sabato 6 ottobre 2018

Nuovi scavi al Santuario dei grandi dèi di Samotracia

La Nike di Samotracia, custodita al Museo del Louvre
La Emory University e l'Istituto di Belle Arti dell'Università di New York hanno completato la missione estiva di scavo presso il Santuario dei grandi dèi di Samotracia, nel nord della Grecia. Si tratta di scavi ripresi dopo un'interruzione di ben 22 anni, che si sono focalizzati sulla stoà nella parte occidentale del Santuario e sui monumenti del terrazzamento.
Il Santuario dei grandi dèi era dedicato al culto misterico di questi ultimi e venne scavato per la prima volta nel 1873 dagli austriaci. I risultati suggeriscono che c'era un'attività religiosa, nello stesso luogo, già a partire dal VII secolo a.C., mentre la costruzione degli edifici monumentali venne iniziata nel IV secolo a.C. ed è dovuta alla casa reale di Macedonia. Il Santuario ha raggiunto il massimo splendore tra il III ed il II secolo a.C. e venne abbandonato nel IV secolo d.C.
Quest'anno gli scavi hanno interessato la sezione occidentale del Santuario e la stoà, un peribolo dove si trovava la statua della Nike di Samotracia ed i resti del teatro. Gli scavi in quest'ultimo hanno riportato alla luce dei frammenti architettonici già scoperti nel 1923, frammenti della base di una statua in riolite rossa e calcare bianco e i resti di un grosso tubo di ceramica del diametro di circa 0,25 metri, che correva sotto il teatro.
Il terrazzamento che circonda la stoà era un luogo ideale per esporre le grandi offerte votive, la più impressionante delle quali era la famosa Nike di Samotracia, ora al Museo del Louvre a Parigi. Nessuna pietra, nessuna parte del muro che circondava il terrazzamento è sopravvissuto nella sua posizione originaria. Sono stati trovati più di 1.700 frammenti di calcare, 1.000 frammenti provenienti da qualche tipo di copertura e diversi frammenti di decorazione che adornavano le pareti interne.

Fonte:
tomosnews.gr

Bulgaria, le tombe dei legionari di Novae

Bulgaria, il campo militare romano di Novae
(Foto: wodolot.wordpress.com)
"Le persone sepolte nelle tombe che abbiamo scoperto erano probabilmente legate alle legioni romane, forse erano persino dei soldati. Quest'indicazione ci viene dalle parti metalliche che ornavano gli abiti. E' interessante notare che, tra le offerte deposte nelle tombe c'erano anche brocche di vino che hanno conservato dei sedimenti sulle pareti interne", ha affermato la responsabile degli scavi a Novae, in Bulgaria, Dottoressa Agnieszka Tomas, dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Varsavia, che, con il suo team, ha scoperto quest'estate le sepolture.
Le tombe contenevano anche lampade in ceramica ed elementi di abbigliamento, come parti in metallo di cinture militari e calzature, fibbie e rivetti. Queste parti metalliche, tuttavia, sono in cattive condizioni poiché sono state consumate dal fuoco durante la cremazione dei defunti.
Gli archeologi hanno scoperto solo due tombe, che sono le prime sepolture di epoca romana ben conservate trovate in questa zona. Fino ad ora ai ricercatori erano pervenute solo segnalazioni di ritrovamenti simili scoperti accidentalmente da ricercatori illegali. Le sepolture appena rinvenute sono rimaste intatte per quasi duemila anni e, per fortuna, i tombaroli non sono arrivati prima degli archeologi. Gli archeologi hanno preparato una documentazione completa del ritrovamento e sperano di trovare altre sepolture durante gli scavi del 2019.
Ricostruzione virtuale del campo fortificato romano di Novae
(virtualreconstruction.com)
La analisi preliminari hanno consentito di appurare che gli uomini sepolti sono stati deposti in due tombe. In un caso le ossa sono state trovate in buone condizioni e un antropologo ha effettuato una prima analisi che ha determinato la giovane età del defunto. I corpi sono stati bruciati lontano dal sepolcro e i resti sono stati raccolti in scatole di legno delle quali sono sopravvissuti solo dei chiodi di ferro.
Il corredo funebre e le monete con le effigi di imperatori romani, confermano che i defunti sono di sesso maschile. I legionari romani provenivano da varie zone dell'impero e, di conseguenza, i riti di sepoltura variavano molto. Non sempre i defunti venivano cremati. "E' interessante notare che, nel caso delle tombe che abbiamo scoperto a Novae, è possibile che il rituale di cremazione sia stato ripetuto nella tomba. I cadaveri inceneriti, unitamente a decine di offerte deposte in piatti di ceramica, formavano una struttura con tetto spiovente", ha affermato la Dottoressa Tomas.
Le sepolture rinvenute dagli archeologi polacchi si trovano in un luogo dove sorgeva un insediamento civile ad est del campo dov'erano di stanza delle legioni romane di Novae, nell'odierna Bulgaria settentrionale. "Il fatto che truppe romane erano di stanza in accampamenti e fortezze che si trovano in tutto l'impero è fatto ben noto. Ma non tutti sanno che c'erano vasti insediamenti civili intorno a questi accampamenti e fortezze. Sono questi il centro delle nostre ricerche", ha affermato la Dottoressa Tomas che aggiunge che commercianti, fornitori di servizi e le stesse famiglie dei legionari e dei veterani vivevano stabilmente in quegli insediamenti. Si tratta di un melting pot di culture, lingue, tradizioni, luoghi in cui coesistevano diversi gruppi sociali. Nella seconda metà del III secolo d.C., quando le invasioni barbariche si erano fatte più pressanti a seguito della crisi dell'impero romano, gli accampamenti divennero rifugi per civili fino ad evolvere in città tardo-romane.

