lunedì 6 agosto 2012

Oggetti da ossa umane a Teotihuacan

Alcuni archeologi messicani hanno fatto una scoperta piuttosto sconcertante: femori e crani dei morti erano utilizzati da una civiltà pre-azteca per ricavare oggetti di uso quotidiano. Dalle ossa degli antenati erano ricavati bottoni, pettini, spatole. E' quanto è emerso dall'analisi di 5.000 frammenti ossei ritrovati a Teotihuacan, a 50 chilometri da Città del Messico.
Per rimuovere la carne e i muscoli dalle ossa erano utilizzati diversi tipi di coltelli di pietra. L'operazione doveva necessariamente essere portata a termine subito dopo la morte dell'avo. Le ossa analizzate recentemente sono state ritrovate in un quartiere di Teotihuacan chiamato Ventilla. I frammenti risalirebbero al periodo Classico (200-400 d.C.) e non presentano segni di sacrifici rituali.
La ricerca ha permesso, inoltre, di appurare che le ossa appartenevano a gente del posto che, secondo la tradizione, era seppellita sotto il pavimento delle abitazioni. Gli oggetti erano realizzati esclusivamente con ossa di adulti sani, dal momento che quelle dei bambini erano troppo fragili. Gli archeologi ancora non hanno scoperto chi fosse adibito al compito di "modellare" le ossa a forma di oggetti, né sanno che fine faceva la carne rimossa.

