giovedì 17 novembre 2022

Puglia, ritrovamenti importanti in una necropoli dell'Età del Bronzo

Puglia, Torre Guaceto, alcuni dei reperti trovati
(Foto: bari.repubblica.it)

Venti nuove tombe della tarda Età del Bronzo sono state ritrovate sotto la sabbia, nella riserva di Torre Guaceto. Ora sono 35 quelle rinvenute in totale nella campagna di scavo in corso, tra il 2021 ed il 2022. Oltre agli aspetti naturalistici che attirano pugliesi e turisti, l'area protetta del Brindisino continua ad arricchirsi, dunque, anche di testimonianze del passato che raccontano di una necropoli a cremazione risalente al periodo tra il XIII ed il XII secolo a.C. E ora si pensa di esporre in un museo i reperti restaurati.
Le venti tombe sono state scoperte da giugno fino agli inizi di luglio 2022, mentre le altre 15 erano state riportate alla luce lo scorso anno: in una di queste erano stati rinvenuti i resti di una donna e i suoi monili. La necropoli è stata scoperta grazie al lavoro del team di archeologi diretti dal Professor Teodoro Scarano del Dipartimento di Beni culturali dell'Università del Salento. A supportarli anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Brindisi e Lecce - che ha consentito di aprire gli scavi con concessione ministeriale - e il consorzio di gestione di Torre Guaceto, unico ente parto italiano ad aver realizzato un proprio laboratorio archeologico.
Il progetto di ricerca, ripreso in mano nel 2019 con la scoperta fortuita delle prime quattro tombe a incinerazione della tarda Età del Bronzo, affioranti subito sotto la sabbia, vanta diverse collaborazioni sia nazionali che internazionali e vede soprattutto una consolidata partnership con l'Università di Bologna. La scoperta è avvenuta a seguito di una mareggiata che aveva rimosso i livelli sabbiosi superficiali.
I ritrovamenti sono importanti soprattutto per consentire di continuare a ricostruire l'antica storia del luogo che, tra il XII ed il XIII secolo a.C., era differente rispetto a come si presenta attualmente. In particolare si definiscono pian piano i costumi funerari della popolazione insediata nel promontorio della torre aragonese, che aveva allestito il proprio cimitero nell'area dell'attuale spiaggia delle conchiglie. Deponevano le urne funerarie in rientranze naturali della roccia o in pozzetti appositamente scavati e questi contenevano sia i resti umani sia, alcune volte, oggetti di corredo che alla cremazione venivano bruciati con il defunto.

Fonte:
bari.repubblica.it

Agrigento, il tempio di Hera viene attribuito alla dea Athena

Sicilia, Agrigento, la testa di Athena
(Foto: corrieredelmezzogiorno.corriere.it)

