sabato 10 novembre 2012

E' stato il clima a "uccidere" la civiltà Maya

Simbolo di Venere inciso su un edificio di Chichen Itza, in Messico
analizzando glifi come questi gli scienziati sono pervenuti al
collegamento tra le mutazioni climatiche e la fine della
società Maya 
Uno studio di alcuni scienziati dell'Università della California ha stabilito che a causare la decadenza dell'impero Maya sarebbero state le condizioni meteorologiche estreme. Queste ultime avrebbero dapprincipio provocato un brusco calo della popolazione e, successivamente, avrebbero determinato la crisi definitiva della società civile e politica.
Le cause del crollo dell'antica civiltà Maya sono tra i misteri più longevi del mondo. Per determinare la combinazione giusta di cause e di effetti, i ricercatori statunitensi hanno studiato accuratamente i cambiamenti climatici e quelli sociali e politici nel periodo in cui la civiltà Maya entrò nella profonda crisi che ne determinò la scomparsa definitiva. Per questo studio gli scienziati si sono serviti di un imponente database che raccoglie gli geroglifici Maya, gestito dalla linguista Martha Macrì, docente di studi nativi americani e direttrice del Centro di Lingue Nativo Americane dell'Università della California. La dottoressa Macrì ha studiato per trent'anni i geroglifici di quest'antica popolazione nativo americana ed i monumenti che questi eressero nel corso del tempo.
Su ogni monumento Maya è incisa la data in cui fu eretto e le date di altri eventi che si consideravano significativi per la comunità, quali il compleanno di un sovrano, la morte di personaggi di spicco e le battaglie più importanti che erano state sostenute dall'esercito. I ricercatori hanno notato che questi monumenti-documenti hanno iniziato a diminuire negli anni precedenti al crollo della civiltà Maya.
Questi veri e propri documenti di pietra, però, non menzionano eventi ecologici quali tempeste o siccità. Per tali informazioni i ricercatori sono ricorsi ad una stalagmite raccolta in una grotta del Belize, a meno di un chilometro dal sito Maya di Uxbenka. Attraverso l'esame dei livelli di ossigeno all'interno della stalagmite, gli scienziati sono riusciti a scoprire un significativo aumento delle piogge nella regione nel corso degli ultimi duemila anni.
Geroglifici e stalagmite hanno, così, permesso un collegamento tra l'eccessiva piovosità e la crisi politica. I periodi di piogge insistenti, infatti, è coinciso con un progressivo venir meno della politica negli anni che vanno dal 300 al 660 d.C.. Un'inversione climatica tra il 660 e il 1000 ha, invece, moltiplicato gli eventi bellici e, in buona sostanza, l'instabilità politica e sociale che ha determinato il collasso della società Maya. Questo progressivo tracollo è stato accompagnato da una prolungata siccità negli anni che vanno dal 1020 al 1100, con cattivi raccolti e sempre più frequenti migrazioni di popolazione.

venerdì 9 novembre 2012

Omicidio o incidente nella Jezreel Valley?

Un archeologo si cala nel pozzo in
cui sono stati ritrovati gli scheletri
Gli archeologi israeliani si trovano a dover affrontare, forse, un crimine di 8500 anni fa. Hanno scoperto, infatti, due scheletri in fondo ad un pozzo risalente all'Età della Pietra, utilizzato dai primi agricoltori stanziati nella Jezreel Valley.
Gli scheletri appartenevano ad una donna dell'età di circa 19 anni e ad un uomo più anziano.
Lo scavo degli antichi pozzi è necessario per comprendere la cultura e l'economia delle civiltà che hanno preceduto l'invenzione del vasellame e degli oggetti metallici.
I pozzi più antichi del mondo sono stati scoperti a Cipro e sono di mille anni più antichi del pozzo ritrovato in Israele. Quest'ultimo è collegato ad un antico insediamento agricolo. Il pozzo non fu più utilizzato perché l'acqua risultò contaminata dalla presenza dei due corpi.
Oltre ai corpi dei due sfortunati abitanti della Jezreel Valley, nel pozzo sono stati trovati degli oggetti: una pietra focaia, una falce a pale, punte di freccia e utensili in pietra.