Gli antichi giochi di Olimpia - 2

L'auriga di Delfi
I giochi quadriennali che si svolgevano ad Olimpia erano aperti dalla corsa delle quadrighe e chiusi dall'oplitodromia, la corsa con l'armatura da oplita. Dal 396 a.C. in poi, le gare atletiche furono precedute da gare tra trombettieri e araldi: vinceva chi aveva la voce più potente. Emulo del famoso Stentore fu Erodoro, che vinse per ben dieci volte consecutive la gara, dal 328 a.C. al 292 a.C.
Ma chi poteva gareggiare alle Olimpiadi? Solamente gli uomini liberi di stirpe greca che giurassero di essersi allenati per dieci mesi consecutivi, dei quali uno nella palestra di Olimpia. Costoro non dovevano commettere scorrettezze durante le gare. Le donne non erano ammesse nemmeno come spettatrici e se si ritrovano i loro nomi negli elenchi dei vincitori di gare olimpiche, è solo perchè le gare ippiche vedevano l'assegnazione dei premi ai proprietari dei cavalli e non all'auriga o al fantino.
I carri utilizzati per la corsa erano a due ruote, molto leggeri ed aperti dietro. Erano a due o quattro cavalli. L'auriga indossava la xystis, una veste lunga e bianca, e guidava stando, solitamente, in piedi. La corsa più spettacolare era quella delle quadrighe. Venivano aggiogati solo i due cavalli centrali, mentre i due esterni erano liberi, uniti agli altri due solo da una correggia. L'ateniese Cleta inventò una barriera di partenza a forma di prua rovesciata di nave, con un box per ciascun carro, che doveva servire a mettere i concorrenti nelle stesse condizioni di partenza. Ad essere incoronato vincitore non era tanto l'auriga che aveva portato la quadriga alla vittoria, quanto il proprietario del carro, che veniva incoronato con foglie d'oro di olivo intrecciate dall'ellanodico. Un araldo gridava il suo nome, quello del padre e quello della sua città. Nel 376 a.C., alla centesima Olimpiade, vinse per la prima volta una donna, Cinisca, sorella del re di Sparta Agesilao che si aggiudicò anche l'edizione successiva. Erodoto afferma che una famiglia è benestante se possiede un tetrippotrophon, vale a dire se è in grado di mantenere quattro cavalli per la corsa ad Olimpia.
Particolare del Pugilatore a riposo con i
caratteristici imantes o cesti
Le regole valide per le corse dei carri si applicavano anche alle corse a cavallo. I cavalli non erano ferrati e i cavalieri non facevano uso di selle. Non esistevano nemmeno le staffe, per cui i fantini ricorrevano sovente ai palafrenieri. Le staffe comparvero nel I secolo d.C. Morso e briglie, invece, si dice siano stati inventati dai Corinzi. La corsa dei cavalli si svolgeva su un percorso di 1150 metri circa. Era vincitore il cavallo che tagliava per primo il traguardo, non importava se con o senza fantino.
Il pentathlon venne inserito ufficialmente nelle Olimpiadi nel 708 a.C.. Consisteva in cinque gare un tempo disputate separtamente. Bisognava vincerne almeno tre per aggiudicarsi la vittoria. Il lancio del disco: gara antichissima, che i Greci praticavano dai tempi di Omero. Il disco poteva essere in pietra o metallo ed il suo diametro era solitamente di 22 centimetri, mentre il peso variava dai 1250 ai 5000 grammi (questi dischi erano utilizzati, però, a scopo votivo). Il discobolo effettuava cinque lanci e le distanze raggiunte variavano, ovviamente, a seconda del peso del disco. Il lancio del giavellotto: l'arma era una lancia diritta e leggera di sambuco o di bronzo, la cui estremità era protetta da un involucro di metallo. Proprio quest'ultimo assicurava alla lancia una traiettoria più stabile. Anticamente il giavellotto era accompagnato da una correggia di cuoio, l'amento, che era fissata all'asta o arrotolata a spirale con le due estremità libere. Il lanciatore doveva effettuare due lanci. Il salto: risale ai tempi successivi ad Omero e divenne, in seguito, la gara più importante del pentathlon. All'inizio era un salto triplo, ma anche multiplo (fino a cinque salti consecutivi) poi, nel corso della 18ma Olimpiade, vennero introdotti gli halteres, dei manubri in pietra o piombo, del peso di circa due chilogrammi ciascuno, che il saltatore utilizzava come contrappeso. Venivano impugnati uno per mano e l'atleta partiva con le braccia all'indietro. La corsa era quella che si correva normalmente nello stadio. La lotta: era disputata anch'essa nello stadio. Non era necessario far toccare all'avversario, come accade oggi, il terreno con entrambe le spalle. Era sufficiente gettarlo tre volte a terra o indurlo a dichiararsi sconfitto. Il trionfatore era chiamato anefredo, mentre il titolo più ambito era quello di aconita (senza polvere), assegnato a chi vinceva per rinuncia dell'avversario.
Halteres per il salto in lungo
Lo stadio, disciplina compresa anche nel pentathlon, era la più antica specialità di corsa. Le corse si distinguevano a seconda della lunghezza del percorso: gare di velocità erano quelle che prevedevano la copertura di una lunghezza di 192 metri. Nella 14ma olimpiade fu introdotto il diaulo, della lunghezza di due stadi. Il dolico aveva una lunghezza sulla quale gli studiosi divergono: si va di chi sostiene che il percorso da compiere fosse di 1300 metri a chi, invece, sostiene che i metri fossero 4500. Le gare di corsa prevedevano delle batterie, i cui concorrenti erano sorteggiati ed eliminati se perdenti. Gli atleti, che gareggiavano nudi, proteggevano le ginocchia con delle ginocchiere.
Il pugilato, all'inizio, veniva effettuato a mani nude. Poi si pensò di fornire agli atleti una sorta di "guantoni", costituiti da cinghie di pelle di bue intrecciate in modo tale da lasciar libero il pollice. Queste cinghie coprivano il polso e spesso anche l'avambraccio. I Greci li chiamavano imantes ed i Romani cesti. Non esisteva una suddivisione per categorie di peso o per età.
Anfora attica con raffigurazione di
oplitodromia
Il pancrazio (che significa "tutta forza") era un misto di lotta e pugilato senza guantoni. I concorrenti potevano colpire l'avversario anche con i calci, mentre era proibito accecarlo. Il combattimento si concludeva quando uno dei due concorrenti si arrendeva.
L'oplitodromia era, all'inizio, un'attività esercitata in prevalenza dai militari che si apprestavano a combattere. Fu ammessa alle Olimpiadi nel 520 a.C.. L'atleta correva nudo, con l'elmo, lo scudo e gli schinieri. Nel tempo vennero eliminati gli schinieri. Ad Olimpia erano custoditi 25 scudi di bronzo identici, che venivano dati ai corridori affinché non vi fosse differenza di peso nelle armi di ciascuno. Si correva su una lunghezza di 2-4 stadi.
I premi assegnati ai vincitori erano puramente simbolici: corone di ulivo selvatico, di alloro, rami di palma o bende di lana per la fronte, le braccia e le cosce. Ma ben altri doni ricevevano gli atleti dalle proprie città di origine. Si erigevano loro statue (basti pensare alle opere di artisti come Mirone, Prassitele o Policleto), si dedicavano loro canti ed poesie e venivano raffigurati sulle monete. Tra i benefici di cui godevano gli atleti vittoriosi vi era il conferimento della cittadinanza onoraria, il diritto di posti privilegiati a teatro, al circo, nelle manifestazioni sacre (proedria) ed anche il diritto di mangiare a vita nel Pritaneo a spese dello stato.
Sparta fu, certamente, tra le città più generose di vincitori olimpici. Tra il 720 e il 576 a.C. da essa vennero 56 su 71 vincitori olimpici di cui si conosce il nome. Nella corsa sulla distanza di uno stadio si hanno ben 21 vincitori spartani su 36 conosciuti.
Due pancrazisti
La gloria e la rinomanza dei giochi attraversò ben quattro secoli, dall'VIII al V secolo a.C., poi i giochi divennero strumentali alle lotte tra le città greche. In epoca romana furono tre gli imperatori vincitori di gare olimpiche: Tiberio, che vinse la corsa con la quadriga nel 4 d.C.; Nerone che vinse sei gare, anche se gli Elei rifiutarono di iscriverlo nelle liste dei vincitori ufficiali e Germanico che vinse nella corsa della quadriga nella 199ma Olimpiade.
Il declino dei giochi continuò fin al 261 d.C., data che costituisce l'ultima alla quale risalgono notizie della celebrazione dei giochi. Teodosio abolì le Olimpiadi ne 393 d.C., a seguito di una lettera di Sant'Ambrogio, ordinando, nel contempo, che tutti i culti e i centri pagani venissero chiusi. Nel 395 Olimpia fu saccheggiata dai Goti. Nel 426, con un editto, Teodosio II ordinò l'abbattimento dei templi pagani. La statua crisoelefantina di Zeus, opera di Fidia, doveva essere trasportata a Costantinopoli, ma fu distrutta da un incendio durante il viaggio.

Gli antichi giochi di Olimpia - 1

Olimpia, il tempio di Zeus
Il periodo che, nell'antica Grecia, intercorreva tra le feste Olimpie si chiamava Olimpiade ed era normalmente di quattro anni. Erano le feste greche più antiche e si celebravano nella città di Olimpia, nell'Elide, una delle regioni del Peloponneso. Con il tempo si chiamarono Olimpiadi i giochi che si svolgevano durante le feste Olimpie.
Il santuario di Olimpia si trova alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo. Gli edifici della zona sacra, l'Altis, vennero abbattuti nel medioevo e quanto emergeva fu interrato. Tra gli edifici che subirono questa sorte i più importanti erano il tempio di Hera e quello di Zeus, al quale ultimo era dedicato tutto il complesso sacrale.
Il tempio di Hera risaliva al VII secolo a.C., era un tempio dorico e originariamente aveva le colonne lignee. In seguito queste colonne furono sostituite da colonne di pietra. Negli scavi dell'Ottocento al suo interno fu ritrovato il gruppo di Ermete con Dioniso fanciullo.
Ermete e Dioniso fanciullo da Olimpia