Fonte:
scienceinpoland.pap.pl

Giordania, scoperte statue a Jerash

Giordania, alcune delle statue rinvenute a Jerash
(Foto: Mohammad Ben Hussein)
Un team archeologico internazionale, guidato da esperti francesi, ha scoperto delle rare ed inestimabili sculture romane nel nord della città di Jerash, in Giordania. La scoperta avviene a distanza di tre anni dall'inizio della missione archeologica che sembra promettere ulteriori interessanti scoperte.
Tra le statue rinvenute ce n'è una raffigurante la dea greca dell'amore, Afrodite. Il direttore del Dipartimento delle Antichità di Jerash, Ziyad Ghuneimat, ha detto all'Ansa che si tratta delle prima scoperta di una statua di Afrodite in Giordania.
In totale sono state rinvenute 14 grandi sculture, alcune delle quali intatte, mentre altre sono mancanti della testa. Gli archeologi stanno attualmente indagando il sito della scoperta per capire se c'è altro da riportare alla luce. Tra le statue vi anche quella di Zeus, una divinità popolare a Jerash, che andrà ad aggiungersi alle sculture del tempio a lui dedicato nella città giordana. Il Professor Thomas Weber-Karyotakis ha affermato che sculture simili a quelle rinvenute a Jerash si trovano solo in Grecia e a Roma.
La missione archeologia dovrebbe continuare a scavare fino alla fine dell'anno, con la speranza di riportare alla luce altre statue che andrebbero a completare, qualora si rinvenissero, le nove Muse, figlie di Zeus. Finora sono state scoperte sette statue raffiguranti le Muse a Jerash.

Foto:
ansamed.info

Grecia, trovata tomba micenea

Grecia, le tombe presenti nella regione di Nemea (Foto: ekathimerini.com)
Una tomba intatta di epoca micenea (1650-1400 a.C.) è stata portata alla luce dagli archeologi nella regione di Nemea, nella Grecia meridionale. Secondo il Ministero della Cultura, la tomba è la più grande mai trovata nella regione ed ha un breve ed ampio dromos che conduce all'entrata unitamente ad altre caratteristiche che la fanno datare alla fase precoce della civiltà micenea.
E' stata rinvenuta anche una necropoli micenea ad Aidonia. La civiltà micenea, con i suoi potenti Stati, la sua organizzazione urbana, la sua sofisticata arte ed il suo sistema di scrittura, fiorì in Grecia tra il XVII ed il XII secolo a.C.

