martedì 12 ottobre 2010

Campagna di scavi con sorpresa a Lanuvio


Durante la quarta campagna di scavo del tempio di Giunone Sospita a Lanuvio, gli archeologi hanno effettuato un'importante scoperta. Oltre ad importanti certezze acquisite sull'edificio di culto della dea, nell'area dell'ex uliveto Frediani-Dionigi, come isolare un imponente muro di terrazzamento pertinente alla fase tardo-repubblicana del santuario, è tornata alla luce una testa marmorea di fanciullo di età giulio-claudia, in eccellente stato di conservazione, che è stata gettata nel riempimento di età medio/tardo-imperiale di una intercapedine per il drenaggio delle acque.
Il tempio di Giunone Sospita di Lanuvio risale al VI-V secolo a.C. e domina, da un colle, l'abitato laziale. In questo luogo, anticamente, era collocata l'acropoli della città latina. Dallo studio delle terrecotte ritrovate sono state individuate tre fasi edilizie, nella storia del tempio. La prima risale alla fine del VI secolo a.C., la seconda si colloca nel periodo medio repubblicano (IV-III secolo a.C.), con una relazione accertata con la sconfitta della Lega Latina del 338 a.C., l'ultima fase è fatta comunemente risalire alla metà del I secolo a.C. e messa in relazione alla famiglia Murena (lanuvina) ed in particolare a L. Licinius Murena che, nel 62 a.C., rivestì il consolato.
Il portico è ad arcate con semicolonne doriche, in opera mista, e, probabilmente, era a due piani. In fondo al portico c'è una porticina che dà accesso a diversi cunicoli che molti ritengono siano le grotte dove la credenza popolare voleva vivesse il serpente sacro a Giunone Sospita. Sappiamo, infatti, sia da Properzio che da Eliano che nel santuario, ogni anno, all'avvento della primavera si svolgeva una cerimonia: alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce ad un grosso serpente che si trovava all'interno di un antro. Se l'animale accettava il cibo che gli veniva offerto (indizio della verginità della fanciulla che glielo porgeva), si prospettavano raccolti fecondi. In caso contrario la fanciulla veniva sacrificata per scongiurare la carestia.
Dalla parte opposta del portico si trova un pilone quadrato in peperino, residuo di un arco di ingresso all'acropoli. Vicino sono stati ritrovati i frammenti di un gruppo marmoreo di statue equestri con la lorica, attualmente conservate al British Museum ed al Museo di Leeds. Testi epigrafici hanno permesso di conoscere i restauri effettuati da Adriano, dal momento che il tempio era in completa rovina.
Originariamente, nel luogo in cui i Romani collocarono il culto di Giunone Sospita, doveva venerarsi una divinità agreste della fertilità, collegata, forse, ai fenomeni di vulcanesimo secondario che pare abbiano dato origine alla tradizione del serpente nascosto nelle grotte. In epoca classica, il culto di questa divinità agreste si fuse con quello di Giunone e sorse un tempio con un relativo bosco sacro. L'epiteto "sospita" deriverebbe, secondo alcuni studiosi, da "sispes-sispita" o "sospes-sospita" che si collega, a sua volta, all'appellativo Soter (Salvatore) attribuito a Zeus.