Il tempio di Zeus fu costruito da Libone tra il 468 e il 456 a.C.. Era ricoperto di stucco bianco, aveva 84 colonne e conteneva una delle sette meraviglie del mondo antico: la statua crisoelefantina (in oro e avorio) di Zeus scolpita da Fidia. La statua era davvero enorme: 12,5 metri di altezza. Zeus era raffigurato seduto in trono, una ghirlanda in testa, una vittoria alata d'oro nella mano destra ed un bastone nella sinistra. Nulla, purtroppo, è rimasto di questo capolavoro.
Lungo il lato nord dell'Altis, a destra del tempio di Hera, vi era un altare conico costituito dalle ceneri dei fuochi dedicati a Zeus. Accanto sorgeva il tempietto della dea Cibele, detto Metroon, risalente al IV secolo a.C., più avanti vi erano i thesauroi, che contenevano i doni votivi. I thesauroi erano stati costruiti da dodici città greche tra il VI e il V secolo a.C., tra esse Gela, Megara, Metaponto, Siracusa, Selinunte ed Epidauro. I doni che riempivano il recinto sacro giunsero ad essere talmente tanti da costringere a spostare lo stadio ben due volte per costruire altri thesauroi.
Il lato orientale dell'area era occupato da un portico, quello nord-occidentale ospitava Philippeion, un piccolo tempio rotondo eretto all'indomani della battaglia di Cheronea del 338 a.C.. Qui vi erano le statue crisoelefantine di Alessandro Magno e dei suoi avi, scolpite da Leocare.
Al centro dell'Altis vi era il recinto con il sepolcro di Pelope, il Pelopion. Pelope era considerato il fondatore dei giochi Olimpici. Nell'area esterna vi era il Bouleterion, che ospitava la direzione dei giochi. I personaggi di spicco si radunavano nel Leonidaion, mentre vicino sorgeva l'officina di Fidia, sulla quale sorse, in seguito una chiesa bizantina. Qui furono ritrovati molti frammenti di matrici utilizzate per la statua crisoelefantina di Zeus ed un vaso con la scritta "sono di Fidia".
Ricostruzione dell'interno del tempio di Zeus
Il nome dell'"inventore" dei giochi Olimpici è, come è stato scritto e secondo la tradizione, Pelope, figlio di Tantalo. Alcuni, però, attribuiscono l'invenzione dei giochi ad Eracle. Per alcuni secoli i giochi che si svolgevano durante le Feste Olimpie non godettero di molta popolarità, finquando l'oracolo di Delfi suggerì ad Ifito, re di Elide, ripristinò la manifestazione. Nel II secolo d.C. Pausania racconta che ad Olimpia si mostrava un disco di bronzo sul quale era incisa la prescrizione che imponeva una tregua sacra da osservarsi durante lo svolgimento delle feste.
Per convenzione si è fissata la data di inizio delle Olimpiadi al 776 a.C., l'anno in cui l'atleta Corebo ottenne, per primo, l'onore di una statua a ricordo della sua vittoria nella corsa. Gli impianti sportivi, inizialmente, si limitavano allo stadio e all'ippodromo. Più tardi vennero aggiunti il ginnasio e la palestra.
Lo stadio era in terra battuta, largo circa 32 metri e lungo 212, suddiviso in sei parti delimitate da cippi lignei o marmorei. Queste suddivisioni servivano a misurare le lunghezze dei lanci degli attrezzi. Gli spettatori assistevano alle gare su gradinate di terra battuta e non potevano usufruire di tettoie, al punto che, si narra, Talete morì a 78 anni proprio ad Olimpia a causa di un colpo di sole, mentre assisteva alla 58ma Olimpiade (548 a.C.). I giochi, infatti, si svolgevano sempre in agosto o a settembre.
Pittura vascolare rappresentante il pancrazio

L'ippodromo era lungo 450 metri, un grande spazio rettangolare a sud dello stadio. Anch'esso non era provvisto di tettoie per riparare dal sole gli spettatori e solo i giudici e i personaggi di un certo livello potevano usufruire di sedili. Il terreno era diviso in due nel senso della lunghezza o da una palizzata o da una corda. Venivano a formarsi, in tal modo, due corsie alle estremità delle quali erano le mete attorno a cui dovevano girare i carri.
Nel ginnasio erano presenti, oltre alla palestra, il korykeion, dove venivano custoditi i sacchi di cuoio che servivano ai pancrazisti; il konisterion, per i lottatori; lo sphairisterion, per i pugili; l'elaiothesion, in cui si teneva l'olio per ungere gli atleti; l'apodyterion, praticamente lo spogliatoio; il loutròn o sala con vasca da bagno. Le prime palestre (VII secolo a.C.) erano costituite da un recinto quadrangolare coperto di sabbia e fornito di una pista per la corsa (dromos). Con il passare del tempo le strutture vennero perfezionate e dotate di locali aggiuntivi, come piste coperte e scoperte. La palestra di Olimpia era a pianta quadrata con un grande cortile centrale, chiuso da un colonnato sul quale affacciavano i locali di servizio. Nella palestra si praticavano anche gli esercizi che non erano presenti nelle gare regolari: il sollevamento pesi o la pratica di dissodare la pista sabbiosa con una piccozza per rendere flessibile la colonna vertebrale (erano, infatti, gli atleti stessi a prendersi cura della manutenzione del terreno di gara). Sono stati tramandati molti nomi di allenatori (pedotriba), considerati fondamentali nelle vittorie degli atleti. Erano riconoscibili dalle ampie vesti che indossavano e dal fatto che erano muniti di una bacchetta forcuta per correggere gli atleti.
Lo stadio di Olimpia oggi