Una testina di terracotta della dea Athena elmata riemerge dallo scavo vicino al tempio D di Agrigento. Il ritrovamento da parte di una equipe di ricerca della Scuola Normale Superiore di Pisa consentirebbe di attribuire il culto del tempio ad Athena e non ad Hera, come avvenuto finora.
Il saggio di scavo aperto nell'angolo sudorientale del tempio D nella Valle dei Templi, finora attribuito alla dea Hera (Giunone per i romani), restituendo la prima testa fittile di Athena elmata, databile tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., e un braccio con l'egida e il pugno stretto in atteggiamento di attacco (un esemplare unico nel panorama delle rappresentazioni della dea ad Akragas) secondo gli archeologi fa intravedere - seppur come elemento iniziale - un nuovo tassello nello scenario religioso della città in età arcaica e classica.
La testa è stata trovata nell'ambito della terza campagna di scavo della Scuola Normale Superiore con il suo Laboratorio Saet nella Valle dei Templi di Agrigento, sotto la supervisione scientifica del Professor Gianfranco Adornato e di Maria Concetta Parello, funzionaria archeologa del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi. "Se supportato da altre evidenze archeologiche - afferma Adornato, associato di Archeologia Classica alla Scuola Normale - il culto di Athena nel santuario del tempio D sulla collina meridionale andrà a sostituire definitivamente l'intitolazione del tempio ad Hera Lacinia, proposta da Tommaso Fazello nel 1558 nel De Rebus Siculis Decades Duae, primo libro stampato sulla storia della Sicilia, un'attribuzione ancora oggi in uso nella manualistica, ma basata su una fonte letteraria di dubbia interpretazione e non su testimonianze materiali".
Gli scavi in quell'area, cui hanno partecipato numerosi allievi, dottorandi e post-doc della Scuola Normale, sono stati condotti per indagare il rapporto stratigrafico e cronologico tra la pedana antistante al tempio e lo stereobate (nell'architettura greca, il massiccio di fondazione degli edifici, di solito di materiale meno pregiato di quello dell'elevato) e hanno rilevato materiali di produzione corinzia, attica e locale, per lo più coerenti con i depositi dell'altare.
Zona privilegiata di indagine è stato l'altare, luogo sacro e del rito per eccellenza, con i suoi depositi votivi e i materiali: quest'area continua ad essere un bacino inestimabile di informazioni per comprendere le pratiche cultuali e religiose dei devoti e scandisce l'intera cronologia dell'area sacra attraverso la sua stratigrafia. Le ricerche nell'area occidentale del tempio - secondo una nota della Scuola Normale Superiore - inoltre hanno permesso di identificare un muro di fondazione perfettamente allineato con l'altare, ma non con il tempio di periodo classico, a ulteriore indizio della preesistenza di un santuario in età arcaica. Questo settore fornisce informazioni per la comprensione non solo dell'intera fabbrica edilizia, ma anche del sistema di smaltimento e di drenaggio delle acque dell'area sacra: elementi questi ultimi indispensabili per il funzionamento e le attività di un luogo così importante nella vita della polis.

Fonte:
corrieredelmezzogiorno.corriere.it

mercoledì 16 novembre 2022

Iraq, interessantissimi ritrovamenti risalenti ad epoche antichissime

Iraq, gli scavi in corso (Foto: lastampa.it)

Ad Helawa, nel Kurdistan iracheno, nell'antica Mesopotamia settentrionale, la missione archeologica dell'Università degli Studi di Milano ha riportato alla luce una serie di strutture circolari abitative (tholoi) del periodo Halaf (VI e V millennio a.C.) con focolari, fornetti e installazioni associate alla tipica e bellissima ceramica policroma dipinta di questa fase culturale.
Ritrovato anche un successivo edificio con muri in mattoni crudi formato da piccole stanze quadrangolari e ambienti rettangolari di maggiori dimensioni, probabilmente una grande abitazione, databile alla fine del VI millennio a.C. (periodo di Ubaid). I vani di questo edificio erano provvisti di installazioni di vario tipo e al loro interno sono stati recuperati numerosi strumenti in selce, pestelli e lisciatoi in pietra e ceramica dalla caratteristica decorazione dipinta monocroma.
Nel sito di Helawa, che si caratterizza per una lunghissima ed ininterrotta sequenza occupazionale dal periodo protostorico fino all'epoca islamica, invece, gli archeologi hanno lavorato in tre diverse zone: nella parte più elevata del sito, alla base del declivio meridionale e nella città bassa. Nell'area è stato riportato alla luce un settore di un imponente edificio di epoca ellenistica (IV secolo a.C.) verosimilmente collegato a un bastione difensivo di un centro fortificato dal carattere spiccatamente militare.
Una scoperta assai rilevante è stata quella di un tetradrammo di argento di Alessandro Magno, una moneta che si diffonde in tutto l'estesissimo impero macedone, coniata in molte zecche e caratterizzata dall'effige del sovrano come Ercole (ha come copricapo la pelle del leone nemeo) da un lato e dall'immagine di Zeus dall'altro. Una vasta area per la manifattura su larga scala di ceramica, databile agli ultimi secoli del III millennio a.C. (Periodo Akkadico) occupa quasi tutta l'estensione del declivio meridionale. Identificata già nella campagna del 2021, è stata esplorata nel dettaglio quest'anno, mediante un'analisi approfondita di archeologia della produzione. Non sono ancora noti i limiti di questo complesso, che si estende al momento su oltre 300 metri quadrati.
Sono state individuate e scavate più di 50 fornaci per la cottura dei vasi, realizzate su tre diverse terrazze e collegate da piattaforme in mattoni. Le fornaci mostrano impianti sofisticati per la diffusione dei gas e del calore, mediante condutture orizzontali e camini verticali, con le camere di combustione trovate ancora piene di cenere e quelle di cottura in alcuni casi crollate con all'interno ancora il vasellame che era stato posizionato per la cottura.
Il livello di conservazione è dunque straordinario e in tutta la Mesopotamia settentrionale è noto soltanto un altro caso comparabile di atelier produttivo di questo genere. Si è infine raggiunta l'occupazione più antica, della prima metà del III millennio a.C., riferibile al cosiddetto periodo di Ninive 5. Sono emersi alcuni silos circolari per lo stoccaggio di prodotti agricoli, orzo e grano in prevalenza, e nei depositi ricchi di resti vegetali sono state trovate decine di cretule (grumi di argilla apposti ai contenitori che conservavano le derrate alimentari), con impronte di sigilli cilindrici. Si trattava, dunque, di un'area destinata al controllo centralizzato delle risorse da parte dell'amministrazione di un'entità politica che ancora deve essere chiaramente definita.
Helawa del Bronzo Medio e Tardo (2000-1200 a.C.) doveva essere un grande centro di 30 ettari, probabilmente legato al suo ruolo economico nella produzione manifatturiera e i sondaggi aperti quest'anno nella città bassa hanno fornito evidenze a sostegno di questa ipotesi con resti di fornaci, canalizzazioni per il drenaggio dell'acqua e molti materiali associati.

Fonte:
lastampa.it



Efeso bizantina, riemergono le tracce

Efeso, parte del quartiere bizantino scoperto
(Foto:viaggi.nanopress.it)

Efeso è uno dei siti archeologici più visitati e noti della Turchia, un luogo dove ancor oggi si può respirare la storia delle grandi civiltà che qui hanno lasciato il segno del loro passaggio.
Ad incrementare ancora di più la sua grandezza ci pensa adesso la recente scoperta che ha permesso agli archeologi di riportare alla luce un antichissimo quartiere bizantino perfettamente conservato.
Tra l'agorà e il tempio di Domiziano, gli esperti hanno individuato i resti di un antico quartiere bizantino, perduto del tutto intorno al 600 d.C. circa. Si tratta di un complesso di edifici perfettamente intatto e tra i meglio conservati, che ha dato modo di ricostruire un quadro generale più chiaro della quotidianità in epoca greca.
La responsabile degli scavi condotti ad Efeso sin dal 2009, Sabine Ladstatter, ha tuttavia affermato di aspettarsi che l'agorà potesse trovarsi nei pressi di botteghe e altri negozi. Lo stato di conservazione così ottimale sembrerebbe essere dovuto ad uno spesso strato di cenere che ha in qualche modo permesso ai resti di perdurare senza problemi allo scorrere del tempo fino ad arrivare ai giorni nostri.
Fino ad oggi, le ricerche hanno permesso agli esperti di individuare vari locali adibiti a negozi, o comunque all'attività commerciale. Tra questi si riconoscono: un negozio di alimentari, uno di oggettistica e souvenir per i pellegrini, una taverna ed un negozio. Tra le mura di questi antichi edifici sono stati rinvenuti anche altri reperti: piatti e stoviglie, anfore, resti di cibo (vongole, ostriche, noccioli di olive e pesche, piselli carbonizzati e mandorle), quattro monete d'oro dell'imperatore Costantino, più di 600 monete di rame all'interno di casse lignee, 600 piccoli oggetti in ceramica che probabilmente i pellegrini cristiani appendevano al collo.
Probabilmente il quartiere bizantino è stato distrutto da un incendio generatosi da un conflitto. A dimostrazione di questo sono state rinvenute lance e frecce, ma non è stata trovata nessuna traccia di scheletri.

Fonte:
viaggi.nanopress.it

Creta, scavi al tempio di Demetra a Phalasarna

Creta, i resti del tempio di Demetra a Phalasarna
(Foto: YPPOA)

Phalasarna è stata menzionata per la prima volta dagli storici e geografi antichi quali Scilace, Strabone, Polibio, Livio e Plinio. La città-stato prosperò grazie ai traffici marittimi, testimoniati dai resti di grandi edifici monumentali e da numerose opere d'arte. Inoltre il trattato con i Tirreni testimonia che, nel III secolo a.C., gli abitanti di Phalasarna erano dediti alla pirateria, pratica comune alle città-stato cretesi.
Nel 69-67 a.C., i romani assaltarono la città, bloccarono il porto con massicce opere murarie e distrussero l'intera città al punto che se ne perse completamente la memoria. Phalasarna comparve nei documenti veneziani come una città perduta. Il sito venne scoperto nel XIX secolo dagli esploratori britannici Robert Pashley e dal Capitano Spratt.
Il tempio di Demetra fu costruito presso l'acropoli della città, situata su una collina rocciosa nel sito di una grotta naturale. Il tempio fungeva da spazio sacro all'aperto per adorare Demetra, da del raccolto e dell'agricoltura, che presiedeva ai raccolti, ai cereali, al cibo, alla fertilità della terra e al potere dell'acqua come fonte di vita.
Nella tradizione greca Demetra è la secondogenita dei titani Rea e Crono, sorella di Estia, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Era spesso considerata la corrispondente greca della dea anatolica Cibele ed era dai romani identificata con Cerere.
Il tempio è in stile dorico ed è stato ricostruito con pietre per un secondo utilizzo tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. sul sito di un precedente luogo sacro. Uno scalone monumentale conduceva a due edifici ad aula unica, con l'edificio orientale che fungeva da struttura principale del tempio e l'edificio occidentale con funzione ausiliare.
Un'indagine geofisica condotta dagli archeologi dell'Università Mediterranea di Creta ha rivelato resti architettonici sepolti che indicano una struttura semicircolare. Gli scavi hanno rinvenuto oggetti arcaici quali vasi di alta qualità, uno dei quali reca un'iscrizione in dialetto dorico: "Akestoidamatri" (Akestoi dedica questo alla dea Demetra). Gli archeologi hanno anche trovato manufatti che collegano Phalasarna agli antichi egizi e fenici. Altri reperti includono figurine, punte di lancia, vasi e figure femminili in trono.

Fonte:
heritagedaily.com

Perugia, trovati i resti di una villa romana

Perugia, i resti della villa romana rinvenuta recentemente
(Foto: F. Troccoli)

Durante gli scavi per la realizzazione di un maneggio, è emersa una villa romana di notevole importanza nei pressi di Perugia. Si tratta di una residenza risalente al I secolo d.C., una datazione considerata precisa, anche grazie agli indizi restituiti dal mosaico emerso, di una certa importanza e di una apprezzabile dimensione, particolarmente dalle figure geometriche che ritrae.
Questa villa romana è considerata dalla Soprintendenza perugina come un ritrovamento importante dal punto di vista storico e culturale, che permette di comprendere molte cose dell'epoca e del luogo. Il ritrovamento è avvenuto tra Sant'Egidio e Collestrada. Il sito è stato sottoposto a vicolo archeologico, vale a dire che, chi dovrà intervenire in futuro, in quest'area, lo potrà fare solo nei limiti concessi dalla Soprintendenza, finalizzati a preservare in primo luogo il valore di quanto scoperto, ora di nuovo sotto terra, dopo gli interventi eseguiti per la protezione.
Sono emerse strutture murarie pertinenti ad una grande villa. Sono state individuate diverse aree costruttive di questa proprietà: una parte residenziale ed un'altra parte produttiva, legata ad attività di lavorazioni prevalentemente rurali.
Il sito è stato scavato solo in parte, vale a dire che, probabilmente, nei dintorni, ci sono resti collegati a questa struttura. "Il valore storico è notevole - ha detto Giorgio Postrioti, responsabile per l'archeologia della Soprintendenza di Perugia -, si tratta comunque di strutture rinvenute a livello di fondazione. Restituiscono l'idea di un territorio, questo, abbastanza frequentato durante l'epoca cristiana. Alcune parti di questo pavimento sono venute alla luce, un'altra rimane conservata. E' una propaggine della parte residenziale di questa villa. Il mosaico, esteso ed in buono stato di conservazione, presenta motivi geometrici che sono tipici del tipo di residenza di cui parliamo. Vicino alla villa sono state ritrovate anche sepolture di bambini, sono risalenti a qualche periodo successivo, collocabili in una fase di decadimento, probabilmente poco prima che questo sito fosse abbandonato da chi lo abitava, per poi finire distrutto dagli eventi meteorologici".
Il luogo in cui sorgeva la villa aveva una significativa pendenza e probabilmente la struttura era stata realizzata su terrazzamenti, sicuramente su livelli diversi. Sempre nelle vicinanze è stato trovato anche un altro manufatto di forma circolare, poi un breve tratto di strada ed una massicciata consistente in pietrame.

Fonte:
archeomedia.net

martedì 15 novembre 2022

Fondi, riemerge un tratto dell'antica via Appia

Fondi, il tratto emerso dell'Appia Antica
(Foto: archeomedia.net)

Lavori a Ponte Selce, all'ingresso della città di Fondi, hanno permesso di portare alla luce un tratto ben conservato dell'antica via Appia. Il basolato sarà protetto e valorizzato con teche informative e didascaliche.
Il rinvenimento, esistendo a tal proposito corposa documentazione storica e bibliografica, era stato ipotizzato prima dell'inizio dei lavori motivo per cui è stata prevista specifica assistenza con la presenza fissa di un archeologo in costante dialogo con la Soprintendenza.
I frammenti di basolato avevano fatto ipotizzare che fosse rimasto poco o nulla dell'antica via Appia. Il prosieguo dei lavori ha invece riportato alla luce un tratto dell'antica arteria, piuttosto ampio e molto ben conservato.
In accordo con la Soprintendenza è stato quindi deciso di valorizzare il rinvenimento, di renderlo fruibile con delle teche non soltanto illustrative ma anche didattiche allo scopo di documentare la rinnovata attenzione alla tutela del patrimonio storico e archeologico italiano. Già il precedente intervento, risalente a circa 20 anni fa, a differenza di quanto accaduto in precedenza, era avvenuto con la supervisione di personale competente in materia di beni archeologici ma, nel frattempo, l'attenzione verso il recupero di reperti e antichità è ulteriormente cresciuta. I nuovi studi consentiranno di ricostruire le varie fasi, da quelle meno recenti e attente alla conservazione del basolato a quelle odierne.

Fonte:
archeomedia.net

Egitto, il balneum di Berenice

Egitto, parte del balneum di Berenice risalente a più di
2000 anni fa (Foto: Steven Sidebotham)

A Berenice, città egiziana sul Mar Rosso, sono state scoperte le rovine di un balneum di 2000 anni fa (seconda metà del III secolo a.C.).
Il gigantesco edificio presenta due tholoi (strutture circolari) con 14 vasche ciascuna, che potevano ospitare acqua fredda o tiepida, oltra ad una stanza separata per l'acqua calda. L'acqua entrava nell'edificio attraverso due grandi bacini alimentati da un unico pozzo. E' possibile che, ad ovest di questo complesso, vi fosse anche una palestra.
I resti di Berenice risalgono al periodo ellenistico dell'antico Egitto (dal 323 al 30 a.C. circa), il periodo compreso tra la morte di Alessandro Magno e la morte di Cleopatra VII. Durante questo periodo fiorì, in Egitto, la cultura e l'architettura greca.
Nel periodo in cui il balneum era in piena funzione, Berenice presentava una notevole presenza militare ed era un importante centro di smistamento per le merci e per l'importazione di elefanti da guerra dall'Africa orientale. I balneum, in epoca ellenistica, spesso servivano da luoghi di incontro e relax dopo il lavoro o l'esercizio sportivo, per questo erano spesso associati ad una palestra.
Nel balneum non è stata trovata alcuna scritta, ma sono state portate alla luce monete e frammenti di ceramica, reperti che hanno aiutato gli archeologi a datare gli anni di attività del balneum.

Fonte:
livescience.com

Creta, trovato l'odeon della città di Lissos

Creta, odeon scoperto di recente
(Foto: Ministero ellenico della cultura e dello sport)

Nascoste in un'insenatura circondata da montagne nel sudovest di Creta si trovano le rovine di Lissos, un'antica città i cui resti archeologici sono accessibili solo via mare o con un lungo cammino.
A causa del suo isolamento, Lissos non è stata indagata dagli archeologi per diversi decenni. Scavi recenti, però, hanno portato alla luce un odeon, edificio simile al moderno auditorium, che sta ad indicare la prosperità della città.
Precedenti ricerche avevano mostrato che Lissos era abitata molto prima che il suo nome entrasse nei libri di storia, nel IV secolo a.C. Le strutture dei vari periodi archeologici sono ben conservate, tra queste un tempio dedicato ad Asclepio, dio greco della medicina, una zona residenziale, un'imponente necropoli con sepolture disposte su due livelli, terme romane e chiese cristiane. A tutto questo, ora, si è aggiunto l'odeon.
Nella prima fase dello scavo dell'odeon, i ricercatori hanno rinvenuto parte del palcoscenico, 14 file di sedili e due camere laterali a volta. L'odeon risale al periodo romano, tra il I ed il IV secolo d.C., epoca in cui il tempio di Asclepio a Lissos venne trasformato in un edificio politico-amministrativo, pavimentato con mosaici ed ornato con i busti degli imperatori Tiberio e Druso.
Sfortunatamente l'odeon è stato gravemente danneggiato nell'antichità dalla caduta di grandi massi, probabilmente a causa di un terremoto che colpì l'isola nel 365 d.C. Il terremoto fu così violento da provocare uno tsunami che colpì Alessandria d'Egitto e sollevò l'intero sito di Lissos di diversi metri. L'odeon, quindi, doveva trovarsi più vicino alla costa di come sia ora.
Dal momento che era adiacente al centro cittadino, l'odeon funzionava, forse, anche da bouleterion, edificio deputato alle riunioni del consiglio cittadino.

Fonte:
livescience.com

venerdì 11 novembre 2022

Stabia, riemerge, integro, un antico sistema idrico romano

Pompei, il sistema idrico scoperto
(Foto: Parco Archeologico di Pompei)