Il favoloso tesoro dei Geti

Un braccialetto facente parte del tesoro dei Geti
Gli archeologi bulgari hanno trovato un tesoro d'oro nella tomba Svestari, nell'antica Tracia. A capo della missione archeologica, l'archeologa Diana Gergova, dell'Istituto Nazionale di Archeologia presso l'Accademia Bulgara delle scienze.
Nel corso degli scavi sono stati ritrovati dei frammenti di una cassa lignea contenente ossa carbonizzate frammiste a cenere e ad una serie di oggetti d'oro molto ben conservati, risalenti alla fine del IV - inizio III secolo a.C.. Gli oggetti comprendono quattro spirali d'oro, braccialetti dalla testa di serpente, una testa di cavallo finemente incisa e lavorata ed una serie di complesse applicazioni, una delle quali a forma di testa di divinità femminile ornata con perline. Nel loro complesso gli oggetti ritrovati pesano 1,5 chilogrammi, ma si spera in altri ritrovamenti.
Applicazione con testa di divinità
Nella cassa di legno sono stati ritrovati anche un anello, dei bottoni e delle perline. La professoressa Gergova ha spiegato che il tesoro sembrava essere stato avvolto in un tessuto fatto di fili d'oro. Probabilmente si tratta del corredo di una sepoltura rituale. Del corredo in questione facevano parte anche decine di statuette di figure femminili e applicazioni che erano parte di una sontuosa bardatura per cavallo.
La tomba che conteneva questo incredibile tesoro è la più grande tra le 150 comprese nel complesso funerario dell'area ed è quel che rimane della popolazione dei Geti, di origine indoeuropea, stanziati in quella che i Romani (soprattutto Plinio) chiameranno Dacia ed appartenenti alla più vasta famiglia dei Traci. L'area in cui è stato scoperto il tesoro è quella in cui, nel 1982, venne riportata alla luce la tomba di Svestari, inclusa nel 1985 nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco a causa delle sue decorazioni architettoniche uniche al mondo: le pareti dipinte e le cariatidi policrome per metà donne e per metà vegetali che custodiscono ancora l'antica sepoltura.
Testa di cavallo facente parte del tesoro dei Geti
La cultura dei Geti, purtroppo, è conosciuta attualmente solo attraverso le loro sepolture. Questa popolazione non lasciò traccia alcuna della loro cultura. Fu Erodoto a descrivere, per primo, questa misteriosa popolazione come gente "giusta e valorosa". I Geti furono sottomessi da Alessandro il Macedone nel 334 a.C. e finirono per essere completamente assorbiti dalle vicine civiltà, più forti e sviluppate.
I Geti, secondo Erodoto, credevano nell'immortalità dell'anima e consideravano la morte un semplice cambio di paese. Tra le divinità che adoravano vi era Zalmoxis, che si raggiungeva una volta defunti. Una certa importanza era attribuita anche Gebeleixis. Erano nomadi e pastori e la loro civiltà iniziò con il II secolo a.C. culminando nei due secoli precedenti la conquista romana (106 d.C.). La cultura materiale è espressa soprattutto da oggetti in ferro ed in ceramica. I Geti vivevano in insediamenti fortificati situati su alture, accanto ai quali sorgevano i santuari delle loro divinità. Queste fortezze erano prevalentemente dislocate sulle Alpi Transilvaniche occidentali. La fortezza principale fu identificata con Sarmizegetusa ed era attorniata da poderose cittadelle che la proteggevano.

giovedì 8 novembre 2012

Il Neolitico in Serbia, Belica

Figurina femminile stilizzata
Gli archeologi hanno trovato, in Serbia, un tesoro di gioielli, statuette ed altri oggetti realizzati 8000 anni fa. Presto questi oggetti verranno esposti al pubblico per la prima volta in un museo tedesco.
Gli oggetti sono stati ritrovati in un insediamento neolitico a Belica, in Serbia, a circa 140 chilometri da Belgrado. Si tratta di circa 80 oggetti in argilla, osso e pietra. Parecchie sono le figurine femminili dalle forme opulente scolpite in una roccia resa liscia dal passaggio dell'acqua di fiumi e torrenti. I ricercatori sono sicuri che queste figure femminili stilizzate fossero degli idoli, dei portafortuna o dei simboli di fertilità.

