sabato 20 ottobre 2018

Tracce di insediamento celtico in Svizzera

Svizzera, spilla in bronzo e frammento di ceramica trovati negli scavi ad
Egolzwil (Foto: Kanton Luzern)
Gli archeologi che stanno lavorando nel cantone svizzero di Lucerna hanno scoperto un raro insediamento celtico nella città di Egolzwil, a circa 35 chilometri da Lucerna. Si tratta di una scoperta molto importante.
Il fatto che i Celti vivessero, un tempo, nell'attuale cantone di Lucerna era conosciuto agli studiosi, poiché sono stati trovati dei resti sacrificali là dove un tempo sorgeva un lago. Questa nuova scoperta, però, è eccezionale poiché è la prima traccia di insediamento trovata finora e può gettare finalmente luce sulla storia dei Celti della zona.
Nello scavo sono stati portati alla luce frammenti di ceramica, resti di abitazioni bruciate ed ossa di animali. Si pensa che una spilla in bronzo, anch'essa trovata negli stessi scavi, fosse stata utilizzata, un tempo, per mantenere insieme mantelli o pastrani. Secondo gli archeologi l'insediamento risale al I secolo a.C.

Fonte:
swissinfo.ch

Il misterioso miltos

Miltos del XVI secolo (e) e un campione di controllo di ossido giallo (b)
analizzati dagli scienziati (Foto: E. Photos-Jones)
Scrittori greci e romani parlano di una sostanza chiamata miltos che aveva proprietà sia decorative che medicinali ed era utilizzata nella riparazione delle imbarcazioni. I ricercatori stanno lavorando per scoprire cosa sia questa sostanza e come è composta.
Il miltos pare fosse una sostanza di origine minerale, una polvere che aveva proprietà eccezionali. Secondo scrittori quali Teofrasto, Dioscoride e Plinio, il miltos era rosso, aveva grana fine ed era composto principalmente da ossido di ferro. L'uso del miltos è attestato in tavolette di argilla micenee scritte in lineare B, risalenti al II millennio a.C.
Ampia era la gamma di applicazioni del miltos: era impiegato come pigmento, come cosmetico, nelle riparazioni navali, in agricoltura e in medicina. Proprio questa diversità di impieghi ha incuriosito gli scienziati dell'Università di Glasgow, in Scozia, guidati da Effie Photos-Jones.
Secondo i testi antichi il miltos, a differenza di altri tipi di minerale, si poteva reperire solo in poche località del mondo greco-romano: Kea, nelle Cicladi; Lemno, nell'Egeo nordorientale; la regione della Cappadocia in Turchia. Si tratta, dunque, di quella particolare sostanza rossa, granulosa, che è stata trovata presso i siti minerari.
I ricercatori hanno, dunque esaminato i campioni di miltos là dove sono stati comunemente ritrovati. Il miltos contiene un'elevata percentuale di ossido di ferro, visto il suo caratteristico colore, ma i ricercatori erano curiosi di conoscere anche quali altri minerali lo componevano. Hanno, pertanto, analizzato cinque campioni di miltos: quattro provenienti da Kea ed uno da Lemno, raccolti tra il XVI ed il XVII secolo ed attualmente custoditi nel Museo della Farmacia dell'Università di Basilea, in Svizzera. Non è stato possibile reperire nessun campione di miltos dalla Turchia.
I campioni della sostanza sono stati sottoposti a numerosi test, tra i quali raggi x a diffrazioni, analisi geochimiche, un'analisi che permette di sondare la struttura delle nanoparticelle, il sequenziamento del Dna per individuare componenti microbiologiche ed anche test anti-microbici. Ovviamente non vi è la certezza assoluta che i campioni analizzati siano esattamente uguali, nella composizione, al miltos utilizzato dai greci e dai romani duemila anni fa. L'analisi ha innanzitutto dimostrato che i campioni hanno componenti diversi a seconda della provenienza. Il miltos proveniente da Kea, per esempio, ha livelli di piombo "eccezionalmente alti", il che spiegherebbe un'iscrizione greca del 360 a.C. che stabiliva che il miltos di Kea doveva essere venduto solo alla città di Atene, visto il suo valore non solo decorativo ma anche utile nella riparazione delle imbarcazioni. La polvere, infatti, una volta mescolata in un materiale biologico, acquisterebbe proprietà antincrostazione, impedendo la crescita di colonie batteriche sugli scavi delle navi. Un altro campione, sempre proveniente da Kea, contiene alti valori di zinco, arsenico e rame, che lo rendevano un ideale ingrediente per proteggere le imbarcazioni dall'attacco di biocidi.
Nella letteratura greca come in quella romana si fa spesso riferimento all'utilizzo del miltos nelle aziende agricole. Gli usi sono diversi ma per la maggior parte sono indirizzati a scongiurare le malattie delle piante. Talvolta il miltos era applicato direttamente alle radici degli alberi come fertilizzante e le analisi moderne hanno confermato le proprietà della misteriosa polvere.
Anche se l'esistenza dei batteri era del tutto sconosciuta nel mondo classico, ci sono diversi riferimenti all'uso del miltos nel trattamento di malattie o ferite, un uso che rende questa sostanza simile ad un antibatterico. Nel campione di miltos proveniente da Lemno, per esempio, sono state trovate tracce di biossido di titanio, un noto composto antibatterico. Per converso il miltos contenente alte percentuali di piombo non era particolarmente efficace, poiché questo minerale è molto tossico. Altri campioni sono stati testati e trovati efficaci contro i batteri Gram-positivi e Gram-negativi. Questo non fa che confermare quanto è stato tramandato dagli antichi scrittori, vale a dire che non tutti i miltos erano uguali.
Lo scrittore antico Teofrasto, nei suoi scritti, parla anche di una sorta di miltos artificiale, ottenuto riscaldando ocra gialla fino a quando questa non acquista un colore rosso. Ma il risultato è un materiale di scarsa utilizzazione. Probabilmente questo falso miltos era utilizzato come pigmento.

Fonte
cosmomagazine.com

giovedì 18 ottobre 2018

La palestra di Eretria

Eretria, la palestra appena scoperta (Foto: iefimerida)
Nella località di Eretria, sull'isola di Eubea, in Grecia, è stato scoperto un nuovo edificio pubblico dalla Swiss School of Archaeology, sotto la supervisione dell'Eforato per le antichità di Evia, con a capo Angeliki Simosi.
Il sito è stato scoperto nel 1917 dall'archeologo greco Constantine Kourouniotis, ma è stato necessario un secolo per avviare i primi scavi diretti a riportare alla luce l'antico edificio che si pensa essere stato una palestra, che può fornire utili informazioni sull'attività sportiva nell'antica Grecia.
Nella parte nordoccidentale della palestra era presente un santuario dedicato ad Ilizia, dea greca del parto e dell'ostetricia in genere. Nel 1917 Kourouniotis aveva scoperto, nella stessa zona, una sorgente d'acqua con un centinaio di tazze in ceramica risalenti al III secolo a.C.
Eretria, tazze in ceramica rinvenute nel 1917 accanto ad una sorgente (Foto: greece.greekreporter.com)

Fonte:
greece.greekreporter.com

Bulgaria, scoperte sull'isola di San Giovanni

L'iscrizione su pietra recante un decreto della città di Apollonia Pontica sulle
relazioni esistenti tra i cittadini di questa colonia e quelli di Eraclea Pontica
(Foto: Archaeology in Bulgaria)
Un raro e antico documento, un decreto dell'Assemblea dell'antica colonia greca di Apollonia Pontica, è stato scoperto negli scavi sull'isola di San Giovanni in Bulgaria. Questo documento fornisce notizie di prima mano sui legami intercorrenti tra la città di Apollonia Pontica ed altre antiche colonie greche che popolavano, un tempo, l'attuale Turchia. L'isola di San Giovanni fa parte del territorio della città di Sozopol, nota per il suo patrimonio archeologico, storico e culturale.
L'isola è conosciuta soprattutto per la scoperta delle reliquie di Giovanni Battista, fatta nel 2010 dalla Professoressa Kazimir Popkonstantinov. Nel 2015, inoltre, è stata trovata una tomba che, con tutta probabilità, conteneva i resti del fondatore del monastero di San Giovanni, un monaco siriano che aveva portato le reliquie di Giovanni Battista fino nell'attuale Bulgaria.
L'isola di San Giovanni si trova a circa 900 metri dalla terraferma. Il decreto dell'Assemblea di Apollonia Pontica, risalente al III secolo a.C., è stato scoperto durante gli scavi di quest'anno, tra le rovine del monastero paleocristiano e bizantino dedicato a San Giovanni Battista. Il decreto è stato inciso su una lastra di marmo portata dalla terraferma sull'isola. Probabilmente si trovava, prima, all'interno di un santuario pagano e venne riutilizzato nella costruzione del monastero nel medioevo.
Bulgaria, l'isola di San Giovanni (Foto: Wikipedia)
La maggior parte dei documenti di Apollonia Pontica erano trascritti su papiri e conservati negli archivi della città. Solo i decreti che concedevano la cittadinanza onoraria e i privilegi alle persone che avevano contribuito al bene della città erano iscritti su marmo. Queste iscrizioni venivano solitamente collocate nei santuari o nelle piazze delle città, in modo da essere letti da tutti.
Secondo l'epigrafista Sharankov, il decreto recentemente scoperto è ancora più prezioso in quanto getta luce sulle relazioni dell'antica Apollonia Pontica con un'altra città del Mar Nero, chiamata Eraclea Pontica, attualmente conosciuta come Karadeniz Eregli, nella parte asiatica della Turchia. Il decreto enumera i contribuiti dati dai cittadini di Eraclea per il benessere della città di Apollonia Pontica e propone di attribuire ai primi i più alti onori. L'elenco dei riconoscimenti e dei privilegi, purtroppo, sono per la maggior parte andati perduti.
I cittadini di Eraclea Pontica sono diventati rappresentanti onorari della propria città ad Apollonia Pontica, hanno visto riconosciuto il diritto di acquistare proprietà immobiliari e ad intrattenere scambi senza l'aggravio di tasse ed imposte, di non aspettare il loro turno nelle questioni giudiziarie, potevano avere un posto in prima fila al teatro e così via. Una copia di questo importante decreto era inviato nella città natale di Eraclea Pontica.
L'iscrizione appena scoperta reca anche la prova che doveva esistere, sull'isola di San Giovanni, un grande santuario pagano eretto molto tempo prima della costruzione della chiesa e del monastero cristiano. Questo tempio era, molto probabilmente, dedicato ad Apollo, la principale divinità protettrice di Apollonia Pontica (attuale Sozopol).

Fonte:
arcaheologyinbulgaria.com

sabato 13 ottobre 2018

Lugnano in Teverina, la tomba della bambina

Lugnano in Teverina, la sepoltura della bambina appena scoperta
(Foto: umbria24.it)
Custodisce i resti di una bambina di 10 anni la tomba rinvenuta nell'area archeologica di Poggio Gramignano a Lugnano in Teverina. La tomba presenta al suo interno il corpo della bambina con la bocca aperta e una pietra collocata nel suo interno.
Il rinvenimento è avvenuto durante la campagna di scavi nello scorso luglio ad opera di una equipe di archeologi statunitensi guidata da David Soren, dell'Università dell'Arizona, che per primo scoprì la necropoli dei bambini. Le operazioni sono state condotte da ricercatori della Yale e della Stanford University, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria e il Comune di Lugnano in Teverina.
Secondo gli esperti, rende noto l'amministrazione, la presenza della pietra nella cavità orale della bambina farebbe ricondurre ad un rito legato presumibilmente all'epidemia di malaria che infestò, alla metà del V secolo d.C., l'area dove oggi sorge Lugnano. Una tesi che si riallaccia a quella che vuole la desistenza nell'avanzare di Attila che durante la sua campagna di conquista verso Roma si imbatté proprio nella presenza della malaria. A questo sarebbe dovuta la sua decisione di non avanzare oltre.
A Poggio Gramignano gli archeologi scavano da tre anni sui resti di un'antica villa di epoca romana, riportata alla luce proprio dall'Università dell'Arizona dal 1988 al 1993. Alcuni ambienti furono riutilizzati alla metà del V secolo d.C. come cimitero di bambini, dove sono stati trovati i resti di 47 infanti, molti dei quali morti a causa di un ceppo di malaria. Il plasmodium falciparum provocò numerosi decessi in poco tempo.
Oltre ai materiali fittili e ceramici e ai resti delle strutture murarie crollate, gli strati scavati dal 2016 ad oggi hanno restituito un'abbondante presenza di ossa animali. L'analisi preliminare di questi reperti mostra una popolazione animale composta in ampia misura da animali domestici, allevati per la carne, specialmente il maiale e il pollo, e individui giovani o quasi adulti. Sembra interessante la presenza di resti di cani fra cui risultano ossa di cucciolo, forse correlati in qualche modo alle sepolture rinvenute nei precedenti scavi archeologici.
Fonti:
umbria24.it
terninrete.it
umbriaon.it

Gerusalemme anche 2000 anni fa era chiamata Yerushalayim

Gerusalemme, la stele con la scritta Yerushalayim in antico ebraico
(Foto: il Foglio)
I ricercatori affermano di aver trovato il primo riferimento noto alla città di Gerusalemme, scritto in un ebraico uguale a quello attualmente utilizzato, su una stele di 2000 anni fa rinvenuta in Israele. Il reperto è stato rinvenuto da alcuni operai che stavano lavorando alla costruzione di una strada vicino Binyanei Ha'Uma.
Sulla stele è inciso: "Hananiah figlio di Dodalos di Yerushalayim". Si pensa che questa stele fosse eretta come parte di un edificio in un villaggio di vasai. In ebraico antico il nome di Gerusalemme è riportato solitamente come Shalem. Sulla stele, invece, si legge "Yerushalayim". Non è stato trovato alcun riferimento simile precedentemente. L'unico riferimento a "Yerushalayim" è stato rinvenuto su una moneta.
"Le iscrizioni risalenti al primo e secondo Tempio che recano la menzione di Gerusalemme sono abbastanza rare", ha detto Yuval Baruch, archeologo della Israel Antiquities Authority. "Ma unica è l'ortografia completa del nome della città come lo conosciamo oggi, che appare di solito nella versione abbreviata".
Danit Levy, che ha guidato lo scavo, ha affermato che l'area era popolare, al tempo del regno di Erode il Grande, per i suoi laboratori di ceramica ed i forni per la cottura del vasellame. Il riferimento a Dudolos, trovato sulla stele, potrebbe essere un omaggio ad un artista greco.

Fonte:
upi.com

Egitto, la tomba di Kaires, amico unico del faraone

Egitto, la statuetta del sacerdote Kaires da Abusir
(Foto: Istituto Ceco di Egittologia)
In Egitto, accanto alla piramide di Abusir, sono stati scoperti i resti di una tomba appartenente all' "amico unico" di un faraone. All'interno sono stati trovati i resti di una piccola cappella e la sepoltura vera e propria. Quest'ultima è stata visitata dai ladri già in tempi antichi, tuttavia gli archeologi hanno trovato i resti di una statua con iscrizioni che fanno riferimento ad un sacerdote di nome Kaires, che era "l'amico unico del faraone" e il "custode del segreto della casa".
Gli archeologi non sono ancora sicuri riguardo al nome del faraone a cui le scritte fanno riferimento. Ci sono degli indizi: il complesso sepolcrale era nei pressi di una piramide appartenente al faraone Neferirkara (2446-2438 a.C.); i titoli reali incisi sulla statua riportano che Kaires era "ispettore dei sacerdoti che servono nei complessi delle piramidi" di Userkhau e del suo predecessore Sahure.
La statua riporta anche altri importanti titoli attribuiti a Kaires: "sorvegliante di tutte le opere del faraone" e "il più importante della casa della vita", che era una sorta di biblioteca nella quale venivano custoditi i papiri contenenti notizie sulle materie più disparate.
Kaires doveva godere di un'alta considerazione, a giudicare dalla sua sepoltura, piuttosto elaborata. Venne sepolto, infatti, in un luogo riservato esclusivamente ai membri della famiglia reale ed ai più alti dignitari di stato. La sua cappella presenta blocchi di basalto, una cosa piuttosto insolita, visto che solo i faraoni erano autorizzati ad utilizzare il basalto nella costruzione delle loro sepolture.
Anche se nella tomba di Kaires è stato rinvenuto il suo sarcofago, la mummia non è stata ancora trovata. Gli scavi sono, tuttavia, in corso. Ad operare sul sito è una missione dell'Istituto Ceco di Egittologia della Charles University di Praga, guidati da Miroslav Barta, professore presso lo stesso Istituto.

Fonte:
livescience.com

Bulgaria, scoperta chiesa con affreschi del XIII secolo

Bulgaria, frammento di un affresco della nuova chiesa scoperta nella
fortezza di Trapesitsa (Foto: Yantra Dnes Daily)
E' stata scoperta, nella fortezza di Trapesitsa, una delle cittadelle della medioevale Tarnovgrad (odierna Veliko Tarnovo), in Bulgaria, una chiesa risalente al XIII secolo contenente resti di affreschi raffiguranti il Cristo. Si tratta della ventitreesima chiesa medioevale scoperta sulla collina fortificata di Trapesitsa.
Questo edificio religioso è unico per una serie di motivi tra i quali il fatto che gli affreschi superstiti rappresentano figure umane, oltre all'immagine del Cristo Pantocratore. Si tratta dei primi affreschi medioevali rinvenuti a Trapesitsa. La chiesa è adiacente, dalla parte interna, alle mura della fortezza.
La fortezza di Trapesitsa è stata una delle due principali cittadelle, con la fortezza di Tsarevets, della cittadina medioevale di Tarnovgrad, capitale del secondo impero bulgaro (1185-1396/1422), fino alla conquista degli Ottomani nel 1393. Di queste due cittadelle, la più studiata è la fortezza di Tsarevets, in parte restaurata tra il 1930 e il 1980 ed attualmente tappa di molti tour turistici. La maggior parte della fortezza di Trapesitsa, invece, deve essere ancora studiata dagli archeologi.
La nuova chiesa è stata scoperta da un gruppo di ricercatori guidati dal Professor Konstantin Totev, dell'Istituto Nazionale di Veliko Tarnovo e del Museo di Sofia. Si trova nei pressi del muro occidentale della fortezza, accanto a quella che un tempo era una torre o un bastione ancora in corso di scavo. I frammenti superstiti degli affreschi che ricoprivano le pareti della chiesa risalgono al XIII secolo, quando l'edificio venne eretto, e sono stati attribuiti alla scuola di pittura medioevale di Tarnovo. Si tratta, a detta degli archeologi degli affreschi più belli e raffinati finora scoperti nella fortezza.
La chiesa è larga 4 metri e lunga dieci ed è stata scoperta durante gli scavi di una sezione di terreno di 40 metri lungo la parete occidentale della fortezza. All'inizio gli archeologi hanno incontrato sepolture e macerie edilizie, in un secondo tempo sono state portate alla luce le fondamenta dell'edificio religioso. Secondo gli archeologi quella appena rinvenuta doveva essere una parrocchia che serviva commercianti e artigiani del vicino quartiere. 

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Giordania, scoperto un antico villaggio preistorico

Giordania, resti di un contenitore in argilla trovati negli scavi di
Munqata'a (Foto: Università Jagellonica di Cracovia)
Gli archeologi dell'Università di Cracovia hanno scoperto un insediamento neolitico nel sud della Giordania. La scoperta è stata fatta in una parte montagnosa del territorio giordano mai esplorato prima. Si tratta di Munqata'a, l'insediamento più orientale associato al tardo Neolitico finora rinvenuto. Il responsabile della spedizione è il Professor Piotr Kolodziejczyk.
L'insediamento presenta dei muri in pietra che circondavano un edificio di una certa importanza, forse un tempio o la casa di qualcuno molto in vista nella comunità dell'epoca. Intorno alle mura gli archeologi hanno trovato molti manufatti quali smerigliatrici, punte di freccia, un'enorme quantità di ceramica come vasi utilizzati, con tutta probabilità, per lo stoccaggio delle merci.
Il luogo del ritrovamento si trova in una regione montagnosa di non facile accesso. La discesa a valle è garantita solamente da un ripido sentiero, che è stato quello che hanno dovuto percorrere gli archeologi per trasportare attrezzature, cibo e rifornimenti idrici. A valle si ritiene che si sia sviluppata, un tempo, una fiorente pastorizia.
Gli archeologi polacchi stanno conducendo dal 2017 ricerche sia presso Munqata'a che presso un altro sito, Faysaiyya, nel deserto vicino Shawbak, dove esisteva un insediamento ed un centro economico. Sono stati trovati muri in pietra, degli ambienti e altre strutture risalenti all'Età del Rame (Calcolitico).

Fonte:
scienceinpoland.pap.pl

Akrotiri, importanti scoperte sull'antica civiltà cicladica

Akrotiri, il piccolo santuario in argilla contenente una statuetta femminile
appena ritrovato (Foto: greece.greekreporter.com)
Le ricerche in corso ad Akrotiri, sull'isola di Santorini, stanno lentamente rivelando un luogo deputato allo svolgimento di rituali religiosi, un importante edificio pubblico con affreschi e decorazioni al confine meridionale dell'insediamento.
Secondo gli archeologi, i reperti rinvenuti sono sicuramente da collegarsi alle convinzioni religiose dell'antica società che abitava Thera - il nome ufficiale di Santorini - e pongono domande sul tipo di culto che veniva praticato e sulla religione che veniva seguita da questa popolazione dell'Egeo preistorico.
Secondo un comunicato del Ministero della Cultura, durante gli scavi di Akrotiri, diretti dal Professore Emerito Christos Doumas, all'interno di un importante edificio pubblico conosciuto con il nome di "Casa di Thrania", dove nel 1999 è stata rinvenuta una statuetta d'oro raffigurante una capra, ora al Museo preistorico di Thera, è stata trovata un'urna di argilla accanto ad una serie di corna. Sono state trovate anche una serie di piccole anfore e piccoli santuari rettangolari in argilla.
Una volta ripulito, uno dei santuari in argilla, ha rivelato una figurina femminile in marmo, protocicladica, disposta diagonalmente nella parte inferiore del santuario. Del gruppo di santuari in argilla trovati nell'angolo sudest del sito, tre sono stati completamente recuperati, insieme a vasi in argilla e vasi in marmo precicladici e ad un vaso in alabastro.
Akrotiri, i piccoli santuari di argilla rinvenuti nel sito (Foto: greece.greekreporter.com)


Fonte:
greece.greekreporter.com

sabato 6 ottobre 2018

Giordania, scoperta una straordinaria sepoltura

Giordania, affresco raffigurante il sito di Capitolias con Dioniso e altre
divinità (Foto: Julien Aliquot/HiSoMA 2018)
E' stata portata alla luce, nel nord della Giordania, una tomba dipinta di epoca romana. Un documento straordinario dei riti religiosi, della politica e della storia sociale che è stato esaminato da tre storici ed epigrafisti che stanno cercando di darne una spiegazione ed un'interpretazione.
La tomba dipinta, che si trova nell'antica città di Capitolias, fondata alla fine del I secolo a.C., è stata scoperta grazie a dei lavori stradali. Si compone di due camere funerarie e contiene un sarcofago di basalto molto grande. E' in ottimo stato di conservazione, anche se porta i segni della visita di tombaroli. E' parte di una necropoli situata ad est di un imponente teatro recentemente portato alla luce.
Giordania, affresco raffigurante Zeus tra le Fortune di Capitolias e di
Cesarea Marittima 
(Foto: Julien Aliquot/HiSoMA 2018)
Capitolias era una città facente parte della Decapoli, una regione che raggruppava città ellenizzate nella zona sudorientale del Vicino Oriente, tra Damasco ed Amman. Molte sono le cose notevoli in questa sepoltura di 52 mq di superficie, a cominciare dal numero impressionante di figure: quasi 260, tra le quali dèi, esseri umani e animali, dipinti sulle pareti della camera più grande. Altre sepolture romane della Decapoli presentano sontuose decorazioni a tema mitologico, ma nessuna di loro può essere paragonata alla scoperta attuale. Qui le figure compongono una narrazione disposta su entrambi i lati di un affresco centrale, rappresentante un sacrificio offerto da un officiante alle divinità tutelari di Capitolias e Cesarea Marittima, il capoluogo di provincia della Giudea.
Chi ha avuto la fortuna di entrare per primo nella tomba ha potuto vedere un vero e proprio banchetto di divinità sdraiate su triclini e un susseguirsi di vivande portate da esseri umani. A sinistra dell'ingresso un secondo affresco con un paesaggio campestre con contadini impegnati a lavorare la terra con l'aiuto di buoi, scene di raccolta di frutta e di vigne. Un altro pannello affrescato ritrae boscaioli che stanno abbattendo diverse specie di alberi aiutati dagli dèi. Si tratta di un soggetto molto raro nell'arte greco-romana.
Giordania, affresco raffigurante due scalpellini all'opera(Foto: Julien Aliquot/HiSoMA 2018)
Non meno rara, a destra dell'ingresso, è un grande affresco che illustra la costruzione di un bastione, con architetti ed operai che lavorano fianco a fianco, trasportando materiali a dorso di cammeli o asini, affiancati da tagliatori di pietra e muratori. Questa raffigurazione di un vero e proprio cantiere è seguita da un ultimo affresco, in cui un sacerdote offre un sacrificio in onore alla divinità tutelare della città.
Sul soffitto compaiono le più classiche scene con il Nilo e il mondo marino, in cui ninfe cavalcano animali acquatici affiancate da amorini. Al centro un medaglione con i segni dello Zodiaco e i pianeti che circondano una quadriga.
Ancora più particolari ed originali sono le iscrizioni che accompagnano le scene. Si tratta di circa 60 iscrizioni in inchiostro nero, una parte delle quali sono state già decifrate, scritte nella lingua locale, l'aramaico, scritto con lettere greche. Questa combinazione di due idiomi primari nell'antico Vicino Oriente è estremamente rara e aiuta ad identificare meglio la struttura e l'evoluzione dell'aramaico. Le iscrizioni sono molto simili alle bolle utilizzate oggi nei fumetti, poiché servivano a descrivere le attività dei personaggi che danno spiegazioni di ciò che stanno facendo.
Per quanto riguarda il significato di tutta questa composizione iconografica, i ricercatori sono inclini ad interpretarla come le diverse fasi della costruzione di Capitolias: la consultazione delle divinità sulla scelta del sito durante un banchetto, l'innalzamento di un muro, un rendimento di grazie alle divinità dopo la costruzione della città. In questo caso il defunto deposto nella tomba potrebbe essere la persona rappresentata mentre officia nella scena del sacrificio dell'affresco centrale, forse il fondatore stesso della città. Il suo nome non è stato ancora identificato, ma potrebbe essere inciso sull'architrave della porta e non essere stato ancora cancellato.

Fonte:
news.cnrs.fr

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...