giovedì 10 marzo 2011

Tamna' splendore d'Oriente


Plinio fu l'ultimo scrittore antico a fare il nome del regno del Qataban e della sua capitale Tamna'. Questo regno era, al tempo, una vera e propria potenza economica, sviluppatosi dal I millennio a.C. fino all'epoca cristiana.
Il generale di Ottaviano Augusto, Elio Gallo, che voleva conquistare la ricca terra dell'incenso in mano ai regni di Saba, Ma'in, Qataban e Hadramawt, non riuscì a spingersi oltre la capitale dei Sabei, Marib, che confinava con il Qataban. Probabilmente la missione fallì perchè il generale non riuscì a conquistare Tamna', vero e proprio snodo del commercio dell'incenso e da cui, dice Plinio, partivano le carovane dirette a Gaza. Proprio la crisi delle vie carovaniere, nel I secolo d.C., condannò il Qataban all'oblìo. Tamna' cessò di esistere nel II secolo d.C.
La grandezza di Tamna' è ben testimoniata dall'imponenza delle sue rovine. La città poteva godere, all'epoca del suo massimo splendore, di risorse idriche ed agricole di notevole importanza in una landa sostanzialmente arida qual è il deserto yemenita.
Il suo tell ovale, che oggi ospita il villaggio di Hajar Kuhlan, ha 350 metri di larghezza, 700 di lunghezza e 20 di altezza. La cinta muraria che difendeva ed abbracciava Tamna' era costruita in pietra e formata dalla sovrapposiizone dei muri esterni delle case perimetrali. A nord e a sud della cinta ovale si possono ammirare i resti di due porte monumentali.
A circa 2 chilometri a nord di Tamna' si trovano le rovine della necropoli, scavata per la prima volta solo nel 1951 dagli americani, che misero in luce una serie di architetture e reperti, prime testimonianze dirette della misteriosa e favolosa "terra dell'incenso". Furono, in questo frangente, riportate alla luce alcune ricche case private, presso la porta sud, un grande edificio al centro della città e numerose tombe. Gli scavi, però, non vennero mai pubblicati, per cui gli archeologi moderni non hanno finora potuto usufruire di una precisa stratigrafia e della cronologia del sito.
Nel 1999 gli scavi ripresero e questa volta ad operare a Tamna' è stata una Missione Archeologica italiana di cui faceva parte un'equipe di epigrafisti francesi. Fino al 2006 si sono susseguite ben otto campagne di scavo che hanno riportato alla luce numerosi monumenti. Innanzitutto si è riportato alla luce un asto edificio templare, il Tempio di Athirat, accanto alla porta nord; poi la cosiddetta Piazza del mercato, al cui centro è stata trovata una stele di granito con iscritte le leggi che regolavano il commercio cittadino; poi, ancora, il palazzo reale o Grande Tempio e la necropoli di Hayd bin 'Aquil, nella quale sono state scavate nuove tombe.
Le campagne di scavo sono state l'occasione per analizzare numerose ceramiche, statue, bronzi e iscrizioni rinvenute sul sito. Proprio per ospitare i numerosi reperti, gli archeologi italiani hanno costruito il Museo di Tamna'.
Il Tempio di Athirat, grandioso edificio rettangolare, fu in uso tra il IV secolo a.C. e il I secolo d.C.. Ne conosciamo il nome dalle numerose iscrizioni che lo citano, il tempio si chiamava Yashshal. E' pervenuto fino a noi anche il nome della divinità adorata all'interno delle sue mura, la dea Athirat, che aveva lo stesso nome del tempio, il che sta a testimoniare la lunga tradizione di culto che le era tributato. Accanto al tempio gli archeologi italiani hanno anche ritrovato una costruzione ipostila a tre navate con numerose banchette intonacate, collegata al culto del tempio principale.
La Piazza del mercato di Tamna' aveva una forma ovale ed era circondata da ville lussuose e da abitazioni private. Le case erano costruite su basamenti in granito alti e robusti ed erano accessibili tramite scalinate. Avevano due o più piani in legno e mattoni crudi. La ceramica ritrovata ha datato il quartiere al IV secolo a.C.. Le abitazioni rimasero in uso fino al I-II secolo d.C., quando una violenta distruzione spazzò via la città.
Il Palazzo reale, invece, è una costruzione rettangolare già scavata dagli americani e riconosciuto come un tempio della divinità suprema sudarabica 'Athtar, è stato ultimamente riconosciuto come l'antico palazzo reale. Gli scavi del 2005 hanno permesso di ritrovare una vasta area lastricata sul piano cittadino proprio a ridosso del lato nord del palazzo, in cui si trovano un grande bacino in calcare, un altare circondato da una canaletta per l'acqua e un pozzo a bocca quadrata, probabilmente utilizzato per abluzioni e fini cultuali.