lunedì 11 ottobre 2010

Magiche trasparenze del vetro


Alla fine del V secolo a.C. l'idea del lusso sfrenato, per un cittadino del mondo greco, era bere vino non annacquato in conentitori di vetro e d'oro. Presso i Romani dell'epoca di Gallieno (259-268 d.C.) il vetro era bandito perchè considerato un materiale assai vile e comune.
In età classica ma anche in età ellenistica (V-II secolo a.C.), la preziosità del vetro era direttamente proporzionale alla sua difficile realizzazione. Il vetro era colato in stampi dai quali uscivano prodotti che avevano bisogno di una tecnica piuttosto laboriosa di rifinitura. Le decorazioni erano ottenute lavorando il prodotto ancora caldo mentre ruotava lentamente sul tornio, simile a quello usato dai ceramisti. Altre tecniche si affiancavano a questa, come quella detta "a nucleo friabile", che permetteva di modellare il vetro fuso su un nucleo di argilla, eliminato al termine del lavoro. Queste tecniche erano padroneggiate da una ristretta cerchia di maestranze, il che faceva notevolmente lievitare il loro prezzo sul mercato, destinandoli ad una classe sociale piuttosto elevata.
Intorno alla metà del I secolo a.C. un anonimo vetraio siriano o plaestinese, fece una scoperta casuale ma rivoluzionaria, per la lavorazione del vetro: la soffiatura. I primi vetrai che utilizzarono questa tecnica rivoluzionaria realizzarono canne con l'argilla che, in seguito, fu sostituita dal ferro. Le canne di argilla più lunghe di un metro, infatti, correvano il rischio di spezzarsi al centro, specialmente se il globo vitreo lavorato era molto pesante.
La soffiatura (che in latino era resa come flatu figurare, "modellare con il fiato") era facile da apprendere, molto economica e, soprattutto, molto veloce. Il vetro, pertanto, cominciò ad essere talmente diffuso da provocare una caduta verticale dei prezzi. Strabone, vissuto tra il 64 a.C. ed il 24 d.C., afferma che per acquistare una coppa di vetro era sufficiente una moneta di bronzo. Il vetro era così diffuso non soltanto perchè abbastanza economico, ma anche perchè aveva altre qualità. Petronio fa dire al suo personaggio Trimalchione che il vetro "non olet", non puzza. Il vetro è insapore ed inodore. Apicio, noto per le sue raccolte di ricette, consiglia la conservazione dei cibi sotto vetro. Il vetro era, inoltre, estremamente bello e malleabile e si prestava ad assumere le forme più disparate ed innovative. Inoltre possedeva la capacità di rendere meravigliosamente i colori. L'aggiunta di ossidi o dell'antimonio rendeva perfettamente trasparente il vetro oppure era capace di donargli colorazioni blu, gialle, rosse, verdi.
Nel I secolo d.C. la tecnica si evolse a tal punto che maestranze venete finirono per creare le murrine, che grazie alle manifatture bizantine, sono giunte intatte fino ai nostri giorni.
Sin dal V secolo a.C. anche i filosofi ed i medici si resero conto delle potenzialità del vetro che, nelle adeguate concentrazioni, era in grado di catturare i raggi del sole. Aristofane, nella sua commedia "Le Nuvole", mette in scena un dialogo nel quale Strepsiade consiglia a Socrate di cancellare una multa di cinque talenti facendo sciogliere la cera delle tavolette sulle quali è iscritto il testo, mediante una lente di cristallo, facilmente acquistabile al mercato. Dal punto di vista dell'ottica, purtroppo, non abbiamo alcuna testimonianza antica, anche se l'esistenza di lenti correttive è dimostrabile grazie a ritrovamenti archeologici. Già nel palazzo del re assiro Sargon II (722-705 a.C.) fu rinvenuta una lente in cristallo di rocca, convessa, che ingrandiva e consentiva un'ottima messa a fuoco.

sabato 9 ottobre 2010

Medioevo in Siberia

Gli archeologi siberiani hanno scoperto delle antiche sepolture che appartengono ad una civiltà sconosciuta, nella regione di Krasnoyarsk. La scoperta è stata effettuata mentre gli archeologi stavano studiando un territorio che diventerà una riserva naturale.
Questo sconosciuto gruppo umano viveva lungo il fiume Angara circa un migliaio di anni fa, prima dell'arrivo dei Tungus, gli antenati degli attuali Evenks. Tutte e trentuno le sepolture del cimitero medioevale sono state scavate con un medesimo rituale. I corpi sono stati cremati e lasciati là dove era stato apprestato il rogo funebre. Gli archeologi hanno ritrovato armi, cinture, vari tipi di gioielli, pentole per il cibo. Diverse sepolture appartengono a persone di riguardo, sepolte con gli oggetti che erano appartenuti loro quando erano in vita.
In totale, gli oggetti rinvenuti dagli archeologi ammontano a più di diecimila. Gli studiosi potranno determinare chi era questa gente solo attraverso lo studio di quanto è stato ritrovato. Comunque una cosa è certa: questa gente aveva stretti contatti con altre popolazioni degli Urali e del Kyrgyzistan.
La spedizione dell'Istituto di Archeologia ed Etnografia della Siberia - una branca dell'Accademia Russa delle Scienze - ha scavato in questo sito negli ultimi tre anni. Quest'anno circa un centinaio di archeologi ha potuto studiare tre distinti livelli di culture appartenenti all'Età della Pietra, a quella del Bronzo ed al Medioevo.
(Foto: archaeologydaily.com)