Fonte:
ekathimerini.com

Gli Egizi ed i calzettoni a maglia colorati

Egitto, il calzino di un bambino vissuto nel 300 d.C., trovato in una
sorta di discarica antica (Foto: British Museum)
Sembra proprio che gli antichi Egizi siano stati i primi ad usare una sorta di calzini colorati lavorati a maglia. Gli scienziati del British Museum hanno sviluppato una tecnica avveniristica per poter studiare come venivano prodotti e fissati i colori su un calzino appartenente ad un bambino senza danneggiare il calzino stesso. Il reperto è stato recuperato in  una discarica di Antinopolis, una città dell'Egitto romano, e risale al 300 d.C.
Le nuove tecniche di immagini multispettrali possono stabilire quali coloranti sono stati utilizzati - rosso, blu, giallo - ma anche come gli Egizi della tarda antichità hanno tessuto questi complementi del vestiario e come li abbiano colorati. La Dottoressa Joanne Dyer, del Dipartimento di Ricerca Scientifica del British Museum, ha affermato: "E' stato emozionante trovare che le strisce di colori differenti trovate sul calzino del bambino sono state ottenute utilizzando una combinazione di tre coloranti naturali".
La tecnica utilizzata nell'analisi esamina la luminescenza di diversi coloranti ed utilizza la microscopia digitale per esaminare le fibre. Questo significa che d'ora in poi i ricercatori possono analizzare una vasta gamma di oggetti e scoprire la relazione esistente tra più oggetti e periodi di tempi diversi. "La tarda antichità è un periodo molto lungo, che va dal 200 all'800 d.C. - Ha affermato la Dottoressa Dyer. - In questo periodo di tempo in Egitto sono accadute molte cose. La conquista araba del Paese, per esempio, i Romani che abbandonano questa terra. Questi eventi hanno influenzato l'economia, il commercio, l'accesso ai materiali che finisce per riverberarsi sulla vita e sulle abitudini delle persone".
Mentre una sorta di calzini sono stati rinvenuti anche in contesti risalenti all'Età della Pietra, quando gli uomini utilizzavano pellicce o pelli di animali, gli antichi Egizi si pensa siano coloro che per primi hanno confezionato dei calzini lavorati a maglia, corredati di uno spazio per l'alluce e di un altro che doveva abbracciare le altre quattro dita, in modo che il calzino potesse essere comodamente utilizzato con i sandali.

Fonte:
theguardian.com

venerdì 5 ottobre 2018

Pompei delle meraviglie, nuovi, eccezionali ritrovamenti

Pompei, il larario appena scoperto
(Foto: Corriere del Mezzogiorno)
Un grande larario vegliato da beneauguranti serpenti, un pavone che fa capolino nel verde, fiere dorate che si battono contro un cinghiale nero come i mali del mondo. E poi ancora cieli baluginanti di cinguettanti uccellini, un pozzo, una vasca colorata, il ritratto di un uomo-cane. Riaffiora l'ultimo tesoro di Pompei: un giardino incantato, "una stanza meravigliosa ed enigmatica da studiare a fondo", spiega il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna.
Il bel larario, tra i più eleganti emersi a Pompei, è pertinente ad un ambiente di una casa già in parte scavata agli inizi del Novecento, con accesso dal vicolo di Lucrezio Frontone. Al centro di una parete con paesaggi idilliaci e una lussureggiante natura con piante e uccelli, si trova l'edicola sacra con ai lati dipinte le figure di Lari protettori della casa e, al di sotto, due grandi serpenti "agatodemoni" (demone buono), simbolo di prosperità e buon auspicio.
In un continuo gioco tra illusione e realtà si mescolano e confondono nell'ambiente, piante dipinte con quelle vere che dovevano crescere rigogliose nell'aiuola sottostante il larario, mentre un pavone dipinto sembra calpestare il terreno del giardino. Al pari, l'ara dipinta al centro dei due serpenti, con le offerte (la pigna e le uova), trova corrispondenza in un'arula (piccolo altare) in pietra ritrovata nel giardinetto e sulla quale ancora insistono tracce di bruciato delle offerte che servivano ad onorare le divinità domestiche, a garanzia del benessere e della prosperità di tutta la famiglia. Sulla parete opposta, invece, una scena di caccia su fondo rosso con diversi animali di colore chiaro che circondano un cinghiale nero, sembra alludere simbolicamente alla vittoria delle forze del bene sul male.
Pompei, uno degli affreschi emersi dal recente scavo
(Foto: quotidiano.net)
Si trattava di una stanza adibita al culto, ancora tuttavia da definire nella disposizione degli spazi, considerata la presenza insolita di alcuni elementi come la vasca bordata dal giardinetto, posta al centro dell'ambiente e lo spazio soppalcato che chiude uno dei lati, ancora interamente da scavare. "Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei fronti di scavo - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l'area non scavata di Pompei. Un intervento fondamentale in una delle aree più a rischio del sito, mai prima trattata complessivamente e che oggi, grazie all'operazione di riprofilamento dei fronti, che ha lo scopo di ridurre la pressione del terreno sulle aree già scavate, ci sta anche consentendo di portare alla luce ambienti intatti con splendide decorazioni".
Ancora un mistero resta, invece, chi fosse il proprietario di questa casa, che si trova a pochi metri da un'altra ricca abitazione, quella di Marco Lucio Frontone, e che certo doveva essere grande e decisamente opulenta, come dimostrano i numerosi ambienti scavati nell'Ottocento, oggi purtroppo spogliati di tutto, le mura glabre ridotte a scheletri muti dello sfarzo che fu. "Forse un ricco commerciante, senz'altro una personalità raffinata e colta", ipotizza Osanna. Certamente un uomo in grado di pagare le migliori maestranze e di commissionare per il suo giardino pitture che non avevano uguali nelle altre domus della città, pure in quel periodo della vita di Pompei, l'ultimo, nel quale l'Oriente era decisamente di moda e nelle case più ricche era tutto un tripudio di frutti e di animali esotici.

Fonte:
Corriere del Mezzogiorno
gazzettadiparma.it

martedì 25 settembre 2018

Torino, la Nuvola di Lavazza e la chiesa paleocristiana

Torino, i lavori di scavo della Nuvola di lavazza e la chiesa paleocristiana
di IV-V secolo d.C. (Foto: Reporters)
La sovrintendente Luisa Papotti paragona la volta che racchiude l'area archeologica della chiesa paleocristiana di San Secondo a Torino alla protezione dell'occhio. E, in effetti, passeggiando su via Ancona angolo corso Palermo, sul lato sud della Nuvola di Lavazza, l'ampia vetrata che si affaccia sul marciapiede assomiglia al cristallino di un grande occhio aperto verso il passato della città.
I resti della Torino del IV secolo d.C. si trovano a pochi metri e si possono ammirare anche camminando, ma è solo scendendo i pochi gradini che ci si può letteralmente immergere in un altro mondo. Da poco questo insolito angolo di Torino è restituito alla città, entrando a far parte del patrimonio storico artistico (e, si spera, anche turistico) dei torinesi.
"Un successo - spiega Papotti - reso possibile grazie all'intervento del Comune e della Lavazza, che hanno unito le forze in una sinergia pubblico-privato essenziale verso questo risultato". Prima che nascesse il nuovo centro direzionale della Lavazza l'area era occupata da una vecchia centrale elettrica, peraltro danneggiata durante la Seconda guerra mondiale. Il quartiere Aurora è noto agli archeologi perché sorge sul luogo dove le fonti antiche parlano di una necropoli fuori le mura di Augusta Taurinorum, sulla strada per Vercelli, in luogo ameno, in prossimità della Dora.
Nel 2011, proprio davanti all'attuale vetrata, viene ritrovata fortuitamente una stele del II secolo d.C. dedicata al cittadino torinese Quinto Cesio Secondo, riutilizzata come copertura per una tomba due secoli più tardi. Oggi questa stele, grazie a un prestito dei Musei Reali, è tornata al suo posto e nel percorso di visita inaugurato ieri ha preso il posto d'onore. Si sapeva anche dell'esistenza di una chiesa paleocristiana dedicata al culto di San Secondo, martire della legione tebea, copatrono di Torino.
L'area è stata poi fittamente edificata quando nasce il quartiere, tra fine '800 e inizio '900. La chiesa di San Secondo (o meglio le sue fondamenta) poteva trovarsi in un'ampia area, chissà sotto quale palazzo della zona. Invece è stata riscoperta proprio sotto la centrale elettrica ed è venuta alla luce nel 2014, dopo tredici secoli. E' una chiesa in stile ravennate, in realtà un luogo di sepoltura ricco di pietre tombali, accanto a tre mausolei, simili a tombe di famiglia. Tutte strutture che nel X secolo, probabilmente già decadenti, verranno distrutte dai Saraceni.
Le spoglie di San Secondo, al momento della distruzione, sono già al sicuro, traslate dentro le mura. Oggi si trovano deposte in una cappella laterale del Duomo di Torino. Un plastico e un video, nel percorso di visita, aiutano il visitatore a capire e soprattutto immaginare come dovesse presentarsi quest'angolo di Torino nel IV secolo d.C.

Fonte:
lastampa.it

domenica 23 settembre 2018

Spagna, scoperto accampamento romano in Galizia

Spagna, Galizia, veduta aerea del campo romano di Lobos dos Penedo
(Foto: Joao Fonte/Roman Army.eu)
Le recenti scoperte di resti di armi, brocche, sandali e monete effettuate in Spagna, aiuteranno gli archeologi ad aggiungere nuovi pezzi alla storia mai raccontata di come i Romani conquistarono e mantennero il controllo della Galizia e del Portogallo settentrionale.
Gli archeologi hanno trovato testimonianze molto antiche della presenza di legioni romane in Galizia, in quello che doveva essere un vero e proprio accampamento romano a Lobos dos Penedo. Finora si avevano solo pochi indizi della presenza romana in questa regione. I ritrovamenti recenti dimostrano che alcuni, piccoli, gruppi di soldati romani erano stati inviati in missione di esplorazione nella zona, per conoscere il paesaggio e capire come muoversi, piuttosto che per combattere. Questo suggerirebbe che la Galizia attuale era già sotto il controllo romano verso il I secolo a.C.
A testimoniare questa presenza romana vi sono delle monete in bronzo, ritrovate in situ, datate al 22-25 a.C., che costituivano, forse, il salario dei legionari, coniate da Publius Carisius, legato di Augusto durante le guerre di Cantabria. La Spagna nordoccidentale fu annessa a Roma nel I secolo a.C., ma i ricercatori hanno sempre incontrato molte difficoltà nel ricostruire gli eventi a causa della mancanza di testimonianze archeologiche, soprattutto nella Galizia e nel Portogallo settentrionale. Testimonianze storiche ed archeologiche che non mancano nelle Asturie e nella Cantabria.
Attraverso l'utilizzo di modernissimi apparecchi scientifici i ricercatori sono riusciti ad individuare, nel campo romano di Lobos dos Penedo, i resti delle quattro porte che lo caratterizzavano. Quasi tutto il perimetro del bastione difensivo, inoltre, sembra essere rimasto al suo posto, costruito in pietra e ben conservato.
Gli archeologi ritengono che qui fosse stanziato un piccolo contingente di soldati - dagli 800 ai 1.000 uomini - in un accampamento non temporaneo, visto che il bastione difensivo è stato edificato in pietra. Questi legionari sarebbero stati incaricati di missioni specifiche, quali la mappattura del territorio e la ricerca di miniere.

Fonte:
Università di Exter

Egitto, scoperti mummia ed amuleti ad Aswan

Aswan, la mummia appena trovata
(Foto: english.ahram.org.eg)
Gli scavi effettuati da una missione archeologica egiziana nei pressi del mausoleo dell'Aga Khan, sulla riva occidentale di Aswan, hanno portato alla scoperta di un sarcofago antropoide in arenaria, contenente all'interno una mummia.
La mummia trovata nel sarcofago è avvolta in bende di lino ed in ottimo stato di conservazione. Saranno necessari studi approfonditi per identificare il proprietario del sarcofago. La stessa missione archeologica ha portato alla luce due tombe del periodo tardo, con pareti decorate da scene raffiguranti diverse divinità tra le quali Iside, Hathor e Anubis.
Sono stati anche rinvenuti i frammenti di alcuni sarcofagi in pietre colorate insieme ai resti di una bara di legno con un testo geroglifico inciso. Abdel-Moneim Saeed, direttore delle Antichità di Aswan e Nubiane, ha spiegato che diverse mummie trovarono una sepoltura casuale nella tomba appena scoperta che, probabilmente, finì per fungere per luogo di sepoltura comune.
Dagli scavi sono emersi anche la testa di statua in arenaria ancora non identificata, una serie di amuleti e scarabei di faience ed una statuetta di legno raffigurante Horus.