I colli di Roma


I sette colli per antonomasia sono quelli sui quali si distende la città di Roma, la septemgemina, come scrive il poeta Stazio.
Secondo la versione canonica, i colli di Roma sono: Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale. Gli stessi antichi, però, proponevano diverse variabili, come Servio, che dal novero dei colli toglie il Campidoglio e inserisce il Gianicolo, oppure altri che tolgono Quirinale e Viminale e inseriscono Gianicolo e Vaticano. Senza contare di quando aumenterebbero, i famosi sette colli, se si contassero anche le cime di cui sono composti. Quattro sono state contate sul Quirinale (Latiaris, Sanqualis, Salutaris e Quirinalis vero e proprio); due sono le cime del Campidoglio (Capitolium ed Arx); tre dell'Esquilino (Fagital, Oppius e Cispius); due del Palatino (Palatium e Velia). Il Celio era distinto in due parti di cui una era chiamata Caeliolus o Caelius Minor e l'altra, di cui non si conosce il nome era integtrata da un piccolo Aventino.
I colli sono in parte di origine vulcanica (Aventino, Celio, Campidoglio e Palatino) e sono alti, sul livello del mare, dai 46 metri dell'Aventino e del Campidoglio agli oltre 60 metri delle zone orientali dell'Esquilino, del viminale e del Quirinale. Un tempo questi colli erano coperti di boschi (come quello di faggi che dava nome al Fagutal) e furono presto alterati dalla presenza e dall'intervento umano.
Al tempo dei Cesari, malgrado i colli conservassero, in gran parte, la loro originale fisionomia, furono adattati alle esigenze degli imperatori. Il Quirinale venne separato dal Campidoglio con lo smantellamento della sella che univa i due colli, affiinché Traiano potesse edificare il suo Foro ed eliminare il diaframma naturale interposto tra la città vecchia e quella nuova, la città dei colli e quella della pianura.
In età imperiale, inoltre, alcuni colli avevano anche cambiato nome. Gli antichi affermano che il Campidoglio si chiamava originariamente Tarpeius (dal nome della divinità tutelare Tarpeia), il Celio si chiamava Querquetulanus (per via del bosco di querce che lo ricopriva); l'Aventino era detto Murcus (dal nome della dea Murcia, che fu poi identificata con la Fortuna Virile e con Venere, che vi aveva un sacello).
Con il tramonto dell'epoca antica e della Roma imperiale, la città papalina andò contraendosi e si ridusse alle zone basse del Campo Marzio e del Trastevere, mentre i colli venivano progressivamente appandonati dalle abitazioni, eccezion fatta per il Laterano e Santa Maria Maggiore. Anche i nomi romani finirono nell'oblìo generale, tanto che il Quirinale venne chiamato Monte Cavallo e il Campidoglio Monte Caprino. Là dove, un tempo, sorgevano case gentilizie, terme, portici e fontane, non compariva altro che terreno incolto, prati, orti, vigne, chiese e conventi. Il Quirinale, poi, finì per diventare la sede estiva dei papi.
L'unità d'Italia, nel 1870, portò ad una massiccia urbanizzazione della città ed i colli famosi vennero vilipesi ed oltraggiati da tunnel che ne trapassarono le viscere, dalla costruzione del Vittoriano, che sbancò buona parte del Campidoglio. Altri monti entrarono a far parte del novero dei colli romani, come il Pincio, Monte Sacro, Monteverde, i Parioli, Monte Mario, Monte Antenne, i Colli Portuensi. Di quelli antichi, l'ultima menzione si trova in un discorso di Benito Mussolini del 1936, pronunciato dal balcone di Piazza Venezia.

lunedì 7 marzo 2011

La Pompei di Assisi

Proprio in questi giorni, ad Assisi, alcuni scavi iniziati in modo fortuito nel 2001 hanno permesso di riportare alla luce una domus romana all'interno di Palazzo Giampè, nel centro storico. La casa sembra risalire al I secolo d.C. ed è certamente appartenuta ad un personaggio di una certa importanza, vista la raffinatezza della tecnica pittorica utilizzata negli affreschi che sono stati rinvenuti.
Della casa si può, attualmente, vedere un peristilium lungo 7,80 metri, le cui pareti presentano ancora una decorazione pittorica, si può anche ammirare una pavimentazione musiva e quattro colonne in laterizio rivestito di stucco, alte 4 metri. Si sono, anche, conservati cinque ambienti, dei quali tre si affacciano sul peristilio.
Uno di questi ambienti, probabilmente un triclinio, presenta un'elegante decorazione parietale a figure geometriche di colore rosso, giallo e verde. Un ambiente che corrisponderebbe ad un cubicolo, si affacciava sul peristilio per mezzo di una porta ed una finestra con davanzale in marmo, entrambe tuttora conservate. Le pareti sono affrescate in modo raffinato, soprattutto quella nord, tripartita orizzontalmente da una fascia superiore di colore bianco, due pinakes, una fascia intermedia di colore rosso pompeiano e una fascia inferiore costituita dallo zoccolo di colore nero nella cui parte centrale è possibile ammirare un fregio contenente cinque figure femminili. Questo cubicolo ha un pavimento a mosaico in tessere bianche e nere, disposte a formare un disegno geometrico costituito da un esagono nero e un fiore stilizzato bianco. L'esecuzione del mosaico è uniforme ed accurata.
Ora si stima che sia necessario investire almeno 300.000 euro per realizzare la musealizzazione e per garantire al pubblico di affluire ad ammirare questa splendida dimora.