lunedì 4 ottobre 2010

Il faraone delle sabbie


Una squadra di archeologi egiziani ha scoperto la parte superiore di una statua del faraone Amen-hotep III, che regnò in Egitto dal 1390 al 1352 a.C. e fu padre di Akhenaton e nonno di Tutankhamen.
La statua è di granito rosso e misura 1,30 metri di altezza per 95 centimetri di larghezza, è stata ritrovata nel sito dove il faraone si era fatto costruire il tempio funerario a Kon el-Hittan, sulla sponda occidentale del Nilo, a Luxor. In origine, hanno supposto gli archeologi, la statua doveva arrivare ai tre metri di altezza.
L'annuncio della scoperta è stato fatto dal ministro della cultura egiziano Farouk Hosny e dal capo delle antichità Zahi Hawass. Amen-hotep III è rappresentato sul trono, accompagnato dal dio Amon, indossa la corona doppia d'Egitto, decorata con l'ureo.
Il tempio funebre del faraone aveva, originariamente, due ingressi: uno sul lato orientale, dove oggi sono visibili i famosi Colossi di Memnone, ed uno sul lato settentrionale, dove è stata ritrovata la statua.

Un santuario in Sardegna


(Fonte: Unione Sarda) Un telaio offerto in voto alla divinità ed un torciere in bronzo fenicio cipriota costituiscono le scoperte più importanti che gli archeologi hanno fatto nell'area del Cronicario a Sant'Antioco, durante la conclusa campagna di scavi. Questi reperti pongono, agli studiosi, nuovi problemi sulla frequentazione di quest'antico sito.
La ricerca rientra nell'ambito dei programmi di scavo annuali a cura dell'Università di Sassari in collaborazione con l'amministrazione comunale di Sant'Antioco. Quest'anno gli scavi hanno riguardato l'area contigua al santuario, scavato negli scorsi anni, dedicato ad una divinità femminile che gli studiosi ritengono essere Demetra, venerata per le sue funzioni taumaturgiche. Nello stesso luogo è stata rinvenuta un'officina artigiana, con stampi e punzoni, dove venivano realizzati gli ex voto da offrire alla dea.
Gli archeologi hanno individuto una stanza usata, si pensa, per consumare un banchetto sacro. Qui, insieme al telaio e ad altri ex voto costituiti da mascherine fittili, statuette femminili e parti anatomiche, gli archeologi hanno trovato anche del pentolame, i resti di un pasto ed oggetti da mensa. Gli oggetti, originariamente contenuti in vari armadi, sono stati ritrovati sparsi sul pavimento della stanza a piano terra, precipitati qui a causa di un cedimento del soffitto dove erano stati conservati.
Ora gli archeologi dovranno scoprire i motivi dela presenza, tra gli ex voto, del telaio e del corredo di una tessitrice a tombolo. "Potrebbe essere il dono fatto alla divinità da una fanciulla che, sposandosi, ha cambiato il suo stato sociale. Oppure potrebbe essere stato donato alla divinità dai parenti a seguito della morte della donna", ha spiegato Piero Bartoloni, docente dell'Università di Sassari e coordinatore degli scavi estivi a Sant'Antioco.
Gli scavi al Cronicario hanno anche conrermato l'ipotesi degli archeologi che il santuario potesse avere anche un culto più antico di quello relativo al tardo punico dell'età repubblicana e imperiale romana. La conferma si è avuta con il rinvenimento di una statuetta con disco al petto. Nell'ultimo giorno di scavi è stato rinvenuto un torciere di bronzo. L'oggetto di lusso di tipo fenicio cipriota, probabilmente risalente al VII secolo a.C., è stato ritenuto la prova della preesistenza, in situ, di un antico culto.

