venerdì 7 dicembre 2012

L'oblio de "Il Gladiatore"

Resti del monumento di Marco Nonio Macrino
La tomba del soldato romano che, si dice, abbia ispirato il film "Il Gladiatore", con l'attore Russell Crowe, potrebbe tornare nell'oblio dopo essere stato scoperto a Roma. La mancanza di finanziamenti costringe gli archeologi italiani a seppellire nuovamente il monumento in marmo di Marco Nonio Macrino, generale e console che ottenne importanti vittorie nelle campagne militari di Antonino Pio (138-161 d.C.) e di Marco Aurelio (161-180 d.C.).
Disotterrato nel 2008 sulle rive del Tevere, nei pressi della via Flaminia, la tomba con iscrizione dedicatoria è stata salutata come "il più importante monumento romano venuto alla luce negli ultimi 20 o 30 anni".
La sepoltura crollò nell'antichità a causa di frequenti alluvioni. Le colonne di marmo, le sculture ed i fregi sono rimasti, però, perfettamente conservati, sigillati dal fango del Tevere. I funzionari della Soprintendenza avevano in progetto di ricostruire completamente la tomba monumentale e di metterla in un apposito parco archeologico, ma il progetto è fallito a causa della mancanza di fondi e di sponsor privati.
"E' una scelta dolorosa, ma non possiamo rischiare di perdere il monumento. I marmi non sono in grado di affrontare un altro inverno, dobbiamo seppellire il sito in modo da preservarlo", è stata la dichiarazione di Mariarosaria Barbera, Soprintendente archeologico di Roma al giornale "La Repubblica".

giovedì 6 dicembre 2012

La siccità fu causa della fine della lingua sumera

Tavoletta d'argilla che documenta razioni mensili
di orzo distribuite ad adulti e bambini
Duecento anni di siccità potrebbero aver determinato il declino dell'antica lingua sumera, 4200 anni fa. E' quanto sostiene un geologo. Le conclusioni si basano su indizi diretti.
La cultura sumera fiorì in Mesopotamia a partire dal 3500 a.C.. I Sumeri utilizzavano la scrittura cuneiforme, con la quale composero molti poemi, tra i quali quello  dedicato a Gilgamesh. Diverse prove di natura geologica hanno dimostrato che nell'arco di 200 anni si sono verificati alcuni fenomeni indicativi, come l'aumento dell'evaporazione del Mar Rosso e del Mar Morto, nonché l'abbassamento del livello dell'acqua del lago Van in Turchia. Le precipitazioni, inoltre, erano notevolmente diminuite.
Nello stesso lasso di tempo è risultato che ben il 74 per cento degli antichi siti della Mesopotamia sono stati abbandonati. Durante questo lungo periodo di siccità, due ondate di predoni nomadi si sono introdotti nella regione, saccheggiando la capitale sumera Ur. La città non si riprese e con essa sparì definitivamente la lingua dei Sumeri.

martedì 4 dicembre 2012

I tesori del Rione Terra

Impianto termale del Rione Terra
Dietro una porta murata del '600 si nascondevano cinque stanze di servizio di una domus romana, in parte affrescate, risalenti al I secolo a.C.. Le stanze erano sepolte nelle viscere del Rione Terra. Si tratta di una scoperta estremamente importante nel corso di uno scavo nei palazzi del '500-'600 al fine di ristrutturarli.
I cinque ambienti erano, probabilmente, destinati ai domestici. Lo scavo è iniziato seguendo un cunicolo che si spingeva per oltre dieci metri sotto terra, sbucando in una cantina voltata. Operai del Consorzio Rione Terra e Tecnici della Soprintendenza sono stati costretti a farsi largo a mani nude tra cocci di ceramica e di vasellame di epoca romana frammisto a terriccio. L'ambiente è stato ripulito dai detriti ed ha rivelato le pareti ad opus quasi reticulatum con tracce di affreschi di epoca imperiale. Nel muro era disegnata una porta che, una volta sfondata, ha permesso di scoprire un altro varco.
Gli archeologi si sono trovati davanti ad un interessantissimo intrigo di stanze collegate tra di loro che appartenevano ad una domus romana. Probabilmente questi ambienti furono, poi, destinati ad altro in epoca imperiale. Essi si trovano verso la darsena, nella cosiddetta Insula XVI, dove erano state rilevate tracce di un decumano e di un cardine fiancheggiati da tabernae ancora intatte.
Resta ancora molto da scavare e questo conferma la percezione del Rione Terra come uno scrigno di tesori ancora quasi tutti da scoprire. L'impianto viario medioevale ricalca la struttura topografica del 194 a.C., quando 300 veterani romani dedussero la colonia di Puteoli. Gli archeologi si aspettano di fare altre, stimolanti scoperte.

I leoni di Soknopaios

Le statue di leoni ritrovate dalla missione
archeologica italiana
La missione archeologica italiana dell'Università del Salento ha ritrovato un paio di gigantesche statue di leoni assisi all'entrata del tempio di Soknopaios, nella città tolemaica di Dimeh al-Siba, nel Fayoum.
Dimeh al-Siba significa "isola del dio coccodrillo" e si trova ad undici chilometri a nord del lago di Qarun. Fu fondata da Tolomeo II sul luogo dove, un tempo, sorgeva una comunità neolitica. La città tolemaica comprende delle case residenziali ed un grande tempio dedicato a Soknopaios (in egiziano antico Sobek-en-Pai, che vuol dire "coccodrillo"), oltre ad un forno e ad un mercato.
Durante i lavori archeologici, diretti dall'archeologo Mario Capasso, la superficie della sabbia ha fatto emergere le due statue di leoni, finemente intagliate nel calcare ed utilizzate, con tutta probabilità, per decorare il cancello d'ingresso del tempio. Le statue sono in ottimo stato di conservazione e si trovano, attualmente, al magazzino del Fayom per essere restaurate.

Un elmo-cinerario ritrovato in Gran Bretagna

L'elmo ritrovato a Canterbury
Un raro elmo dell'Età del Ferro è stato ritrovato da un appassionato che, con un metal detector, stava indagando per le campagne nei pressi di Canterbury. Con l'elmo sono stati ritrovati frammenti di ossa e si pensa che l'elmo fosse stato utilizzato per contenere queste ultime al termine di una cerimonia funebre con cremazione del cadavere.
L'Università del Kent ha datato il reperto al I secolo a.C.. E' stata anche ritrovata una spilla che, con tutta probabilità, fissava un sacchetto in cui erano contenute le ossa cremate. Julia Farley, curatore della sezione dedicata all'Età del Ferro del British Museum, ha affermato che sono pochissimi gli elmi di quest'epoca ritrovati in Gran Bretagna finora. Ha aggiunto che, a quel tempo, non era insolito seppellire i resti cremati in un sacchetto.

Sempiterna Nefertiti

Il 6 dicembre 1912 Ludwig Borchardt riportò alla luce, dalle sabbie del deserto egiziano, il famosissimo busto che raffigura Nefertiti. Busto che venne portato, con l'inganno, in Germania.
Il 7 dicembre 2012 si aprirà, a Berlino, una mostra sui cento anni dal ritrovamento del prezioso ed affascinante reperto e le polemiche su quello che, come dicono molti, fu un vero e proprio furto non si sono ancora spente. Il busto della regina Grande Sposa Reale di Akhenaton è conservato nel Neues Museum di Berlino e da anni l'Egitto ne chiede invano la restituzione. Alla richiesta così ha risposto Hermann Parzinger, presidente della Fondazione del Patrimonio culturale prussiano, dalle pagine del Der Spiegel: "Nefertiti fa parte del patrimonio culturale dell'umanità, una restituzione motivata semplicemente dalla magnanimità non è per me sostenibile".
Il 20 gennaio 1913, Gustave Lefebvre, ispettore per il Medio Egitto presso il servizio egiziano delle antichità, incontrò Borchardt al fine di dividere gli oggetti ritrovati dalla spedizione tedesca, tra i quali vi  era il famoso busto. Borchardt, è scritto in un rapporto del 1924, non mostrò la foto più favorevole del busto e dichiarò che esso era interamente formato in gesso quando sapeva che l'interno era, invece, in pietra calcarea. Quando mostrò i reperti, poi, non tirò mai fuori il busto di Nefertiti.
L'egittologo Rolf Krauss, curatore presso il Museo Egizio di Berlino per un ventennio, il bassorilievo che Lefebvre riteneva essere il busto di Nefertiti era, per giunta, un falso commissionato da Borchardt ad alcuni incisori de Il Cairo.
Hermann Parzinger sostiene che queste sono solo voci inventate di sana pianta. Sta di fatto che ancor oggi queste "storie" continuano ad alimentare molte polemiche e molte domande ed avvolgono ancor di più di mistero lo splendido busto ora in mostra.

lunedì 3 dicembre 2012

Graffiti umani dalla Cina

La pietra incisa ritrovata in Cina
E' raro trovare oggetti incisi con simboli riconducibili ad uomini "moderni" in Asia orientale. Per questo la scoperta di un oggetto del genere fa sempre notizia. I professori Gao Xing e Peng Fei, del Laboratorio di Evoluzione Umana dell'Accademia cinese delle scienze hanno ritrovato un manufatto in pietra incisa nel sito archeologico di Shuidonggou, che si trova nella regione autonoma di Ningxia Hui, nel nordovest della Cina.
Per osservare le incisioni, gli scienziati hanno utilizzato il microscopio digitale, ottenendone delle immagini in 3D ed escludendo, nel contempo, che i "graffi" sulla pietra fossero stati provocati da animali o, in modo casuale, da esseri umani. Non si ha, però, ancora la certezza sull'utilizzo di queste pietre, anche se si propende per una prima forma di comunicazione del linguaggio.
Oltre alla pietra incisa, nella località archeologica è stato ritrovato un uovo di struzzo ed utensili dalla forma allungata.

Il Faraone dei Faraoni

La raffigurazione reale ritrovata a Nag el-Hamdulab
Gli archeologi pensano di aver ritrovato la più antica raffigurazione conosciuta di un faraone. Si tratta di una figura incisa su una roccia vicino al Nilo.
L'immagine si trova su una parete rocciosa a picco nei pressi della città di Assuan e risale ad un periodo compreso tra il 3200 e il 3100 a.C.. In quel periodo storico il nord e il sud dell'Egitto erano stati riuniti sotto la corona di un unico sovrano chiamato faraone, il cui nome era Narmer, colui che vinse le ultime resistenze degli avversari e che è considerato il fondatore della civiltà egizia.
La figura reale che è stata da poco ritrovata è incisa su una parete rocciosa di quasi tre metri di larghezza, una delle più grandi immagini del sito di Nag el-Hamdulab. Per la prima volta è raffigurato un re con i simboli del potere che gli era stato conferito o che si era guadagnato sul campo di battaglia.

sabato 1 dicembre 2012

Ritrovato l'ingresso dell'Ade

La grotta di Alepotrypa, in Grecia
Un'enorme cavità potrebbe aver ispirato il mito dell'Ade degli antichi Greci. Questa cavità un tempo ospitava centinaia di persone, che ne fecero uno dei più antichi ed importanti centri della preistoria in Europa, prima che la grotta crollasse uccidendo tutti i suoi abitanti.
La grotta in questione si trova nel sud della Grecia e fu scoperta nel 1958. Le fu dato il nome di Alepotrypa, che significa "buca, trincea". Dopo la sua scoperta fu essenzialmente considerata un polo di attrazione turistica fino al momento in cui gli archeologi hanno cercato di preservarla dal turismo di massa per poter studiare e conservare quanto essa conteneva.
La cavità principale della grotta è alta circa 60 metri e larga 100. Complessivamente la grande cavità misura circa un chilometro di lunghezza e comprende anche un lago. Nel 1970 vi furono rinvenuti utensili in ceramica, ossidiana e manufatti in rame risalenti al Neolitico (che in Grecia si sviluppò circa 9000 anni fa). Alepotrypa ha cominciato ad essere utilizzata poco prima dell'Età del Bronzo nella Grecia micenea. Gli umani utilizzavano la caverna non solo come rifugio ma anche come luogo di sepoltura e di svolgimento di cerimonie sacre.
Sepolture rituali nella grotta di Alepotrypa
La cavità naturale ha attraversato momenti di popolamento e di abbandono. Era un posto ideale per sorvegliare i traffici marittimi che dall'Africa raggiungevano il Mediterraneo Orientale, dal momento che è posta proprio sulla punta meridionale della Grecia. La vita e l'utilizzo della cavità si interruppero bruscamente circa 5000 anni fa, quando il suo ingresso crollò, forse a causa di un terremoto, seppellendo vivi coloro che vivevano al suo interno.
Gli archeologi hanno ribattezzato Alepotrypa la "Pompei del Neolitico". Al suo interno sono state inumate diverse persone durante attività connesse con riti arcaici che hanno comportato la combustione di enormi quantità di sterco e la deposizione di grandi quantità di ceramica colorata e finemente dipinta. Proprio queste sepolture rituali hanno conferito alla grotta di Alepotrypa un'aurea negativa, al pari dell'Ade e del suo fiume Stige.
L'archeologo Giorgos Papathanassopoulos
Gli scavi ad Alepotrypa sono stati condotti da 40 anni, quasi in solitaria, dall'archeologo greco Giorgos Papathanassopoulos. Negli ultimi tre anni l'archeologo è stato raggiunto da altri specialisti che hanno contribuito a scoprire e riportare alla luce le meraviglie di Alepotrypa, tra le quali un insediamento esterno alla cavità dove si è stimato vivessero un centinaio di persone. Si tratta di uno dei più grandi villaggi neolitici d'Europa.
Giorgos Papathanassopoulos ha sempre pensato che la ceramica ritrovata nella grotta non sia stata prodotta in loco, ma provenisse da altrove, il che faceva di Alepotrypa un frequentato luogo di pellegrinaggio nel quale vennero sepolti, forse, personaggi di una certa rilevanza sociale.
L'interno della grotta è scandito da una serie di nicchie laterali che fungevano da abitazioni  per le famiglie neolitiche e che comprendevano piccoli forni e pozzi di stoccaggio scavati nel pavimento. Lo studio delle ossa degli animali ritrovati all'interno della grotta indica che la principale fonte di alimentazione degli uomini dell'epoca erano gli animali cacciati e il pesce. L'agricoltura aveva un posto marginale.
Sono stati ritrovati, a Alepotrypa, circa 19 teschi umani che hanno dimostrato l'alta mortalità infantile e una vita media di 35 anni. Sulle ossa sono state trovate tracce di anemia, artrite e malaria. La grotta fa veramente venire in mente le leggende dell'Ade

Irlanda medioevale

Interno di casa con focolare scoperta a Fermanagh
Un importante scavo archeologico nell'Irlanda del nord, nella contea di Fermanagh, potrebbe far luce sull'età medioevale nell'isola. Lo scavo ha restituito informazioni importantissime sulle condizioni di vita degli abitanti dell'epoca.
Sono state, in particolare, ritrovate delle pareti di una casa costruite in erica ed altre piante, che delimitavano un ambiente piuttosto angusto che, per i tempi, doveva comunque costituire uno spazio confortevole alla vita di esseri umani. Questo spazio doveva necessariamente essere condiviso con ospiti indesiderati, quali zecche e parassiti di ogni genere. La vicinanza delle case scavate ad un lago, inoltre, comportava una costante umidità degli ambienti. Gli oggetti ritrovati finora dagli archeologi fanno pensare ad una comunità dai gusti piuttosto sofisticati, malgrado si trattasse di una civiltà contadina dedita all'allevamento ed alla macellazione del bestiame e alla coltivazione della terra.
Pettine in osso con decorazione incisa
La comunità che viveva nel villaggio che si sta scavando nella contea di Fermanagh lavorava i metalli ed il legno e costruiva le case utilizzando quest'ultimo materiale. Allietava le serate fredde con la musica ed i giochi da tavolo ed i suoi componenti indossavano abiti tessuti con la lana ricavata dalle pecore allevate nel villaggio. Quest'ultimo fu occupato almeno dal 900 al 1600 d.C. ed era di proprietà di una famiglia nobile allargata, composta da genitori, nonni, figli, servi e seguito.
Tra i reperti più significativi venuti alla luce vi sono una ciotola di legno con una croce scolpita alla sua base, parti di legno appartenente a navi e pettini di squisita fattura, ricavati da corna ed osso. Altri reperti sono costituiti da ornamenti di ferro, bronzo ed osso. Sono stati trovati molti resti di legno marcito, come le pedine di un gioco molto simile a quello degli scacchi, tazze per bere, fondamenta intere di case, scarpe in cuoio, attrezzi agricoli, coltelli e decorazioni di abiti. Inoltre sono stati rinvenuti resti di imbarcazioni e di remi. Alcuni pettini sono molto simili a quelli vichinghi che si trovano a Dublino e a York. 

Ricostruzione del palazzo di Alessandro Magno

Il palazzo di Aigai a Vergina, nell'antica Macedonia
I lavori per restaurare e preservare il palazzo di Aigai sono iniziati nel 2007 e procedono spediti. La documentazione scientifica ha reso possibile la datazione dell'edificio che è stato progettato e costruito tra il 350 e il 336 a.C., parte di un ambizioso programma di ricostruzione e urbanizzazione ideato da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno.
Gli archeologi ritengono che presto sarà possibile ricostruire il piano superiore del propileo con le pseudo finestre in pietra e il grande atrio del palazzo di Aigai. L'edificio è un capolavoro architettonico d'avanguardia. Il suo progetto segue criteri matematici e filosofici basati sulla sezione aurea e sull'idea platonica dell'"Anima del Mondo", una concatenazione di forme geometriche regolari. Questa progettazione, estremamente accurata e meticolosa, aveva un suo riscontro nel potere reale concepito come unione tra sacro e profano. Il palazzo di Aigai è stato un modello per i palazzi ellenistici che Alessandro ed i suoi seguaci fecero costruire in tutto il mondo allora conosciuto.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...