sabato 5 marzo 2011

I misteri dei Dauni in mostra a Roma


Le stele daunie sono "in visita" a Roma, protagoniste di una mostra presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. L'esposizione è stata curata da Anna Maria Tunzi, direttrice del Museo di Manfredonia.
L'attenzione su questi preziosi reperti si accese solo negli anni '60 del XX secolo, grazie ad un fortuito ritrovamento di una pietra decorata da parte di Silvio Ferri. Le testimonianze riemergevano dal terreno e si scoprì che erano state impiegate anche nella costruzione di case rurali.
Alcune leggende attorno a queste stele, vogliono che esse provengano dalle mura di Troia, lanciate, in seguito, come zavorra nella nave di Diomede. Altre, invece, narrano che sia stato proprio Diomede a erigere queste stele che, alla sua morte, vennero gettate in mare da Dauno. Però, a causa di un evento soprannaturale, le stele, sfuggite ai flutti, vennero ritrovate erette nel medesimo luogo dal quale erano state estirpate.
La pietra utilizzata per le stele è quella delle cave calcaree di Monte Sant'Angelo. Dell'utilizzo delle stele, però, non si è ancora ben certi: segnacoli tombali o votivi. Esse recano rappresentazioni di ornamenti femminili o armi. L'abbondanza di raffigurazioni ornamentali femminili ha fatto ritenere che tra le popolazioni daunie prevalesse il matriarcato.
Alcune stele raffigurano scene nuziali e di vita quotidiana: molitura del grano, di pesca, caccia e navigazione, di tessitura del telaio ma anche complesse scene erotiche e rappresentazioni di sacrifici rituali con eroi, animali fantastici e reali, guerrieri e creature mitiche.
Le stele risalgono ad un periodo compreso tra l'VIII e il IV secolo a.C. e provengono da Ordona, Ascoli, Melfi, Arpi, Tiati. Sono un patrimonio unico, in Europa, costituito da circa 2000 pezzi incisi su ogni facciata.
Silvio Ferri, scopritore delle stele, ritiene che i Dauni provenissero dalla Tracia, come i Troiani, legati al popolo trace dei Paviones, il cui simbolo era il pavone che si ritrova in centinaia di stele. Altrettanto presente è la raffigurazione del cosiddetto "Riscatto di Ettore", un uomo seduto o in piedi con la lira, in compagnia di un uomo o di una donna che tende a lui le braccia in atto di preghiera e di ancelle che recano doni sul capo.
La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 2 al 18 marzo, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 19.00; il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 14.00.