Prima della gara ma anche prima dell'allenamento, gli atleti si cospargevano di olio. Pare che l'usanza sia stata una conseguenza dell'abolizione del perizoma a favore della nudità completa e pare che gli atleti coprissero i capelli con una sorta di cuffia per essere più liberi di muoversi e non offrire all'avversario una facile presa, anche se molte raffigurazioni vascoli rappresentano atleti completamente calvi.
La dieta era sicuramente molto importante ed era costituita da frumento, formaggio fresco e fichi secchi. Nel VI secolo a.C. fu introdotta la dieta a base di carne. Il primo a sperimentarla fu Eurymenes di Samo, al quale l'aveva suggerita il filosofo e matematico Pitagora. Eurymenes vinse con manifesta superiorità una gara di lotta o pugilato. Gli atleti avevano l'obbligo di astenersi da vino e sesso. Dopo la prestazione atletica, l'impasto di olio, sudore e sabbia veniva asportato per mezzo dello strigile, uno strumento di origine cretese in bronzo, avorio, argento o legno.
La data di inizio dei giochi veniva annunciata qualche mese prima da tre spondophoroi (letteralmente "pacieri"), messaggeri che erano anche incaricati delle sacre libagioni. Veniva, pertanto,  proclamata la tregua sacra che prevedeva l'abbandono di qualunque arma. La festa durava cinque giorni e del programma abbiamo notizie certe solo dal V secolo a.C., quando le Olimpiadi furono celebrate nella loro forma classica.
Nel primo giorno si giurava solennemente davanti all'altare di Zeus per inaugurare le celebrazioni. Seguivano sacrifi, offerte e preghiere agli déi. Nel secondo giorno, sotto la sorveglianza dei giudici di gara e degli alùtai (una sorta di corpo di polizia) iniziavano le competizioni. Il terzo giorno era dedicato alle cerimonie religiose, al culmine delle quali si aveva l'ecatombe, il sacrificio di cento buoi dinnanzi all'antico altare di Zeus. Si tagliavano le cosce delle vittime e le si bruciavano sulla sommità del vicino cono. La quarta giornata era dedicata alle gare atletiche. Nel quinto giorno si svolgeva la processione solenne che culminava con l'incoronazione dei vincitori. Seguiva un banchetto e nuovi sacrifici.
Le discipline sportive in cui gareggiavano gli atleti erano: la corsa dei carri, la corsa a cavallo, il pentathlon (lancio del disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), lo stadio, il diaulo (mezzo fondo), il dolico (fondo), il pugilato, la lotta, il pancrazio e l'oplitodromia. Alcune gare erano, poi, riservate ai ragazzi dai 12 ai 18 anni.