La Pompei dell'età della pietra norvegese


Gli archeologi norvegesi hanno trovato, in Norvegia, in un sito non lontano da Kristiansand, della ceramica dell'età della pietra che costituisce dei reperti tra i meglio conservati del paese.
Il sito è, in pratica, una
casa di pietra rimasta inalterata dal 3500 a.C., come se fosse stata coperta da una tempesta di sabbia. La catastrofe, avvenuta millenni fa, ha permesso agli studiosi di disporre di una serie di elementi concreti sui quali studiare l'antica storia della Norvegia: un intero corredo di recipienti e pentole che possono essere restaurate alla perfezione.
Il sito è stato attentamente scavato e pulito ed ha restituito, oltre al corredo anzidetto, anche tre grandi frammenti di ceramica, che si pensa possano costituire, non appena assemblati, ben otto bicchieri.
Il sito luogo di quest'importante scoperta si trova ad 11 metri sul livello del mare, attualmente, ma un tempo era a pelo d'acqua. La scoperta è stata effettuata a due metri di profondità, durante i lavori per la costruzione di una casa di riposo. All'epoca in cui le ceramiche ritrovate sono state plasmate, la Norvegia aveva un clima più secco dell'attuale. Le tempeste di sabbia erano frequenti, come dimostrano diverse sedimentazioni sabbiose.

domenica 3 ottobre 2010

La nascosta divinità etrusca della caccia


Molte divinità greche, specialmente quelle più note, passarono nel pantheon etrusco, che le adottò, cambiandone il nome. Tra queste la sorella di Apollo, Artemide, non fu tra le più popolari, pur essendo raffigurata, abbastanza spesso, sulle impugnature degli specchi in bronzo.
La dea era considerata, anche in Etruria, di ambito prettamente femminile, ma le furono dedicate solo poche iscrizioni e non si è avuta notizia di alcun ritrovamento di un tempio che le fosse dedicato. A tutt'oggi, inoltre, non si conoscono epiteti etruschi che le fossero attribuiti od un suo nome etrusco, come è stato per le altre divinità greche.
Nel VI secolo a.C., però, le offerte presentate all'altare del tempio di Menerva, nel santuario di Portonaccio a Veio, presentano due dediche votive su ciascun oggetto, ad Aritimi ed a Turan, le greche Artemide ed Afrodite. Più diffusa della forma Aritimi è la forma Artumes che è anche più vicina al termine greco originario e che è stata documentata in un graffito, ritrovato presso Gravisca, porto di Tarquinia, datato al VI secolo. Sempre Artumes è stato rinvenuto a Roselle, per l'offerta di una coppa attica, ed a Tarquinia nella consacrazione di una barretta oracolare presso l'Ara della Regina.
Dunque Artemide, od una divinità con caratteristiche simili ad Artemide, veniva adorata in Etruria nel VI secolo a.C. in associazione ad altre divinità femminili. Gli specchi figurati, però, mostrano Artumes con le caratteristiche proprie dell'Artemide greca. Uno specchio tardo arcaico la ritrae a cavallo di una cerva. E la divinità è sempre sola e non presenta le caratteristiche proprie di una divinità adorata.
Le altre attestazioni sono rappresentate da conversazioni divine in cui la dea è associata al fratello Apollo e, in alcuni casi, a Latona (in etrusco Letun), madre di entrambi. Il carattere vendicativo e pericoloso della Artemide etrusca, proprio anche della sua "collega" greca, viene chiaramente rappresentato nella scena su uno specchio in cui è raffigurato il rapimento di Arianna/Estia dopo la sua unione con Dioniso/Fufluns. Qui Artemide, richiamata nella variante Artames del nome, ha con sé un arco e richiama la funzione di angelo della morte inviato dagli dèi a ristabilire l'ordine sulla terra, riportando Arianna nel regno degli Inferi. Dunque Artemide, od una divinità a lei similare, in Etruria, assume un carattere nettamente infernale, che si armonizza con il suo ruolo di sorella del nero Apollo etrusco, divinità anch'essa infera.
In Etruria Artemide non ha, però, la funzione di divinità lunare che, invece, le è propria in Grecia. Quella lunare è una divinità ben distinta, chiamata Tiu (o Tiur, al plurale, in onore della natura triplice dell'astro notturno). Un oggetto votivo estremamente particolare è stato rinvenuto nel XVIII secolo da Cesare Borgia, che lo donò al vescovo di Città della Pieve. Oggetto che, pertanto, è oggi custodito nel Museo Gregoriano Etrusco al Vaticano: è una lastrina di bronzo a forma di mezzaluna dotata di un perno per la connessione ad una base oppure ad un oggetto maggiore. Probabilmente il luogo in cui è stato ritrovato era, originariamente, un santuario etrusco nei dintorni di Acquasanta di Chianciano. Su una delle facce della mezzaluna è incisa un'iscrizione di consacrazione alla divinità della luna Tiur (alla quale è attribuito l'epiteto Kathunias), che dimostra che un culto lunare indipendente da Artemide esisteva già nel VI secolo a.C.. Un'altra attestazione, più recente, è costituita da un breve testo di consacrazione a Tiu su una brocchetta rinvenuta nel deposito votivo di Campetti di Veio, dedicato alla dea Vei (corrispondente alla greca Demetra).
Alcuni indizi hanno portato gli archeologi a pensare che le divergenze tra la divinità greca della luna (Artemide) e quella etrusca fossero più marcate di quanto appaia. Come la divinità etrusca del sole, chiamata Cavtha, era di genere femminile, mentre in Grecia il sole era di genere maschile, così per analogia la divinità della luna poteva essere, in Etruria, maschile. Per questo la divinità lunare veniva chiamata Kathunia(n)s a Città della Pieve e [U]silnanz a Feltre, la cui terminazione -ns è tipica dei nomi etruschi di genere maschile. Inoltre è conosciuta un'immagine di un Tiu barbuto ed armato di lancia su uno specchio.
Ancora più convincente, per quel che riguarda la natura maschile della divinità lunare etrusca Tiu, è la forma di culto che a questi viene tributata da una famiglia chiusina sepolta nella tomba delle Tassinaie. Qui compare una sorta di stemma di famiglia a forma di falce lunare su uno scudo dipinto che documenta il nome Tiu nel diminutivo Tiuza, per il figlio maschio del capostipite sepolto nella camera funeraria.

