio di oliva era svolta su larga scala".
Gli archeologi ritengono che, propri a causa dell'elevata produzione olearia, questo bene veniva esportato in tutto il Mediterraneo, compreso il Nord Africa ed il Levante.

Fonte;
aa.com.tr

Pompei, recuperato l'affresco con Ercole bambino

Pompei, l'affresco di Ercole ritrovato a Villa di Civita
Giuliana (Foto: meteoweb.eu)
La Villa Suburbana di Civita Giuliana, a Pompei, si riappropria di un frammento di affresco trafugato anni fa da uno dei suoi ambienti di culto. Si tratta del frammento di un affresco raffigurante Ercole bambino nell'atto di strozzare i serpenti ed un tempo era collocato nello spazio di una lunetta superiore della parete di fondo dell'ambiente (asportata dai tombaroli).
Il reperto proveniva da una collezione privata negli Stati Uniti. Nel 2023, nell'ambito di un procedimento penale della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, a seguito della collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri di Roma e le Autorità degli Stati Uniti, è stata disposta l'assegnazione al Parco Archeologico di Pompei.
Gli scavi archeologici condotti nel sito di Civita Giuliana tra il 2023 ed il 2024 avevano portato all'individuazione di un ambiente a pianta rettangolare con funzioni rituali, identificato come un possibile sacello o sacrarium. Il sacello presentava un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua, ed era stato completamente spogliato della sua decorazione dai tombaroli, compresi 12 pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore, di cui il frammento recuperato sarebbe pertinente.
L'affresco raffigura Ercole in fasce mentre strozza i serpenti alla presenza di Zeus, simboleggiato dall'aquila sul globo, ed Anfitrione. Questo episodio non fa parte delle famose 12 fatiche, ma ne è il presagio. Poiché le pareti del sacello presentano traccia di altri 12 pannelli figurati, staccati clandestinamente, si può ipotizzare che il tema dei pannelli staccati fosse costituito proprio dalle 12 fatiche di Ercole.
L'affresco sarà presto esposto nell'Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sala dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

Fonte:
meteoweb.eu

Gela, trovato lo stilo di un ceramista con erma di Dioniso

Gela, lo stilo in osso (Foto: finestresullarte.info)

Durante le indagini di archeologia preventiva nell'area di Orto Fontanelle a Gela, in Sicilia, è emerso un rarissimo stilo da ceramista in osso, lungo 13,2 centimetri, finemente decorato e perfettamente conservato, databile al V secolo a.C.
L'elemento decorativo più evidente è una testa maschile scolpita nella parte superiore, interpretata come un'erma di Dioniso. Nella sezione centrale compare, invece, la rappresentazione di un fallo eretto, iconografia nota nel mondo greco ma raramente rinvenuta su strumenti di questo tipo.
Il V secolo a.C., epoca alla quale è stato datato l'oggetto, fu un periodo di grande vitalità culturale per l'antica Gela. Per la città si tratta di un rinvenimento che amplia il quadro delle conoscenze sulle attività artigianali attive nel territorio e testimonia la presenza di produzioni ceramiche dotate di strumenti specialistici. Il ritrovamento è avvenuto nell'ambito degli scavi disposti dalla Soprintendenza di Caltanissetta e condotti con la direzione scientifica dell'archeologo Gianluca Calà, incaricato dal comune di Gela.
"Lo stilo era una sorta di penna, serviva a scrivere sulla tavoletta d'argilla con una punta all'estremità inferiore e ad eventualmente cancellare con una spatola in quella superiore. - Ha spiegato l'archeologo Gianluca Calà. - La cosa straordinaria di questo oggetto, probabilmente un unicum, è la sua forma a Erma di Dioniso. Le più importanti erme sono quelle che accompagnavano l'ingresso nell'acropoli di Atene, di importanza fondamentale nella storia e la politica di quella città".
"Questo stilo rappresenta davvero un unicum nel panorama archeologico del tempo. - Ha detto la soprintendente per i Beni culturali di Caltanissetta, Daniela Vullo. - Probabilmente utilizzato come dono alla divinità, per le sue peculiarità, merita di essere esposto e restituito alla pubblica funzione".
Le indagini archeologiche, inoltre, hanno permesso di individuare un vasto quartiere ellenistico, attualmente in fase di approfondimento.

Fonti:
finestresullarte.info
telemistretta.it
agi.it

Colonia, importanti ritrovamenti riscrivono la storia romana della città

Germania, Colonia, scala romana del I secolo (Foto: Franziska Bartz) Durante il lavori preparatori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQ...