sabato 11 agosto 2018

Egitto, scoperte due sepolture del Medio Regno

Egitto, le pitture della camera sepolcrale di Baqet II
(Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione egiziano-australiana ha scoperto le camere sepolcrali di Rimushenty e di Baqet II, alti funzionari durante il Medio Regno. La scoperta è stata effettuata durante i lavori di manutenzione di una sepoltura nella necropoli di Beni Hassan, nel Governatorato di Minya. Non sono stati trovati sarcofagi e mummie nelle sepolture.
All'interno delle sepolture non sono stati trovati corredi funebri, probabilmente asportati dall'archeologo britannico Percy E. Newberry, che lavorò nella necropoli di Beni Hassan dal 1893 al 1900. Sui lati est ed ovest delle camere sepolcrali sono stati trovati dei contenitori in argilla.
La camera sepolcrale di Baqet II ha la stessa architettura di quella di Ramushenty, le pareti della prima sono dipinte e le pitture sono ben conservate. Sono state ritrovati, anche, nella camera sepolcrale di Baqet II, dei vasi d'argilla.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Turchia, rinvenute statue a Magnesia

Turchia, alcune delle statue rinvenute nello scavo della città di Magnesia
(Foto: AA)
Statue risalenti a circa duemila anni fa sono state scoperte tra le antiche rovine della città greca di Magnesia, nel distretto di Germencik, in Turchia. La Professoressa Orhan Bingol, che supervisiona gli scavi del sito sin dal 1984, ha affermato che si tratta delle statue di quattro donne e di un uomo, rinvenute tra le rovine di un tempio dedicato ad Artemide.
Le statue sono in buono stato di conservazione e sono state rinvenute a testa in giù. Sono, in totale, circa 50 le statue rinvenute tra le rovine della città di Magnesia. I primi scavi sul posto sono stati condotti tra il 1891 ed il 1893 da un team archeologico tedesco, che scavò il teatro, il tempio di Artemide, l'Agorà, il tempio di Zeus e il Pritaneo. Dopo un intervallo di quasi 100 anni, nel 1984, gli scavi sono stati ripresi dalla Professoressa Bingol.

Fonte:
dailysabah.com

Despotikos, l'isola delle meraviglie

Despotiko, l'area di scavo (Foto: greece.greekreporter.com)
Sono stati completati i lavori di scavo della stagione 2018 sull'isola disabilitata di Despotiko, nel Mar Egeo e gli archeologi parlano di scoperte eccezionali che possono dire di più sulla vita nell'antica Grecia.
Despotiko è una piccola isola a sudovest di Antiparos. Gli scavi sull'isola sono iniziati venti anni fa e continuano ancora oggi, restituendo inestimabili tesori archeologici. Quest'anno gli scavi sono stati condotti sotto la direzione dell'archeologo Yiannos Kouragios dell'Eforato delle Antichità delle Cicladi.
Finora i principali risultati sono stati il ritrovamento del Santuario di Apollo e degli edifici circostanti, tra i quali quelli contrassegnati come "Z" e "P" sono risultati particolarmente importanti per comprendere la topografia e l'organizzazione del Santuario arcaico. Quest'anno gli scavi si sono incentrati sulle aree intorno al Santuario e agli edifici "Z" e "P" ed i risultati sono molto interessanti per quanto riguarda la topografia del Santuario arcaico e la sua organizzazione.
Despotikos, una delle ceramiche trovate nel corso degli scavi(Foto: greece.greekreporter.com)
Nel corso del 2017 sono venuti alla luce 12 spazi che coprono una superficie di circa 180 metri quadrati. Quest'anno è stato parzialmente scavato un altro grande spazio delle dimensioni di 12 x 3 metri, che si ritiene sia un grande cortile. Durante gli scavi sono stati rinvenuti moltissimi reperti ceramici risalenti al periodo arcaico e classico: vasi, bacini, lampade, anfore. Sono stati rinvenuti anche oggetti metallici. Tutti i reperti si stima risalgano al VI secolo a.C.
Sotto le stanze rinvenute ad ovest è stato scoperto un edificio a due piani di forma rettangolare, con dimensioni visibili di 8 x 3,20 metri, risalente anch'esso al VI secolo a.C.. All'interno gli archeologi hanno trovato, nella posizione in cui erano stati lasciati, una griglia quadrangolare ed una pentola per la cottura dei cibi.
Despotikos, frammento di pithos con danzatrici(Foto: greece.greekreporter.com)
E' chiaro che non c'erano edifici sul sito, prima dell'edificazione del tempio arcaico, nella metà del VI secolo a.C.. A nordest del sito è stato rinvenuto un nuovo edificio, chiamato "edificio T" (dimensioni 7,80 x 7,45 metri) che si compone di due camere con ingressi indipendenti. Nel frattempo sono state completate le indagini sull'edificio "P", che ha una pianta rettangolare di 14 x 5 metri e si compone di 4 stanze. Anche in questo caso la costruzione è stata datata al VI secolo a.C., ma la fase principale del suo utilizzo deve essere attribuita al V secolo a.C.
Una particolare attenzione è stata posta, dai ricercatori, sul cosiddetto edificio "G", del quale sono state scavate sezioni immediatamente ad ovest, che hanno rivelato l'esistenza di un altro edificio, una costruzione precedente, chiamato edificio "Y", con un ingresso sul lato sud e le pareti di almeno un metro di spessore.
Quest'anno tra i reperti sono state rinvenute più di 15 lampade unitamente frammenti di vasi con incise delle iscrizioni, frammenti di anfore e crateri di colore rosso, vasi per l'uso quotidiano, bacini, ciotole, pentole e molti oggetti metallici (una lancia in bronzo, chiodi, ganci). Fra tutte le scoperte di quest'anno spiccano il frammento di testa di kouros arcaico, un frammento della caviglia della statua, due scarti di pithos con decori a rilievo con raffigurati un guerriero ed un movimento di danza.

Fonte:greece.greekreporter.com

Romania, scoperta un'antichissima cittadella

La cittadella vicino Santana, in Romania (Foto: aradon.ro)
Archeologi rumeni e tedeschi hanno scoperto, nel distretto di Arad, nella Romania occidentale, una cittadella che si estende per quasi 90 ettari e che si pensa risalga a 3400 anni fa (Età del Bronzo). Gli archeologi l'hanno soprannominata "la cittadella" (Cetatea Veche), si trova non lontano dalla città di Santana. I primi scavi in questa località vennero effettuati nel 2009, ma il team tedesco-rumeno ha intensificato le ricerche in questi ultimi due anni.
Il Professor Rudiger Krauser, dell'Università Goethe di Francoforte e il Professor Florin Gogaltan, dell'Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte dell'Accademia di Romania a Cluj-Napoca, sono venuti alla conclusione che la "cittadella" trovata vicino Santana sia stata costruita nel XIV secolo a.C..
"La cittadella di Santana è una delle più grandi fortificazioni costruite durante il XIV secolo a.C.. Il nostro scopo è di scoprire perché è stata costruita, i motivi per i quali era necessaria", ha dichiarato il Professor Krauser. Gli archeologi ritengono che questa cittadella sia più grande dell'antica Troia. "Troia aveva una superficie di 29 ettari, la cittadella di Santana è di almeno 89 ettari. - Ha spiegato il Professor Gogaltan. - Gli edifici di Troia erano costruiti in pietra, nella cittadella gli edifici erano costruiti in legno e argilla, segno di una civiltà più sviluppata che aveva adattato ai suoi bisogni i materiali da costruzione."

Fonte:
romania-insider.com

Bulgaria, trovata moneta bizantina a Rusokastro

La moneta rinvenuta nella fortezza di Rusokastro, in Bulgaria
(Foto: Museo Storico Regionale Bourgas)
Una moneta d'oro dell'epoca di Andronico II e Andronico III Paleologo (XIV secolo d.C.) è stata trovata durante gli scavi nei pressi della fortezza di Rusokastro, sulla costa meridionale della Bulgaria che affaccia sul Mar Nero.
La moneta è tagliata a metà. Su di un lato presenta l'immagine della Vergine con le mura e le torri di Costantinopoli e sull'altro lato reca l'effige di Gesù a coronamento di due imperatori bizantini. La moneta è stata scoperta durante l'esplorazione delle mura della fortezza occidentale di Rusokastro.
Rusokastro è la più grande fortezza medioevale della Bulgaria meridionale. Le sue dimensioni sono simili alle fortezze di Tsarevets, Trapezitsa, Cerven e Kaliarka. Le pareti si elevano per più di cinque metri. Rusokastro venne costruita in una posizione strategica con un sistema di fortificazioni abbastanza complesso, per renderla una punto di difesa inespugnabile ai confini con Bisanzio.

Fonte:
sofiaglobe.com

domenica 5 agosto 2018

Cipro, antichissime testimonianze a Pyla-Kokkinokremos

Cipro, un pithos rinvenuto intatto nello scavo a Pyla-Kokkinokremos
(Foto: Dipartimento delle Antichità di Cipro)
Il dipartimento delle antichità di Cipro ha condotto, congiuntamente agli archeologi dell'Università di Gand e di Lovanio, la quinta campagna di scavo a Pyla-Kokkinokremos.
Il sito di Pyla-Kokkinokremos rappresenta una parentesi nella storia della tarda Età del Bronzo a Cipro. Si pensa che il sito sia stato abbandonato nel XII secolo a.C.. Gli scavi precedenti suggeriscono che l'altopiano sia stato densamente popolato. Sono state messe in luce diverse stanze la cui caratteristica principale è la grande profondità del deposito: fino a 3 metri sul pendio dell'altopiano. Quel che è stato estratto da queste stanze porta a pensare che chi vi abitava sia andato via molto velocemente, probabilmente minacciato da un pericolo immediato.
In una delle stanze sono stati recuperati circa 100 pesi da telaio pronti per essere cotti, collocati in un recipiente deperibile, forse un cesto di forma ovale, come suggerisce la loro posizione sulla roccia. L'argilla con la quale sono modellati i pesi è in parte ancora malleabile. E' la prima volta che i ricercatori possono avere a disposizione argilla del XII secolo a.C. in notevoli quantità.
In un altro settore di scavo è tornato alla luce quel che sembra essere stata un'officina, a giudicare da un insieme di reperti, come 48 pezzi di minerale ordinatamente impilato all'interno di una superficie rettangolare a fianco di un pithos completo; un martello in pietra; un blocco di piombo di 2,5 chilogrammi di peso. Altrove sono stati trovati degli oggetti assemblati in bronzo, una falce, una punta di freccia ed orecchini, tutti in bronzo.
E' stato rinvenuto anche un mortaio in pietra ed una freccia di bronzo intenzionalmente deposta all'interno di una crepa di un pavimento.

Fonte:
tomosnews.gr

Toscana, trovati frammenti di affreschi di una villa romana

I frammenti di affreschi trovati in Toscana, nei pressi di San Gimignano
(Foto: ansa.it)
Frammenti di affreschi, databili tra il IV e il V secolo d.C., imitanti vere specchiature marmoree, sono stati rinvenuti a decorazione delle pareti di una delle stanze della villa romana di Aiano, nel territorio di San Gimignano (Siena). La scoperta è stata fatta nella 12ma campagna di scavo, conclusasi nei giorni scorsi e realizzata in collaborazione tra l'Università di Lovanio (Belgio) e il Comune di San Gimignano.
A partire dal 7 luglio, spiega il Comune, una trentina di studenti provenienti da diversi atenei belgi e italiani, sotto la direzione del Professor Marco Cavalieri, hanno operato sul sito archeologico "portando alla luce ulteriori 150 metri quadri della villa romana e recuperando nuovi dati utili alla ricomposizione storico-archeologica del sito e dell'intera Valdelsa tra tarda antichità ed alto medioevo". Si è anche proseguito con un secondo intervento di restauro al mosaico che decora la sala centrale della villa, in vista di una sua futura apertura al pubblico.

Fonte:
ansa.it

Abruzzo, emersa un'antica necropoli dei Frentani

Crecchio, uno degli elmi in bronzo trovati nella necropoli appena scoperta
(Foto: SAPAB Abruzzo)
A Crecchio, in provincia di Chieti, borgo medioevale abruzzese, è riemersa la più importante necropoli mai ritrovata tra quelle riferibili ai Frentani, antico popolo italico di lingua osca, che anticamente abitò l'attuale Abruzzo sudorientale e il basso Molise. Lo scavo è stato condotto dalla Soprintendenza archeologica Belle Arti e Paesaggio dell'Abruzzo, con il supporto della sede locale dell'Archeoclub d'Italia e dell'Amministrazione Comunale.
Gli archeologi hanno riportato alla luce 100 sepolture italiche databili ad un periodo compreso tra il VI e il IV secolo a.C., epoca, quest'ultima, a cui sono riferibili alcune delle più ricche deposizioni. Il ritrovamento è avvenuto in contrada S. Maria Cardetola, già in passato sede di ritrovamenti archeologici tra i quali quello di una statuetta raffigurante una dea madre e risalente al Paleolitico Superiore; di frammenti di ossidiana e selci lavorate; di una stele con iscrizione in lingua osca nonché di ceramiche e fondi di capanne dell'Età del Ferro. Gli scavi sono iniziati nell'autunno del 2015.
Abruzzo, vaso in bronzo dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Molti degli oggetti riportati alla luce appartengono ad un grande deposito votivo contenente, tra l'altro, vasellame a vernice nera, numerose statuine in terracotta raffiguranti animali, sacerdotesse e divinità femminili, lastre fittili raffiguranti un misterioso volto femminile affiancato da una fiaccola, a testimonianza di un antico culto italico probabilmente riferibile ad una dea della terra, forse Kerres o Kardea, che nel II secolo a.C. i Frentani veneravano sotto i tipici attributi iconografici greci delle dee Demetra e Persefone.
Tra i reperti di eccezionale valore ci sono due elmi in bronzo, uno di tipo Montefortino e uno di tipo Negau, il primo dei quali è ben conservato. E' stata ritrovata anche, in una sepoltura, una singolare fascia di bronzo che si allargava sulla fronte del defunto a formare una falera circolare. Si tratta di un rinvenimento unico nel suo genere, finora senza confronti in Abruzzo o nelle regioni vicine, segno dell'alto ruolo sociale del defunto, forse un magistrato o un sacerdote.
Vaso in ceramica a figure nere dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Alcune tombe maschili hanno restituito elementi più rari che evidenziano l'evoluzione della tecnica militare in Italia durante e dopo le guerre sannitiche: punte di giavellotto strette e lunghe che sembrano richiamare il pilum romano o il saunion dei Sanniti, due spade corte antesignane, forse, del gladium romano. Sempre nei corredi maschili erano presenti otto preziosi cinturoni in bronzo, elemento di identificazione etnica e di piena cittadinanza che i guerrieri sannitici portavano con orgoglio. Ben tre cinturoni appartengono ad infanti, un tipo di rinvenimento eccezionale, considerato che in tutta Italia non si conoscono più di 15 cinturoni infantili.
La tradizione del banchetto è testimoniata dalla presenza di set completi per la cottura della carne, comprendenti coltelli, spiedi di varia dimensione e alari. Interessante è la documentazione sul consumo del vino, testimoniata attraverso la deposizione di coppe e, più raramente, di grandi olle con attingitoi, posti all'interno delle sepolture e destinati alla mescita del vino. Alla degustazione di quest'ultimo è legata anche la presenza di rarissimi colini in bronzo utilizzati per passare un vino sicuramente più pastoso di quello che conosciamo oggi, e delle grattuge usate per aromatizzare il vino con spezie e formaggi.
Sepoltura maschile con elmo e cinturone dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Numerosi sono i vasi in bronzo, quali i calderoni ed una rara patera con gancio ad omega, connessi ad usi raffinati della tavola e forse preziosi elementi importati dalla Magna Grecia o dal Tirreno, così come di importazione sono numerosi vasi in ceramica depurata e dipinta che trovano interessanti confronti con la Daunia.
L'abbinamento di sepolture ad incinerazione, pratica quasi sconosciuta tra gli Italici in Abruzzo, con simboli stranieri come lo strigile greco, potrebbe dimostrare l'arrivo in quest'area di nuove ideologie eroiche ed atletiche, a testimonianza di importanti cambiamenti culturali avvenuti dopo le guerre sannitiche con l'aprirsi di questi territori al mondo mediterraneo. A tal proposito di particolare interesse è il rinvenimento di tre tombe a camera con preziosi corredi e dromos discendente, come in tanti altri ipogei nel resto del Mediterraneo ellenistico, dalla Puglia al Medio Oriente.
Numerose le sepolture femminili trovate a Crecchio, caratterizzate da preziosi corredi contenenti fibule in ferro o in bronzo poste sulle spalle della defunta, dalle quali pendono preziosi oggetti di importazione. Tra gli altri oggetti spiccano i pendenti in bronzo di varia forma, ambra gialla e rossa proveniente dal Baltico, dischi in avorio provenienti dal Nord Africa, collane e stole di perle in pasta vitrea blu di chiara produzione punica e, soprattutto, in una sepoltura è stato ritrovato un grosso e raro passante fenicio del tipo a maschera virile. Altre sepolture femminili hanno restituito rare decorazioni in oro, probabilmente cucite su fasce di stoffa e numerose fibule in argento forse di provenienza tarantina.
Le tombe finora rinvenute erano collocate ad una profondità variabile da uno a quattro metri, riempite di pietre e terreno per un peso che, in alcuni casi, arrivava ad una tonnellata. Fortunatamente non erano state precedentemente individuate dai tombaroli.

Fonti:
famedisud.it
rete8.it

Calabria, trovata una domus romana

Calabria, particolare dell'area residenziale della domus di Bisignano
(Foto: SABAP Cs-Cz-Kr)
La valle del Crati, in provincia di Cosenza, è stata da sempre un crocevia di popoli provenienti dal mar Jonio e dal Tirreno. La storia qui è iniziata già nell'Età del Bronzo ed è ancora quasi sconosciuta e inesplorata. A Bisignano, in località Squarcio, nei pressi del fiume Crati, sono riemersi i resti di una domus romana.
La villa presenta tracce di frequentazione a partire dall'età repubblicana fino a quella imperiale (II secolo a.C. - II secolo d.C.). Finora è stato possibile riconoscere quattro ambienti pertinenti al settore residenziale, con pareti dipinte in rosso pompeiano. Sono state rilevate anche strutture relative ad un settore produttivo, tra le quali un vano pavimentato in opus spicatum, destinato probabilmente alla lavorazione delle olive, come si può dedurre dai resti di un torchio.
I materiali sinora ritrovati fanno pensare alla presenza di ulteriori ambienti produttivi. Si tratta di macine in pietra lavica per la lavorazione dei cereali e resti di ceramica ipercotta. Ma la domus era sicuramente dotata di ambienti residenziali di pregio, visto il ritrovamento di laterizi per suspensurae, utilizzati nella costruzione di ambienti termali o altri ambienti che necessitavano di un riscaldamento.
Sono stati rinvenuti anche una pisside in ceramica a vernice nera, risalente al II-I secolo a.C., un orlo di coppa in terra sigillata italica (I secolo a.C.), frammenti di ceramica a pareti sottili (I secolo d.C.) prodotta in area vesuviana e ceramica in terra sigillata proveniente dal nord Africa (II-III secolo d.C.).
Negli anni di massimo splendore dell'impero romano, da Bisignano passava l'importante via Annia Popilia. La zona dove sono stati effettuati i recenti ritrovamenti dista pochi chilometri dal noto Cozzo Rotondo, la collina dalla forma anomala che si dice sia la tomba del re Alarico e che contenga il suo inestimabile tesoro. Cozzo Rotondo è il più grande tumulo tra quelli rinvenuti in Italia.

Fonti:
famedisud.it
corrieredellacalabria.it

Saqqara, la maschera funeraria "metallica" del sacerdote

Saqqara, la maschera funeraria del secondo sacerdote di Mut
(Foto: Ramadan B. Hussein)
I ricercatori dell'Università di Tubinga hanno scoperto una maschera dorata sulla mummia di un sacerdote sepolto a Saqqara, in Egitto. Risale al perito saitico-persiano (664-404 a.C.).
Il capo del team tedesco-egiziano, Dott. Ramadan Badry Hussein, ha detto che la maschera è stata trovata in un vasto complesso sepolcrale indagato dagli archeologi nel 2016. L'esame al microscopio condotto presso il Museo Egizio del Cairo indica che la maschera è stata realizzata in argento, gli occhi sono in calcite, ossidiana e una pietra nera che potrebbe essere onice.
"Il ritrovamento di questa maschera è sensazionale", ha detto Hussein. "Si sono conservate fino ai nostri giorni pochissime maschere in metallo prezioso, poiché le sepolture dei dignitari egizi furono saccheggiate fin dall'antichità". La maschera è stata rinvenuta sul volto di una mummia deposta in una bara lignea gravemente danneggiata. La bara era intonacata e dipinta con l'immagine della dea Nut e con il nome ed i titoli del proprietario della maschera. Questi era il secondo sacerdote di Mut e il sacerdote della dea Niut-shaes, una manifestazione della dea Mut in forma di serpente. L'uomo è vissuto durante la XXVI Dinastia.
Saqqara, il sarcofago del secondo sacerdote di Mut
(Foto: Ramadan B. Hussein)
"Le maschere funerarie egizie in oro e argento sono straordinariamente rare", ha affermato il Professor Christian Leitz, egittologo capo dell'Università di Tubinga. "Conosciamo solo due ritrovamenti paragonabili all'attuale e provenienti da sepolture private, il più recente dei quali risale al 1939". Anche nelle sepolture reali sono state rinvenute poche maschere in metalli preziosi. La maggior parte di questi oggetti, infatti, sono state rubate dai tombaroli nell'antichità e probabilmente sono stati fusi.
Il complesso sepolcrale dove hanno lavorato i ricercatori dell'Università di Tubinga è costituito da numerose tombe, alcune delle quali si trovano a più di 30 metri di profondità. Al di sopra di uno dei corridoi principali gli archeologi hanno riconosciuto i resti di un edificio a pianta rettangolare in mattoni di fango e blocchi irregolari di pietra calcarea. Probabilmente si tratta di un laboratorio per la mummificazione. All'interno del perimetro dell'edificio sono stati rinvenuti due bacini che si pensa siano stati utilizzati per asciugare i corpi cosparsi di natron e prepararli ad essere avvolti nelle bende di lino. In una camera sotterranea sono stati rinvenuti vasi, ciotole ed alcuni altri contenitori con inscritti i nomi di oli e di altre sostanze utilizzate nel processo di mummificazione.
Il laboratorio di mummificazione conteneva anche una sorta di sepoltura comune comprendente diverse camere funerarie scavate nella roccia ad una profondità di 30 metri dalla superficie. Molte di queste camere funerarie sono state trovate intatte ed hanno restituito non solo mummie e sarcofaghi ma anche un gran numero di statuette shawabti e di vasi canopi.

Fonte:
heritagedaily.com

sabato 4 agosto 2018

Norvegia, le prime tracce di salmonella in Europa

Ricostruzione del volto della ragazza morta
per salmonella (Laboratorio della John
Moores University a Liverpool)
Una ricerca sul genoma condotta dall'Università di Warwick suggerisce che la febbre enterica, malattia potenzialmente letale che è molto comune nei paesi a clima caldo, era già presente nell'Europa medioevale.
La salmonella Paratyphi C provoca la febbre enterica, un'infezione pericolosa che è stata rilevata su uno scheletro umano risalente ad 800 anni fa, scoperto a Trondheim, in Norvegia. I ricercatori stanno studiando l'evoluzione di questa malattia che potrebbe essere legata alla domesticazione dei maiali nel nord Europa. La ricerca è condotta da un team internazionale guidato dal Professor Mark Achtman, della facoltà di medicina dell'Università di Warwick.
Il Professor Achtman ed il suo team hanno analizzato il Dna batterico trovato nei denti e nelle ossa dello scheletro di una giovane donna che è emigrata a Trondheim dalle aree più settentrionali della Scandinavia o della Russia nordoccidentale per morire ad un'età compresa tra i 19 ed i 24 anni. Gli scienziati hanno ricostruito un genoma della salmonella Paratyphi C, che provoca febbre enterica nelle aree dove è possibile riscontrare scarsa igiene e mancanza di acqua potabile. La giovane norvegese è morta proprio a causa di questa malattia.
E' la prima volta che si è trovata traccia di salmonella in antichi resti umani in Europa.

Fonte:
sciencedaily.com

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...