Gite "fuori porta": Santa Maria in Falleri


L'abbazia di Santa Maria in Falleri si trova all'interno della cinta muraria dell'antica città di Falerii Novi, fondata nel 241 a.C. per deportarvi gli abitanti della distrutta Falerii Veteres, attuale Civita Castellana. Tra il X e l'XI secolo gli abitanti di Falerii Novi si trasferirono a Civita Castellana ed i Benedettini decisero di costruire a Falerii Novi una loro abbazia. Alcuni storici ritengono che la chiesa esistesse già e che i Benedettini si limitarono a restaurarla ed ampliarla. Altri attribuiscono la costruzione dell'abbazia ai Cosmati, commissionati in tal senso dai Cistercensi provenienti da Saint Suplice.
Nel 1355 Falleri fu affidata da papa Innocenzo IV al monastero di S. Lorenzo al Verano perchè fosse riformata. Nel 1392 l'abbazia e i suoi terreni passarono all'ospedale di S. Spirito in Sassia, la chiesa, in particolare, divenne commenda. Nel 1571 l'edificio religioso era già in rovina. Nel 1649 l'abbazia e il suo territorio entrarono nella proprietà della Camera Apostolica e nel 1786 papa Pio VI la concesse in enfiteusi al comune di Fabrica che ne divenne, in seguito, il proprietari. Oggi la chiesa è in rovina e gli ambienti monastici sono ridotti a casa colonica. Nel 1798, però, il culto venne interrotto a causa del saccheggio che la chiesa subì da parte delle truppe napoleoniche. A metà del XIX secolo, chiesa e monastero divennero proprietà privata. Nel 1910 l'edificio di culto, il monastero continuò a rimanere privato, entrò a far parte del demanio statale. Nel 1933 fu avviato un primo restauro ma furono gli ultimi decenni del secolo scorso a vedere la maggior parte di interventi di conservazione sul tetto (crollato nel 1829), sulla pavimentazione e sulla parte superiore della facciata. La struttura religiosa poté essere restituita al culto.
L'edificio religioso è costruito in tufo e marmo ed ha una pianta a T. L'abside è poco aggettante sul transetto. Il corpo centrale è composto da tre navate separate da un alternarsi di pilastri cruciformi con altri quadrati e con colonne, poste in opera al posto dei pilastri quadrati dai Cistercensi.
L'abside è affiancata da due cappelle per lato, anch'esse circolari. Nella parete sinistra si aprono finestre di luce ridotta mentre le absidi possiedono delle monofore. Il transetto è voltato a botte mentre sulla copertura originaria del corpo centrale, crollati, gli studiosi formulano diverse ipotesi: volte a botte o a crociera per la navata principale, tetto a faldo o volte per quelli laterali.
La facciata aveva tre oculi circolari in corrispondenza delle navate e un portico distrutto per porre il portale cosmatesco. A destra della chiesa, due rampe di scale in pietra permettono di accedere al piano superiore degli edifici abbaziali. Il portale è composto da due coppie di colonnine e di lesene e tre archivolti a tutto sesto che chiudono su una lunetta marmorea fregiata di una croce greca. Su due dei conci marmorei che rivestono il portale si leggono due iscrizioni. L'epigrafe di destra menziona, con tutta probabilità, il committente dell'opera, un certo Quintavalle. L'iscrizione di sinistra ricorda gli artefici del portale stesso, Lorenzo ed il figlio Jacopo, esponenti della famiglia dei Cosmati, che si ispirarono alla vicina porta di Falerii Novi e alle rovine della città romana, tuttora in parte visibili.

giovedì 3 marzo 2011


Nell'Alaska centrale sono stati ritrovati i più antichi resti di un individuo cremato di tutta l'America settentrionale sub-artica. I resti appartenevano a un bambino o a una bambina morto all'età di tre anni e posto in una casa risalente a 11.500 anni fa. Quest'ultima, affermano i ricercatori, è una fonte di informazione sugli usi e le abitudini degli americani dell'Era glaciale.
Gli studiosi, inoltre, sperano di estrarre dallo scheletro del bambino Dna sufficiente per stabilire l'identità di coloro che vivevano nell'attuale Alaska che, al tempo, collegava le Americhe all'Asia. Il bambino venne deposto in una fossa ricavata dal focolare posto all'interno dell'abitazione. Sui suoi resti venne, in seguito, acceso il fuoco. I frammenti di legno carbonizzato hanno permesso di datare il sito. Una volta cremato il corpo del piccolo, i cacciatori-raccoglitori della sua comunità ricoprirono con della terra la fossa di 45 centimetri in cui giaceva il bambino. Non sono stati rinvenuti manufatti sopra al livello di riempimento.
La presenza di resti di salmoni, pernici, scoiattoli e altri animali, indicano che il luogo in cui è stato trovato il piccolo scheletro fu utilizzato per diverso tempo, prima di fungere da sepoltura. Il pavimento era stato scavato nella terra e, probabilmente, vi erano stati installati dei pali che sorreggevano le mura e un tetto.
Analisi preliminari dei denti del piccolo defunto sembrano confermare un legame biologico sia con i Nativi Americani che con popolazioni asiatiche nordorientali. Il che ha portato a rafforzare l'ipotesi che i primi americani siano arrivati dalla Siberia servendosi dello scomparso ponte di terra che attraversava, un tempo, lo Stretto di Bering

I cento anni della scoperta di Machu Picchu

Cade, quest'anno, il centenario della scoperta di Machu Picchu, la cittadella Inca che sovrasta la gola del fiume Urubamba, a Cuzco. Per l'occasione il governo del Perù ha istituito una commissione che avrà il compito di coordinare le attività e le iniziative che si svolgeranno nel corso del 2011, particolarmente il 7 luglio, il giorno in cui, nel 2007, il sito è entrato a far parte della lista delle meraviglie del mondo.
La verità ufficiale vuole che sia stato lo storico statunitense Hiram Bingham, che cercava gli ultimi ruderi incaici di Vicabamba, a scoprire Machu Picchu il 24 giugno 1911. Bingham e la spedizione di cui era a capo trovarono due famiglie di contadini che si erano stabiliti sul luogo e che sfruttavano le terrazze a sud delle rovine per coltivare la terra utilizzando, tra l'altro, un canale scavato dagli Incas che era ancora funzionante.
Bingham chiese l'appoggio della Yale University, della National Geographic e del governo peruviano per cercare il prima possibile di studiare il sito. Bingham diresse gli scavi archeologici a Machu Picchu dal 1912 al 1915, pulendo le erbacce e portando alla luce tombe incaiche fuori città, aiutato da lavoratori della zona, dall'ingegnere Ellwood Erdis e dall'osteologo George Eaton.