Aswan, amuleti trovati nella sepoltura appena scavata (:Foto: english.ahram.org.eg)

Fonte:
english.ahram.org.eg

Repubblica Ceca, ritrovamenti dell'Età del Bronzo

Cecoslovacchia, gli oggetti dell'Età del Bronzo trovati da un archeologo dilettante
(Foto: CTK/PR/Kràlovéhradecky kraj)
Un archeologo dilettante, nella Repubblica Ceca, ha trovato 13 falcetti, due punte di lancia ed una serie di bracciali risalenti ad oltre 3000 anni fa. Ad esaminare gli oggetti è stata chiamata Martina Bekovà, archeologa del Museo e della Galleria di Orlické, nella città di Rychnov.
La Dottoressa Bekovà ha affermato che il ritrovamento in un sol luogo di una serie di oggetti potrebbe far pensare ad un'offerta, ad una sorta di sacrificio. Si pensa che gli oggetti appartengano ad un gruppo di indoeuropei che vivevano nella regione durante la tarda Età del Bronzo. Essi avevano, come peculiarità, il seppellimento dei morti in urne a loro volta deposte in cimiteri comuni, il che ha portato questa cultura ad essere soprannominata la "cultura dei campi d'urne".
Gli oggetti dovranno essere, ora, sottoposti ad un processo di conservazione, poi si pensa di esporli in modo permanente nel locale museo.

Fonte:
radio.cz

giovedì 20 settembre 2018

Basilicata, le antiche olive bianche

La leucocarpa o oliva bianca (Foto: improntaunika.it)
Il ritrovamento per la prima volta in Basilicata di due piante di Leucocarpa, un'antica varietà quasi perduta di oliva bianca, che si trova oggi solo in sporadiche coltivazioni soprattutto in Calabria, è segnalato da Agia-Cia in agro di Nova Siri (Mt), nelle contrade di Pizzarello e Pietrosa.
La segnalazione arriva attraverso due giovani "custodi della biodiversità" Antonio Manolio e Carlo Stigliano. Portata dagli antichi Greci nell'VIII secolo a.C., la particolarità dei suoi delicati frutti è quella di essere privi di pigmenti e non riuscendo a effettuare la sintesi antocianina, assumono un colore simile all'avorio.
Da ricerche condotte in Calabria, riferisce il presidente dell'Agia-Cia Rudy Marranchelli, apprendiamo che, diffusi particolarmente tra il VII e il X secolo d.C., gli ulivi sono stati ritrovati nei pressi di poderi che appartenevano un tempo a monasteri basiliani e sono stati salvati e riprodotti attraverso innesti, riportando in vita questa bellissima specie, anche se le ricerche scientifiche non sono ancora concluse. Le fonti storiche narrano che all'epoca i monaci basiliani diedero un forte impulso ad alcune coltivazioni e probabilmente curavano questi ulivi per utilizzarli nelle loro attività. L'olio che si produceva, infatti, era chiarissimo e veniva chiamato anche "olio del crisma" perché veniva utilizzato nelle funzioni religiose per ungere i sacerdoti, come olio sacro per i sacramenti come il battesimo, la cresima o l'unzione degli infermi, nelle cerimonie di incoronazione per ungere le alte cariche imperiali bizantine.
Il prezioso olio di leucolea serviva, inoltre, per alimentare le lampade nei luoghi di culto, poiché se bruciato produceva pochissimo fumo. Le drupe, nome scientifico del frutto dell'ulivo, possono rimanere sulla pianta più a lungo di altre varietà, fino anche a primavera, si ottiene così un effetto cromatico molto particolare: il verde scuro delle foglie e il bianco delle olive.

Fonte:
improntaunika.it

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...