La città di Stabia fu in gran parte sepolta durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che rilasciò una una nuvola mortale di tefra e gas surriscaldati ad un'altezza di 33 chilometri. Le conseguenti ondate piroclastiche e la pesante caduta di cenere avvolsero Pompei ed Ercolano, mentre gran parte di Stabia venne sepolta da una spesso strato di tefra e cenere.
Gli scavi in un piccolo peristilio della Villa di Arianna hanno portato alla luce parti di un antico sistema idrico, rivelando una vasca di piombo decorata che faceva parte di un sistema di distribuzione dell'acqua all'interno del complesso della domus.
La villa venne scavata per la prima volta dall'ingegnere svizzero Karl Weber tra il 1757 ed il 1762, rivelando un'area di circa 2.500 metri quadrati che racchiude un grande complesso suddiviso in quattro parti: l'atrio e le stanze circostanti risalenti al periodo tardo repubblicano; locali di servizio e terme; vani laterali del triclinio estivo di età neroniana e una grande palestra di età flavia.
All'impluvium (vasca centrale di raccolta dell'acqua) nell'atrio sono collegate due tubazioni, che alimentavano l'acqua in tutto il più ampio complesso della villa, regolando il flusso di acqua nei vari ambienti. Gli archeologi pensano che la cisterna fosse probabilmente in epoca antica per consentire l'accesso alla regolazione del flusso dell'acqua per effettuare operazioni di manutenzione dell'impianto.
"Un serbatoio come questo, con le sue chiavi di arresto, rientra in quella tipologia di impianti e apprestamenti che possono sembrare quasi moderni per come sono fatti e che hanno sempre destato stupore sin dalle prime scoperte tra Stabia, Pompei e Oplontis. Gli antichi anche in questo caso non hanno rinunciato a un elemento ornamentale, un astragalo in rilievo, che forse caratterizzava la bottega che l'ha prodotto, a mo' di un marchio moderno", sottolinea il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel.
Il serbatoio rappresenta uno straordinario rinvenimento per l'area vesuviana, per lo stato di conservazione e perché rinvenuto nella sua posizione originaria che consente, insieme agli altri tratti rinvenuti, di apprezzarne il funzionamento.

Fonti:
heritagedaily.com
ansa.it

Finlandia, trovata la sepoltura di un bambino dell'Età della Pietra

Finlandia, come doveva apparire la sepoltura del bambino
(Ricostruzione: Tom Bjorklund)

Ottomila anni fa, una tragedia colpì una comunità dell'Età della pietra che viveva in quella che oggi è Majoonsuo in Finlandia: la morte di un bambino molto amato. L'analisi della sepoltura di questo bambino rivela lo sfarzo del corredo: piume, una pelliccia e rare fibre vegetali. Si tratta delle prime tracce di pelliccia e di piume trovate in una sepoltura finlandese del Mesolitico, fornendo nuove informazioni sui rituali funebri della regione migliaia di anni fa.
La sepoltura è stata trovata sotto una strada non asfaltata in una foresta, identificata per la prima volta da un vivido taglio di ocra rossa sulla ghiaia chiara della strada. Questo era il segno rivelatore di un'antica sepoltura: il terreno ricco di ferro utilizzato ritualmente e artisticamente in luoghi di tutto il mondo preistorico.
Le ossa del bambino si sono pressoché dissolte nel tempo, lasciando solo pochi denti. Il piccolo aveva un'età non superiore ai 10 anni e non inferiore ai tre anni. Due punte di freccia in quarzo e altri due oggetti hanno permesso di datare la tomba intorno al 6000 a.C. Il terreno della tomba è quasi completamente il terreno originale dove era stato sepolto il bambino.
Le fibre trovate nella sepoltura erano ricavate dalla corteccia interna di alcune piante, quali l'ortica o il salice. Queste fibre sono conservate molto male nel suolo finlandesi, al punto che ne sono rimasti frammenti microscopici che potrebbero essere stati parte di una rete o una corda. Sono stati rinvenuti anche materiali animali: 24 frammenti microscopici di piume di uccelli, le più antiche mai ritrovate in Finlandia. Sette dei frammenti sono riferibili ad uccelli acquatici, tra i quali oche e cigni. Si pensa che facessero parate di un indumento imbottito oppure un letto sul quale era stato adagiato il bambino. Un altro frammento di piuma apparteneva ad un falco che, forse adornava le frecce deposte nella tomba oppure per decorare i vestiti del bimbo.
Infine la sepoltura ha restituito 24 frammenti di pelo di mammiferi, la maggior parte dei quali troppo degradati per essere identificati. Tre dei peli rinvenuti ai piedi del fanciullo, secondo gli archeologi, provenivano da una specie canina (cane o lupo), probabilmente sepolto insieme al bambino come compagno per l'aldilà. Cani sepolti con il defunto sono stati trovati, in precedenza, a Skateholm, famoso luogo di sepoltura nella Svezia meridionale, risalente a 7000 anni fa.

Fonte:
sciencealert.com

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...