domenica 5 agosto 2012

Un popolo religiosissimo

La suddivisione della volta celeste
secondo la Etrusca Disciplina
Quel poco che degli Etruschi ci hanno tramandato i Romani, ci parla di un popolo profondamente religioso ed esperto in tutto ciò che riguardava la divinazione. La conoscenza delle "cose religiose" era talmente importante da venir tramandata da padre a figlio, nelle famiglie aristocratiche, e prendeva il nome di Etrusca Disciplina.
La Disciplina era trasmessa attraverso raccolte di scritti che conservavano la dottrina di generazioni di aruspici (dal latino haruspex, chi osserva le viscere). La nascita della Etrusca Disciplina viene, dalle fonti e dalle leggende, attribuita al fondatore stesso della civiltà etrusca, Tarconte, il quale, mentre stava arando un campo, fu sorpreso dall'apparire, da un solco, di un genio bambino "con le sembianze di un vecchio" (Cicerone). Il nome di questa strana creatura era Tagete e cominciò ad insegnare a Tarconte i fondamenti dell'aruspicina ed i riti di fondazione delle città.
Le parole di Tagete vennero accuratamente trascritte e divennero il nucleo principale dei Libri Rituali che, a detta di Festo, avevano una risposta a quasi ogni cosa: quali dovevano essere i riti se si voleva fondare una città, consacrare un tempio, per l'inviolabilità delle mura; in che modo doveva essere divisa la popolazione, come si doveva organizzare l'esercito e via elencando. Una particolare sezione dei Libri Rituali erano i Libri Fatali, nei quali si davano indicazioni sul computo del tempo e sulla durata stabilita per la vita di uomini, città e popoli.
Il fegato in bronzo di Piacenza
Ai Libri Rituali si aggiungevano i Libri Aruspicini, dedicati all'interpretazione del responso tratto dalle viscere degli animali sacrificati, e i Libri Fulgurali, per l'interpretazione dei fulmini. Fu proprio questa complessa sistemazione della materia divinatoria a spingere i Romani a rivolgersi agli Etruschi per trarre auspici dagli eventi ordinari e straordinari della vita. L'abitudine era già presente ai tempi dei re e, del resto, Romolo fondò la città di Roma seguendo proprio il "rito etrusco", tracciandone il contorno con un aratro trainato da un toro ed una giovenca entrambi di colore bianco.
Alla fine del III secolo a.C., quando oramai l'Etruria era stata inglobata nei possedimenti romani e la sua popolazione assimilata a quella di Roma, il Senato romano volle selezionare alcuni bambini tra le famiglia etrusche affinché fossero istruiti nell'aruspicina. Nel I secolo a.C., inoltre, un Ordine dei 60 Aruspici raccoglieva il fior fiore degli indovini accreditati per le consultazioni ufficiali che erano tutti di famiglie di accertata origine etrusca.
Statuetta di
aruspice
Della estrema religiosità degli Etruschi il primo ad occuparsi fu lo storico Tito Livio, che descrive gli Etruschi come un popolo estremamente religioso, al punto che anche la politica stessa, presso gli Etruschi, era influenzata dalla religione. Dopo di lui anche Seneca parla degli Etruschi negli stessi termini. Da notare che all'epoca di Seneca, precettore dell'imperatore Nerone, l'Etruria non esisteva più e solamente alcune selezionate famiglie continuavano a tramandarsi, di generazione in generazione, la scienza aruspicina. Proprio il predecessore di Nerone, l'imperatore Claudio, aveva disposto di ripristinare l'Ordine dei 60 Aruspici, conferendogli rinnovata importanza nel mondo romano.
Aruspici pubblici e privati erano regolarmente interrogati e consultati dagli imperatori e dagli uomini politici romani. Anche Giulio Cesare si serviva dei servigi degli aruspici. Verso la prima metà del III secolo d.C., la tolleranza mostrata dai Severi verso i cristiani preoccupò non poco gli aruspici, che divennero paladini della tradizione pagana al punto che alcune delle persecuzioni più feroci contro il cristianesimo - come quelle di Decio e di Valeriano - furono probabilmente istigate proprio dagli aruspici. La chiesa, in seguito, chiamò l'Etruria "madre e origine di tutte le superstizioni" (Arnobio, 255-327 d.C.).
La religiosità degli Etruschi venne sempre più ridicolizzata dagli autori cristiani, tra i quali Sant'Agostino, che facevano derivare il nome dei Tusci dal verbo greco thysiazein, sacrificare, e il termine "cerimonie" dalla città di Cere. Con la promozione del cristianesimo a religione di stato, vennero proibiti i sacrifici a scopo di consultazione. Le leggi anti-pagane impedirono ai sacerdoti dell'antica tradizione di esercitare la loro professione sia in pubblico che in privato, sotto minaccia della pena di morte.
Statuetta raffigurante Tinia
Il vero divieto a sacrificare venne emesso nel IV secolo d.C., per mezzo di due editti, uno del 381 ed uno del 385. Nel 392 questi due editti vennero ulteriormente rafforzati dalla condanna di Teodosio di ogni forma di sacrificio e, in modo particolare, della consultazione delle viscere con particolare riguardo al fegato. Ma questo non impedì che alcuni personaggi seguissero ancora l'antica disciplina etrusca. Il dotto poeta Marziano Capella poté, ad esempio, prender visione dei sacri testi etruschi che descrivevano l'ordinamento del cosmo. L'erudito bizantino Giovanni Lido tradusse in greco il calendario brontoscopico dell'aruspice Nigidio Figulo, una completa raccolta dei significati del fulmine nel cielo in base al giorno dell'anno.
Gli Etruschi credevano che le divinità condizionassero sia il mondo che le azioni umane. Era necessario, perciò, tradurre la volontà degli dei dai segni per mezzo dei quali si manifestava. Questo richiedeva un codice ed un prontuario preciso di norme. Per quanto riguarda l'interpretazione dei fulmini, aveva una grande importanza il luogo e il giorno in cui essi apparivano. A questo si aggiungevano il colore e gli effetti che provocavano. Le varie divinità potevano lanciare un solo fulmine alla volta, solo Tinia ne aveva a disposizione tre. Ogni volta che un fulmine cadeva a terra, gli Etruschi costruivano per lui una tomba. Si trattava di un piccolo pozzo ricoperto da un tumuletto di terra in cui dovevano essere sepolte tutte le cose che erano state colpite dal fulmine, anche i cadaveri delle persone che fossero rimaste uccise dalla sua caduta. La "tomba" del fulmine era considerata sacra e inviolabile e si riteneva essere di cattivo auspicio calpestarla, per questo veniva circondata da una sorta di recinto.
Le viscere che gli Etruschi utilizzavano per trarre auspici erano di diversa natura: polmoni, milza, cuore ma sopratutto fegato. Le viscere venivano estratte ancora palpitanti dall'animale destinato esclusivamente alla consultazione divinatoria. Gli animali a cui si faceva maggiormente ricorso erano buoi, cavalli ma soprattutto pecore. Le viscere venivano analizzate a seconda della forma, delle dimensioni, del colore e degli eventuali difetti. Il fegato, in particolare, era oggetto di un esame minuzioso perché veniva riconosciuto come il "tempio terrestre" che faceva da contraltare al "tempio celeste". Gli antichi ritenevano che nel fegato risiedessero gli affetti, il coraggio, l'ira, l'intelligenza.
Gli Etruschi erano abili interpreti anche dei prodigi. Questi ultimi si distinguevano in ostentum, che prediceva il futuro; prodigio, che dava indicazioni sul da fare; miracolo, che manifestava qualcosa di straordinario; mostro, che dava un avvertimento. I prodigi considerati più frequenti erano la pioggia di sangue, la pioggia di pietre e quella di latte, gli animali che parlavano, la grandine, le comete, le statue che sudavano. C'erano anche alberi e animali "felici" perché portatori di buon auspicio, e "infelici" che, al contrario, rappresentavano un auspicio negativo.