martedì 1 marzo 2011

Una Grande Muraglia Vietnamita


Tra le montagne di una provincia sperduta del Vietnam cenrale, degli archeologi hanno effettuato un'importante scoperta: una fortificazione di ben 127 chilometri di lunghezza, costruita alternando sezioni di pietra e di terra, alcune alte fino a 4 metri.
Le popolazioni locali la chiamano la "Grande Muraglia del Vietnam" e sarebbe il monumento più lungo del sud-est asiatico, secondo quanto ha affermato il professor Phan Huy Lè, presidente dell'Associazione Vietnamita degli Storici. Il muro venne edificato lungo una strada preesistente su cui sono stati rinvenuti i resti di più di 50 forti, molti dei quali più antichi della stessa muraglia. Quest'ultima serviva a demarcare il territorio e a regolare il commercio e i viaggi tra i due Viet nelle pianure e le tribù Hrè sulle montagne. Le ricerche suggeriscono che entrambe le popolazioni possano aver cooperato nella sua costruzione.

lunedì 28 febbraio 2011

L'antica città sul Monte Iato


Il Parco archeologico di Monte Iato, in Sicilia, è ora una realtà grazie alla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo e dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Zurigo, che vi opera dal 1971.
Il Monte Iato si trova a circa 30 chilometri da Palermo. Dell'antica Iatus, nome greco dell'insediamento, gli archeologi già conoscevano la lunga continuità di abitazione: dal I millennio a.C. fino al 1246 d.C., anno in cui la città fu definitivamente distrutta da Federico II, si sviluppò un centro abitato che riflesse le vicende politiche e sociali della storia della Sicilia. Il Monte Iato, alto 852 metri, domina l'omonimo fiume. Non esistono fonti letterarie che attestino la vita dell'antica città di Iaitas come la vita della Sicilia Occidentale. Diodoro Siculo narra che la città, tra il 278 e il 275 a.C., fu assalita da Pirro, re dell'Epiro e che durante la prima guerra punica gli Ietini, una volta cacciati i Cartaginesi, si consegnarono ai Romani.
Il nome antico dell'insediamento sul Monte Iato non è tramandato con sicurezza. Le fonti scritte usano indicare la cittadinanza, non quello della città. I cittadini erano chiamati Iaitinoi nelle fonti greche, Ietini e Ietenses in quelle latine. Il nome della città compare su documenti riportati alla l luce dagli scavi, come tegole e monete.
Gli edifici greci poggiavano direttamente sulla roccia, parte della quale levigata. Di questi antichi edifici rimangono solo fondi di capanne dell'VIII secolo a.C., ritrovati nell'area del posteriore tempio di Afrodite, e resti di focolari del VII secolo a.C. in una zona a sud dell'agorà. Dalla metà del VI secolo a.C. il villaggio indigeno di Monte Iato si rapportò fortemente con l'elemento greco coloniale, al punto da ospitare comunità greche all'interno della città. Questo connubio sociale e culturale è ben rappresentato dal ritrovamento di un grande edificio di età arcaica, a due piani, con un cortile nel cui interno è stata raccolta numerosa suppellettile domestica di tradizione indigena, unitamente ad altre coppe prodotte a Imera, Selinunte e in Attica.
Sicuramente greco è il più antico edificio sacro, la cui costruzione vien fatta risalire al 550 a.C.: il cosiddetto Tempio di Afrodite, molto simile ad altri edifici di età arcaica noti nel mondo greco e in Sicilia. Verso la fine del VI-inizio del V secolo a.C. fu eretta la parte più antica della cinta muraria.
L'abitato di Monte Iato fu completamente ricostruito alla fine del IV secolo a.C. secondo i canoni dell'urbanistica e dell'architettura greca. Del nuovo impianto fanno parte la rete viaria, con una strada principale lastricata che tagliava l'antica città in senso est-ovest, gli edifici pubblici più importanti quali il teatro, l'agorà e il bouleterion e i quartieri residenziali, con abitazioni signorili. Il teatro della cittadina poteva contenere fino a 5.000 spettatori.
La floridezza della città dura fino all'età romano-repubblicana. Nella prima età imperiale cominciano ad avvertirsi i prodromi del tramonto. I contatti commerciali con Africa e Spagna continuano ad essere intensi, comunque, con l'importazione di olio, vino, salsa di pesce e frutta in conserva. Dell'epoca romana imperiale si sa, inoltre che Iato faceva parte, con 45 città della Sicilia, del gruppo degli "stipendiarii", comunità tributarie di Roma.
Anche le fonti medioevali sono piuttosto rare. Nell'XI secolo d.C., al momento della conquista normanna della Sicilia, guidata dal Conte Ruggero, il sito era popolato da genti provenienti dal Magreb che, nel 1079, rifiutarono di pagare le imposte e prestare servizio, finendo per ribellarsi al Conte Ruggero che solo a fatica riuscì ad aver ragione di loro. Alla metà del XII secolo, il geografo arabo Al Idrisi visitò Iato e rilevò l'esistenza di un castello e di una prigione sotterranea. Sotto il sovrano normanno Guglielmo II Iato passò alla chiesa e al Monastero di Santa Maria la Nuova di Monreale. Gli arabi isolani, a questo punto, finirono per insorgere contro Federico II di Svevia, re di Sicilia. Iato medioevale fu l'ultimo teatro della rivolta musulmana in Sicilia. L'assedio, dicono le cronache, durò più di 20 anni. Nel 1246 la città venne conquistata definitivamente e rasa al suolo. I sopravvissuti furono deportati a Lucera di Puglia.