sabato 2 ottobre 2010

Vulci, la Pompei etrusca


Le origini della città di Vulci si fanno risalire al IX secolo a.C., dall'unione di più villaggi. Venne edificata su un pianoro, non lontana dalla costa, ed ebbe il suo massimo splendore nel IV secolo a.C., prima dell'arrivo traumatico dell'invasore romano.
Vulci, considerata la Pompei etrusca, perì sotto i colpi durissimi dell'esercito romano nel febbraio del 280 a.C.. Il suo territorio venne smembrato e distribuito tra i cittadini Romani.
L'ostilità dei Vulcenti nei confronti dei Romani era cosa antica. Se ne sono trovate tracce persino nella celeberrima Tomba François, la più importante delle sepolture etrusche mai ritrovate, che prende nome dall'archeologo fiorentino Alessandro François che la scoprì nel 1857, sul versante della collina che guarda Vulci.
La tomba apparteneva alla famiglia vulcente dei Saties, una famiglia nobile, e le pitture che essa contiene sono interpretabili in chiave nettamente antiromana. Rappresentano scene di storia etrusca raffrontate con scene tratte dall'epica greca, quali la presa di Troia e, soprattutto, è evidenziata in modo particolare il crudele sacrificio dei soldati Troiani (e Roma vantava di discendere da Troia) da parte dei Greci guidati da Achille. Il centro della scena è tutto per Charun, il demone etrusco assimilabile al terribile Caronte dei Greci. I dipinti risalgono al IV secolo a.C.
La Tomba François conserva, però, anche l'unica immagine - almeno finora - di un re Etrusco di Roma che ci è stato consegnato dalla storia. Uno dei cicli pittorici che sono stati ritrovati, infatti, mostra la liberazione del condottiero Etrusco Celio Vibenna da parte del suo amico Macstrna, vale a dire Mastarna, che sarà re di Roma con il nome di Servio Tullio, governando la città del Tevere con equilibrio e saggezza dal 578 al 535 a.C.. Servio Tullio riformò l'esercito (che era il cosiddetto esercito romuleo), ampliando le fila dell'unica legione di cui era composto ed aprendo l'accesso ad esso anche ai plebei.
La conquista romana di Vulci ha funzionato un pò come la lava a Pompei, restituendo la città di Vulci etrusca ai posteri. Nel 490 d.C. la Vulci romana, oramai completamente in stato di abbandono, venne progressivamente privata dei materiali di costruzione, che andarono ad alimentare gli edifici dei centri vicini, come il Castello della Badia (oggi sede del Museo Etrusco della cittadina), una costruzione medioevale che, un tempo, era stato un monastero cistercense ed oggi svetta accanto ad un ponte millenario eretto dagli Etruschi sul fiume Fiora ed entro il quale, un tempo, passava un acquedotto.
Per secoli il territorio non fu che una terra flagellata dalla malaria, finquando, nel 1828, il fratello di Napoleone Bonaparte, nominato dal papa Pio VII principe di Canino, cominciò a trovare splendidi vasi nelle sue proprietà di Pian de' Voci. Ma, purtroppo, la "moda" dell'epoca premiava ritrovamenti di vasi con scene dipinte (i cosiddetti "vasi greci"), per cui il principe di Canino diede ordine che ogni frammento non dipinto, come ogni vaso in bucchero fosse distrutto. Le tombe, dunque, vennero aperte, depredate ed abbandonate.
Il fratello di Napoleone, in poco tempo, raccolse ben 2000 oggetti etruschi. Alla sua morte, nel 1840, la moglie, Alexandrine de Bleschamps, invitò Alessandro François a scavare a Vulci. L'invito venne ripetuto dal principe Alessandro Torlonia, nuovo proprietario del fondo alla morte della principessa e François ritrovata la splendida sepoltura che oggi porta il suo nome. I gioielli dello splendido corredo funerario vennero venduti al Musée Napoleon III di Parigi per 700 franchi. I Torlonia diventano "proprietari" degli affreschi, che vengono staccati dalla tomba ed entrano a far parte della collezione di famiglia.