Persepoli, la città del Re dei Re

Persepoli, la Porta
delle Nazioni
Persepoli fu la città simbolo del potere persiano e della dinastia degli Achemenidi. Le scene di vita quotidiana che compaiono sui suoi monumenti, suggeriscono la visione di un impero fondato sulla pace e sull'armonia, così come dettato da Dario I e sentito come eredità dai suoi successori. Quanto oggi si può ammirare dell'antica città, è quel che è sopravvissuto alla distruzione perpetrata da Alessandro Magno nel 330 a.C.. Distruzione, si dice nelle antiche fonti, voluta per vendicare la distruzione di Atene nel 480 a.C. proprio ad opera dei Persiani. Probabilmente, però, la distruzione ed il saccheggio di Persepoli furono finalizzate ad uno scopo molto meno nobile di quello accreditato dalle fonti. Il bottino raccolto, infatti, servì ad Alessandro per pagare le spese del suo esercito.
La storia di Persepoli affonda le sue radici in un'antichità favolosa. Già nel 4000 a.C., e fino al 2400, popolazioni sconosciute fondarono, sull'altopiano iranico, diversi centri urbani basati sullo sfruttamento delle vie commerciali. Tra il 1800 e il 600 a.C. gli studiosi collocano la vita e le rivelazioni del profeta Zarathustra, "inventore" del dio Ahura-Mazda, elaboratore dei concetti dell'inferno e del paradiso, del libero arbitrio e della resurrezione dalla morte nonché sostenitore della presenza degli angeli che tanta parte ebbero, ed hanno tuttora, in un'altra religione monoteista: l'ebraismo.
Persepoli, l'Apadana
Ma è tra il 600 ed il 550 a.C. che i Persiani prendono il sopravvento nella regione, sconfiggendo definitivamente i Babilonesi. Il "re pastore" Ciro I si mostra clemente con gli sconfitti, rispettando i culti locali e liberando gli Ebrei dalla prigionia. E' in questo modo che inizia l'avventura dei re persiani della dinastia Achemenide, "con il favore di Ahura Mazda", come recitano le iscrizioni. Il loro dominio si estende dalle coste dell'Asia minore sino alle valli dell'Hindukush (l'antico Gandahara, alle porte dell'India).
Tutto questo finì con Alessandro Magno, nel 330 a.C., che porterà al potere, alla sua morte, la dinastia Seleucide (da Seleuco, uno dei diadochi del generale macedone).
Gli Europei scoprirono Persepoli, fino a quel momento avvolta nella leggenda, nel 1621, quando il nobile romano Pietro della Valle inviò ad un amico un saggio di scrittura cuneiforme che aveva copiato da una struttura dell'antica città dimenticata. Ma già nel 1618 l'ambasciatore spagnolo alla corte dei sovrani Safavidi di Isfahan, Garcia Silva Figueroa, sente parlare di maestose rovine nei pressi di Shiraz, nella regione del Fars ed è il primo occidentale a giungere a cavallo in un luogo chiamato Takht-e Yamshid ("trono del re Yamshid") che egli identifica con il sito di Persepoli, basandosi sulle descrizioni dello scrittore latino Quinto Curzio Rufo, autore di una voluminosa "Storia di Alessandro Magno".
Persepoli, capitello di colonna a forma di grifone
Persepoli è una città "incompleta". Alessandro Magno aveva sorpreso la dinastia Achemenide nel pieno completamento dei suoi progetti architettonici. La città non fu mai una residenza permanente, doveva esclusivamente ospitare le celebrazioni del nuovo anno, a marzo, costituite da processioni solenni dei paesi tributari del Gran Re.
Dei quattro siti che si trovano nell'area dell'antica Persepoli, quello di Parsa è il più importante. I suoi palazzi sono stati edificati su una piattaforma di oltre 12 metri di altezza, a coprire un'area di 133.000 metri quadrati. Oggi si possono ammirare una zona residenziale, un villaggio, una torre e un gruppo di tombe. Le fonti greche vogliono che alla base della piattaforma, separati da un fossato e compresi in una doppia cinta muraria, si trovassero le residenze dei nobili, dei funzionari di corte, gli alloggi dei servi e dei soldati. La città vera e propria. L'accesso principale era la Porta delle Nazioni, costruita da Serse, attraversata da un'unica strada che ancora è visibile e che percorreva la base del Monte della Misericordia.
Persepoli, la Guardia del Re
L'edificio più splendido, però, è l'Apadana, costituita da una grande corte centrale il cui perimetro era segnato da 72 colonne, delle quali rimangono in piedi ancora 13. Fu costruita da Dario e completata da Serse. Qui si svolgevano le grandi celebrazioni e qui si trovano le teorie di rilievi magistralmente eseguiti dei rappresentanti delle 23 nazioni tributarie della dinastia Achemenide che recano doni. Ognuno dei rappresentanti è raffigurato con le sue caratteristiche peculiari che ne permettono di identificarne l'appartenenza etnica.
Accanto all'Apadana sorgeva la Sala del Trono, detta anche Sala delle Cento Colonne, iniziata da Serse e completata da Artaserse. Anche qui compaiono dei rilievi che, stavolta, raffigurano il re nel pieno dell'amministrazione del potere e in combattimento contro demoni mitologici. Il portico di accesso alla Sala del Trono è fiancheggiato da due colossali tori di pietra. A sud vi è il Tesoro che custodiva i tributi che affluivano in città.
Persepoli, rilievo di Serse
Al palazzo reale si accedeva per mezzo del Tripylon, una magnifica scalinata che conduceva a tre entrate. Una di queste entrate era la porta segreta che dava accesso all'harem reale, costituito da una vasta corte centrale colonnata, con un portico che si affaccia su uno spazioso cortile. L'entrata dell'harem, restaurata, ospita un museo in cui sono custoditi alcuni degli oggetti ritrovati durante gli scavi, tutto ciò che è rimasto dopo il saccheggio di Alessandro Magno. Plutarco racconta che Alessandro si servì di 20.000 muli e 5.000 cammelli per trasportare l'immenso bottino saccheggiato a Persepoli.
La svolta per la riscoperta di Persepoli si ha nell'Ottocento, con Henry C. Rawlinson che trascrisse pazientemente i segni cuneiformi incisi sulle pietre della piattaforma del palazzo. Rawlinson si calò con una funa sospesa sulla gigantesca rupe di Bisotun, tra Ecbatana e Persepoli e, nel 1839, copiò l'iscrizione cuneiforme scolpita in cima alla roccia dagli scribi di Dario I: si tratta del "testamento" del re Achemenide fondatore di Persepoli, un proclama in lingua persiana e babilonese con il quale Dario spiega la legittimità della sua ascesa al trono.
Persepoli, tomba rupestre di Artaserse
Dopo Rawlinson passerà quasi un secolo prima che le missioni archeologiche si rimettano all'opera nella città dei re. All'inizio del '900 l'antica Ecbatana giaceva ancora sotto le casupole della moderna città di Hamadan, a Susa (la persiana Shush) lavorava un'equipe francese diretta dall'archeologo Jacques de Morgan, mentre a Persepoli giunse l'orientalista Ernst Emil Herzfeld, che guiderà gli scavi negli anni '30 per conto dell'Oriental Insitute dell'Università di Chicago.
Fu proprio Herzfeld a risistemare, in parte, i rilievi delle Porte e a dare un nome alla provenienza etnica dei personaggi rappresentati sulla scalinata dell'Apadana. Dopo aver trovato minuscole pigmentazioni di colore sulle figure dei re e sul disco solare alato che rappresentava Ahura Mazda, Herzfeld procedette ad una ricostruzione cromatica dei rilievi, utilizzando il verde, il blu e il rosso.
Nel 1964 a lavorare a Persepoli sono gli archeologi italiani dell'Ismeo (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) guidati da Giuseppe e Ann Britt Tilia e dall'architetto Giuseppe Zander. All'epoca si sono studiati le pietre, i marmi, i mattoni smalti; si è proceduto alla ripulitura di colonne, capitelli e rilievi; si è consolidata l'Apadana. Ben presto la ricerca e il restauro si è esteso all'area attorno a Persepoli, interessando le tombe rupestri di Naqsh-e Rostam e Naqsh-e Rajab, Pasargade e i templi del Fuoco. Dagli anni '80 del secolo scorso le campagne archeologiche sono affidate ad archeologi iraniani.

"Scoperto" un ritratto in quarzite di Nefertiti

La testina in quarzo di Nefertiti
In occasione della decima edizione giubilare dell'Antica fiera d'Arte di Bruxelles, svoltasi nel giugno scorso, è stata allestita un'esclusiva mostra di arte dell'antico Egitto che ha permesso ai visitatori di ammirare reperti normalmente non visibili al pubblico poiché provenienti da collezioni private.
Tra i tanti oggetti esposti, uno in particolare ha, inevitabilmente, attratto l'attenzione dei fortunati visitatori: una testina dal color marrone rossiccio, di appena 5,5 centimetri che finora si pensava raffigurasse il faraone Akhenaton, ma che il dottor Christian E. Loeben, egittologo dell'August Kestner Museum di Hannover, in Germania, non ha esitato ad attribuire alla Grande Sposa Reale Nefertiti.
Il reperto è, dunque, un capolavoro in miniatura dell'arte egizia della quale testimonia l'estrema abilità e raffinatezza nell'eseguire il ritratto da parte degli antichi artigiani. Il dottor Loeben ha fatto notare che finora nessun egittologo aveva rilevato che, durante il periodo Amarniano, la quarzite veniva utilizzata esclusivamente per ritratti femminili. Un dettaglio importante per identificare con certezza il personaggio ritratto.

Nuova resurrezione per l'Egitto

L'interno della tomba di Meresankh
I colori rosso, giallo, blu ancora sono vividi dopo più di 4500 anni da quando sono stati applicati alle pareti della tomba della regina Meresankh III, in Egitto. Ci sono, dipinte, vivaci scene della vita quotidiana: un cacciatore che lancia una rete per catturare uccelli acquatici; artigiani che intrecciano stuoie di papiro; un corteo che reca ceste piene di offerte per chi ha passato il confine con il mondo ultraterreno.
Tutt'intorno si vedono le statue di Meresankh vestita di pelle di leopardo, in piedi accanto alla madre mentre va in barca, tra gli steli di papiro, intrattenuta da musici e cantori. Nella piana di Giza, accanto alle famose piramidi, i funzionari addetti al turismo e alle antichità stanno cercando di far risorgere l'interesse e l'amore per il loro passato.
Meresankh, che vuol dire "amante della vita", "aprirà" la sua bella tomba ai turisti dopo ben 25 anni di restauro. L'evento è atteso per la fine del 2012. Cinque altre tombe di sommi sacerdoti, sepolte da decenni dalle sabbie d'Egitto, saranno anch'esse presto visibili.
La vita di Meresankh era strettamente legata a quella del faraone. La sua tomba si trova poco distante da quella di suo nonno Khufu (Cheope). I suoi genitori erano fratello e sorella e lei stessa sposò un altro dei figli di Khufu, Chefren, il costruttore di un'altra piramide. Meresankh morì improvvisamente e sua madre cedette alla figlia defunta la sepoltura che aveva fatto preparare per lei stessa.
La scoperta della tomba di Meresankh risale al 1927, ad opera dell'archeologo americano George Reisner. La tomba era letteralmente assediata dalla sabbia. Gli occhi dei primi scopritori furono colpiti dalla vivacità dei colori e delle iscrizioni.
Parte orientale della piana di Giza
Interessanti anche le mastabe di alcuni sommi sacerdoti, sempre nella piana di Giza, come quella di Kaemankh, tesoriere reale e custode dei segreti del faraone, la cui sepoltura si trova nella parte orientale della Piana di Giza. Per tirar fuori dalla sabbia le ultime dimore di questi nobili personaggi sono intervenuti l'ispettore del sito, Ashraf Mohie El Din, ed una squadra di oltre 50 persone. Le pareti della tomba di Kaemankh sono affrescate con scene di pesca nel Nilo e di macellazione di animali. Nello stretto spazio che circonda il sarcofago del sacerdote è visibile una scena con danzatrici e suonatori di arpa e di flauto. Sopra di loro alcuni artigiani sono intenti alla fabbricazione di un letto e di una sedia.
Le autorità egiziane stanno pensando di riaprire, a sud del Cairo, anche il Serapeo di Sakkara, un enorme tempio sotterraneo dove si crede siano stati sepolti i tori sacri in enormi sarcofagi di granito e basalto, ciascuno tra le 60 e le 100 tonnellate di peso.