Nerone in mostra


La Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, in collaborazione con Electa, ha in programma un'esposizione sulla figura di Nerone.
La mostra si aprirà il 1° aprile e chiuderà il 18 settembre 2011 nell'area espositiva al II ordine del Colosseo, nella Curia Iulia e nel Tempio di Romolo al Foro Romano, nel Criptoportico neroniano sul Palatino e comprenderà un percorso di visita nei luoghi neroniani dell'area archeologica centrale di Roma.
La figura di Nerone è stata sempre fortemente messa in discussione soprattutto grazie alla propaganda negativa dell'aristocrazia. Di lui si ricorda, soprattutto, il grande incendio che distrusse Roma nel 64 d.C. e la conseguente politica di ricostruzione che l'imperatore avviò tra il 64 e il 68 d.C.. I luoghi dell'esposizione sono quelli in cui Nerone visse e operò sia prima che dopo l'incendio.
La mostra sarà accompagnata da un esame attento della figura di Nerone attraverso i rapporti familiari, la propaganda del tempo e l'avversa fortuna. Vi saranno sezioni sull'immagine antica e moderna di Nerone, una sui ritratti dei suoi familiari - in particolare di Claudio e di Agrippina - ed un altro sulla propaganda neroniana, culminata nell'assimilazione dell'imperatore al Sole e la sua celebrazione come auriga e vincitore dei Parti.