Un'altra statua di Ramses II ritrovata in Egitto

Una delle statue di Ramses II
E' stata scoperta, in Egitto l'ennesima statua del faraone Ramses II, uno dei più longevi e prolifici sovrani che la storia ricordi. Ad effettuare la scoperta alcuni archeologi tedeschi.
L'effige del longevo faraone egizio è stata rinvenuta a Tal Basta, in Sharqiya. La statua è alta due metri e mezzo e raffigura Ramses assiso tra Bastet ed Atum. Bastet, adorata a Tal Basta, è una divinità con la testa di gatto e il corpo di donna, mentre Atum (che nella lingua egizia significa "perfetto") è una divinità che si credeva autogeneratasi.
Sul retro della statua sono presenti delle iscrizioni con il nome di Ramses II, che regnò dal 1304 al 1237 a.C.

mercoledì 7 novembre 2012

Ritorno a casa...

La mummia del bambino restituita dalla Bolivia al Perù
Una mummia di 700 anni fa è stata restituita al Perù dalla Bolivia. La mummia era stata trafugata da trafficanti di antichità senza scrupoli. Si tratta del corpo mummificato di un bambino di due anni di età.
Il piccolo corpicino è avvolto in coperte. La persona che lo deteneva illegalmente stava per imbarcarsi per la Francia.
Una delle gambe della piccola mummia erano state aggiunte in seguito dai contrabbandieri che, in tal modo, intendevano aumentare il valore del reperto.
Gli studiosi non sono ancora stati in grado di determinare il sesso della mummia che, si ritiene, provenga da una cultura pre-inca stanziatasi sulla costa del Perù.

Un sigillo vescovile sull'isola di Man

 Il sigillo ritrovato nell'isola di Man
Un sigillo appartenuto ad un vescovo e risalente al XIV secolo è stato scoperto per mezzo di un metal detector e sarà presto mostrato nel Manx Museum, sull'isola di Man.
Il sigillo è di circa tre centimetri di lunghezza, in argento, e mostra due figure sedute rivolte entrambe verso l'esterno ed una terza figura inginocchiata.
Attorno al bordo vi è una scritta in latino che recita "lasciate che le preghiere a Dio di Germano e Patrizio ci aiutino". A scoprirlo è stato il Signor Andy Falconer in un campo nel nord dell'isola, che stava esplorando insieme al suo amico Rob Farrer.
L'isola di Man contiene molti manufatti di epoca vichinga e questa scoperta è per questo particolarmente preziosa. Infatti la maggior parte delle informazioni sul periodo a cui risale il sigillo provengono da manoscritti, piuttosto che da oggetti.

martedì 6 novembre 2012

Archeologi italiani scoprono necropoli micenea

Veduta di Eghion
Una necropoli micenea, utilizzata a partire dal XV secolo a.C., è stata scoperta dagli archeologi dell'Università di Udine vicino Eghion, in Acaia, nel Peloponneso nordoccidentale. La scoperta è avvenuta durante la terza campagna di scavi diretti dalla professoressa Elisabetta Brogna. La missione dell'Università italiana opera, unitamente a missioni archeologiche di altri Paesi, coordinate dall'archeologo Andreas Vordos, nella località di Trapeza, su una collina vicino Eghion.
Gli scavi dell'Università di Udine hanno permesso di riportare alla luce due sepolture a camera del XII-XI secolo a.C., piuttosto comuni durante il periodo miceneo. Si tratta di tombe scavate sul fianco delle colline, costituite da un corridoio di accesso e da una camera funeraria scavata nella roccia.
Lo scavo sulla collina seguito
dagli archeologi udinesi
Gli archeologi sono riusciti a recuperare anche il corredo di queste sepolture: vasi in ceramica finemente decorati e pressoché integri, ritrovati così come erano stati deposti ed hanno individuato l'origine del culto celebrato sull'altura di Trapeza. Qui si trovano i resti di un grande tempio del 500 a.C. dal quale proviene una serie di sculture riferibile a Rhypes, una città achea nominata da Pausania. Accanto ai resti del tempio, i sondaggi compiuti dagli studiosi di Udine hanno potuto accertare la lunga frequentazione della collina, a partire dal Neolitico finale (fine IV millennio a.C.) ed hanno permesso il ritrovamento di ceramiche e manufatti in bronzo portati qui dai fedeli in offerta alla divinità che occupava l'altura nell'VIII secolo a.C., antecedentemente al tempio monumentale.
Le ceramiche ritrovate nella necropoli attestano la presenza di un ceto sociale elevato nel XII-XI secolo a.C., che poteva disporre dei prodotti di un artigianato specializzato in ceramica decorata in modo elaborato.
Il Peloponneso nordoccidentale, dove stanno operando gli archeologi di Udine, è una località estremamente importante per i rapporti intessuti con l'Italia peninsulare durante l'epoca della colonizzazione greca in Occidente.