Verso la fine del XIX secolo tornano a farsi nuove scoperte, a Vulci, come l'ipogeo dei Sarcofagi, quello dei Tori e quello dei due ingressi. All'inizio del XX secolo tornano a vedere il cielo le statue del Giovane su Ippocampo e del Centauro (oggi al Museo di Villa Giulia a Roma), le tombe del Guerriero, delle due anticamere e delle cinque camere. Emergono non solo oggetti preziosi, ma strade, edifici, il Tempio Grande, la domus del Criptoportico, il decumano.
Vulci aveva un'importate via di trasporto nel fiume Fiora, che nasce dal Monte Amiata e scende costeggiando tutta la città per sfociare nel Mar Tirreno, vicino all'antico porto di Regae. Le case che sono emerse dagli scavi hanno vani piuttosto angusti come se gli Etruschi vivessero molto all'aperto e, forse, era realmente così.
La Vulci altomedioevale fu sede vescovile fino a quando il vescovo Bernardo non trasferì l'episcopato nella più lontana e sicura cittadina di Castro.

venerdì 1 ottobre 2010

Ascoltare la lingua di Hammurabi


All'incirca 2000 anni dopo che coloro che lo parlavano sono definitivamente scomparsi, il suono della lingua antico babilonese è tornato a rivivere in un archivio on line. Le registrazioni comprendono degli estratti da alcuni pezzi della letteratura risalente ai primi anni del secondo millennio a.C.
Incitato da colleghi ed amici, il Dottor Martin Worthington, esperto in grammatica babilonese ed assira dell'Università di Cambridge, ha iniziato a registrare letture dei poemi, dei miti e di altri testi della letteratura babilonese in questa antichissima lingua. I poemi, i miti ed i testi letterari sono stati recitati da una serie di voci e sono disponibili liberamente sul sito http://www.speechisfire.com/.
Il babilonese è una delle due varianti (o dialetti) dell'accadico, l'altra variante è l'assiro. L'accadico divenne lingua franca del Vicino Oriente fino al suo declino, accertato intorno all'VIII secolo a.C.. L'ultimo dei documenti in lingua accadica cuneiforme risale al I secolo d.C..
Il Dottor Worthington spera che l'ascoltare il suono di questa lingua oramai non più parlata, la prima lingua semitica mai attestata, qualche curioso sarà stimolato ed invogliato ad investigare ulteriormente e forse potrebbe anche pensare a studiare di più la storia, la lingua e la cultura di questi popoli e di questo periodo.
Per ora la raccolta di lingua parlata è incentrata quasi esclusivamente sui poemi, la maggior parte dei quali è nota dalle iscrizioni cuneiformi ritrovate sulle tavolette d'argilla nell'area che una volta era chiamata Mesopotamia e che ora comprende l'Iraq, parte della Siria, della Turchia e dell'Iran. Molti di questi poemi presentano passi paralleli ai racconti biblici. Per esempio la tavoletta IX del poema di Gilgamesh presenta Utanapishtim che racconta all'eroe Gilgamesh come sia stato istruito dagli dèi su come costruire un'imbarcazione per affrontare una grande inondazione e su quali semi e creature farvi salire.
Oltre alla letteratura ed ai poemi, il sito contiene altri importanti documenti del periodo. Una parte del Codice di Hammurabi, per esempio, che risale al 1790 a.C., che può essere sia letto che ascoltato.
Nel comporre questo interessantissimo archivio visivo e sonoro dell'antica lingua babilonese, gli esperti hanno utilizzato, in alcuni casi, parole babilonesi od assire trascritte in altri alfabeti diversi dal cuneiforme. Spesso, però, il suono che se ne ricava è stato dedotto dallo studio attento della combinazione di lettere e di schemi di compitazione, utilizzando i testi cuneiformi originali. In questo modo sono stati registrati, finora, trenta brani e molti altri sono in via di preparazione.