sabato 26 febbraio 2011

Gli splendori di Leptis Magna


Nel giugno del 193 d.C. il nuovo imperatore di Roma, Settimio Severo, entrò in città alla testa delle legioni che lo avevano proclamato capo supremo in Pannonia. Per i Romani fu una vera novità, perchè Settimio Severo proveniva dall'Africa. Era, infatti, originario di Leptis Magna, situata in Tripolitania, regione occidentale dell'attuale Libia.
Quando Settimio Severo divenne imperatore di Roma, Leptis Magna aveva alle spalle già un ricco capitolo di storia. Le sue origini, infatti, si fanno risalire al II millennio a.C., quando nacque come emporio dei Fenici, attratti dalla ferilità del suo suolo e dalla possibilità di commerciare in oro, avorio, spezie e schiavi. Lbq era il suo nome fenicio, più tardi latinizzato in Leptis. La città venne fondata contemporaneamente ad altri insediamenti della zona, come Sabratha e Oea (attuale Tripoli). I Fenici, più tardi, finirono per chiamare quest'ampia zona dell'Africa "regione degli empori".
Il territorio dell'antica Leptis possedeva molti dei requisiti fondamentali ricercati dai Fenici: era un luogo centrale per instaurare un proficuo scambio di merci con il continente africano ed era un luogo facilmente difendibile. I Fenici trovarono un promontorio non eccessivamente elevato nei pressi del fiume Wadi Lebda, in prossimità di una spiaggia ben riparata che permetteva il varo delle navi.
Cinque secoli più tardi Leptis entrò nella sfera d'influenza di Cartagine, pur mantenendo la sua autonomia politica ed economica. Nel VI secolo a.C. la città fu assalita da un esercito spartano, efficacemente respinto dai Cartaginesi, ai quali Leptis rimase sempre fedele, anche durante le guerre puniche. Quando Cartagine venne definitivamente rasa al suolo dai Romani, nel 146 a.C., Leptis si alleò con Roma. L'occasione fu quella delle campagne militari contro Giugurta, re di Numidia (l'attuale Algeria nord-occidentale), che aveva perpetrato un eccidio ai danni dei commercianti italici di Cirta, oggi Costantina. In quest'occasione, gli abitanti di Leptis fornirono ai Romani navi da trasporto e furono ricompensati con la concessione del titolo di città federata di Roma. In questo modo Leptis poté conservare magistrature tipicamente puniche e poté continuare ad adorare le proprie divinità protettrici, soprattutto Melqart, che corrispondeva all'Ercole dei Romani. A Leptis si continuò ad utilizzare la lingua punica al fianco del latino.
Durante la seconda metà del I secolo a.C. Leptis godette di un periodo di prosperità che le derivava dal commercio dei prodotti agricoli coltivati in vasti latifondi. Durante il conflitto tra Cesare e Pompeo si schierò con quest'ultimo e questo le costò un tributo annuale in olio di oliva e la riduzione a "città stipendiaria".
Con Ottaviano Augusto si assistette alla metamorfosi urbanistica della città che, con il tempo, diventerà una delle più importanti del Mediterraneo. Augusto riunì l'Africa in un'unica provincia e concesse a Leptis il privilegio di autogovernarsi e l'esenzione dai tributi. Leptis, quindi, dal punto di vista urbanistico fu trasformata in una vera e propria città romana. Venne tracciata una pianta a scacchiera delle vie cittadine, avente al suo centro l'incrocio tra il cardo e il decumano. Nella parte più antica, dove sorgeva ancora la città punica, si progetto quello che è attualmente chiamato il Foro Vecchio. Qui sorgeva il tempio dedicato a Melquart, che divenne un santuario dedicato a Roma e Augusto. Accanto ad esso sorsero altri due edifici religiosi dedicati alle divinità protettrici della città: Bacco-Liber Pater (lo Shadapra fenicio) ed Ercole. I tre santuari comunicavano tra loro per mezzo di un complesso di arcate poste al livello del foro. Successivamente, tra il I e il II secolo d.C., nella stessa area venne costruito un complesso di edifici amministrativi tipici delle città romane: la basilica e la curia.
Un benefattore del luogo di nome Iddibal patrocinò la costruzione di un tempio dedicato a Cibele che si andò a collocare proprio accanto all'area civile romana. Un altro cittadino di Leptis, Annibale Tapapio Rufo, nel desiderio di emulare Augusto ed essendo uno dei più ricchi cittadini di Leptis, fece costruire, nel 9 d.C. il macellum, mercato di carne e di pesce. Questo mercato fu realizzato in pietra calcarea ricoperta di marmo, era di forma rettangolare ed aveva un cortile porticato sul quale vennero eretti due padiglioni. Dieci anni dopo, sfruttando un dislivello del terreno, Annibale Tapapio Rufo fece costruire un teatro che, nella parte inferiore, era completamente scavato nella roccia e aveva un palcoscenico spettacolare, restaurato e coperto di marmi nel II secolo d.C.. Nel 35 d.C. Suphunibal, figlia di Annibale, fece edificare, nella parte superiore della gradinata, un tempio dedicato a Cerere.
Altro benefattore cittadino fu Iddibal Cafada Emilio, che eresse il Calcidico, un edificio di cui non si conosce bene la destinazione d'uso e che, probabilmente, finì per essere adibito a mercato di stoffe.
L'epoca aurea di Leptis coincise con il regno di Settimio Severo (193-211 d.C.) che la trasformò in capitale della provincia di Numidia e le concesse lo ius italicum, praticamente l'esenzione dalle imposte sulle proprietà terriere e privilegi fiscali. Proprio grazie a questi privilegi poté aver luogo un grandioso progetto edilizio, che monumentalizzò Leptis. Innanzitutto venne ampliato il porto della città. Il progetto prevedeva la costruzione di un porto a pianta pentagonale, riparato dai venti, dai temporali e dai nemici. A protezione del porto dovevano esser costruiti una diga e un faro a tre piani. Architetti e ingegneri, però, non compresero che senza la corrente del fiume, la sabbia avrebbe finito per depositarsi nel bacino portuale.