sabato 4 agosto 2012

Misterioso eccidio nell'antica Danimarca

Uno dei ritrovamenti umani nei prati di Alken
I prati di Alken, in Danimarca, conservano i corpi di antichi guerrieri. Almeno 200 scheletri sono stati già riportati alla luce e ce ne sono molti altri in attesa di essere scoperti. Un intero esercito sacrificato e sepolto nell'antica palude di Alken. Ora gli archeologi stanno cercando di far luce su questo drammatico e misterioso evento del passato. Cos'è accaduto, nel villaggio di Alken? Chi erano le 200 vittime sacrificate e quale è stato l'evento che ha determinato questo sacrificio?
Gli archeologi sperano di dare presto una risposta a questa e ad altre domande che si affollano attorno ai resti umani ritrovati nei pressi dell'antico villaggio danese nella penisola dello Jutland. L'unica cosa certa è che un intero esercito è stato sacrificato in una palude, centinaia di guerrieri. Già scavi precedenti agli attuali avevano documentato ritrovamenti scheletri e gli archeologi pensano che tali ritrovamenti non rimangano gli unici.
Lo scavo si è concentrato particolarmente nei pressi del grande lago dello Jutland, il lago Mosso, a due metri ed oltre sotto la falda che alimenta lo specchio d'acqua. Quest'ultima ha ritardato la decomposizione dei resti umani che sono stati trovati in ottime condizioni. Gli archeologi sperano che le analisi dei resti possano chiarire la genesi di questa sepoltura di massa, tra le altre l'analisi geologica rivelerà, forse, perché sono stati scelti proprio i prati di Alken per il sacrificio.

Medioevo iraniano

Le piastrelle islamiche ritrovate a Gaskar
Gli archeologi iraniani hanno riportato alla luce i resti di un'antica bottega durante gli scavi nel centro storico di Gaskar, nella provincia settentrionale iraniana di Gilan.
La struttura è risultata antica di 1200 anni ed ha restituito anche un insieme di piastrelle di epoca islamica. Probabilmente la bottega era parte di un edificio a due piani con pareti in mattoni e due ampie camere. I resti di un forno e le suddivisioni degli spazi interni suggeriscono che si trattava di un luogo pubblico, forse un laboratorio.
Le piastrelle islamiche, ritornate alla luce durante lo scavo, recano disegni di figure umane e sono tra i più importanti reperti archeologici di epoca islamica della regione. Tra i reperti ritrovati in campagne precedenti, vi sono i resti di un muro pertinente, forse, ad un bagno pubblico.
Gaskar si trova a 55 chilometri dalla capitale della provincia Rasht. Uno dei siti archeologici più importanti della provincia è Marlik, vicino alla città di Roudbar, dove è stato ritrovato un cimitero reale dal quale sono emersi manufatti risalenti a 3000 anni fa.

Un insediamento Siro-Ittita in Cappadocia

Gli scavi nell'Anatolia Centrale
Uno dei principali insediamenti del regno Siro-Ittita di Tabal, in Cappadocia, è stato trovato nella provincia dell'Anatolia Centrale.
Lo scavo procede dal 2007 in questo luogo ed ha progressivamente rivelato un insediamento esistente sin dal periodo Calcolitico (5500 a.C. circa) fino all'Età del Ferro (330 a.C.). Gli archeologi sono riusciti ad intercettare i livelli Ittiti, che giacevano ad una profondità di circa quattro metri.
Ora contano di andare più in profondità, dove sperano di fare ulteriori scoperte che possano far luce sull'antico regno che un tempo dominava questa regione.

Ritrovati gli Ebrei massacrati dai Romani?

Un'inquadratura degli scheletri tratta
dal filmato di Benny Liss
I resti di migliaia di ebrei massacrati dai Romani sul Monte del Tempio, all'epoca della distruzione del Secondo Tempio, sono stati ritrovati a Gerusalemme. La notizia è stata data da un giornalista archeologo, Benny Liss, che, nel corso di una conferenza, ha proiettato un filmato girato alcuni anni fa, che mostra chiaramente migliaia di scheletri ed ossa umane accatastati in quella che ha tutto l'aspetto di una fossa comune.
Liss ha affermato che il film è stato girato in un'ampia caverna sotterranea nei pressi della Porta della Misericordia, non lontano dalla parete est del Monte del Tempio. Il giornalista ha ipotizzato che gli scheletri siano quelli dei 6.000 Ebrei, in maggioranza donne e bambini, uccisi sul Monte del Tempio quando i Romani distrussero il Secondo Tempio di Gerusalemme, come descritto nelle cronache di Giuseppe Flavio, che assistette all'eccidio.
Il filmato mostra l'ingresso di Liss all'interno della caverna, seguito da un tecnico delle luci e da un cameraman. Attraverso uno stretto passaggio, i tre giungono ad un'ampia caverna che contiene, appunto, numerosi resti umani. Non appena Liss è uscito dalla caverna, l'Autorità per l'Antichità l'ha chiusa.
Citando fonti storiche, Liss ha anche affermato che, nella zona della Città Vecchia, dove sorge attualmente il cimitero musulmano, vi era un quartiere ed un cimitero ebraico che fu poi spostato nella Valle di Giosafat.
I Romani, sostiene Liss, sono rimasti sul Monte del Tempio per un mese, dopo l'eccidio. Dovevano sbarazzarsi dei corpi in decomposizione degli Ebrei uccisi e l'unico modo per farlo in fretta era quello di gettarli nelle grotte naturali che si aprivano alle pendici del monte, nei pressi della Porta della Misericordia. Liss non crede che gli scheletri che ha documentato appartengano a cristiani, poiché non sono stati ritrovati segni distintivi di questi ultimi, attorno agli scheletri.
A contraddire quanto rivelato da Liss è intervenuto il professor Dan Bahat, ex archeologo del distretto di Gerusalemme, il quale ha affermato che le ossa mostrate nel filmato dal giornalista potevano essere tanto cristiane, quanto ebree, quanto musulmane. L'archeologo Gabriel Barkai ha affermato che, di recente, sono state rinvenute anche fosse comuni musulmane.
Purtroppo, allo stato attuale delle cose, è piuttosto difficile che il sito esplorato da Liss venga riaperto, in quanto si trova in una zona particolarmente delicata di Gerusalemme.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...