Un teatro romano a Firenze


Poteva contenere fino a 15.000 spettatori il teatro romano scoperto sotto le costruzioni e gli ampliamenti di Palazzo Vecchio, a Firenze. Il teatro è stato riportato alla luce dopo sei anni di scavi che, ora, sono stati felicemente ultimati anche se non si escludono altre sorprese. Le visite guidate sono già iniziate il 25 settembre scorso.
I lavori di scavo sono stati condotti dalla Cooperativa Archeologica e diretti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Sono stati rimessi in luce alcune tracce delle burelle (corridoi), il vomitorium (corridoio attraverso il quale accedevano gli spettatori) ed il profilo interno della piattaforma dell'orchestra che era riservata alle autorità più importanti.
Oltre alle strutture del teatro, sono state riportate alla luce alcune anfore per le derrate alimentari che, frammentate, sono state utilizzate per il drenaggio delle acque. Proprio queste anfore hanno consentito di datare la struttura del teatro ad un periodo compreso tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C.
Gli archeologi pensano che il teatro possa essere stato edificato durante la grandiosa ristrutturazione dell'antica Florentia, compiuta in età imperiale. La cavea dell'edificio è rivolta verso piazza della Signoria e la scena lungo via dei Leoni. Pare che il teatro sia rimasto attivo fino al V secolo d.C. e sia, poi, caduto in disuso e via via dimenticato. Alcuni resti della costruzione riaffiorarono nell'Ottocento (1865), quando fu intrapresa una campagna di sventramento ed ammodernamento del tessuto urbano di Firenze.
Ai resti del teatro, nel corso dei secoli, si sono sovrapposte stratificazioni di età medioevale e fondazioni di abitazioni ed edifici. Tra questi è stato trovato un fronte stradale con portoni medioevali e selciato che fu incorporato, nel XVI secolo, nell'ampliamento del Palazzo della Signoria.
Le visite guidate sono curate dall'Associazione Museo dei Ragazzi di Firenze e si svolgono il sabato, la domenica ed il lunedì, hanno una durata di un'ora e sono tenute per un massimo di 20 persone pe rvolta. La prenotazione è obbligatoria e gratuita (tel. 055.2768224-8558, tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00; info.museoragazzi@comune.fi.it).

Un'antica sinagoga



(Fonte: Antikitera) L'Israel Antiquities Autority ha annunciato il ritorvamento delle rovine delle rovine di una sinagoga di V secolo a.C..
L'edificio religioso si trova non lontano dalla città di Beit Shean, nella valle del Giordano. La sua sala di preghiere doveva essere ampia circa 5 x 8 metri e presentava cinque nicchie nei muri, probabilmente utilizzate per inserirvi delle panche.
Sul pavimento della sinagoga, gli archeologi hanno ritrovato un mosaico con un motivo geometrico, al cui centro vi è un'iscrizione che recita "Questo è il tempio". Secondo Leah Di Segni, studiosa dell'Università Ebraica di Gerusalemme, sia la pianta dell'edificio, sia il suo orientamento (verso il monte Garizim, sacro ai Samaritani) e l'iscrizione fanno pensare ad una sinagoga samaritana.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...