Per mettere in comunicazione il porto con la parte meridionale di Leptis venne costruita una grandiosa via colonnata, lunga 400 metri e larga 44. Essa collegava il porto alle terme e terminava in una piazza ottagonale decorata con un ninfeo. Ciascun lato di questa imponente via era dotato di 125 colonne di marmo verde con venature bianche, sulle quali poggiavano delle arcate.
Il Foro Nuovo è, però, l'elemento architettonico più rappresentativo di Leptis. Esso era anche detto Foro Severiano, da Settimio Severo, appunto, e comprendeva anche la basilica, per la quale non si badò a spese. Il Foro era, praticamente, una piazza chiusa di 100 per 60 metri, con pavimento in marmo, che richiamava i classici fori della romanità. Il tempio principale che si ergeva nel foro era ottastilo, le sue colonne erano in marmo rosso su basi bianche e decorate con una gigantomachia in rilievo che rappresentavano gli dei del pantheon romano e quelli orientali che combattevano contro giganti dal corpo serpentiforme. Il portico che correva tutt'intorno al foro si reggeva su un centinaio di colonne di marmo verde venato, poggiate su basi in marmo bianco, quest'ultimo impiegato anche per i capitelli. Gli archi sostenuti dai capitelli recavano scolpiti mostri della mitologia. Sotto le arcate della piazza sorgevano diversi edifici commemorativi.
La basilica, vicina al foro, era sicuramente l'edificio di spicco, il più lussuoso, di tutta Leptis. Fu iniziata da Settimio Severo e terminata dal figlio Caracalla nel 216 d.C.. Era lunga 92 metri e larga 40 e divisa in tre navate. Il secondo piano era sostenuto da 40 colonne in granito rosso di provenienza egiziana.
Il culmine dello splendore di Leptis si ebbe nel 203 d.C., quando la famiglia dell'Imperatore e lo stesso Settimio Severo visitarono la città. In quest'occasione fu innalzato un arco in onore dell'illustre cittadino, decorato da vittorie alate e rilievi. Le pareti interne dell'arco erano dotate di pannelli che ricordavano la vittoria sui Parti dell'imperatore.
Nel III secolo d.C. Leptis Magna attraversò un periodo di pace, anche se cominciarono a comparire i primi segni di decadenza. Ad aggravare la crisi intervenne il definitivo insabbiamento del porto che influì negativamente sulle capacità commerciali della città. Leptis finì per cadere nelle mani di un'oligarchia che mirava più ad arricchirsi che a curare e garantire il bene comune.
Intorno al 300 d.C. la riforma territoriale voluta da Diocleziano divise l'impero in province, prefetture e diocesi e Leptis, con l'area confinante, venne inserita nella provincia di Tripolitania. Il IV secolo d.C. fu inaugurato in modo funesto da due forti scosse di terremoto che causarono alla città gravi danni. Malgrado ciò, Leptis parve riprendersi sotto Costantino: furono nuovamente innalzate le mura cittadine che il terremoto aveva sbriciolate. Nel 365 d.C., però, un nuovo terremoto distrusse numerosi monumenti che non vennero più ricostruiti per mancanza di fondi. Intervennero, poi, diverse sommosse a carattere religioso, quando la Tripolitania venne coinvolta nella lotta contro l'eresia donatista, nata tra coloro che rifiutavano di riconoscere quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano e avevano consegnato ai magistrati i libri sacri.
Intorno al 430 d.C. i Vandali diedero a Leptis il colpo di grazia, saccheggiando una città oramai ridotta in miseria. Nel V secolo, poi, si verificarono delle rovinose inondazioni dovute al cattivo drenaggio del Wadi Lebda e tempeste di sabbia seppellirono interi isolati e monumenti. Quando i Bizantini occuparono Leptis lo fecero solo a scopo militare. Costruirono delle mura difensive per il porto, mentre il resto della città rimase in uno stato di completo abbandono, tranne una piccola basilica situata in un angolo del Foro Severiano e il tempio di Roma e Augusto che era stato trasformato in chiesa.
Nel 634 le truppe arabe si impadronirono di quel che rimaneva di una splendida città. Sopravvisse solo un piccolo villaggio, sorto nel luogo in cui i Fenici si erano stabiliti ben 1700 anni prima. Un'invasione di nomadi, però, spazzò via il villaggio, che scomparve nell'XI secolo. Le sabbie del deserto finirono per ricoprire Leptis fino a cancellarne ogni traccia.
Nel 1686 e nel 1708 Claude Lemaire, console di Francia a Tripoli, con il consenso delle autorità ottomane, spoliò di colonne e marmi quel che restava visibile di Leptis ed inviò tutto in Francia, dove il prezioso materiale venne utilizzato per edificare la reggia di Versailles. Altri marmi, in seguito, finirono a Londra e nel castello dei Windsor.
Il primo intervento scientifico in loco fu quello dell'epigrafista italiano Federico Halbherr, nel 1910, condotto con lo storico Gaetano De Sanctis. Quando l'Italia occupò la Libia, nel 1911, ebbe inizio lo scavo sistematico della città. Il soprintendente per l'archeologia della Tripolitania, Salvatore Aurigemma, raccolse moltissimo materiale. Il primo, però, a scavare sistematicamente l'antica Leptis fu Pietro Romanelli che, tra il 1919 e il 1928, scoprì le terme e la basilica di Severo.

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