La necropoli dei bambini

Alcuni elementi dei corredi funebri
Durante i lavori per l'autostrada che collegherà Brescia, Bergamo e Milano, sono stati scoperti ben 140 siti archeologici molto importanti tra i quali quella che è stata ribattezzata la "necropoli dei bambini", perché almeno quattro, delle sette sepolture ritrovate, erano destinate a bambini, appunto. Gli archeologi lo hanno dedotto dagli oggetti ritrovati nelle tombe: ninnoli e bicchierini. A conferma di questo è stato anche ritrovato lo scheletro di una bambina.
La necropoli di Urago Oglio, risale al V secolo a.C. e si estendeva per un'ampiezza di 6.400 metri quadrati. Gli archeologi, però, pensano che la necropoli sia anche più ampia. Ora i reperti recuperati sono stati esposti in una mostra e si pensa a dedicar loro anche un museo. Si tratta di braccialetti in bronzo, fibule e, nel caso della sepoltura della bambina, due incisivi di castoro che erano probabilmente utilizzati come gioielli.

Il dio Bes a Gerusalemme

Il dio Bes
Scavi archeologici che hanno interessato un'antica torre bizantina a Gerusalemme hanno restituito, tra i reperti, uno che è subito apparso piuttosto importante, in quanto getta nuova luce sugli usi e sulle abitudini delle persone che abitavano la città nei secoli passati. Gli scavi sono stati condotti da un'equipe di archeologi e di volontari.
Si tratta di un ciondolo che si trovava su una collana di pietre dure. Originariamente il ciondolo aveva un colore verde. Esso raffigura l'antico dio egizio Bes, protettore delle famiglie, delle madri, dei bambini e del parto. E' la prima volta che si ritrova una sua raffigurazione a Gerusalemme. Il reperto risale al periodo dei Re, quando, in linea teorica, secondo la tradizione, non avrebbero dovuto esserci idoli stranieri nel paese.

domenica 4 novembre 2012

Antichissimi geoglifi russi

Il geoglifo russo
Un enorme geoglifo a forma di alce o di cervo, ritrovato in Russia, è forse il più antico geoglifo del mondo, ancora più antico delle Linee di Nazca.
Il geoglifo si trova nei pressi del lago Zjuratkul, sui monti Urali, a nord del Kazakistan. La figura si allunga per 275 metri, pari a quasi due campi di calcio americani. Gli archeologi russi ritengono che possa essere il prodotto di una cultura megalitica. Sono centinaia i siti megalitici scoperti negli Urali.
A scoprire i glifi è stato un certo Alexander Shestakov, che ha utilizzato le immagini satellitari. I ricercatori si sono serviti di un idrovolante e del parapendio per raggiungere e rilevare la gigantesca struttura. Sono stati anche rilevati i resti di percorsi e costruzioni simili a muretti sullo zoccolo e sul muso della figura. Lo zoccolo, in particolare, è formato di piccole pietre schiacciate e da argilla.
La parate terminale del muso dell'animale del geoglifo
Tra i reperti ritrovati accanto alla figura, vi sono circa 40 strumenti in quarzite. Si tratta, per la maggior parte, di picconi e zappe, utilizzate per scavare il terreno e rompere le pietre. Probabilmente questi strumenti sono stati utilizzati per l'estrazione dell'argilla. Questi strumenti sono stati datati, in base allo stile in cui è stata lavorata la pietra, al Neolitico e all'Eneolitico, tra il IV e il III millennio a.C.. Se questa datazione è corretta, il geoglifo russo è ancora più antico delle linee di Nazca. Gli studiosi analizzeranno i pollini per individuare con più certezza il periodo storico al quale risalgono i geoglifi.
Per i siti megalitici degli Urali si comincia, pertanto, a parlare di una cultura megalitica. I complessi più spettacolari sono quelli dell'isola di Vera, nel lago di Turgoyak. Si tratta di un vero e proprio insieme di tumuli, gallerie e camere in cui compaiono sculture a bassorilievo. Sia gli utensili che le ceramiche ritrovate in questi siti megalitici risalgono ad un periodo compreso tra l'Eneolitico e l'Età del Ferro.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...